ANCHE LUI DEVE QUADRARE

Torino, 27 aprile, ore
22,30. In Corso Ferrucci 14, ci imbattiamo in un

picciotto di Messina, un
toso di Padova, un guaglió di Napoli e un bagai di Como. Con
altri 230 camerati, partecipano al Convegno nazionale «Santità è missione»
dei seminaristi diocesani. Tutti sui 22-25 anni. A Torino, dal 26 al 29
aprile, sono ospiti dei missionari della Consolata, anche per celebrare
insieme i loro 100 anni di vita.


Il

picciotto ci domanda: «È
possibile far quadrare Dio?». Strabuzziamo gli occhi. Al che, il

guaglió racconta: «Oggi pomeriggio, dalle 15 alle 22, abbiamo percorso
il quadrilatero della santità». E il toso precisa:
«Abbiamo visitato i luoghi dove hanno operato quattro grandi personaggi:
il rondó della forca di Giuseppe Cafasso, l’oratorio di Giovanni Bosco, la
casa della provvidenza di Benedetto Cottolengo, il santuario della
Consolata di Giuseppe Allamano». «È questo il quadrilatero della santità»
conclude il
bagai.


Ed è così che, secondo il
quartetto, si può «far quadrare» anche Dio.

Ossia renderlo vicino,
interessato, operoso, alla portata di tutti, specialmente dei poveri.

Non distante e isolato sul Monte Kenya, come

Ngai dei kikuyu
tradizionali. Né chiuso in un tabeacolo, come una cassaforte o un
fortino.


Per far quadrare Dio
,
il Cafasso accompagnava al patibolo i condannati a morte: non solo li
incoraggiava, ma li rendeva persino felici di fronte ad una sorte infame.
Don Bosco giocava con i ragazzi più difficili e, soprattutto, li
coinvolgeva con grandi ideali. Il Cottolengo si chinava sugli ammalati,
per «lavare loro i piedi». L’Allamano «ha globalizzato un santuario buio e
stretto», per farci entrare e cantare anche i «pagani» e gli «incivili»
dell’Africa.



Globalizzare il santuario: è
un’altra originalissima espressione del quartetto seminaristico. Forse è
nata ascoltando Giovanni Paolo che, proprio durante il Convegno
missionario (il 27 aprile), è ritornato a parlare di globalizzazione. Il
fenomeno, a priori, non è né buono né cattivo. Sarà ciò che gli individui
ne faranno.


Qualcuno ne ha fatto
un’alleanza fra società
e dio-mercato, con sei comandamenti.


1. Non impedire la costruzione
del mercato mondiale. 2. Lascia che il mercato si autoregoli e aiutalo a
svincolarsi dallo stato. 3. Liberalizza.


4. Privatizza. 5. Sii
competitivo. 6. Non ostacolare l’espropriazione.


Sono comandamenti anche
pericolosi: rispondono troppo alla logica del profitto individuale.


Alla globalizzazione il papa
pone due limiti invalicabili:

la persona
,
fonte di ogni diritto e ordine sociale, nonché

il rispetto della diversità di
tutte le culture.

Comprese quelle nel sud del mondo. Altrimenti la globalizzazione è
colonialismo.



