
Ossa umane carbonizzate, teschi, montagne di scarpe (circa quattrocento paia) e indumenti. Fosse comuni e (forse) forni crematori. Un vero e proprio «campo di concentramento e sterminio» della criminalità organizzata messicana. La scoperta è avvenuta nel Rancho Izaguirre, comunità La Estanzuela, comune di Teuchitlán, Stato di Jalisco, a meno di cento chilometri da Guadalajara, la capitale dello Stato.
È stata resa pubblica, nei primi giorni di marzo, dai membri del «colectivo Guerreros buscadores», un’organizzazione di comuni cittadini impegnati nella ricerca delle persone scomparse. Un problema talmente grave che, dal 2017, in Messico opera la «Comisión nacional de búsqueda» (Cnb), un organismo governativo istituito per «coordinare le azioni di ricerca, localizzazione e identificazione delle persone scomparse».
I numeri sono impressionanti: dalla metà del secolo scorso si sono perse le tracce di 123.808 persone. Nel 2023 sono state 9.674, nel 2024 si è arrivati a 13.515, il che rappresenta un aumento del 39,7 per cento.
Un altro numero drammatico, direttamente collegato ai desaparecidos, è quello dei morti senza nome. Negli obitori del Messico, infatti, si trovano più di 72.100 corpi non identificati. Questa situazione «costringe migliaia di famiglie a recarsi da un obitorio all’altro per scoprire indizi che conducano ai loro cari».

Tutto fa pensare che il «narcocampamento» (o «narcorrancho») di Teuchitlán appartenga al «Cártel Jalisco nueva generación», forse l’organizzazione criminale più potente del Messico, diffusa in tutto il Paese e con diramazioni anche in altri stati latinoamericani. Il Cartello di Jalisco è attivo soprattutto nel narcotraffico e nella tratta dei migranti e trova nel «Cártel de Sinaloa» il suo principale avversario. Al momento, si ipotizza che, nel rancho Izaguirre, abbiano trovato la morte varie decine di persone, probabilmente tra le duecento e le quattrocento.
Il clamore suscitato dalla scoperta ha dato la sveglia alle autorità politiche e di polizia accusate da più parti di sapere ma di non aver fatto nulla.
Anche la Conferencia del episcopado mexicano (Cem) è intervenuta con un comunicato dai toni duri, sottolineando la «irresponsabile assenza delle autorità nell’affrontare uno dei problemi più critici che affliggono il Paese: la scomparsa delle persone». Accanto a questa accusa, i vescovi hanno applaudito l’opera straordinaria «delle madri ricercatrici e delle diverse organizzazioni civiche che, spinte dal loro dolore, dal loro coraggio e dalla loro tenacia, sono quelle che realmente progrediscono nella ricerca dei loro cari e fanno scoperte decisive che mantengono vivo il grido di giustizia».
Intanto, sabato 15 marzo, è stato lutto nazionale con manifestazioni in quasi venti città messicane, da Guadalajara a Città del Messico. Davanti ai palazzi governativi sono state portate candele e scarpe a ricordo degli scomparsi. La gente innalzava cartelli con messaggi come questo: «México no es un país, es una fosa».
Paolo Moiola