Presentazione speciale “sandali nel vento”

Da 20 secoli le strade del mondo risuonano sotto il passo dei messaggeri del Vangelo, da quando Cristo Gesù, primo missionario del Padre, ha comandato ai suoi apostoli di «andare ad evangelizzare tutte le nazioni» e di «essere testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra».
Erano 12. Hanno avviato una storia infinita, che ha visto poi la cooperazione di una schiera incalcolabile di uomini e donne che hanno preso sul serio il mandato del Maestro. Una storia ingigantita di secolo in secolo e mai interrotta, più vivace e ricca di eventi in alcuni periodi privilegiati, spesso con accenti di epopea commovente e drammatica. Essa si prolunga fino ai nostri giorni, con i numerosi martiri che ogni anno testimoniano col sangue la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Ma è una storia poco conosciuta e di cui i cattolici stessi sono ben lontani da misurare l’ampiezza.

«S andali nel vento», che presentiamo, offre una visione panoramica sui 20 secoli di evangelizzazione, insieme a una galleria di ritratti di alcuni grandi missionari che, in tutte le epoche, hanno scritto le pagine più belle degli annali della missione, vergate con sudore, lacrime e sangue.
Questo numero speciale di Missioni Consolata si inserisce perfettamente negli scopi e significati del grande Giubileo che stiamo celebrando, in cui tutte le Chiese particolari sono chiamate a fare memoria dei loro martiri. «Non sia dimenticata la loro testimonianza – ammonisce Giovanni Paolo II nella bolla d’indizione dell’evento ecclesiale -. La Chiesa in ogni parte della terra dovrà restare ancorata alla loro testimonianza e difendere gelosamente la loro memoria».
Sono certo che il lettore troverà in queste pagine uno stimolo per approfondire le radici della propria fede e, soprattutto, per varcare la soglia del terzo millennio con rinnovato ardore missionario. Anche questo rientra negli scopi del Giubileo del 2000, definito dal Santo Padre «un nuovo periodo di grazia e di missione», in cui tutta la Chiesa è chiamata a rafforzare la «coscienza del proprio mistero e del compito apostolico affidatole dal suo Signore» e a rinnovare «l’impegno missionario dinanzi alle odiee esigenze dell’evangelizzazione».

A nche se l’annuncio del Vangelo, sotto l’aspetto geografico, ha raggiunto gli estremi confini della terra, l’avventura della missione non è affatto finita. Anzi, siamo ancora agli inizi, come sottolinea il Sommo Pontefice nell’enciclica Redemptoris missio. Più della metà del genere umano attende ancora il dono della fede, con tutti i suoi tesori di dignità e frateità, di giustizia e amore.
La fede è un bene da condividere. Più è condivisa e più si rafforza. È una storia infinita, di cui il discepolo di Cristo è chiamato ad essere protagonista.
Non mi rimane, pertanto, che esprimere il voto che il Giubileo del 2000 rinnovi l’impegno missionario di tutti i credenti.

Città del Vaticano, 25 marzo 2000

Angelo Sodano




I balcani del Congo (RDC)

U na mano aveva scritto con un bastoncino carbonizzato: «Signore, mandaci subito papà Kabila! Altrimenti moriremo tutti!». Tale grido di aiuto in un paese in guerra compariva ad Isiro, nel nord della repubblica democratica del Congo (RDC), sul muro esterno della casa dei missionari della Consolata.
Sono le 7 del 18 aprile 2000. Un’ora dopo, la scritta viene cancellata dai soldati dell’Uganda, che occupano il territorio. Non sono i soli stranieri in Congo: a Kisangani e Bukavu spadroneggiano i rwandesi, cui si ascrivono persino atti di cannibalismo. Ugandesi e rwandesi, ieri alleati di Kabila per abbattere il famigerato Mobutu, oggi sono in guerra contro il nuovo presidente. E sono pure ai ferri corti fra loro.
Non mancano i «signori della guerra» locali: Ilunga, Wamba, Bemba… armati con i proventi dell’oro e dei diamanti. Oro e diamanti di cui fanno man bassa anche Uganda e Rwanda.
C’è lo stesso «papà» Kabila, sostenuto da Zimbabwe, Angola e Namibia che, tuttavia, non sono in Congo per «carità cristiana». E, infine, i ribelli congolesi appartenenti al movimento Mai-Mai. «Siamo pronti alla guerriglia su tutto il territorio, se divideranno il Congo come una torta» dichiarano. Nel frattempo non stanno con le mani in mano.
Il nuovo Congo nacque il 17 maggio 1998 sulle ceneri dello Zaire. Ma fra i nuovi padroni del ricco e vasto paese scoppiò subito la rissa, che ha portato all’attuale anarchia. O balcanizzazione del paese, mentre Stati Uniti e Francia stanno a guardare: gli uni strizzando l’occhio all’Uganda e l’altra ammiccando a Kabila.