Francesco Beardi



Francesco Beardi




Anche lui deve quadrare

T orino, 27 aprile, ore 22,30. In Corso Ferrucci 14, ci imbattiamo in un picciotto di Messina, un toso di Padova, un guaglió di Napoli e un bagai di Como. Con altri 230 camerati, partecipano al Convegno nazionale «Santità è missione» dei seminaristi diocesani. Tutti sui 22-25 anni. A Torino, dal 26 al 29 aprile, sono ospiti dei missionari della Consolata, anche per celebrare insieme i loro 100 anni di vita.
Il picciotto ci domanda: «È possibile far quadrare Dio?». Strabuzziamo gli occhi. Al che, il guaglió racconta: «Oggi pomeriggio, dalle 15 alle 22, abbiamo percorso il quadrilatero della santità». E il toso precisa: «Abbiamo visitato i luoghi dove hanno operato quattro grandi personaggi: il rondó della forca di Giuseppe Cafasso, l’oratorio di Giovanni Bosco, la casa della provvidenza di Benedetto Cottolengo, il santuario della Consolata di Giuseppe Allamano». «È questo il quadrilatero della santità» conclude il bagai.
Ed è così che, secondo il quartetto, si può «far quadrare» anche Dio.Ossia renderlo vicino, interessato, operoso, alla portata di tutti, specialmente dei poveri. Non distante e isolato sul Monte Kenya, come Ngai dei kikuyu tradizionali. Né chiuso in un tabeacolo, come una cassaforte o un fortino.
Per far quadrare Dio, il Cafasso accompagnava al patibolo i condannati a morte: non solo li incoraggiava, ma li rendeva persino felici di fronte ad una sorte infame. Don Bosco giocava con i ragazzi più difficili e, soprattutto, li coinvolgeva con grandi ideali. Il Cottolengo si chinava sugli ammalati, per «lavare loro i piedi». L’Allamano «ha globalizzato un santuario buio e stretto», per farci entrare e cantare anche i «pagani» e gli «incivili» dell’Africa.

G lobalizzare il santuario: è un’altra originalissima espressione del quartetto seminaristico. Forse è nata ascoltando Giovanni Paolo che, proprio durante il Convegno missionario (il 27 aprile), è ritornato a parlare di globalizzazione. Il fenomeno, a priori, non è né buono né cattivo. Sarà ciò che gli individui ne faranno.
Qualcuno ne ha fatto un’alleanza fra società e dio-mercato, con sei comandamenti.
1. Non impedire la costruzione del mercato mondiale. 2. Lascia che il mercato si autoregoli e aiutalo a svincolarsi dallo stato. 3. Liberalizza.
4. Privatizza. 5. Sii competitivo. 6. Non ostacolare l’espropriazione.
Sono comandamenti anche pericolosi: rispondono troppo alla logica del profitto individuale.
Alla globalizzazione il papa pone due limiti invalicabili: la persona, fonte di ogni diritto e ordine sociale, nonché il rispetto della diversità di tutte le culture. Comprese quelle nel sud del mondo. Altrimenti la globalizzazione è colonialismo.
E i conti… non quadrano affatto.
Francesco Beardi

Francesco Bermardi




E tu farai 13?

Gli italiani amano dare i numeri. Li sognano persino. I più popolari sono i numeri del lotto, del «lotto alle otto», del totogol e totocalcio… Un tempo, per fare quattrini, c’era pure il «gratta e vinci». Ma, per varie ragioni (non escluso l’imbroglio), il gioco non ha retto. Forse perché ai nostri connazionali non piace «grattare»?
Nell’ancora gettonato totocalcio, nonostante il totonero delle partite truccate, se fai «11», ti mordi le labbra, perché per un solo punto… «Martin ha perso la cappa». Ma te le mordi ancora di più indispettito con «12»: sbraiti e imprechi, perché per un «1» pidocchioso hai mancato il colpaccio con la fortuna. E perché, quando fai «13», resti muto come un pesce e tremi come un fuscello?
Con il «13» non si scherza. Anche politicamente. Ecco perché alcuni leader di partiti italiani hanno versato lacrime e sangue per votare il 13 maggio. In quel giorno sul Belpaese ritoerà – si dice – a splendere il sole della libertà e prosperità, della moralità e dignità, dell’efficienza, della voglia di futuro… finalmente!

