Porta e pastore (Gv 10,1-21)


Giovanni presenta l’agire e il parlare di Gesù quasi sempre nel contesto delle feste giudaiche nel tempio. Alcune volte presenta un nuovo discorso di Gesù come se fosse una prosecuzione di quello precedente, nonostante sia chiaro che il tema è cambiato.
È quello che succede all’inizio del decimo capitolo del Vangelo, anche se al versetto 21 sembra che il testo accenni di nuovo alla guarigione del cieco nato di cui ha raccontato nel capitolo 9. Questo significa che l’evangelista ci sta suggerendo che i due brani andrebbero visti più o meno insieme? Può darsi. Nel Vangelo di Giovanni spesso succede così, benché questa volta fatichiamo un po’ a capire quale possa essere il collegamento. D’altronde, non è una novità che il quarto Vangelo ci stimoli a cercare di capire senza offrirci la certezza di avere colto davvero tutto.

Vanno probabilmente nella stessa direzione anche le due immagini che Gesù utilizza nel capitolo 10 per parlare di sé: la porta dell’ovile e il pastore del gregge. Si parla in entrambi i casi di pecore, ma verrebbe da dire che se Gesù è la porta da cui le pecore passano, non può essere anche il pastore che ce le fa passare. Sembra una contraddizione, però, al di là di una corrispondenza più o meno precisa dei dettagli, possiamo cogliere che quello che conta è il significato di fondo delle due immagini, ciascuna della quali suggerisce qualcosa su Gesù. E quindi sul Padre.

La porta (vv. 1-10)

Non siamo più abituati a vivere con gli animali «da fattoria». Pochi di noi, probabilmente, hanno visto dal vero una pecora e, meno ancora, un gregge nel suo ambiente consueto, fatto di pascoli e di ovile. Possiamo però immaginarlo. L’ovile è recintato, a volte addirittura chiuso e coperto: consente di difendersi le pecore da ogni minaccia esterna, che siano i predatori o il clima. Nello stesso tempo, però, il cibo si trova normalmente fuori dall’ovile, e occorre comprendere quando è il momento di uscire e di rientrare, quando preferire il riparo e quando il pascolo.

Gesù si presenta come colui che garantisce questo passaggio, dal dentro al fuori. Se volessimo ampliare l’intuizione dell’evangelista, adattandola meglio al nostro contesto, potremmo dire che anche per noi ci sono i momenti di vita privata, di preghiera al Padre nell’intimo della nostra stanza (Mt 6,6), di studio, di esame di sé e della propria vita, e ci sono, viceversa, i tempi in cui, come per il cieco nato, rispondere alle domande, dare testimonianza su Gesù e agire nel mondo in coerenza alle nostre scelte.

Il privato e il pubblico, possono sembrarci contesti talmente lontani da faticare a farli dialogare tra di loro: nella nostra cultura si pensa ad esempio che la vita spirituale, religiosa, vada benissimo se gestita in privato, purché non si noti all’esterno, mentre siamo ogni giorno messi davanti alle vite pubbliche e pubblicitarie di personaggi sui quali ci viene da interrogarci se e quale vita interiore possano condurre.

Gesù sembra proporsi come passaggio tra questi due mondi, che sono entrambi nostri. E lo fa non indicando le regole da seguire, ma appellandosi alla «voce». È un’immagine che sembrerebbe adattarsi meglio al pastore che alla porta, e infatti poi Gesù la riprenderà, ma, un po’ paradossalmente, la utilizza già qui per la porta, quasi che fosse la porta stessa a chiamare per nome le pecore.

Questo accenno alla voce è profondamente significativo: ciascuno aderisce non a una legge o a un programma, ma a una chiamata. Chi ci chiama per nome per farci proposte, o incoraggiarci, o darci suggerimenti, non si limita a offrire delle indicazioni, ma domanda di fidarci. In questo caso non ci adeguiamo alle parole perché convincenti, ma perché confidiamo in chi le dice. La relazione personale è più importante del contenuto del messaggio. È esattamente quello che suggerisce Gesù, nella ricerca del Padre e del pascolo: ascoltare lui, fidarsi di lui, restare in relazione personale con lui.

Nello stesso tempo, la porta – preziosa, ad esempio, per capire chi viene dentro per depredare, e anche perché permette di passare da dentro a fuori e viceversa – resta per così dire secondaria, a servizio. Centrale sì, ma umile, essenziale, ma funzionale. Passo dopo passo Gesù ci conduce a capire che lui è cruciale, sì, ma che l’obiettivo ultimo è il nostro incontro con il Padre, e con la nostra vita più autentica.

Il pastore (vv. 11-18)

Nei versetti successivi Gesù cambia immagine, in una direzione che in qualche modo ha già preparato: «Io sono il buon pastore», anzi, se dovessimo tradurre in modo proprio letterale, «il bel pastore». «Bello» in greco aveva una gamma di significati più ampia del nostro aggettivo, non indicava solo l’aspetto estetico, ma descriveva anche qualcosa come «affidabile, adeguato, generoso».

Gesù è il pastore modello, quello che non pensa a sé ma al bene delle pecore, che conosce per nome, che chiama perché riconoscono la sua voce. Gesù è il pastore che, quando dovesse venire il lupo, non fuggirebbe, ma gli si metterebbe davanti, pronto anche a dare la propria vita per le pecore.

Potremmo pensare che l’immagine sia persino esagerata: il pastore, alla fine, alleva le pecore per la loro lana, il loro latte e magari anche la loro carne. Di certo non difenderebbe la loro vita fino al punto da rischiare la propria. Può darsi, invece, che chi conosce dei pastori sostenga il contrario. L’affetto che li lega alle proprie pecore può portare fin lì. Chi vive con animali domestici in casa sa che il bene provato per quelle bestie, che dipendono da noi e ci donano e domandano amore, può spingerci a difenderli oltre ogni ragionevole limite. E in ogni caso, quello che Gesù dice, per quanto razionale o incredibile ci sembri, è che lui è disposto a dare la propria vita per le sue pecore. Lo farà, infatti, sul Golgota. E non sarà un errore, un incidente di percorso: già prima si è detto disposto a offrire tutto sé stesso per la vita delle sue pecore, che conosce e chiama per nome, che ama una a una.

E in questa relazione, Gesù dice di ripetere, verso le sue pecore, ciò che il Padre fa con lui. Come loro due si conoscono e si amano, così Gesù conosce e ama il suo gregge. Nel suo amore, quindi, si coglie l’amore del Padre che nessuno può vedere.

Come è già successo e ancora succederà nel corso del Vangelo, pare quasi che le direttrici dell’amore si confondano: non è più chiaro chi ami chi e chi dia la vita per chi. È la felice confusione dell’amore, nella quale ci si vuole bene e si è ognuno per l’altro, senza soppesare se qualcuno dà di più o riceve di più. Anzi, come potrebbe confermare chiunque ami, la contabilità del dare e dell’avere non ha senso, perché chi ama è felice di donare e fare il bene dell’amato.

Se allora Gesù si presenta come la porta da cui passare per avere la vita, e come il pastore da ascoltare e seguire perché quella vita sia nutrita e difesa, nel suo agire vediamo il sentimento stesso del Padre, che vuole la vita di chi ama senza mettersi al centro, felice di amare e donare.

Un altro gregge (v. 16)

A questo punto, a sorpresa, Gesù dice di avere anche altre pecore, di un altro ovile. I commentatori si sono sbizzarriti nel cercare di identificarle: saranno i cristiani che vengono dal paganesimo? Saranno quei giudei che non sono lì presenti e magari incontrano Gesù di nascosto? Sarà già un anticipo di quei cristiani divisi in tante chiese?

In realtà, non è difficile capire che non è poi così importante rispondere a queste domande. Quello che Gesù dice è semplicemente che bisogna restare aperti alle novità, all’arrivo di altre pecore. La tentazione di ogni gruppo umano, infatti, è quella di chiudersi, di escludere tutti gli altri, di restare «solo noi che ci vogliamo così bene». Gesù richiama a restare aperti, disponibili, fiduciosi e ottimisti anche nei confronti degli «altri», che saranno pecore buone perché in ascolto del medesimo pastore bello. È la dinamica della Chiesa: i credenti sono una comunità non perché vengano dallo stesso posto o abbiano lo stesso antenato o le stesse sensibilità o passioni, o ragionino allo stesso modo, ma perché tutti ascoltano la voce del medesimo pastore. È Gesù, porta di passaggio, a garantire che si possa essere un gregge solo.

È tanto importante questa armonia offerta dall’unico pastore che ci raduna e ci ama, che Giovanni si lancia anche in un gioco di parole affascinante: l’obiettivo dei discepoli, scrive in greco, sarà quello di essere «un solo gregge e un solo pastore» (mia poimnē eis poimēn).

Le reazioni (vv. 6.19-21)

Gesù ha impostato tutto il suo discorso sulla relazione, non sull’obbedienza a una legge. E in una relazione è sicuramente importante la proposta e l’offerta da parte di uno, tanto quanto lo è la risposta dell’altro. Giovanni, infatti, ne scrive dicendo che la prima reazione dei suoi discepoli è di incomprensione (v. 6). In tutto il Vangelo resta questo dramma della fatica dei discepoli a comprendere le parole di Gesù (la proviamo anche noi, spesso). Qui però è chiaro che, di fronte all’offerta di una relazione con Dio basata su affetto, ascolto e fiducia, la difficoltà dei discepoli non è tanto quella di non capire, quanto quella di accettare. Occorre rinunciare all’immagine di un Dio severo, giudice, che ci farà sentire belli e buoni espellendo dall’ovile e castigando gli altri. L’immagine che Gesù offre è diversa, è una voce che chiama e conosce per nome, che non fa violenza alle pecore, non le costringe, ma offre solo protezione e vita. Quando non si vuole accettare questa immagine di Gesù e del Padre, ci si rifugia nella incomprensione: «Non può essere così, non c’è severità, serietà, selezione».