P asqua nella missione di Pawa, a 60 chilometri da Isiro. Nella chiesa superaffollata, durante l’eucaristia un missionario domanda: «La guerra è peccato?». L’assemblea tace: forse il quesito l’ha colta alla sprovvista. Poi una voce mormora: «La guerra è peccato». «La guerra è peccato» ripete subito un altro. «La guerra è peccato» sentenzia alla fine tutta la folla in un crescendo drammatico.
«È la prima protesta pubblica contro questa guerra assurda – ci confida il missionario -. La gente finora l’ha esorcizzata con il silenzio».
Non lontano tre soldati ugandesi siedono all’ombra di un mango. Dopo alcuni convenevoli, accettano di parlare. «Noi non vogliamo la guerra. Il fucile uccide, uccide anche noi. Ma che possiamo fare contro i nostri capi?».

A eroporto di Fiumicino, 12 maggio. Dopo 28 giorni di assoluto digiuno giornalistico, acquistiamo un quotidiano per leggere in prima pagina: «Guerriglia degli ultrà laziali. Sconvolto il centro di Roma. Tifosi caricati dalla polizia con lacrimogeni: 12 feriti, di cui 10 agenti. Auto danneggiate e vetrine sfasciate».
Con noi c’è un congolese, che capisce l’italiano. «Povero Congo e povera Italia!» commenta.

Francesco Beardi




Il bacio della vergogna

Domenica, 19 marzo, nella chiesa di Sporminore (Trento). Celebra la messa padre Giacinto Franzoi. All’omilia il missionario della Consolata, nativo del paese, esordisce con il classico «cari fratelli». Le sue labbra abbozzano un sorriso: atteggiamento un po’ insolito sul volto tacituo di Giacinto. Però questa è la messa del «grazie», dell’«arrivederci», prima di ripartire per la Colombia.
Dopo il «cari fratelli», il sorriso scompare. «Ritoo in Colombia amareggiato – continua il missionario -. Ovviamente non ne siete voi la causa, né il mio ginocchio o il braccio… che fanno le bizze. Parto con l’amaro in bocca, perché d’ora in poi… i cioccolatini non mi piaceranno più!».
Padre Franzoi parla proprio di «gianduiotti», di «baci». Non saranno più come prima, a base di cacao. Lo ha decretato il Parlamento europeo, su proposta di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca.

Il 15 marzo la maggioranza del Parlamento europeo, dando il via ad un cioccolato diverso, ha anteposto gli interessi delle multinazionali a quelli dei paesi del sud del mondo, dei consumatori, degli ambientalisti. È passata la direttiva che, nella fabbricazione del cioccolato, consente l’impiego fino al 5% di grassi vegetali (olio di palma, cocco, karitè, mango, ecc.) in sostituzione del burro di cacao.
La decisione comporterà gravi conseguenze per i paesi che, sull’esportazione del cacao, fondano le loro economie: in particolare la Costa d’Avorio, primo produttore al mondo con circa 700 mila tonnellate all’anno, senza scordare Nigeria, Ghana, Camerun, ecc.
A Strasburgo è stato addirittura approvato l’uso di «sostanze geneticamente modificate» (OGM*). Dulcis in fundo (è il caso di dirlo trattandosi di cioccolato), le informazioni sui grassi vegetali e su quelli geneticamente modificati non appariranno in modo chiaro sull’etichetta del prodotto. I consumatori dovranno andare a leggersi la lista degli ingredienti: questa, oltre ad essere di difficile comprensione, è visibile solo con una lente d’ingrandimento.
«Ai miei contadini di Remolino – commenta padre Giacinto – spesso hanno rinfacciato la coltivazione di coca, che in 24 ore diventa cocaina. Si è loro detto: “Perché, invece di coca, non coltivate cacao?”. Alcuni l’hanno fatto, sia pure con difficoltà, giacché il cacao rende solo dopo tre anni: e, nel frattempo, bisogna vivere. Ma ora chi comprerà il loro cacao?».
In chiesa tutti fissano il compaesano. C’è chi annuisce. Altri, del problema sollevato, ricordano solo la protesta degli artigiani cioccolatai.
«Durante questa vacanza in Italia, in ospedale, ho sentito dire che i paesi poveri devono produrre di più, per esportare di più. I campesinos di Remolino potevano puntare su qualche tonnellata di cacao. E adesso?
In ambulatorio, mentre mi massaggiavano la gamba e il braccio, ho sentito parlare anche di condono del debito estero dei paesi poveri.
Cari fratelli, che dire se quello che ti danno con la destra te lo ritirano con la sinistra?».
Francesco Beardi