P ochi giorni ci separano dal fatidico 13 maggio, che dovrebbe recare successo ad alcuni e iella ad altri. Noi, però, non amiamo simili contrapposizioni. Invitiamo i vincitori (chiunque essi siano) alla moderazione e, soprattutto, a mantenere le promesse della campagna elettorale. Sono state tante, troppe e quasi tutte miopi. Mentre il sud del mondo, con gli enormi problemi che riguardano anche noi, è rimasto ancora più… sud, lontano e dimenticato.
Tuttavia al sud si è pensato per sistemare le vacche pazze. O smaltire i rifiuti, che rappresentano però affaroni da miliardi, visto che persino la Germania non li disdegna. Ma sono pur sempre pattume, spesso inquinante.
Non basta produrre. Bisogna produrre bene, rammentando che le esigenze dell’attuale sistema produttivo e la salvaguardia dell’ambiente non sono tra loro compatibili. La sopravvivenza dell’umanità è in pericolo come non mai: non solo per le guerre, ma anche per il conflitto tra cose prodotte e biosfera, o natura. Il conflitto può essere superato solo modificando uno dei belligeranti. La natura non è modificabile: può essere solo distrutta. «Natura non facit saltus»: ammoniva ieri Leibniz. «Dio perdona, ma la natura no»: rincarano la dose altri oggi.
Per scongiurare il collasso dell’ecosistema, l’unica strada percorribile resta il ridimensionamento dell’attuale sistema di produzione. E qualcuno, tra lo squallore del barbone e il lusso del bellimbusto, caldeggia la sobrietà felice.

N umeri. Li troviamo anche nella bibbia: 12, ad esempio, sono le tribù di Israele e altrettanti sono i discepoli di Gesù. Ma… occorre fare 13. Ecco allora che, accanto a Pietro e compagni, spunta il tredicesimo apostolo: san Paolo. È con lui che la chiesa diventa missionaria e fa 13.
Paolo, in una del sue 13 lettere, al capitolo 13 della prima lettera ai Corinti, raccomanda la carità-solidarietà-giustizia: ossia l’amore paziente, generoso e giornioso, che non si gonfia di orgoglio né cerca il proprio interesse. L’amore che non tramonta mai. «Il 13 della fortuna».
La Redazione

La redazione




Per chi suona la campana?

Anch’io sto con Noè e accolgo con gioia le notizie riguardanti lo sviluppo di tecnologie non inquinanti (Missioni Consolata, gennaio 2001). Ritengo altresì che, nella valutazione del degrado ambientale attribuito all’industria automobilistica e a chi fa uso di autoveicoli, si debba considerare con maggiore attenzione il forte impatto della componentistica.
Già alcuni anni fa, gli ecologisti, i movimenti per i diritti umani, i gruppi ecclesiali più sensibili al tema del Sud ridotto a pattumiera del Nord del mondo, dimostravano che, anche quando sono fermi e non consumano carburante, tutti gli autoveicoli sono dei monumenti allo spreco, uno spreco che può avvenire solo con uno sfruttamento indiscriminato di risorse, vite umane e animali. Non dobbiamo dimenticare che la gomma per i pneumatici, il cotone per il rivestimento dei sedili, i metalli per la carrozzeria, il motore, la batteria, il radiatore sono tutti materiali che vengono prelevati nelle terre dei paesi poveri, con danni spesso gravissimi per gli ecosistemi e vantaggi praticamente nulli per le popolazioni locali.