Non a caso anche dopo la seconda parte del discorso di Gesù c’è una «divisione» tra i suoi ascoltatori, tra chi dice che è pazzo e chi, al contrario, fa notare che nessun pazzo può aprire gli occhi a un cieco. I dati sono lì, sono a disposizione. Ma Gesù non costringe a restare nell’ovile e a seguire la voce del pastore.

Anche noi,oggi, ci troviamo di fronte a un volto divino – trasmesso ed esemplificato da Gesù -, che è di affetto, di relazione personale, di fiducia. Possiamo decidere che è un volto non abbastanza severo e rigido, possiamo non capire, o respingerlo: oppure possiamo lasciarci avvolgere dall’abbraccio che lega il Padre e il Figlio e che si mantiene accogliente per chiunque.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 12 – continua)

 




Giacarta e le periferie


Il centro del potere nel Paese delle 17mila isole sta a Giava. Nel Borneo, però, sta sorgendo la nuova capitale che soppianterà Giacarta. Le zone periferiche sono molte. Così come le identità e le religioni. Una delle sfide per il nuovo presidente, ex sodale del vecchio dittatore Suharto, è tenere a bada le forze centrifughe.

Il vasto arcipelago indonesiano è adagiato in un’area marina grande come quella che va da Lisbona e Istanbul. Nella periferia orientale del Paese, i pescatori della città portuale di Kupang, sull’isola di Timor, non hanno molto in comune con la popolazione di Giava, la grande isola al centro dell’Indonesia che caratterizza cultura, tradizioni, riti, storia del Paese.

L’arcipelago delle 17mila isole è anche il Paese a maggioranza islamica più popoloso al mondo, con oltre 245 milioni di musulmani su un totale di circa 280 milioni di abitanti.

Giava ne è il fulcro. È anche l’isola del potere, l’antica «Batavia», centro nevralgico al tempo della colonizzazione olandese che tante e profonde tracce ha lasciato.

20/10/2024. Jakarta, Indonesia. President of Indonesia, Prabowo Subianto. Picture by Ben Dance / FCDO

Il nuovo presidente

Rodrigus Mati, ogni giorno sbarca il lunario con il suo pescato. Lo vende al mercato di Kupang o, nelle giornate fortunate, alle ditte che riforniscono i resort sulla vicina isola di Flores, dove la località di Labuan Bajo si avvia a diventare un hub per il turismo internazionale, al pari della più famosa Bali.

Da Kupang, Giacarta è molto lontana (circa 2.500 km, ndr). Le dinamiche del governo centrale, le scelte politiche, il cambio di guardia alla presidenza della nazione, non sembrano così importanti rispetto alle esigenze economiche e sociali imposte dalla quotidianità. Con qualche eccezione: nel territorio indonesiano di Timor Ovest, infatti, i più anziani ricordano che Prabowo Subianto, 72 anni, arrivato alla presidenza del Paese dopo alterne fortune, fu generale dell’esercito durante il periodo della dittatura di Muhammad Suharto (di cui era anche il genero), terminata nel 1998, quando una rivolta giovanile segnò l’apertura di una nuova stagione democratica.

A Prabowo, gruppi della società civile e organizzazioni per i diritti umani contestano violenze e abusi compiuti quando era comandante delle forze speciali Kopassus, accusate di torture e sparizioni di oppositori politici.

In particolare, al nuovo presidente si addebitano le violenze compiute a Timor Est negli anni 80 e 90, quando l’Indonesia occupava la parte orientale dell’isola (divenuta poi indipendente nel 2002, si veda MC dicembre 2024, ndr).

Nel 1999, con la fine del potere di cui era stato un tassello importante, Prabowo abbandonò l’esercito e, al contrario di molti dei suoi ufficiali che furono processati e condannati per i reati compiuti, lui lasciò il Paese senza essere mai formalmente portato alla sbarra.

Rimozione della memoria

Dopo un decennio, Prabowo è rientrato in Indonesia, ripresentandosi sulla scena politica e contribuendo a fondare il partito Gerinda (Gerakan Indonesia raya, cioè Movimento della grande Indonesia).

«Le ferite di quella stagione in cui Prabowo fu un protagonista in negativo – ricorda padre John Rusae, parroco della chiesa di san Giuseppe a Kupang, dove esiste una fiorente comunità cattolica – sono state risanate grazie alla reciproca buona volontà della gente di Indonesia e Timor Est: la Commissione verità e amicizia, istituita per promuovere la riconciliazione, ha terminato il suo compito, e oggi non c’è animosità tra i due popoli».

Tuttavia, c’è ancora il rischio dell’impunità. Il tema della rimozione della memoria, per seppellire un passato scomodo, riguarda soprattutto il rapporto tra la politica e i giovani, in una nazione in cui la metà della popolazione ha un’età tra i 18 e 39 anni. «I giovani – sottolinea il gesuita Franz Magnis-Suseno – non conoscono gli scandali che hanno costellato la carriera militare e politica di Prabowo o le nefandezze compiute dalle sue milizie squadriste ai tempi del regime. Tutti temi brillantemente elusi nel dibattito pubblico».

Il gesuita ultraottantenne, professore tedesco naturalizzato indonesiano, è immerso tra le montagne di libri del suo studio di Giacarta. Da 60 anni nel Paese, è una storica figura di religioso e intellettuale, oggi annoverato tra quanti chiedono ancora la ricerca delle responsabilità.

I giovani si sono lasciati lusingare – soprattutto grazie ad abili campagne sui social media – dal controverso personaggio oggi presidente. Nella società, nella politica, nei mass media, non è stata posta in agenda la descrizione e il racconto di quel passato.

Il suolo ricco di Papua

Echi di quei tempi si avvertono anche nelle periferie del selvaggio territorio della Papua indonesiana, all’estremo oriente dell’arcipelago, chiamata in lingua nazionale Irian Jaya, parte occidentale della vasta isola di Nuova Guinea.

Le popolazioni indigene respingono l’intenzione del presidente di rilanciare il programma di migrazione interna di popolazione, soprattutto da Giava, verso regioni meno densamente popolate. Il programma, ideato dal governo coloniale olandese, venne ripreso nel secolo scorso dal governo del primo presidente Sukarno, e poi, dalla metà degli anni 80, anche dal dittatore Suharto, per venire sospeso agli inizi del 2000.

Oggi torna alla ribalta per una regione: Papua è ricca di risorse naturali, miniere di rame e oro, legname, che Prabowo intende sfruttare per aumentare la ricchezza del Paese. «Bisognerebbe guardare alle reali necessità della popolazione locale, che ha un disperato bisogno di servizi come istruzione, sanità e assistenza sociale e sviluppo», sottolinea Alexandro Farini Rangga, frate minore che spende la sua missione tra gli indigeni della provincia di Papua.

Quel programma – rileva il Consiglio delle Chiese della Papua, che raccoglie le diverse confessioni cristiane – ha consolidato le disuguaglianze anziché promuovere la prosperità, e ha acuito i problemi sociali e le tensioni derivanti dalle differenze culturali e linguistiche tra gruppi diversi».

Gli indigeni della Papua hanno subìto una condizione di emarginazione che ha ampliato il loro risentimento verso i cittadini indonesiani di altre isole, nonché la distanza dal governo centrale di Giacarta.

Così si è finito per alimentare spinte centrifughe di gruppi separatisti armati, come l’Organisasi Papua merdeka (Movimento per Papua libera), nato già agli inizi degli anni 60.

Una capitale da zero

L’altra periferia dell’arcipelago su cui, negli ultimi anni, si sono riaccesi i riflettori dell’opinione pubblica, è una porzione di territorio tanto lussureggiante quanto impervio e inaccessibile: il Kalimantan, ovvero il Borneo indonesiano. La regione è alla ribalta per il mega progetto della nuova capitale dell’Indonesia, Nusantara (letteralmente, «arcipelago»), che sorgerà nella parte orientale dell’isola, a circa 1.200 chilometri dall’attuale capitale Giacarta.

La grande metropoli sull’isola di Giava, infatti, affonda in una depressione del territorio e in un’agonia di invivibilità. Le lunghe file di veicoli a tutte le ore del giorno ne raccontano una congestione che incide sulla qualità della vita dei suoi 12 milioni di abitanti. «Andare al lavoro, raggiungere un ufficio pubblico o amministrativo è una sfida quotidiana», racconta Angelina Budi, assistente sociale che vive e lavora nella capitale.

In tale cornice l’ex presidente Joko Widodo – due mandati al potere prima di Prabowo – ha promosso un piano su cui ha speso tutta la sua credibilità politica: costruire da zero una nuova città nel Borneo, una zona piuttosto centrale rispetto alla struttura del vasto arcipelago, area popolata da gruppi indigeni e scarsamente sviluppata, nota per l’immensa foresta pluviale e per la sua biodiversità.

Widodo è andato avanti a tamburo battente e, nell’estate 2024, ha inaugurato i primi uffici governativi della futura capitale nella data simbolica del giorno dell’indipendenza, il 17 agosto.

Dialogo tra religioni

A Giacarta, negli uffici della Direzione generale per l’orientamento della comunità cattolica, all’interno del ministero per gli Affari religiosi indonesiano, si mostra orgogliosamente ai visitatori la mappa della nuova città che include una basilica cattolica intitolata a san Francesco Saverio.

Siamo in una delle sei direzioni generali – una per ciascuna delle sei religioni riconosciute dallo Stato: islam, cattolicesimo, protestantesimo, induismo, buddhismo, confucianesimo – in cui è articolato il ministero. Istituito già dopo l’indipendenza del 1945 in una nazione che riconosce pubblicamente il ruolo positivo della religione nel vivere sociale.