(*) Lo scorso 12 aprile il Parlamento europeo ha respinto quasi tutti gli emendamenti contro gli OGM…

Francesco Beardi




Destinazione Bucarest

Ion è un ragazzo rumeno che, a vent’anni, decide di raggiungere la sorella a Torino per trovare lavoro e contribuire al mantenimento dei genitori anziani e malati. Ion non delinque, non commette alcun reato. È, come tanti, un irregolare che lavora sodo: 12 ore al giorno con un contratto «part-time».
Accade che Ion presenti domanda di regolarizzazione e che debba attendere un intero anno (dal febbraio 1999 al febbraio 2000) per ricevere una risposta. Intanto, il datore di lavoro si stufa di attendere le lungaggini della burocrazia e non si presenta alla convocazione della «Direzione provinciale del lavoro», che deve effettuare gli accertamenti sulla consistenza patrimoniale della ditta.
Ion non si dà per vinto. Trova un altro datore di lavoro disposto ad assumerlo e si presenta allo sportello adibito alle procedure di regolarizzazione, per la firma del nuovo contratto. Ma la burocrazia non accetta variazioni del contratto di lavoro e, pertanto, la sua richiesta viene respinta. A causa di ciò, contro Ion torna ad essere valido un vecchio decreto di espulsione per irregolarità del soggiorno (dunque, per un illecito solo amministrativo) e il giovane rumeno, dovendo essere espulso, viene rinchiuso nel recinto del «Centro di permanenza temporanea» di Torino.
Il giorno successivo egli racconta al giudice la sua paradossale vicenda. Il magistrato si rende conto che forse Ion potrebbe utilmente ricorrere contro il rifiuto del permesso di soggiorno e, pur convalidando il trattenimento nel Centro, dispone di procrastinare l’esecuzione dell’espulsione in attesa della decisione sul ricorso.
Nonostante il provvedimento di rinvio, incredibilmente, il mattino successivo Ion viene imbarcato alla Malpensa: destinazione Bucarest. A seguito delle rimostranze del suo avvocato, mentre si sta dando esecuzione all’espulsione, arriva la rettifica del giudice. Purtroppo, opposta a quella sperata: sì, Ion può essere espulso!
Cosa abbia indotto il magistrato ad ingranare la retromarcia in meno di 24 ore non è dato sapere. Certo, è curiosa la coincidenza temporale tra la disapplicazione di un ordine del giudice e il repentino mutamento di opinione dello stesso!

Questa piccola storia è solo un esempio, fra tanti, di come la sorte della vita del cittadino straniero in Italia sia posta nelle mani delle forze dell’ordine senza che sia possibile alcun effettivo controllo da parte dell’autorità giudiziaria. La vicenda raccontata dimostra come il confine tra regolarità ed irregolarità sia assai labile: mentre è difficile diventare regolari da clandestini, può essere molto facile il percorso inverso. E l’espulsione potrà sempre essere un’alternativa, non voluta ma possibile, anche per gli extracomunitari «buoni», quelli che lavorano e non mettono a repentaglio la sicurezza dei nostri quartieri.
Per questo, la soglia di attenzione per l’effettività delle garanzie e dei diritti di tutti non deve scendere fino all’accettazione della separatezza, della mancanza di trasparenza, controllo e informazione, ove la discrezionalità può diventare arbitrio senza che nessuno se ne accorga, tranne chi lo subisce.
Guido Savio
Avvocato dell’«Associazione
studi giuridici sull’immigrazione», Torino