Esaminiamo il caso della gomma. Non si dica che la tecnologia ha diminuito la pressione sugli ecosistemi e, se vi sarà ulteriore progresso tecnologico, questa pressione è destinata a diminuire ancora. Come ha scritto Andrew Revkin, «anche con l’avvento della gomma sintetica l’ineguagliata elasticità della gomma naturale e la sua capacità di disperdere il calore dell’attrito hanno fatto sì che continuasse a essere richiestissima. Oggi i copertoni radiali più sofisticati hanno le parti laterali di gomma naturale e i pneumatici delle navette spaziali sono di gomma naturale al cento per cento».
Un perentorio invito a non farsi troppe illusioni arriva anche dal mondo della Formula Uno. Fino a non molti anni fa tutte le monoposto, comprese quelle della Ferrari (Gruppo Fiat), partivano col loro carico di carburante, facevano le fermate ai box solo se qualcosa non funzionava e, salvo improvvisi acquazzoni, raramente avevano bisogno di sostituire i pneumatici. Oggi, nonostante l’elevatissimo livello tecnologico, la benzina non basta mai, le gomme vengono cambiate due o tre volte a gara, le soste vengono rigorosamente programmate.
Luca di Montezemolo, presidente della Ferrari campione del mondo 2000, ha lasciato chiaramente intendere che essere più tecnologici non vuol dire necessariamente essere più rispettosi dell’ambiente: maggiore tecnologia significa innanzitutto migliore strategia per vendere più auto e aumentare i profitti delle aziende. Impronta ecologica, erosione del patrimonio ecologico, tutela della biodiversità sono concetti estranei alla sua cultura, a quella degli italiani innamorati della Ferrari e a quella di chi è alla guida di molti paesi del Terzo Mondo. Pensiamo alla Malaysia che è tuttora un leader nella produzione della gomma e le cui foreste hanno pagato un prezzo salatissimo alla incontenibile voglia di auto. Il circuito di Sepang, realizzato a tempo di record, è stato costruito proprio dove sopravvive un bel pezzo di foresta tropicale.
La prossima volta che giorniranno davanti alle telecamere dei Tg e suoneranno le campane delle chiese per festeggiare le vittorie di Schumacher e Barrichello, i preti tifosi della Ferrari pensino all’osservazione di una lettrice del Corriere della Sera: «Con Cristo abbiamo compreso che il divino entra nell’umano e che l’umano è accolto nel divino così che tutto ciò che è autenticamente umano è in Dio. Ma l’uso delle campane a festa per la Ferrari è stato fuori luogo. Perché suonare le campane per festeggiare un mondo in cui i miliardi si bruciano nello spazio di un giro di pista?».
Francesco Rondina

Francesco Rondina




Sono “pazienza”

Mi alzo il mattino, svegliata dal freddo. La pioggia battente ha avvolto, inclemente, tutto il mio corpo con le sue mani. Ho dormito male sotto la tenda, ricavata da pezzi di plastica scartati al mercato.
Devo alzarmi presto, perché – come voi dite – «le ore del mattino hanno l’oro in bocca». Oggi si lavora, come tutti i giorni. «Che lavoro fai?» mi domanderete. Sono mendicante. Mi chiamo «Tighist», che vuol dire «pazienza». Posso assicurarvi che ne sfoggio tanta, mentre le ore scorrono lentamente. Siedo su un sasso, i piedi nel fango e sulla mano destra alcune monete, che faccio tintinnare come richiamo con la solita supplica: «Fate la carità, per amor di Dio». Sono pochi i passanti oggi, perché piove.
Prima del tramonto, raccolgo i proventi del lavoro, sufficienti – spero – per mangiare la sera. Non sono sola: due bimbe mi fanno compagnia, e ai passanti fanno compassione.
È importante nel nostro mestiere.
Poiché i prezzi salgono continuamente, con il cuore in ansia acquistiamo tre pagnotte e un po’ di sugo. Poi, contente, consumiamo la cena, l’unico nostro pasto del giorno. E domani, sotto il sole o il freddo o la pioggia, tenderemo ancora la mano con la speranza di raccogliere gli spiccioli per campare un altro giorno.

N on conosco grandi piaceri. Non so di abbondanza, di mense imbandite di ogni ben di Dio. Ho sentito parlare di bevande pregiate; per gustarle – dicono – occorrono persino coppe ad hoc. Io conosco solo l’acqua che mi porgono e non so nemmeno se sia pulita o sporca, perché
sono cieca fin dalla nascita.
Qualcuno, nel 2000, mi ha parlato di un anno speciale, un anno di grazia indetto da Dio per sollevare i poveri e colmarli di beni… Io vi giuro che, l’anno passato, non ho visto nulla di simile: nulla di speciale si è depositato sulle mie mani; nessuno mi ha offerto un po’ di più… durante l’anno santo!
Allora Dio promette molto, mantiene poco ed è… bugiardo anche lui! O lo sono gli uomini che possiedono tanto e non si curano di chi ha quasi nulla? Rispondete, per favore.
Mi dicono che siamo in quaresima e che, fra poco, sarà pasqua. Auguro a tutti una bella festa.
Quel giorno io e le due bimbe saremo sulla strada fin dal primo mattino, come le donne che andarono al sepolcro di Gesù. Passerà la gente, vestita a festa: molti andranno in chiesa, per festeggiare Gesù risorto con interminabili «alleluia». Passeranno davanti a noi in fretta, senza guardarci, senza rendersi conto che Gesù, nei mendicanti, continua a trascinare la croce e a morire.
Non è ancora risorto, povero Cristo!
Pazienza ci vuole!
Al termine della giornata, mangeremo la solita pagnotta. La mangeremo adagio, pensando:
«È pasqua. Succede una volta all’anno».
Tighist