Una specifica direzione si occupa di tutte le questioni relative ai rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica (circa 10,5 milioni di fedeli), curando anche la costruzione di scuole e chiese cattoliche e tutti i regolamenti relativi.

La scelta del nome di san Francesco Saverio, in accordo con la Conferenza episcopale dell’Indonesia, omaggia il missionario gesuita, evangelizzatore dell’Asia, che il 14 febbraio 1546 sbarcò nelle isole Molucche (oggi parte dell’Indonesia), iniziando la sua missione nell’arcipelago.

Nella pianificazione urbanistica della futura capitale, la chiesa sorgerà a poca distanza dalla grande moschea nazionale, riprendendo il modello di Giacarta dove la cattedrale cattolica di Nostra Signora dell’assunzione e la moschea Istiqlal sorgono l’una di fronte all’altra, sulla medesima strada, e sono unite dal «tunnel della fraternità», un sottopasso stradale che vuole esprimere concretamente l’armonia religiosa.

Il nuovo presidente Prabowo Subianto, dal canto suo, ha promesso di continuare a sviluppare Nusantara, confermando un investimento infrastrutturale che, secondo stime governative, comporta un impegno economico di 32 miliardi di dollari e che dovrebbe durare almeno un quadriennio.

Brics e mondo multipolare

Su questo punto nodale si intrecciano delicati rapporti di politica estera: da un lato è rilevante il fatto che Indonesia, Thailandia e Malaysia siano diventati, a partire dal 2025, partner ufficiali dei paesi Brics (il raggruppamento fondato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), primo passo verso la piena adesione.

Giacarta aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di diventare membro a pieno titolo dei Brics, nell’ottica di promuovere «un ordine globale multipolare», ribadendo una politica estera piuttosto indipendente. Il che potrebbe anche significare voler rafforzare l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico (Asean), e comunque non lasciarsi ingabbiare da una delle due potenze che si contendono l’egemonia nell’Indopacifico, gli Usa e la Cina.

Proprio sulle aziende cinesi Prabowo conta per poter completare il gigantesco piano di investimenti per la nuova capitale: un modo concreto per ribadire che la Cina resta un partner strategico ed economico di primo piano.

Fedele alla sua storia, quando fu fondatrice del Movimento dei paesi non allineati durante la Guerra fredda, l’Indonesia sembra ricalcare lo schema di nazione «libera e attiva», non schiacciata su nessun blocco politico.

Dalla periferia globale, Nusantara guarda con attenzione la realtà dei nuovi equilibri internazionali.

Sul versante interno, però, in un Paese tanto variegato e plurale, si riaffacciano le spinte centrifughe dei suoi diversi territori, per attenuare le quali, al tempo dell’indipendenza nel 1949, venne elaborato il motto nazionale «Unità nella diversità».

Tutto si gioca nel rapporto tra centro e periferia.

Paolo Affatato


Archivio MC

 




Taiwan. L’isola dei record


La storia di Taiwan è molto speciale. Racconta di dominazioni straniere, invasioni e ribellioni. Oggi ha una sovranità de facto, ma non è riconosciuta. Eppure resta un tassello fondamentale di economia e geopolitica mondiale. E la Cina vorrebbe ridisegnare il suo futuro.

«Penso che oggi il livello di democrazia a Taiwan sia buono, e che le elezioni siano libere ed eque. Il sistema di conteggio dei voti è davvero unico, aperto e trasparente. Non c’è paura di elezioni truccate. Ma quello che succede è, ancora una volta, il rischio d’influenza della Cina, che cerca di minare la nostra democrazia».

Chi parla e Brian Hioe, 32 anni, giornalista e attivista, tra i fondatori di New Bloom, sito d’informazione, ma anche spazio fisico per incontri e dibattiti, nato nel 2014 a Taipei. Era l’indomani della creazione del Movimento dei girasoli, composto per lo più da studenti, che nel marzo 2014 occupò pacificamente il Parlamento di Taiwan per protestare contro un accordo con la Cina comunista. Brian era uno di loro.

Lo incontriamo nella sede del New Bloom, nel Wanhua district di Taipei, quartiere dove osserviamo il contrasto tra grattacieli e vecchie case, allestimenti ultra moderni e ristoranti addobbati con file di lanterne accese. Quasi a ricordarci che modernità e tradizione in questo Paese vanno appaiati.

Primato di democrazia

Scorrendo la classifica dell’indice di democrazia (il Democracy index) stilata ogni anno dal settimanale britannico The Economist per valutare il livello democratico degli Stati del mondo, troviamo una sorpresa. Taiwan, il «non stato» (ha rapporti diplomatici solo con 12 piccoli Paesi, il più importante dei quali è il Vaticano), è la prima democrazia asiatica, ed è al decimo posto della classifica totale di 169 paesi studiati. È seguita, a livello continentale, da Giappone (16° posto) e Corea del Sud (22°), gli unici tre Paesi asiatici nella sezione «democrazie complete». Gli Usa sono al 29° posto e l’Italia al 34°, entrambi nella sezione «democrazie imperfette» (dati del 2023).

Ma Taiwan è una democrazia giovane, ha vissuto quaranta anni di legge marziale sotto un regime dittatoriale molto duro e ha iniziato un percorso democratico solo alla fine degli anni Ottanta, per arrivare alle prime elezioni libere nel 1996.

Storia di dominazione

Dopo la Seconda guerra mondiale, il Giappone sconfitto restituì Taiwan e le isole Penghu alla Repubblica di Cina, la quale, in quel momento, aveva Pechino come capitale e Chang Khai-shek come presidente.

Il Giappone aveva ottenuto Taiwan nel 1895 dall’allora impero cinese della dinastia Qing, dopo averlo sconfitto nella seconda guerra sino-giapponese. Aveva poi impostato un colonialismo improntato sullo sviluppo e l’assimilazione degli abitanti alla cultura giapponese.

I repubblicani di Chang, guidati dal partito unico Koumintang (Kmt), la occuparono instaurando subito un regime repressivo nei confronti delle popolazioni locali.

Taiwan

A fine febbraio del 1947 un episodio di violenza dei nuovi incaricati del monopolio di tabacco, contro una venditrice ambulante di sigarette, causò un morto e fece scattare una sollevazione generalizzato in tutta l’isola. Era guidato da correnti delle élite locali anche molto diverse tra loro. Si aprì una negoziazione con il governatore imposto dal Kmt, ma i rapporti di forza cambiarono con l’arrivo di un grosso contingente militare dal continente che represse nel sangue la rivolta. Tra i 20 e i 28mila (a seconda delle fonti) taiwanesi furono uccisi nelle settimane che seguirono.

Oggi la data di inizio della rivolta, il 28 febbraio, è chiamata Peace memorial day ed è festa nazionale, mentre il parco nel centro di Taipei dove iniziò la protesta, la ricorda con un memoriale e un museo.

Il Kmt instaurò un regime molto duro, che sarebbe passato alla storia con il nome di «Terrore bianco». Nel maggio 1949 impose la legge marziale, che sarebbe rimasta in vigore fino al 1987. Ogni dissenso veniva duramente represso.

Intanto, sul continente, sconfitto il Giappone nel 1945, era ripresa la guerra civile tra nazionalisti guidati da Chang Khai-shek e i comunisti di Mao Zedong, che si erano temporaneamente alleati contro il comune nemico giapponese. I comunisti ebbero la meglio, e Chang Khai-shek con i suoi riparò a Taiwan nell’ottica di preparare la riconquista del continente. Sbarcò sull’isola tutto l’apparato dei nazionalisti: politici, funzionari, militari, ricchi commercianti e chi poteva permetterselo. Fu una vera invasione – iniziata di fatto con la restituzione nel ‘45 – che avrebbe cambiato gli assetti etnici e identitari di Taiwan.

La Repubblica di Cina, da quel momento ebbe capitale a Taipei, ma continuò a rivendicare i territori dalla parte continentale. A Pechino, invece, nasceva la Repubblica popolare cinese (Rpc), il primo ottobre 1949. Anch’essa considerava Taiwan e le altre isole parte integrante del proprio territorio. Iniziò così la storia delle «due Cine» o, come si sarebbe detto in seguito (e ancora oggi) dell’«unica Cina», ma senza mai specificare quale.

Un’identità in evoluzione

«Dopo il ‘49 arrivarono molti cinesi dal continente, in particolare di classe medio alta. Poi c’erano i soldati.

I giapponesi, nei cinquant’anni del loro controllo, avevano costruito strade, fabbriche di vario tipo, contribuito allo sviluppo del paese». Chi ci parla è padre Louis Gendron, gesuita canadese, a Taiwan dal 1966. Lo incontriamo a Taipei, al Tien educational center, importante scuola della sua congregazione.

«I ricchi fuggiti dal continente presero in mano le attività abbandonate dai giapponesi. Poi fu fatta la riforma agraria, e anche la gente di campagna iniziò a vivere un po’ meglio. I taiwanesi sono stati parecchio influenzati dai giapponesi. Ad esempio, quando sono arrivato io, gli anziani parlavano il giapponese oltre al taiwanese, mentre il cinese mandarino non era diffuso».

Con «taiwanese» spesso si intende la lingua hoklo (hokkienese), dell’omonimo popolo originario della provincia del Fujian (Sud Minnan, sul continente al di là dello stretto di Taiwan), migrato sull’isola a partire dal XVII secolo. Anche il gruppo etnico Hakka, del Nord della Cina, è arrivato a Taiwan nei secoli passati e la sua lingua oggi è parlata soprattutto al Sud.

Non bisogna dimenticare i popoli originari dell’isola, appartenenti a varie etnie austronesiane. A livello ufficiale, oggi sono riconosciuti sedici popoli e altri hanno richiesto il riconoscimento formale. Parlano lingue diverse e hanno culture differenti tra loro. Sono circa mezzo milione, il 2% dei 23,5 milioni di taiwanesi.