Guido Savio




Palle di vetro

B eppe aveva sette anni quando, nel 1950, vide per la prima volta San Pietro. In quell’anno santo il papà ritoò da Roma con una strabiliante palla di vetro, che racchiudeva la celebre basilica. La mamma sistemò il ricordo del giubileo sul comò. Beppe non solo mirava quella palla, ma la prendeva in mano scuotendola: così facendo, il cielo sulla piazza si animava di minuscole falde di neve, che poi si posavano lentamente sul cupolone. Finché il soprammobile gli scivolò… per frantumarsi sul pavimento.
«Mamma, ho rotto San Pietro!», singhiozzava disperato Beppino. «Ma va’ là! San Pietro non è mica una palla di vetro!» replicò la mamma.
A questo episodio della propria infanzia pensò Beppe, l’altro giorno, ascoltando il suo parroco. Erano in pellegrinaggio verso Roma. «Non abusate con i ricordini – diceva il don -. Un rosario va bene. Il resto è inutile quanto costoso. Non cadiamo nel consumismo religioso. Siamo in quaresima».

D i fronte al giubileo in corso, Vittorio Messori ha denunciato troppe porte sante, messe solenni, messaggi, benedizioni, esortazioni, processioni, concerti, «miele buonista di monsignori» (cfr. Corriere della Sera, 27 dicembre 1999). Talora non sono liturgie, ma «paraliturgie» nel senso peggiore del termine. O megashow.
Tutto magnificato dalla tivù.
Inoltre imperversano «le palle di vetro», la paccottiglia. Sono in vendita persino due fucili: una doppietta e un soprapposto, della Casa Beretta (Brescia), con l’incisione «P. Beretta Giubileo» (cfr. Armi e Tiro, dicembre 1999).
«Siamo in quaresima» diceva il parroco di Beppe. Dunque: «tempo forte» per la sobrietà, la coerenza, l’impegno. Nelle chiese risuonano testi biblici che non ammettono scantonamenti. E non bastano i digiuni materiali, perché non servono «sacrifici di tori», dietro i quali si nascondono calcoli economici.
È vero che digiunate – dice il profeta Isaia -. Ma, nello stesso tempo, fate grossi affari e maltrattate i lavoratori. Litigate, urlate, fate a pugni. «Per digiuno io intendo un’altra cosa: rompere le catene dell’ingiustizia, rimuovere tutti i pesi che opprimono gli uomini, rendere la libertà agli oppressi» (Is 58, 6).
Ma qualcuno risponde stizzito: «Evitate il
facile moralismo e le colpevolizzazioni
sommarie!».
Intanto ogni giorno 19 mila bambini muoiono per denutrizione, mentre in Europa si spendono 18 mila miliardi all’anno in gelati. Bill Gates, Robson Walton e il sultano del Brunei continuano ad ammassare ricchezze pari al reddito complessivo di 42 paesi poveri.
Per non parlare della corruzione politica.
Ma questo non è un macigno insormontabile. Potrebbe essere una fragile… palla di vetro. Dipende dai nostri «sì» o «no».
Anche al supermercato.
La redazione

la redazione




Caro “baco”, quanto ci costi!