Tighist




Dal 1901 al…

All’alba del terzo millennio alcuni missionari della Consolata hanno scritto a Gesù bambino: «Signore, quando toerai sulla terra,
non andare in Brasile, perché dovresti raccogliere canna da zucchero ed avresti le mani sanguinanti per i fusti spigolosi.
Evita il Bangladesh: finiresti nelle fabbriche di mattoni e le tue piccole spalle sarebbero ferite, prima ancora di portare la croce. Sta’ alla larga dai negrieri schiavisti del Sudan, perché ti venderebbero subito per 30 denari. Non varcare nemmeno le frontiere del Pakistan: ti metterebbero a cucire palloni da football, senza mai farti vedere una partita. E il Congo? Non andarci, Gesù, perché dovresti fare la guerra non con soldatini di cartapesta, ma con pallottole ad uranio, le stesse usate dalla Nato in Kosovo…».

E cco alcuni drammi che i coetanei del piccolo Gesù hanno vissuto da protagonisti negli ultimi anni. Per non parlare degli abusi sessuali, delle mine che hanno interrotto per sempre i loro giochi sui prati, dei foi crematori che li hanno ridotti in fumo nauseante.
È successo molto altro ancora nel secolo passato. Secondo il politologo Eric Hobsbawm, è stato «il secolo breve», iniziato nel 1914 (con «la grande guerra») e terminato nel 1991 (con il disfacimento dell’Unione Sovietica). Un secolo breve, e però è stata «l’epoca più violenta della storia dell’umanità».
È saggio, allora, augurarsi
«cento di questi anni»?
N ati nel 1901, i missionari della Consolata compiono 100 anni. Questo numero «straordinario» della rivista verte su di loro. Ma non è tutta la loro storia: perché, se alcuni sono stati «pionieri», «generosi», «illustrissimi», «infaticabili» e «martiri», altri invece…
E poi, se di storia si trattasse, troppo vistose (e ingiuste) sarebbero le lacune.
«Cento di questi anni»
è un sentito grazie al Signore e alla Consolata per il bene che hanno fatto nell’arco di un secolo. Si possono contare le magnalia Dei, cioè le meraviglie di Dio; però, quando ci si vanta dei «successi dell’uomo», si cade in meschinità, ossia nel peccato. In tale senso, «cento di questi anni» non sono certo da augurare.

L a lettera dei missionari a Gesù bambino termina: «Signore, è giusto che andiamo noi nel sud del mondo. Tu, intanto, resta a casa nostra. Qui starai al sicuro, vedrai!…».
E avete «visto» anche voi, cari amici e benefattori dei missionari della Consolata. Avete visto e valutato. Grazie della vostra comprensione, del vostro perdono. Grazie della generosità, che dura da un secolo. È anche contando su di voi che ci auguriamo «cento di questi anni».
Per una maggiore consolazione in un mondo inquinato, violento ed ingiusto, a scapito specialmente dei «piccoli». Eppure il beato Giuseppe Allamano ama la gente di questo pianeta.
p. Gottardo Pasqualetti,
Superiore dei missionari della Consolata in Italia