«Nei secoli (prima del ‘45), Taiwan era abitata da popolazioni aborigene, ognuna con la propria lingua e fede, ma nessuna in grado di conquistare l’intera isola», ci aveva detto in un precedente incontro padre Jeffrey Chang, professore all’università cattolica a Fu Jen.

Continua Gendron: «Solo dopo il 1949 il mandarino ha preso piede, con l’arrivo dell’ondata dal continente, mentre il Kmt ha proibito di parlare in taiwanese a scuola». In questo periodo, e nei decenni successivi, i taiwanesi (ovvero gli abitanti presenti prima del ‘45) furono discriminati. Ad esempio non potevano accedere al pubblico impiego, a cariche pubbliche o all’esercito.

L’identità taiwanese, è dunque un concetto piuttosto complesso che è mutato nei decenni. Interessanti sono i numerosi sondaggi sul tema. Secondo quello di Academia sinica (noto ente di ricerca di Taipei), alla domanda « ti senti più cinese, taiwanese o entrambi», nel 1992 il 23,7% si sentiva taiwanese, il 23,4% cinese e il 59,7% entrambi. Nel 2013 le percentuali erano stravolte: si sentivano taiwanesi il 73,7% degli intervistati, il 24,2% entrambi e solo l’1,1% ha risposto di sentirsi cinese (vedi in bibliografia Ho e Lin).

Ne abbiamo parlato con una intellettuale taiwanese, figlia di un cinese del continente giunto dopo il ‘45: «Io sono nata nel 1960. Tutti quelli che hanno più di 50 anni hanno avuto un’educazione gestita dal Kmt, quindi si sentono più cinesi. Quelli nati dopo, quando il Partito democratico progressista (Dpp in inglese) ha iniziato a contare e a diffondere una nuova interpretazione della storia e nuove ideologie, dicono di essere taiwanesi. Culturalmente non c’è conflitto con la Cina. Non ci sono migliaia di anni di odio tra di noi. È solo politica».

Lotta per la democrazia

Durante gli anni del Terrore bianco, crebbe un’opposizione di attivisti pro democrazia composta da diverse tendenze e ideologie. Seppure con grandi difficoltà, portò il Kuomintang a un percorso di graduali riforme e aperture, che si può considerare iniziato a metà degli anni Settanta.

I passaggi fondamentali restano il discorso di apertura alle riforme di Chang Ching-kuo (figlio di Chang Khai-shek succeduto al padre alla morte di questo nel 1975) nel maggio del 1986, e la fondazione del Partito democratico progressista (Dpp), il 28 settembre dello stesso anno. La legge marziale sarebbe stata ufficialmente revocata un anno più tardi, e le prime elezioni presidenziali libere si realizzarono nel 1996, con la conferma di Lee Theng-hui, già presidente designato dal Chang Ching-kuo alla sua morte (1988), il primo di origine taiwanese.

Libertà e diritti

Oggi il panorama in termini di diritti umani e libertà è più che soddisfacente.

Ci dice Brian: «A Taiwan i diritti umani sono rispettati. Ci sono associazioni, ad esempio per la protezione dei diritti dei bambini, delle donne. Questo è dovuto al contesto autoritario del passato. Ci sono temi sui quali occorre ancora lavorare, in termini di qualità, come ad esempio il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, oppure la povertà urbana».

«Penso che molto è stato fatto negli scorsi decenni sui diritti umani, ma è stata una lotta dura – prosegue Brian -. In passato si poteva essere messi in prigione arbitrariamente per nulla. Qui al New Bloom abbiamo organizzato un incontro con un ex prigioniero politico, incarcerato durante il Terrore bianco. Lui non era neppure un politico ma decisero di incolparlo per una bomba, piazzata in una biblioteca. Così si è fatto 12 anni di prigione».

Secondo Brian, uno dei motivi per cui c’è un buon livello di rispetto dei diritti umani è anche il seguente: «Oggi la Cina è la maggiore minaccia geopolitica per Taiwan, dunque Taiwan ha bisogno di differenziarsi dalla Cina. Al desiderio di proteggere i diritti, si aggiunge la volontà di mostrare che questo Paese è diverso».

Anche a livello di libertà di stampa e di espressione, Taiwan è un esempio. Ancora Brian che, come giornalista, è tra i fondatori di newbloommag.net: «Non c’è nessun tipo di restrizione sulla libertà di parola e pubblicazione, esse sono regolate dalla legge sui media. Non c’è censura. Anzi, c’è addirittura troppa facilità a essere accusati di diffamazione.

Un altro tema sono i finanziamenti cinesi ai media che operano in Taiwan e diffondono disinformazione e informazioni errate. Usano questo contesto di stampa libera, per cercare di manipolare o ribaltare le istituzioni democratiche».

Movimenti sociali

Secondo Brian le sfide sono tante, dovute al fatto che «ci sono forze antidemocratiche che cercano di tornare al passato. Spesso sono azioni connesse con la Cina, e con il Kmt, che è storicamente un partito pro Cina».

L’ex partito unico di Chang Khai-shek, nemico dei comunisti, ha sempre agito nella direzione di un maggiore dialogo con la Repubblica popolare cinese. Quando il Kmt è al potere, i rapporti infrastretto sono più distesi. Al contrario, il Dpp, spesso descritto come partito indipendentista (anche se si fa attenzione all’uso della parola indipendenza), ha posizioni di maggiore autonomia e ha sempre spinto per una identità più «taiwanese» e meno «cinese» della Repubblica di Cina.

Nel 2014, sotto la presidenza di Ma Ying-jeou del Kmt (due mandati dal 2008 al 2016), era iniziato un periodo di distensione dei rapporti con Pechino. Gli studenti e i giovani crearono il Movimento dei girasoli, e occuparono il Parlamento di Taipei (lo yuan legislativo) per 24 giorni (18 marzo – 10 aprile 2014). Si opponevano al Cssta (Cross strait service trade agreement), un trattato bilaterale che puntava a liberalizzare i flussi di capitale e di risorse umane nel settore dei servizi tra le due Cine. Il movimento riuscì, pacificamente, a paralizzare le attività parlamentari e il trattato non venne ratificato. Le motivazioni principali di chi vi aderì erano, secondo uno studio di Ming-sho Ho e Thung-hong Lin, sia il timore che la democrazia e la sovranità di Taiwan fossero in pericolo, sia la certezza che l’accordo avrebbe aumentato il divario tra i ricchi e la classe media e bassa, in particolare avrebbe reso più difficile per i giovani trovare lavoro.

L’impatto del movimento, sempre secondo lo studio, influenzò le elezioni amministrative del 2014 e quelle presidenziali nel 2016, nelle quali il Dpp vinse non solo la presidenza, con Tsai Ing-wen (rimasta poi in carica per un secondo mandato fino al 2024), ma si assicurò, per la prima volta, anche il controllo del Parlamento (68 seggi su 113).

Chi vuole la riunificazione

Non tutti, però, a Taiwan amano il Movimento dei girasoli: «Ha minato il nostro rapporto con la Cina e di conseguenza la nostra economia – commenta un docente di inglese di una cinquantina di anni -. È stato il Dpp a tramare dietro a ciò. […] Non hanno dato alcun contributo al Paese».

Secondo Brian, invece, la Cina minaccia Taiwan sotto diverse forme: «Penso che la Cina sia un pericolo reale per Taiwan. C’è un’attività navale (intorno alle isole) e anche nei cieli con i caccia, che però non vediamo (non sorvolano l’isola, ndr). È qualcosa di cui la gente è consapevole da tempo, una minaccia alla quale è abituata. Il rischio che diventi un conflitto o che le tensioni aumentino c’è, ma non è detto che i taiwanesi abbiano una sensazione diretta di questo. È chiaro che c’è stata un’escalation dell’attività militare cinese intorno a Taiwan negli ultimi tre, quattro anni, e che la tendenza è in aumento».

Gli chiediamo se pensa possibile un’invasione da parte dell’Esercito popolare di liberazione, scenario paventato, a più riprese, dai media di tutto il mondo. «È difficile prevederlo. Spesso si tratta di una narrativa iperbolica dei media. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe il più grande sbarco mai realizzato in paesi asiatici, che coinvolgerebbe decine di migliaia di soldati e mezzi. Penso a qualcosa di estremo, con molte perdite. Non sono sicuro che oggi la Rpc possa coinvolgersi in qualcosa del genere. Sarebbe molto controverso per il Partito comunista. Forse un rischio concreto è quello di un blocco navale, ovvero impedire a qualsiasi nave di raggiungere il Paese».

Brian vede la Rpc dietro a molte operazioni più sommerse: «La Cina vorrebbe prendere Taiwan senza combattere, per cui cerca di indurre i taiwanesi ad arrendersi offrendo loro incentivi economici o convincendo la gente dell’affinità culturale tra le due sponde».

Tassello di geopolitica

Non abbiamo qui parlato del ruolo geopolitico di Taiwan, che vede negli Stati Uniti il suo maggiore alleato e – in passato – finanziatore. Lo Stretto di Taiwan potrebbe diventare una zona di scontro tra le due superpotenze di oggi, Cina e Usa, oppure elemento di scambio sullo scacchiere internazionale. L’isola è strategica per la sua posizione, ma anche per essere il primo produttore al mondo di circuiti integrati ad altissima tecnologia (approfondiremo prossimamente, nda).

«La Cina non abbandonerà mai l’idea di recuperare Taiwan, ma c’è spazio per variazioni. E dipenderà molto dalle mosse del governo taiwanese», ci diceva padre Gendron.

A Taiwan la popolazione si è formata una coscienza identitaria (certo non uniforme) che spinge molti a volere difendere la propria sovranità e, non da ultimo, la propria democrazia, una delle migliori al mondo.