C aro esperto, il millennium bug ha arricchito anche te. Tu sapevi che «il baco del millennio» non avrebbe bloccato i computer. Sapevi che la stragrande maggioranza di loro non avrebbe avuto problemi nel cambio di data. Solo i computer con vecchi chip bios o antiquati sistemi operativi Microsoft avrebbero potuto falsare i conti nel cambio di data (da 99 a 00). Avresti potuto scrivere una lettera di protesta a Bill Gates, per essersi fatto i soldi vendendo un sistema operativo obsoleto.
Tu sapevi, ma sei rimasto zitto.
Tu sapevi che si stava montando un bluff: il «baco» era in agguato solo se il programmatore fosse stato uno sprovveduto. E sapevi che tantissimi programmatori avevano già inserito un’istruzione di controllo: un semplice «se… allora», per varcare il 2000 senza problemi.
Caro esperto, tu sai che per scrivere un tale algoritmo basta la quinta elementare. Già in liceo risolvevi sui computer problemi ben più complessi del millennium bug. Ma poi hai capito che, per fare colpo, non occorre realizzare cose difficili. Basta solo farle «apparire» tali.
Come per il millennium bug.
Bastava che la Presidenza del consiglio avesse fatto uno spot, non con quell’inutile pupazzetto, disegnato per le masse, ma con alcune informazioni per l’autodiagnosi del computer. Bastava insegnare pochi e semplici controlli.
Oppure era sufficiente che un giornalista ti avesse intervistato e che tu avessi spiegato le poche cose da fare.
Ma alcuni giornalisti, pagati per confondere la gente, hanno fatto a gara per dire cose assurde, pur di accreditare «la santa crociata digitale». E le multinazionali dell’informatica li avranno lautamente ringraziati per i loro servigi di comunicatori della stupidità.
Tu hai visto politici far spendere allo stato somme insensate. E poi dicono che aiutare il terzo mondo è giusto… «ma purtroppo ora non abbiamo i soldi». Eh sì, perché li hanno sganciati per il millennium bug e per qualche loro amico, esperto di computer.
Tu avresti potuto ridicolizzare questa messa in scena mortificante, questo ennesimo raggiro di chi guarda la tivù come fosse la verità.
Ma hai taciuto, perché la tua parcella di esperto veniva prima della verità dei fatti.
I soldi, spesi così male, ammontano ad una cifra che darebbe speranza per 10 anni ad oltre 300 milioni di piccoli disperati. Soldi finiti nelle tasche dei ricchi, come sempre.
Ma anche nelle tue.
Allora, caro esperto, ti chiediamo una riparazione. Impiega una parte di quanto ti ha fruttato il millennium bug per debellare la lebbra, che condanna 12 milioni di persone. Sei ancora in tempo a dialogare con la tua coscienza. Un malato di lebbra può guarire con 250 mila lire.
Spiccioli rispetto ai 3 milioni di miliardi spesi per «il baco del millennio».

Alessandro Marescotti




Dopo il fiasco di Seatte

Spettabile redazione, ho letto su Missioni Consolata di ottobre/novembre gli aggioamenti sul Millenium Round. Ne ho parlato con alcuni amici, che come me seguono con preoccupazione la vicenda: ci siamo chiesti se in Italia esiste un cornordinamento per la mobilitazione contro il negoziato. Esiste qualche documento comune da sottoscrivere, per non disperdersi troppo in iniziative particolari?

Il Millenium Round ha avuto luogo a Seattle (USA) dal 30 novembre al 3 dicembre 1999. Ed è stato un fiasco. Ecco alcuni problemi irrisolti.
Agricoltura: lo scontro si è concentrato sui sussidi della Commissione di Bruxelles ai prodotti dell’Unione Europea; gli Stati Uniti e i paesi in via di sviluppo vorrebbero abolirli, perché rendono meno competitivi i propri prodotti agricoli. Lavoro: gli Stati Uniti vorrebbero fissare standard mondiali per i diritti dei lavoratori; i paesi nel sud del mondo li bocciano, perché alzano il costo della manodopera e frenano le esportazioni. Biotecnologie: sono sponsorizzate dagli Stati Uniti, ma respinte dai paesi in via di sviluppo, che temono il tracollo della propria agricoltura.
Il terzo mondo e numerosi movimenti hanno contestato l’operato dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), che nella globalizzazione economica penalizza soprattutto i paesi poveri. È immorale e scandaloso che il reddito di tre individui nel nord del mondo sia pari a quello di 600 milioni di persone nel sud.
Prima del Vertice di Seattle, è nata la «Rete lillipuziana». Ne abbiamo parlato nell’editoriale di gennaio. Nella Rete sono entrate tante associazioni (anche se modeste), per essere più influenti e lottare insieme contro le schiavitù della globalizzazione.
Per ulteriori informazioni, contattare:
Centro nuovo modello di sviluppo
tel 050/826354, fax 827165, e-mail «cornord@cnms.it».

Piermario Pertusio




Lillipuziani, gettate le reti!