Gottardo Pasqualetti




Primo gennaio 2001

B envenuti nella società del terzo millennio! Quale società? Serge Latouche sostiene (provocatoriamente) che la società non è la nostra del «benessere», bensì quella «arretrata» del terzo mondo. Qui la vita è intessuta di rapporti umani solidali. L’iniziativa del singolo non reca profitto a se stesso, ma a tutta la comunità, che è chiamata ad approvare, condividere e persino finanziare.
E che dire della flessibilità del lavoro derivante dalla «pluriattività»? Non credo che coincida con la flessibilità decantata dai nostri illuminati economisti. Il punto fondamentale è il contrasto fra una società che investe sui rapporti umani ed una, come la nostra, che sposta tutto sul piano del profitto economico, interponendo meccanismi che tendano a nascondere i danni arrecati ai nostri simili nel perseguire la ricchezza.
Latouche ricorda il rischio di implosione cui la società del profitto ad ogni costo va incontro. Lo scenario è reale: nella economia globale pochi si arricchiscono, a scapito di masse crescenti di esclusi.
Già, la globalizzazione. I media del «pensiero unico» la sbandierano come un ordine economico superiore, un mondo che ci accomuna tutti soprattutto per l’allineamento della cultura.
Però non mi pare che, grazie alla globalizzazione dei mercati, un minatore africano o un bimbo lavoratore pakistano acquisiscano gli stessi diritti degli uomini del mondo «evoluto». Neppure quelli primari di sopravvivenza. Perché le banane centroamericane, da noi molto apprezzate, non fanno la ricchezza della popolazione locale?
Mezzi di informazione. Non a caso le maggiori testate sono in mano a grossi gruppi finanziari. Le coscienze devono essere «persuase» con l’immagine accattivante di un benessere per tutti, ma che in realtà pochi conseguono. Chi non lo accetta è tacciato di violenza. Tutti ricordiamo le manifestazioni di Seattle o Genova. Per i media i manifestanti erano terroristi. Ma, dalle famiglie e bambini che hanno sfilato, questo proprio non si poteva dire! E poi perché esportare ad ogni costo il nostro modello come l’unico valido per tutti?
Ho visto un servizio televisivo sulla riorganizzazione dell’economia della Tanzania. Il Fondo monetario internazionale, in cambio di un sostegno economico, ha obbligato il governo locale ad effettuare ingenti tagli alla spesa sociale. Risultato: scuole a pagamento per pochi fortunati e ospedali chiusi perché in perdita. Cioè aumento della mortalità infantile e scarse possibilità di sviluppo per un paese senza scolarizzazione. Il servizio descriveva pure gli effetti della privatizzazione su un’azienda agricola: aumento di disoccupati e spostamento degli utili dallo stato ad una società europea. Bel suggerimento disinteressato!

A llora… riportiamo l’uomo al centro del modello di sviluppo. Investiamo nella dignità umana, nel capitalizzare le esperienze e tradizioni, nel libero pensiero svincolato dall’economia.
Solo prendendo coscienza della spietata realtà liberista saremo in grado di proporre una valida alternativa al modello unico imperante. La via non è la «rivoluzione», ma la dissidenza, la discussione, il confronto di idee. Concetti, questi, che il «pensiero unico» vuole estinguere o appropriarsene a proprio comodo.