Marco Bello


Bibliografia

  • Valérie Niquet, Taiwan face à la Chine, ed Tallandier, 2022.
  • Stefano Pelaggi, L’isola sospesa, Luiss university press 2022.
  • F. Congiu, B. Onnis, Fino all’ultimo Stato, Carocci editore, 2022.
  • Ming-sho Ho, Thung -hong Lin, The Power of Sunflower, Cambridge Univeristy Press, 2019.

Taiwan su mc

 




Giubuti. La missione «un po’ più in là»


La missione in un contesto islamico è sfidante.  Si fa con l’esempio della vita di ogni giorno. E il dialogo si realizza nel silenzio. Le «figlie» di san Allamano sono a Gibuti da 20 anni. E si spingono dove nessuno va.

La prima grande, contundente esperienza per chi arriva a Gibuti, avviene quando si esce dall’aereo e si è sopraffatti da un caldo infernale. Il piccolo aereo, nel piccolo aeroporto della capitale, parcheggia vicino alla costruzione che, in pochi metri quadrati, racchiude il controllo passaporti, la raccolta dei bagagli e il controllo doganale. Eppure, in tutta questa piccolezza, c’è da scendere la scala dell’aereo e percorrere pochi metri sotto il sole rovente, prima di entrare, con grande sollievo, nella costruzione con aria condizionata. È il primo test di sopravvivenza a cui sono sottoposti tutti coloro che arrivano a Gibuti.

Lo raccontano anche le sorelle missionarie, con un ricordo vivo: lo vissero anche loro quando, nel 2004, arrivarono in questo Paese del Corno d’Africa, un lembo di terra desertica lambito dalle onde del Mar Rosso.

Le porte del Mar Rosso

La capitale di Gibuti ha accolto per diversi anni la comunità delle Missionarie della Consolata. Atterrate nel mese di settembre 2004, insieme a una comunità di Missionari della Consolata, le sorelle spesero un primo tempo per lo studio della realtà. Su orientamento del vescovo, monsignor Giorgio Bertin (francescano, oggi vescovo emerito), si inserirono poi nelle attività della Chiesa locale, prestando servizio alla Caritas, in un orfanotrofio e nell’ambito sanitario. Fin dall’inizio fu chiaro il tipo di annuncio del Vangelo possibile in una realtà musulmana: la carità e la testimonianza di vita. «Tutte le sorelle si sono subito gettate dentro queste attività con tanto amore e con tanta gioia», racconta suor Anna Bacchion, la decana della Consolata, ormai da più di 20 anni a Gibuti. E possiamo senza ombra di dubbio inserire anche lei in questo vortice di passione missionaria. Dopo i primi anni, nella città arrivarono altre congregazioni religiose, dedite in particolare all’educazione. La Chiesa cattolica, infatti, è molto impegnata nell’istruzione. Per l’alfabetizzazione utilizza uno speciale metodo chiamato Lec (lire, écrire, compter), e gestisce nella capitale alcune istituzioni educative di livello superiore, molto apprezzate dalla popolazione. Un giorno, però, nelle nostre missionarie sorse un’inquietudine: «Tutta la Chiesa si trova nella capitale. Noi siamo missionarie, non c’è nessuna presenza di Chiesa nel resto del Paese, perché non andiamo dove non c’è ancora nessuno?». Questa inquietudine alimentò un tempo di discernimento comunitario e – senza dare troppo nell’occhio – diventò il dinamismo della missione in Gibuti: l’andare un po’ più in là, dove non c’è la Chiesa. Lo stesso dinamismo che aveva spinto san Giuseppe Allamano a fondare due Istituti missionari per la prima evangelizzazione.

Ali Sabieh

Cittadina di circa 20mila abitanti al Sud del Paese, Ali Sabieh si trova al confine con l’Etiopia, da cui riceve l’acqua potabile, vari prodotti alimentari, e da cui arrivano tanti giovani in cerca di fortuna. Nel 2009 arrivarono ad Ali Sabieh suor Redenta Maree e suor Dorota Mostowska. Nel 2013 si trasferirà in questa cittadina tutta la comunità MC, lasciando a Gibuti solo una piccola casa, nella quale giungere quando si ritornava in capitale. Quando arrivarono, non c’era nessun cristiano ad Ali Sabieh. Ancora oggi, oltre alle sorelle e al sacerdote, c’è solo una famiglia cristiana malgascia che si trova lì per lavoro.

«L’evangelizzazione in Gibuti non si realizza facendo il catechismo. Si fa con la vita, amando e servendo le persone», afferma suor Grace Mugambi, da 12 anni nel Paese. E dai saluti per strada e i commenti ascoltati nell’ospedale, dove la missionaria lavora, si capisce che le sorelle offrono il Vangelo attraverso una vita di donazione, ed è ben accolto dalla gente. «Loro vogliono che diventiamo musulmane e si intristiscono perché non ci convertiamo», ride suor Grace.

Ma il dialogo con i musulmani è possibile in Gibuti?

«Realizziamo il dialogo nel silenzio: per esempio, i giovani che vengono nella nostra scuola di alfabetizzazione, molte volte non hanno speranza per il futuro. Con gli anni, costruiamo insieme possibilità, e loro riconoscono il valore di questo servizio».

Ad Ali Sabieh, oltre alla scuola di alfabetizzazione, le sorelle hanno aperto una scuola inclusiva, «La scuola per tutti», che raccoglie una ventina di bambini e ragazzi disabili. Inoltre, si offre un corso di taglio e cucito alle donne: sono piccoli gesti rivolti alle persone più emarginate, e sono atti che dicono molto alla gente.

Obock

Il sudore cola sul corpo a rivoli. L’umidità è alta e la temperatura estremamente elevata. Obock è l’ultimo «un po’ più in là» delle Missionarie della Consolata in Gibuti. Piccolo paese che si affaccia su uno stretto del Mar Rosso, dirimpetto allo Yemen.

Dal suo porto ogni notte partono barche che raggiungono il Paese della penisola arabica, mèta ambita dei migranti etiopici che, dopo aver affrontato la traversata del deserto gibutino, si affidano ora a barconi precari gestiti da organizzazioni criminali che assicurano l’arrivo in Yemen, ultima tappa prima di raggiungere l’Arabia Saudita. Ma non tutti arrivano, e spesso il Mar Rosso si converte in un cimitero di corpi, di sogni e di speranze. Vi ricorda qualcosa tutto questo?

Le sorelle sono arrivate a Obock nel 2020: anche qui gestiscono una scuola di alfabetizzazione, ma al loro arrivo le aule erano quasi deserte. Le famiglie (qui in maggioranza di etnia Afa) non sentivano la necessità di far studiare i propri figli. Come fare? Come suor Irene Nyaatha: andando a visitarle e spiegando l’importanza dell’istruzione. Tutto questo sotto il sole cocente. Ma i risultati non hanno tardato ad arrivare: la scuola Lec conta circa 70 alunni, con una percentuale bassissima di abbandono scolare. Come ad Ali Sabieh si offre anche un corso di taglio e cucito per donne e ragazze.

Il giorno della canonizzazione di san Giuseppe Allamano, il 20 ottobre 2024, le sorelle si sono riunite con tutta la Chiesa di Gibuti per celebrare la gioia della santità del Fondatore e la gioia di essere a Gibuti da 20 anni: con danze, canti e, soprattutto, con volti radiosi hanno ribadito ancora una volta che «un po’ più in là» dei nostri schemi, delle nostre comfort zone o abitudini (anche pastorali) si trovano un fratello e una sorella che attendono la Consolazione. E quando si arriva, lì si trova il Signore.

Stefania Raspo*

 *Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, dopo diversi anni in Bolivia è attualmente consigliera generale e responsabile della comunicazione per l’istituto.

 Video: 20 anni di missione in Gibuti

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Il mondo secondo Trump


Dallo scorso 20 gennaio, Donald Trump siede di nuovo alla Casa Bianca. Prima del suo insediamento, il neo presidente statunitense ha tenuto una conferenza stampa dalla quale non sono arrivati segnali confortanti per il mondo e per l’economia.

Il 7 gennaio 2025, tredici giorni prima del suo insediamento ufficiale come 47° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump ha tenuto una lunga conferenza stampa nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida.

Trump ha illustrato gli aspetti strategici del programma che intende realizzare nei prossimi quattro anni. Ebbene, in vari passaggi del suo discorso, i giornalisti presenti hanno stentato a credere alle proprie orecchie. Ad esempio, quando Trump ha dichiarato di volersi riprendere il canale di Panama e impadronirsi della Groenlandia.

Un mondo di nazioni in lotta

L’essenza della politica di Trump era già stata anticipata in campagna elettorale sotto l’acronimo «Maga», ovvero Make America great again, che tradotto significa «Facciamo di nuovo grande l’America».

Un credo politico che si iscrive fra le dottrine cosiddette «nazionaliste». Concependo il mondo come nazioni in lotta fra loro per l’egemonia, queste si pongono come obiettivo primario quello di garantire forza, prestigio e ricchezza al proprio paese contro tutti gli altri. Quanto alle divisioni sociali interne a ogni nazione, i nazionalisti fingono che non esistano e, giurando fedeltà al modello capitalista, pretendono che ricchi e poveri, lavoratori e imprenditori formino un corpo unico accomunato dal fatto di appartenere alla stessa nazione.

Al contrario, gli stranieri sono guardati tutti con sospetto, anche se, alla fine, sono divisi in due categorie: quella dei nemici, con politiche contrarie ai propri interessi, e quella degli amici, con comportamenti favorevoli al proprio arricchimento.

Non a caso la succitata conferenza stampa di Donald Trump si è aperta cantando le lodi di tale Hussain Sajwani, imprenditore miliardario degli Emirati arabi uniti che ha promesso di investire negli Stati Uniti 20 miliardi di dollari per l’apertura di centri informatici dedicati alla gestione dati.