I l ritornello è arcinoto: la ricchezza aumenta, ma ancora di più crescono i processi d’impoverimento, esclusione sociale e saccheggio dei beni naturali. Ma guai se restasse solo uno sterile ritornello, sia pure accorato! È possibile passare dalle parole ai fatti? Noi crediamo di sì.
Oggi, accanto ai giganti socioeconomici, si muove una galassia di piccole associazioni e movimenti, che si battono per riaffermare diritti vecchi e nuovi, con l’intelligenza di chi guarda al proprio paese senza scordare il mondo. Qualcuno ha definito tale galassia l’«arcipelago lillipuziano».
Nel 1725 Jonathan Swift, scrittore e politico irlandese, pubblicò I viaggi di Gulliver. È una favola: alcuni minuscoli «lillipuziani», alti solo pochi centimetri, catturano il gigante predone-padrone Gulliver; lo legano nel sonno con centinaia di fili. Gulliver avrebbe potuto schiacciare con un dito ogni singolo lillipuziano; ma ora la fitta rete tessuta intorno a lui lo rende impotente.
Una vicenda che richiama quella di Polifemo, beffato da Ulisse, o di Golia, abbattuto da Davide. Con una differenza: contro il potente Gulliver non si muove un individuo soltanto, ma tanti piccoli esseri, uniti in una «rete». La morale della favola è evidente.
In Italia e nel mondo – come abbiamo visto nel dicembre scorso a Seattle – è vivo il desiderio, condiviso da tanti movimenti, di combattere contro le ingiustizie, gli inquinamenti, le indifferenze. E ogni associazione propone (ma ciascuna per la sua strada) iniziative di solidarietà, resistenza, informazione: l’intento è di soccorrere le vittime, fermare gli oppressori, sensibilizzare la gente.
È possibile abbattere il gigante Gulliver operando ciascuno in ordine sparso? Riteniamo di no. Ebbene: perché non coalizzarsi come i piccoli ma intelligenti lillipuziani? Allora le tante voci isolate diventano un coro, i deboli fili una rete.
Anzi, una rete di reti. Ed è proprio vero che l’unione fa la forza. Una forza comune per creare, ad esempio, un’economia diversa, fondata sulla sobrietà dei consumi, l’equità fra le classi sociali, la sostenibilità dello sviluppo. Alcuni centri missionari diocesani già operano in sinergia con altre forze; ma hanno aggregato soltanto «i soliti». Bisogna, invece, allargare il cerchio.
A tale scopo, a Torino, è nata la Scuola per l’alternativa: la Comunità impegno servizio volontariato (Cisv), i Missionari della Consolata e il Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis) si sono messi in rete per affrontare le schiavitù della globalizzazione: e, con loro, si sono viste facce nuove. Più numerose del previsto.
Duemila anni fa, ad alcuni pescatori scoraggiati (non avendo catturato un solo pesce durante una notte intera) un Tale disse: «Gettate le reti da un’altra parte». Il risultato fu strepitoso.
Poi quel Tale aggiunse: «Io vi farò anche pescatori di uomini».
La Redazione

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EDITORIALELa “barba” di tanti poveri cristi