Massimo Veneziano




E per penitenza…

C ari lettori di «Missioni Consolata», mi rivolgo a voi, anche se non sono abbonato alla rivista, per augurarvi «buon natale». Scrivo soprattutto per «penitenza».
Sono uno dei due milioni di giovani che hanno celebrato il giubileo a Roma, anche se non sono più un ragazzo, dati i miei 28 anni. Durante la manifestazione ho cantato molto (pur non essendo un Jovanotti), memore di un missionario che diceva: «Tra noi, giovani di 40 anni fa, e voi non noto grandi differenze, eccetto questa: noi cantavamo e voi… ascoltate. Non vi mancano musiche, ma poche sono cantabili: e, non essendo tali, si tramutano in alienazione. Noi invece cantavamo tutti a squarciagola sulle piazze».
Concordo con quel missionario. Tra l’altro, dischi e cassette di musica «solo da ascoltare» coprono affari da miliardi. Personalmente ho rifiutato il walkman e l’auricolare. Abbasso pure il cellulare alla cintura!
Alcuni, da «destra», hanno esaltato «la faccia pulita» dei ragazzi del giubileo e altri, da «sinistra», ne hanno denunciato l’assenza di spirito politico critico. I mass-media hanno peccato di grave superficialità. Come si fa ad omologare due milioni di persone di cultura diversa?
Va detto che non tutti i «papa-boys» inneggiano alla gioia di vivere. Domingo Das Neves, per esempio, ha la morte in cuore.
Domingo, dell’Angola, la notte del 19 agosto ha offerto a tutti la seguente testimonianza: «Ho 25 anni. Durante la guerra civile, che insanguina il mio paese e che non sembra finire più, ho perso i genitori e poi anche il fratello maggiore con il quale vivevo. Ho perdonato chi ha ucciso i miei cari» (Ndr: vedi la foto con il papa).
Qualcuno ha lamentato che, al giubileo dei giovani, sia mancata la voce del terzo mondo. Domingo però erà là, con la sua triplice disgrazia: perché albino (senza difesa immunitaria, nonché discriminato dai neri); perché orfano a causa delle bombe acquistate con diamanti; perché africano (cioè un «esubero» nella politica delle potenze mondiali). Perché pochissimi hanno ascoltato Domingo? Forse perché il suo perdono dà fastidio?
Sono domande cui quasi nessuno risponde.

D opo l’adunata nella capitale, si è svolto a Rimini il Meeting di Comunione e liberazione, durante il quale alcuni giovani del giubileo hanno inneggiato al papa, come pure a Berlusconi. No, qui non ci sto.
Non si può applaudire, nello stesso tempo, il campione del neoliberismo e chi ne denuncia i guasti che ricadono soprattutto sui poveri.
Cari amici di Missioni Consolata, questa lettera si addice poco agli auguri natalizi. Ma non mi piacciono le parole vuote. Preferisco queste: «Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo». Quel Cristo che ha gradito le 50 lire di una povera vedova e ha rifiutato i 50 miliardi di…
Eros Benvenuto

Eros Benvenuto




Speciale Brasile – Non tornare indietro

Non è «il più grande del mondo». Quanto a superficie, Russia, Canada, Cina e Stati Uniti lo superano. Ma tant’è. Il brasiliano dirà sempre: «Dio è grande, ma il Brasile è ancora più grande». Se poi vince il campionato mondiale di calcio, tutti scattano in piedi per proclamare: «Anche Dio è brasiliano».
Il Brasile è grande soprattutto per i contrasti. Ad esempio, in rapporto alla popolazione, è il quarto produttore al mondo di cibo, ma si dibatte nella denutrizione, preceduto solo da India, Bangladesh, Pakistan, Filippine, Indonesia. E 36 milioni di bambini si dibattono nella miseria. Perché?
Un’amica brasiliana ha risposto con una favola. «Dio, nel creare il mondo, disse ad un angelo: “Fa’ scorrere fiumi maestosi in Brasile. Scarica terremoti e gelate in Europa, ma pianta alberi meravigliosi in Amazzonia e riempi la sua terra di minerali preziosi…”.
L’angelo interruppe: “Scusa, Signore! Perché al Brasile doni solo cose belle e agli altri cose brutte?”. “Ma tu non sai – replicò il Padreterno – che razza di politici goveeranno il paese!”».
Il problema del Brasile non è la povertà,
ma l’ingiustizia.