In cima alla lista dei paesi nemici compilata da Trump, compare senz’altro la Cina, alla quale già nel precedente periodo di presidenza (dal 2016 al 2020), erano stati applicati numerosi dazi doganali come tentativo di limitare le sue esportazioni verso gli Stati Uniti e, quindi, la sua espansione economica.

Un agricoltore Usa con la bandiera trumpiana. Foto Laura Seaman – Unsplash.

Panama e il canale

Durante la conferenza stampa di Mar-a-Lago, il primo paese verso il quale Trump si è scagliato è stato Panama, accusato di danneggiare gli Stati Uniti in combutta con la Cina.

Oggetto del contendere è il canale che collega l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. Un canale da sempre di importanza strategica per gli Stati Uniti, tant’è che nel 1902, prima ancora che esso venisse costruito, l’esercito Usa occupò militarmente l’area da scavare per assicurarsi la possibilità di controllare l’opera. Il canale entrò in funzione nel 1914 e rimase sotto gestione statunitense fino al 1999, allorché diventò di proprietà del governo panamense in virtù di accordi di cessione firmati nel 1977 dall’allora presidente Jimmy Carter (recentemente scomparso).

Per una ventina di anni l’amministrazione del canale da parte del governo panamense è proceduta senza particolari attriti con gli Stati Uniti, con grande vantaggio per Panama sia in termini economici che occupazionali. In effetti le attività del canale contribuiscono al 7% del Pil e al 23% delle entrate governative del paese centroamericano. Da un paio di anni, però, un problema di carattere ambientale sta mettendo in crisi la via di comunicazione.

Il problema si chiama siccità da cambiamenti climatici che riduce l’apporto di acqua al canale fino a imporre la limitazione del traffico di navi che possono attraversarlo. Tant’è che oggi, ai due imbocchi del canale, ci sono lunghe file di portacontainer in attesa di poterlo attraversare.

Le conseguenze sono negative soprattutto per gli Stati Uniti, che sono i principali destinatari delle merci che attraversano il canale. Le imprese statunitensi lamentano che i ritardi nelle consegne stanno facendo aumentare i prezzi e rallentano i loro processi produttivi. E, quasi fosse una congiura internazionale, Trump se la prende con la Cina: «Il canale di Panama è gestito dai cinesi, ma noi abbiamo regalato il canale a Panama e non alla Cina che ne sta abusando: quel regalo non si sarebbe mai dovuto fare».

Incalzato dai giornalisti che chiedevano cosa pensasse di fare, Trump non ha escluso l’uso della forza militare per fare tornare il canale di Panama sotto il controllo degli Stati Uniti affinché possa essere gestito a loro uso e consumo.

Una loro presenza militare nel mezzo dell’America Centrale permetterebbe agli Usa di combattere anche un altro fenomeno, quello delle migrazioni, tema posto anch’esso ai primi posti dell’agenda di Trump. Considerato che Panama è un passaggio obbligato per tutte le rotte migratorie provenienti dall’America Meridionale, uno sbarramento militare in quel territorio ridurrebbe di molto gli arrivi al confine tra Stati Uniti e Messico.

La Groenlandia

L’aspetto sorprendente è che Trump ha ipotizzato l’uso della forza militare per annettere anche la Groenlandia. Giuridicamente una regione autonoma facente parte del Regno di Danimarca, la Groenlandia è un’immensa isola, la più grande non continente, situata in zona artica. Vi abitano soltanto 56mila persone concentrate soprattutto nella parte sud, essendo la restante parte del paese coperta da una calotta glaciale che si estende sull’80% della superficie.

Gli Stati Uniti sono già presenti in Groenlandia fin dalla seconda guerra mondiale con una base aeronautica, la Pituffik Space Base, che si trova a 1.500 chilometri dal Polo Nord. Ma oltre che per motivi militari, la Groenlandia sta diventando appetibile anche per ragioni economiche da quando la tempera-

tura terrestre ha cominciato a salire.

Nel suo sottosuolo, infatti, si trovano non solo gas e petrolio, ma anche numerosi minerali molto ricercati dalle moderne tecnologie come litio, grafite e anche uranio. Fino a ora era impensabile cercare di estrarli a causa dell’enorme strato di ghiaccio che ricopre i giacimenti, ma con l’innalzamento delle temperature questo scoglio si va riducendo.

Per la stessa ragione sta assumendo importanza strategica anche il Mar Artico, il mare del Polo Nord, su cui la Groenlandia si affaccia assieme alla Russia, al Canada e all’Alaska. Se il mare si libera dal ghiaccio, può diventare navigabile per gran parte dell’anno, accorciando le distanze fra America del Nord, Asia ed Europa.

Per la verità già durante il precedente mandato presidenziale Trump aveva avanzato l’offerta di comprare la Groenlandia in linea con quanto aveva già tentato di fare Truman nel 1946.

La Danimarca, però, ha sempre opposto un fermo rifiuto e ora Trump minaccia non solo l’occupazione militare, ma anche potenti ritorsioni doganali pur di piegare la volontà del piccolo stato europeo.

Donald Trump. Foto TheDigitalArtist – Pixabay.

Il Canada

Nel suo discorso di Mar-a-Lago Trump ha scagliato la propria ira nazionalcapitalista anche contro Canada e Messico, paesi con i quali fino al 2020 aveva un accordo di libero scambio (il Nafta), poi trasformato, proprio durante la sua prima presidenza, in accordo di collaborazione (noto come Usmca) su punti specifici come agricoltura, flusso di lavoratori e brevetti. Temi tutti rigorosamente normati a principale vantaggio degli Stati Uniti.

Ciò non di meno, Trump rimprovera al Canada di continuare a vendere troppi prodotti agli Stati Uniti, contribuendo a rafforzare il debito commerciale che il paese a stelle e strisce ha verso il resto del mondo. Nel 2023, le merci canadesi hanno rappresentato circa un settimo del disavanzo commerciale statunitense, che complessivamente ammonta a 773 miliardi di dollari (dati Bea-U.S.Department of commerce).

«Ci mandano centinaia di migliaia di auto facendo un sacco di soldi. Ci mandano un sacco di altre cose di cui non abbiamo bisogno. Non abbiamo bisogno delle loro auto, né di altri prodotti. Non abbiamo bisogno del loro latte», ha detto Trump ai giornalisti riferendosi al vicino nordamericano.

Quindi, invece di chiedersi perché gli statunitensi comprano le merci canadesi, Trump ha partorito l’idea di risolvere il problema contabile facendo diventare il Canada un territorio statunitense.

Non a caso il giorno dopo la conferenza stampa di Mar-a-Lago, Trump ha pubblicato su una sua pagina social la cartina degli Usa comprendente anche il Canada ormai definito come 51° stato degli Stati Uniti d’America. Bontà sua, Trump ha escluso di voler piegare il Canada con l’esercito, dichiarando di volersi limitare all’impiego delle armi economiche.

Il Messico

Passando al Messico, Trump ha detto: «Abbiamo un grande deficit commerciale con il Messico, motivo per cui lo aiutiamo tantissimo».

«Il paese – ha spiegato il neo presidente – è gestito essenzialmente da cartelli criminali e noi non possiamo permetterlo. Il Messico è davvero nei guai, un sacco di guai». Poi si è buttato su una rivincita di tipo lessicale: «Cambieremo il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America».

Lanciando – infine – la stoccata finale: «Il Messico deve smetterla di permettere a milioni di migranti di penetrare nel nostro paese».

La Nato e le spese militari

Durante la conferenza stampa Trump ne ha avuto anche per gli alleati Nato, essenzialmente i paesi europei. Dichiarandosi di nuovo stufo di farsi carico della loro difesa, Trump è tornato a dire che gli alleati devono innalzare le loro spese militari. E se durante il suo primo mandato aveva chiesto che fossero portate al 2% del Pil, nel discorso di Mar-a-Lago ha spostato l’asticella ancora più in alto: «Io penso che la Nato si meriti il 5%. Non ce la può fare se rimane al 2%. […] Tutti i paesi Nato […] devono attestarsi al 5%».

Al momento, tuttavia, neppure gli Stati Uniti dedicano agli armamenti una quota di Pil tanto alta, arrivando al 3,4%. Fra i paesi Nato, solo la Polonia va più su con il 4,1%, seguita dall’Estonia con il 3,43%. Allora sorge il dubbio che la vera intenzione di Trump sia quella di annunciare al mondo l’intendimento di voler alzare ulteriormente la spesa militare degli Stati Uniti incurante del fatto che già oggi rappresenta il 38% dell’intera spesa mondiale (dati Sipri).

Dove sta andando

la democrazia? Nel complesso a Mar-a-Lago molti hanno visto un Trump ancora nelle vesti del candidato sguaiato che voleva aumentare il proprio consenso tra un popolo becero, piuttosto che un uomo di Stato che dal 20 gennaio governa il Paese più potente del mondo. Certi discorsi, tuttavia, non andrebbero fatti sotto nessun tipo di veste e il fatto che tanta gente vada dietro a chi le spara più grosse lascia molti dubbi su cosa, al giorno d’oggi, sia diventata la democrazia.

Francesco Gesualdi

 




Microfinanza, successi e correzioni


Il microcredito e, più in generale, la microfinanza sono strumenti spesso utilizzati nella cooperazione. Ma quanto sono serviti finora per fare uscire le persone dalla povertà? E cosa si potrebbe fare per renderli più efficaci?

Circa 1,4 miliardi di adulti nel mondo non hanno un conto presso un istituto finanziario o un fornitore di moneta mobile, cioè un servizio che permette di ricevere e inviare denaro con telefono cellulare anche senza un conto bancario di supporto. Lo riferisce il più recente rapporto (2021) della Banca mondiale sull’inclusione finanziaria@, che riporta l’analisi dei sondaggi effettuati su una popolazione di circa 128mila adulti intervistati in 123 paesi durante la pandemia da Covid-19.