Una volta Shangai era la capitale di tutti i vizi occidentali, compreso quello di commerciare foto poo. Lo scriveva Guido Ceronetti su La Stampa del 3 febbraio 1984, che precisava: «Un missionario, vecchissimo, della Consolata, che era stato a Shangai 35 anni, mi diceva che, in certi quartieri, di notte, si camminava su strati di mezzo metro di fotografie oscene. Lui stesso ne aveva portato quasi un quintale, in Italia, con la complicità delle autorità fasciste». Peccato che quel missionario non sia mai esistito!
Passano gli anni. Il giornalista ritorna alla carica con un altro prete, che stavolta esiste davvero. È Renzo Beretta, parroco di Ponte Chiasso (CO), impegnato pure nell’accoglienza e nel dialogo con gli immigrati. Finché il 21 gennaio 1999 viene accoltellato da un marocchino clandestino. E, su La Stampa del 24 gennaio, Ceronetti commenta:
«Una parrocchia troppo tranquilla dev’essere certamente una barba; è più eccitante, per un prete, una turbolenta… Se il prete resta vittima del male, della crudeltà e del saccheggio che avrà attirato nella parrocchia, accogliendo gente di ogni risma, di quella che i poteri nazionali seguitano, con la pietrosa arroganza di un’imperturbabile impostura, a definire “ricchezze in arrivo”, sono tentato di pensare che l’abbia proprio voluto, e che la coltellata assassina punisca in lui la misura varcata, un eccesso di benevolenza che finisce per essere colpa».
In altre parole: don Renzo la morte se l’è meritata. Chi è causa del suo mal pianga se stesso…
Siamo tentati di scusare Ceronetti ricordando che, secondo Voltaire, è un privilegio del genio commettere impunemente anche degli errori. Forse anche il giornalista de La Stampa gode del carisma del genio. Ma quale genio?
Che meschinità intellettuale dire: i preti che aiutano gli extracomunitari lo fanno per vincere la… barba! Allora vittime del «che pizza, ragazzi!» sarebbero pure quanti si impegnano nel mondo della tossicodipendenza, i volontari tra i barboni, le suore con le donne di strada… Mentre a Shangai quel fantomatico missionario (pure lui annoiato) collezionava quintali di foto poografiche.
Di più. Costoro non sono soltanto preda di una noia morbosa, ma rappresentano pure un pericolo, perché «espongono anche molti altri» alle… coltellate! Qui la meschinità è violenza.
Per noi don Renzo è un martire, un «cristo» come Gesù. Lo diciamo pensando pure al 24 marzo, giornata dei missionari martiri, che nel 1998 sono stati 39, senza scordare gli sconosciuti.
Sono profeti lungimiranti in un mondo di miopi. Gridano a tutti, in un universo di sordi, la via della salvezza.
I ciechi che non vogliono vedere e i sordi che non vogliono udire… questi, sì, che costituiscono una minaccia.

La redazione




SE NON LI CURI, LI AMMAZZI

“Iam vacua ardet Roma” (ormai vuota, Roma brucia). Lo scrisse papa Gregorio Magno nel Seicento, allorché «la capitale del mondo» era bottino dei barbari. È una frase-sentenza, continuamente attuale nelle «notti della storia», illuminate solo dal bagliore delle armi.
Brucia ancora l’Africa: Guinea Bissau, Etiopia, Eritrea, Sierra Leone, Congo… nel crepitio delle pallottole. Pallottole non africane!
Ma, come a Roma il papa non si rassegnò allo strazio del popolo, così in Africa qualcuno si ribella al catastrofismo. E diventa propositivo. È questo il senso di una lettera, scritta in Congo.
Dal 2 agosto scorso la nazione è ripiombata nella guerra civile o, forse, nella prima guerra mondiale africana: da una parte i ribelli (con Uganda, Rwanda e Burundi) e, dall’altra, i soldati del presidente Kabila (con Zimbabwe, Namibia e Angola). I ribelli controllano il nordest, ma anche il Katanga, ricco di diamanti. La contrapposizione potrebbe durare anni, senza una mediazione internazionale. Intanto si contano migliaia di morti, vittime sia dei ribelli sia dei governativi.
La lettera è stata scritta nell’ospedale di Neisu, nel «caldo» nord, da padre Oscar Goapper, missionario della Consolata e medico.
Cari amici, vi scrivo pur sapendo che questa lettera sarà controllata da qualche funzionario congolese. Siamo allo stremo. Il dollaro continua a salire e la nostra moneta a scendere.
Qui nel nord, complice la guerra, siamo tagliati fuori dal mondo. Tutto è commedia. E la commedia si ripete quando, dopo tentativi infiniti, riesco a trovare un posto su un aereo militare. Ma ecco che, al momento del decollo, mi sento dire: «Si parte domani, forse». Già, forse!
È terribilmente difficile reperire medicine per l’ospedale. Sono sette mesi che ci arrabattiamo con risultati quasi zero. Il confratello Rombaut, infermiere professionale, ha raggiunto Kampala (Uganda) ed è tornato con appena 30 chili di materiale medico. I 140 letti del nostro ospedale sono strapieni (senza contare i malati che giacciono per terra). Siamo impotenti di fronte alla guerra.
Come missionario medico, ho sempre perseguito progetti dettagliati. Nell’emergenza odiea tutto salta. Oggi, quando entro in ospedale barcamenandomi fra gli ammalati per non pestarli, un ritornello mi martella le tempia: «O li curi subito o li ammazzi!».
Ci servono soldi e un’immensa pazienza in questa interminabile quaresima…
I soldi sono anche nostri. La pazienza, intrisa di sofferenza, è loro. Il prossimo di tutti.
La Redazione

La Redazione