«o maior do mundo»,
numero speciale di Missioni Consolata sui 500 anni del Brasile, coglie la triste verità:
n ripercorrendo la storia, mentre «la telenovela
continua»;
n analizzando le questioni sociali, dove «i nodi
vengono al pettine»;
n seguendo il cammino della chiesa, che presenta
«un vangelo
dai tanti volti».
I diversi volti del Brasile (dall’indio al piccolo proprietario, dal nero all’ex emigrato italiano) dovrebbero essere accomunati dalla frateità. Essa è soprattutto spirituale; ma reale, visibile, storica. Non basta la comunione fra spiriti. L’indio, il nero e il bianco non sono fratelli: infatti appartengono a genitori, paesi e culture differenti. Eppure sono fratelli spirituali se vivono nella reciproca accettazione e condivisione dei loro beni, sapendo di appartenere tutti alla stessa famiglia umana, che è la famiglia di Dio.
E poiché l’uomo, più che fratello, è «lupo dell’uomo», da sempre si lotta per la liberazione da se stessi e dalle strutture oppressive.
È necessario spezzare le schiavitù, specialmente quando «i faraoni» e i loro lacché hanno «il cuore indurito» (cfr. Es 10, 1). Anche Gesù di Nazaret soffre con le folle che accorrono a lui a piedi da ogni città, perché «sono pecore senza pastore» (Mc 6, 33-34).
In Brasile le masse di senza-terra, che partecipano a qualche romaria da terra (marcia-pellegrinaggio), si accodano alle folle cui Gesù Cristo rende giustizia con la liberazione.
Con buona pace di chi vorrebbe imprigionarlo nel tabeacolo, fra lini dorati.
La chiesa, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II, «se torna indietro», sbaglia.
Parola di non pochi vescovi.
Francesco Beardi

Francesco Beardi




Se lui è la vita, cosa significa per noi?

I l Convegno missionario internazionale di Roma del 18-22 ottobre 2000 avrà come tema: «Gesù Cristo sorgente di vita per tutti». Il tema può sembrare ovvio nei 2 mila anni della nascita di un uomo chiamato Gesù. Però rivela una paura: che la missione stia perdendo il suo punto focale.
Alcune vie della missione (liberazione degli oppressi, inculturazione e dialogo interreligioso) rischierebbero di attenuare, se non di escludere, l’annuncio di Colui senza il quale non c’è salvezza né vita (cfr. Atti 4, 12). È come se si costruissero autostrade là dove ci sono solo impervi sentirneri, con il rischio però che sulle autostrade, larghe e comode, non si incontri nessuno, mentre sul sentirnero si incontra Gesù in persona (cfr. Lc 24, 15).
La paura non ci pare giustificata. La missione ha ancora al centro Gesù: liberazione, inculturazione e dialogo sono perfettamente coerenti con l’annuncio di Cristo salvatore. Il problema vero è un altro:
Gesù-vita si trasmette solo con la vita.
Le religioni offrono dottrine, regole morali, riti di purificazione e vie per entrare in contatto con la divinità. Il confronto è aperto e nulla esclude che il cristianesimo, nelle sue realizzazioni storiche, riceva forme religiose autentiche da altre tradizioni. Ma la fede cristiana offre la vita eterna, cioè vita senza limiti e piena che risponde, oggi, alle urgenze dell’umanità: l’umanità che muore in quelli a cui la vita è rubata con violenza, e muore «dentro» negli altri ancora di più. La vita eterna è nel figlio di Dio.
È la vita per tutti e la sua novità deve essere manifestata al mondo. Ecco la missione. Ecco il motivo per cui non bastano i mass media, pur potenti, a diffondere il vangelo. Esso passa da persona a persona, da famiglia a famiglia, da gruppo a gruppo, in una testimonianza concreta di vita nuova. I missionari (meglio, le piccole comunità missionarie) partono e tornano da una chiesa all’altra per uno scambio di doni, che non sono teorie o in vaghe visioni umanitarie, ma esperienze di vita.
Vivere in Cristo e camminare con lui: sono espressioni ricorrenti in Paolo e Giovanni. È solo così che egli può essere manifestato. Dovrebbero esserci ovunque comunità in cui, grazie all’amore per gli altri e alla capacità di perdono, i popoli possano vedere che Cristo è vivo, che è la vita.
All’inizio del XXI secolo, alla missione si impone la scelta di comunità (non di «altoparlanti») in cui la vita evangelica sia evidente. Nel «villaggio globale» la chiesa, più che una grande organizzazione, deve essere una comunione universale di comunità, diverse per lingua, cultura, condizioni storiche e magari anche per espressioni religiose, ma unite nella lode del Padre e aperte ad accogliere ogni sete di vita. Nell’unica vita del Crocifisso-Risorto.
Fesmi
(Federazione stampa
missionaria italiana)

FESMI