Il rapporto sottolinea anche come questo dato sia in calo rispetto ai 2,5 miliardi del 2011 e agli 1,7 miliardi del 2017. Se nelle economie ad alto reddito quasi tutti gli adulti (96%) hanno un conto, le persone che non accedono a nessun servizio finanziario si concentrano nei paesi a basso reddito, nei quali ad avere un conto è solo il 39% degli adulti. Quasi la metà degli esclusi da questi servizi appartiene al 40% più povero delle famiglie e poco più della metà – cioè 740 milioni di persone – vive in sette paesi: India, Cina, Pakistan, Indonesia, Nigeria, Egitto e Bangladesh@.

Tre su quattro degli adulti esclusi dai servizi finanziari sono donne.

Uno degli strumenti con cui, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è cercato di ampliare l’accesso ai servizi finanziari per la fascia più povera della popolazione, è il microcredito e, più in generale, la microfinanza. L’esempio forse più noto è quello della Grameen Bank fondata nel 1983 da Muhammad Yunus, economista, imprenditore, attivista insignito nel 2006 del premio Nobel per la pace e da agosto 2024 primo ministro del Bangladesh.

Secondo alcune stime, le persone che usano servizi di microfinanza sono fra 150 e 200 milioni.

Per mettere un po’ di ordine fra i concetti ci appoggiamo all’estesa conoscenza del settore di Matteo Pietro Cortese, socioeconomista specializzato in finanza rurale, oggi consulente Fao con passati incarichi all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), Fondazione Cariplo, KfW e all’Ong Cisv.

Chioschi di Mpesa e Airtel

Microcredito e microfinanza: definizioni

«Cominciamo dalla microfinanza», spiega Matteo al telefono, «che è uno strumento per fornire servizi finanziari a persone con basso reddito che hanno difficoltà ad accedere al settore finanziario tradizionale»: non riescono ad accedere a servizi formali (in particolare ai prestiti) perché, ad esempio, non sono in grado di fornire garanzie come un titolo di proprietà o un contratto di lavoro, condizione molto frequente nei Paesi a basso reddito.

Il microcredito, continua Cortese, è una parte della microfinanza; questa, però, oltre al credito include anche il risparmio, le assicurazioni e le rimesse inviate dai migranti alle proprie famiglie.

La microfinanza è generalmente associata al formarsi di gruppi di autofinanziamento, che nei Paesi a basso e medio reddito «prendono principalmente due forme: le associazioni di risparmio e credito a rotazione, e le associazioni di risparmio e credito ad accumulazione, rispettivamente Rosca e Ascra nell’acronimo inglese».

Su questa suddivisione lo studioso di riferimento è Frist J. A. Bouman, dell’università di Wageningen, Paesi Bassi, che in un suo lavoro del 1995@ spiega come la principale differenza fra i due tipi di associazione sta nel fatto che, nel sistema Rosca, il fondo si forma raccogliendo il contributo dei membri – che può essere settimanale, mensile o avere altra cadenza concordata – e incomincia subito a ruotare, cioè a essere utilizzato da un membro a turno; non ci sono interessi sul prestito e il sistema dura finché l’ultimo membro non ha concluso il proprio turno. Nel sistema Ascra, invece, i fondi non vengono subito ridistribuiti, ma vengono prima accumulati, in genere per un periodo tra i 3 e i 12 mesi, per poi essere presi in prestito anche da più membri contemporaneamente e con tassi di interessi mensili che possono variare tra il 5 e il 15%.

Rotazione e accumulo, alcuni esempi

«Un sistema Rosca tipico dell’Africa occidentale è la tontine e, semplificando molto, funziona così: cinque persone mettono cinque euro ciascuna sul tavolo, così da creare un “piatto” da 25 euro, che la prima persona prende subito in prestito.

Nel secondo giro le stesse persone mettono di nuovo cinque euro ciascuna e sarà un secondo membro a prendere il totale in prestito. Il meccanismo continua così per cinque giri di riempimento del “piatto”, finché non si arriva al quinto membro: mentre i primi quattro hanno avuto un credito, l’ultimo ha di fatto solo realizzato un risparmio, riprendendosi alla fine tutti in una volta i cinque euro che aveva messo a ogni giro».

«Un’altro esempio, più vicino al modello Ascra, è quello delle associazioni di risparmio e prestito del villaggio (anche dette Vsla, Village savings and loan association in inglese), promosse in particolare nei primi anni Novanta del secolo scorso da Care International», confederazione di Ong che coordina 19 Care nazionali e un affiliato. Sono gruppi di risparmio comunitari autogestiti, composti da un numero di persone fra le 15 e le 25, che si riuniscono per risparmiare il proprio denaro, conservarlo in uno spazio sicuro – la scatola verde a tre lucchetti, diventata il simbolo dell’iniziativa – e accedere a piccoli prestiti o ottenere assicurazioni di emergenza. Dal 1991, si legge sul sito di Care, il modello Vsla ha sostenuto più di otto milioni di membri di questi gruppi, per la maggior parte donne.

Chioschi di Mpesa e Airtel

La crisi del 2010

Diversi milioni – trenta per l’esattezza – erano anche i beneficiari del microcredito nello stato dell’Andhra Pradesh, India centro orientale, quando nel 2010 i media internazionali cominciarono a dare conto di quella che poi venne chiamata crisi del microcredito. Secondo il governo indiano, riportava la Bbc nel dicembre di quell’anno@, in pochi mesi più di ottanta persone si erano suicidate perché non erano in grado di rimborsare i micro prestiti ricevuti.

Che cos’era successo? In un articolo sul New York Times del novembre precedente, Lydia Polgreen e Vikas Bajaj spiegavano@ che, se alle sue origini il microcredito era basato su gruppi di autofinanziamento sostenuti da enti no profit e sembrava una promettente via d’uscita dalla povertà, in anni più recenti il settore della microfinanza aveva attirato l’attenzione di società finanziarie non bancarie con scopo di lucro. I loro agenti, con metodi di persuasione piuttosto aggressivi, erano riusciti a convincere molti indiani a prendere micro prestiti senza informarli in modo corretto sui tassi di cambio applicati, spesso molto alti, e senza verificare che le persone coinvolte avessero la capacità reale di ripagare il debito e la preparazione necessaria per intraprendere un percorso del genere. In quei mesi, spiegava sempre a novembre 2010 un’analisi@ del think tank statunitense Cgap, molti clienti di questi enti smisero di restituire i propri prestiti, anche incoraggiati dagli incitamenti populisti di diversi politici indiani, generando così un serio rischio di collasso dell’intero settore bancario indiano, da cui proveniva l’80% del denaro prestato dalle istituzioni di microcredito ai clienti, pari all’equivalente in rupie di circa 4 miliardi di dollari.

I più poveri sono esclusi

Con il passare del tempo la situazione rientrò anche grazie a un intervento del governo dell’Andhra Pradesh, che bloccò i nuovi prestiti e ridusse i livelli di rimborso@. Ma la fiducia che la microfinanza fosse la strada verso la fine della povertà ne uscì piuttosto ammaccata.

«Nella letteratura», commenta Matteo Cortese, «non sembra esserci consenso su una correlazione tra impiego della microfinanza e l’uscita dalla povertà». Sembra inoltre ancora molto attuale un’intervista del 2012 a tre studiosi dell’università di Yale, Dean Karlan, Tony Sheldon e Rodrigo Canales, in cui il professor Sheldon afferma che chiedersi quante persone sono uscite dalla povertà grazie alla microfinanza è una domanda fuorviante e che è più utile concentrarsi su altri aspetti. «È più che altro una questione di resilienza», precisa Sheldon, invitando piuttosto a chiedersi: «Quanto sono ancora vulnerabili queste persone? Sono in grado di preservare i propri mezzi di sostentamento? Riescono a coprire le rette scolastiche, le spese mediche o le spese funerarie? La microfinanza li ha aiutati a essere più resilienti?»@.

Altro elemento da riconoscere al di là della retorica, continua Karlan, è che la microfinanza non raggiunge i più poveri, o lo fa solo in rari casi. Questo avviene ad esempio perché le istituzioni di microfinanza non sono disposte a concedere prestiti e o gestire i risparmi per importi che giudicano troppo piccoli, o perché spesso ai beneficiari è richiesto di avere già una sorta di micro impresa, o almeno un’attività già avviata, e tipicamente i più poveri non hanno niente di tutto questo.

Correzioni necessarie

Un possibile approccio per raggiungere queste persone in povertà estrema, riporta un altro studio Cgap, è il Graduation model, applicato in Bangladesh dalla Ong internazionale Brac, (Bangladesh rural advancement committee). Il modello è basato su cinque elementi fondamentali: l’individuazione dei più poveri tramite una raccolta di dati sul campo approfondita e partecipativa, il sostegno al consumo attraverso la fornitura di cibo o di denaro, il risparmio reso regolare, sicuro e accessibile, la formazione sulle competenze accompagnato da un coaching costante e la fornitura di beni, ad esempio bestiame o strumenti agricoli. L’idea di fondo è quella di fornire prima soluzioni non solo al problema del mancato accesso al credito, ma anche a tutte le altre difficoltà che rischiano di costringere un nucleo familiare a usare le risorse ottenute con la microfinanza non per migliorare la propria condizione ma per soddisfare necessità di base o rispondere a emergenze.

Ci sono anche altri aspetti da correggere se davvero si vuole migliorare l’accesso ai servizi finanziari specialmente per i più poveri, riprende Matteo Cortese. Innanzitutto, benché molte delle persone che avrebbero necessità di accedere al credito siano attive nell’agricoltura, molte istituzioni sono restie a finanziare questo settore, perché è un’attività altamente rischiosa e poco redditizia.

Sarebbe necessaria una maggiore elasticità anche da parte degli enti regolatori del sistema finanziario (le banche centrali) per evitare di sfavorire gli istituti di microfinanza che finanziano i piccoli produttori agricoli e che hanno inevitabilmente un portafoglio a rischio (Par) maggiore delle banche classiche che lavorano in ambito urbano. Limitare le operazioni degli istituti di microfinanza significa togliere risorse esattamente ai settori e agli utenti che più ne hanno bisogno. E si tratta di un bacino d’utenza notevole: riportava proprio la Bceao (Banca centrale degli stati dell’Africa dell’ovest) a novembre 2024@ che nella zona dell’unione monetaria – che comprende otto stati e ha come moneta il franco Cfa – le istituzioni di microfinanza erano 539 e, attraverso una rete di 4.921 punti di servizio che raggiungevano 18.923.770 clienti.

«I meccanismi di finanza mista (blended finance mechanisms)», conclude Cortese, «possono fare la differenza anche riguardo alla gestione del rischio in settori come l’agricoltura rurale». In estrema sintesi, il blending consiste nell’abbattere, o almeno nell’attenuare, i rischi legati agli investimenti allo sviluppo in contesti svantaggiati collegando i finanziamenti forniti dall’aiuto pubblico ai prestiti da parte di istituzioni pubbliche o di investitori commerciali, in modo da superare l’avversione al rischio di questi ultimi. Naturalmente, i benefici sono massimizzati solo se gli eventuali investimenti così attirati non vengono usati dai governi come pretesto per diminuire la propria quota di aiuto pubblico allo sviluppo.

Chiara Giovetti


Il microcredito in Costa d’Avorio

È  in fase di avviamento, in questi primi mesi del 2025, un nuovo progetto di microcredito a San Pedro, grande città portuale della Costa d’Avorio.

Finanziato da donatori privati, il progetto coinvolgerà nella fase iniziale quindici donne che partecipano già ora alle attività del Centro di animazione missionaria e alla gestione dei locali commerciali del Consolata Shop, un negozio aperto nell’agosto del 2024 per promuovere la vendita di prodotti locali, sia di artigianato che alimentari.

Le donne sono già coinvolte anche in un sistema di risparmio annuale con una struttura detta tontine, che fornirà garanzie di solvibilità in caso di mancato rimborso.

Le partecipanti saranno divise in tre gruppi da cinque e ciascun gruppo riceverà l’equivalente di 765 euro in franchi Cfa, da dividere equamente fra tutte le donne. I crediti saranno concessi con un interesse del 10% e condizioni flessibili per il loro rimborso e si punterà ad aumentare gradualmente il numero delle persone coinvolte. Il progetto prevede anche due seminari di formazione su gestione finanziaria, marketing e sviluppo e il Consolata Shop sarà poi il punto vendita per i prodotti che le donne realizzeranno.

Chi.Gio.




Il tocco delle tue mani


Sento ancora il tocco delle tue mani ruvide sui miei piedi. Mani vive, callose, come quelle di mio padre, di mio nonno. Il tuo lavare, asciugare, accarezzare la mia pelle, ha reso più sensibili i miei timpani che vibrano alle tue parole. Tu mi dici di rimanere in te.

Eppure sai che tra poco ti porteranno via, sai che domani a questa stessa ora sarai un corpo morto, disteso nel buio impenetrabile di un sepolcro.

Lo sai, eppure mi chiedi di rimanere in te.
E mi assicuri che tu rimarrai in me.

Io sono qui, tra il calore calmo delle tue mani sui miei piedi
e la visione del tuo sangue sopra un legno.

Come rimanere in te? Come rimani tu in me?

Com’è che io e te non ci perderemo?

Aprirai una strada nella morte?

Buon cammino a piedi nudi verso la Pasqua,

da amico
Luca Lorusso

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Danilo Dolci, un uomo di pace


Nato cento anni fa, il «Gandhi italiano» è stato nel nostro Paese uno dei pensatori più influenti della nonviolenza, della lotta contro la povertà e per l’emancipazione del Sud Italia. Il suo impegno sociale ed educativo, il suo metodo maieutico e partecipativo, sono attuali ancora oggi. Un libro ci spiega perché.

«Un cambiamento non avviene senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni».

Così diceva Danilo Dolci (1924-1997), uno dei pensatori più influenti della nonviolenza e della lotta contro la povertà e per l’emancipazione del Sud Italia.

Nel centenario della sua nascita, la sua figura è tornata all’attenzione del pubblico.

Per l’occasione, infatti, oltre a una serie di iniziative importanti sparse sul territorio italiano, è uscita una nuova edizione, per Altreconomia, del testo Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta. Il volume è curato da Giuseppe Barone, collaboratore di Dolci sin dal 1985, attuale vicepresidente del Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci, e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci (Trappeto, Palermo).

Danilo Dolci fu soprannominato «Gandhi della Sicilia» o «Gandhi italiano» perché dedicò la sua vita al miglioramento delle condizioni dei contadini della Sicilia adottando metodi nonviolenti. Utilizzò, infatti, il digiuno, ed elaborò il metodo maieutico reciproco per costruire le soluzioni dei problemi sociali insieme alle persone direttamente coinvolte.

Un esempio di democrazia dal basso che oggi, in un momento di grande scollamento tra i cittadini e politica, ritrova la sua attualità.

Biografia di un nonviolento

Il testo di Giuseppe Barone raccoglie una serie di scritti che documentano la vita e le opere di Dolci, e include interviste e testi poco conosciuti che mettono in luce la profondità del suo pensiero e del suo impegno in vari ambiti della società.

Oltre alla biografia di Dolci, nel volume troviamo un ricordo di Luca Baranelli, un’intervista di Mauro Valpiana allo stesso Dolci, nella quale l’intervistato denuncia il rapporto mafia-politica e il riemergere del fascismo già nel 1995, non solo in Sicilia, ma nelle maglie dello Stato.

Di grande interesse sono anche i testi tratti da alcune delle più importanti opere di Dolci come Per una rivoluzione nonviolenta, Dal trasmettere al comunicare e Il metodo maieutico reciproco, dove compie un’attenta analisi della realtà nella quale lavora e illustra il suo impegno sociale ed educativo ispirato alla nonviolenza.

Se c’è una metafora che può indicare l’azione di Danilo Dolci è senz’altro quella della domanda. Attraverso le domande, infatti, egli scavava con bambini e adulti nel terreno dei bisogni e creava con loro le possibili risposte che diventavano progetto politico.

Solo allora intraprendeva mobilitazioni e contatti con i politici del momento, ottenendo anche importanti risultati come la costruzione della diga sul fiume Jato, nella Sicilia Nord occidentale.

Senza dimenticare la creazione del Centro educativo di Mirto (Messina), una scuola immersa nella natura, costruita a misura di bambino.

Basti pensare che ogni aula ha tre entrate che danno tutte sulla campagna, le finestre sono basse, in modo che ogni bambino, anche da seduto, possa vedere fuori, i banchi disposti a cerchio in modo che ci sia coerenza tra il metodo maieutico e la struttura.

Solo così si può passare da una scuola incentrata sul «trasmettere» a una scuola che vuole «comunicare» e costruire un sapere condiviso, basato sull’interesse nei confronti del mondo, così naturale nei bambini e così schiacciato negli adulti.

Un libro da sorseggiare, da assaporare, da leggere insieme perché possa diventare di nuovo realtà.

Rita Vittori
Centro studi Sereno Regis


Piccola bibliografia

  • https://danilodolci.org/
  • www.borgodanilodolci.com/
  • Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Sellerio editore, Palermo 2009, pp. 433, € 15,00.
    • Un libro tramite il quale Dolci voleva far conoscere le condizioni in cui versava nel secondo dopoguerra la popolazione della Sicilia fatta di banditi, cioè esclusi dalla società.
  •  Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda edizioni, Milano 2011, pp. 295, € 18,00.
    • Pubblicato per la prima volta nel 1988, in questo saggio Danilo Dolci denuncia i danni causati in ogni ambito da rapporti unidirezionali, trasmissivi, violenti, e propone l’alternativa della comunicazione, della maieutica reciproca, della nonviolenza.
  • Danilo Dolci, Inchiesta a Palermo, Sellerio editore, Palermo 2013, pp. 378, € 18,00.
    • È un’inchiesta su quelli che si industriano e si arrangiano, cioè i disoccupati di Palermo alla fine degli anni 50. Una massa di persone che viveva ai margini della società e in uno stato di degrado.
  •  Danilo Dolci, Processo all’articolo 4, Sellerio editore, Palermo 2011, pp. 425, € 15,00.
    • Danilo Dolci racconta lo «sciopero alla rovescia» nel quale guidò un gruppo di braccianti alla ricostruzione di una strada abbandonata nei dintorni di Partinico e per il quale venne arrestato nel 1956. Descrive cosa accadde nelle piazze, nei tribunali, nelle stanze di polizia. È un documento prezioso per capire quanto fosse dura la strada per affermare la democrazia repubblicana in Italia in quegli anni.
  • Danilo Dolci, Il potere e l’acqua, Melampo editore, Milano 2010, pp. 94, € 12,00.
    • In questo scritto emerge l’esperienza di Danilo Dolci con le popolazioni siciliane sul tema dell’acqua: risorsa fondamentale che può diventare strumento di potere con cui creare disuguaglianze e manipolazioni dell’ordine sociale.
  •  Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Documentazione di un’esperienza educativa, Edizioni Mesogea, Messina 2018, pp. 301, € 19,50.
    • È una delle più belle testimonianze dell’impegno educativo di Danilo Dolci all’indomani delle lotte per la diga sullo Jato e di fronte alla spaventosa situazione delle scuole dei territori colpiti dal terremoto.