Kenya. I giovani contro la finanziaria e la corruzione
Quella di quest’anno è un’estate di fuoco per il Kenya. Nelle settimane scorse il Paese africano ha assistito a un’escalation di proteste legate a questioni di giustizia sociale, economia e diritti umani. Le proteste hanno coinvolto studenti, lavoratori e attivisti, che hanno espresso il loro dissenso, anche violento, contro le politiche del governo o contro specifiche ingiustizie percepite.
Il pretesto delle manifestazioni è stato il Finance Bill 2024 (la legge finanziaria del Paese), una norma che proponeva aumenti delle tasse su beni e servizi essenziali, tra cui olio da cucina e pane, con l’obiettivo di raccogliere 2,7 miliardi di dollari di entrate in un contesto di diffusa insoddisfazione per le pratiche di spesa del governo, compreso un budget di 7,8 milioni di dollari per i lavori di ristrutturazione della State House (la residenza ufficiale del presidente William Ruto). Dietro le manifestazioni, c’è però anche un diffuso malcontento per la corruzione endemica e la mancanza di trasparenza nelle istituzioni governative nella gestione dei fondi pubblici. Ma anche l’esigenza di giustizia sociale ed economica. Le disuguaglianze economiche e la mancanza di opportunità per le fasce più povere della popolazione hanno sollevato richieste di riforme nel sistema economico e di miglioramenti nelle condizioni di vita.
La risposta del governo è stata segnata dalla brutalità della polizia, che ha provocato numerose vittime (almeno 41), inclusa la morte di giovani manifestanti come Rex Kanyike Masai e Evans Kiratu. Questi incidenti hanno suscitato ulteriore indignazione e solidarietà tra i keniani, sia offline sia online. I social media hanno, infatti, svolto un ruolo cruciale nell’organizzazione del sostegno e nella raccolta di fondi per le famiglie delle vittime, dimostrando l’abilità digitale delle generazioni più giovani nel mobilitare e sostenere azioni di protesta.
Questo approccio di mutuo aiuto ha contribuito a mantenere l’indipendenza e la trasparenza del movimento, evitando le accuse di finanziamenti esterni spesso utilizzate dal governo per delegittimare tali proteste. Le proteste sono inoltre state caratterizzate dall’assenza di un organismo organizzatore centrale. Questa struttura decentralizzata ha consentito un’ampia partecipazione tra diversi dati demografici e regioni senza essere facilmente politicizzata o cooptata dal governo.
Componenti della Conferenza episcopale del Kenya (Kccb) riuniti per redigere un comunicato sulla rivolta (15 luglio 2024).
Di fronte a queste proteste, la Chiesa cattolica keniana – guidata dall’arcivescovo Maurice Muhatia Makumba – lo scorso 15 luglio ha reso pubblico un documento riguardante le manifestazioni e il contesto socio-politico del Paese. La nota esprime preoccupazione per la situazione attuale in Kenya, condannando l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità contro i manifestanti e sottolineando l’importanza del dialogo e della pace. L’episcopato keniano ha ribadito l’importanza del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come il diritto di manifestare pacificamente. Ha anche invitato tutte le parti coinvolte a cercare soluzioni attraverso mezzi non violenti e negoziati.
Inoltre, affronta questioni di giustizia sociale e richiama l’attenzione sulla necessità di riforme che garantiscano un’equa distribuzione delle risorse e la lotta contro la corruzione. La Chiesa cattolica in Kenya si è impegnata a lavorare con tutte le componenti della società per promuovere la riconciliazione e la coesione nazionale.
Nel complesso, le proteste estive in Kenya hanno evidenziato un cambiamento nel panorama politico del Paese, spiegano gli analisti politici, con i giovani keniani che hanno sfruttato la tecnologia e la propria organizzazione di base per chiedere al governo responsabilità e giustizia economica.
I disordini hanno anche sottolineato il crescente malcontento nei confronti del presidente William Ruto il quale, pur avendo responsabilità personali per la situazione attuale, ha ereditato una macchina pubblica malfunzionante e un’economia nazionale in difficoltà. Al momento, la scelta del presidente è stata quella di licenziare gran parte del suo governo.
Enrico Casale
Vietnam. Il Partito comunista perde il suo (potente) segretario
Il 19 luglio alle 13,38, ora locale, è morto ad Hanoi Nguyen Phu Trong, segretario generale del Partito comunista del Vietnam. Era ricoverato da tempo all’ospedale militare per una malattia non precisata, e il giorno prima, visto l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, i suoi poteri erano stati passati ai interim al presidente della Repubblica, To Lam.
Nguyen Phu Trong aveva compiuto 80 anni ad aprile ed era segretario generale dal 2011, rieletto nel 2016 e poi, di maniera inusuale, per un terzo mandato nel 2021. è anche stato presidente della Repubblica dal 2018 al 2021.
Era l’uomo forte del Paese, sia per la carica che occupava, sia perché è stato il segretario generale che è durato più a lungo (dopo Le Duan, 1960-1986) e ha più inciso su vari aspetti della vita del Vietnam. È stato anche descritto come l’uomo politico vietnamita più influente del XXI secolo, o addirittura il maggiore dopo Ho Chi Minh, il padre della patria.
Tra i suoi successi più significativi la lotta contro la corruzione, interna al partito e al governo, fino dal 2013, portando il paese dal 113° posto del 2016 all’83° nella classifica della percezione della corruzione dell’Ong Transparency international.
Ha anche influenzato molto le aperture economiche del Vietnam moderno, grazie alla firma di svariati accordi di libero scambio con paesi e aggregazioni di Stati della regione e del mondo.
A livello diplomatico ha sviluppato i rapporti con la Cina e, soprattutto, ha guidato un’apertura verso gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato il primo capo di partito vietnamita a fare una visita ufficiale negli Usa, accolto da Barak Obama alla Casa Bianca.
Il partito non ha ancora dichiarato il periodo di lutto nazionale, mentre si apre la corsa alla sua successione. Uno dei favoriti è proprio il presidente To Lam.
Marco Bello, da Hanoi
Eritrea. Trent’anni di Afewerki
L’Italia e l’Eritrea tornano amiche? Quale senso ha il riavvicinamento del governo di Roma a quello di Asmara? La domanda è rimbalzata più volte tra giornalisti, analisti, studiosi a partire da gennaio quando il presidente eritreo Isaias Afewerki – al potere ininterrottamente dal 1993 – si è recato in Italia, su invito del governo italiano, per partecipare al Vertice Africa-Italia, tenutosi a Roma per promuovere partenariati in vari settori come l’economia, le infrastrutture, la sicurezza alimentare, l’energia, la formazione professionale e la cultura.
Sotto il profilo politico i nuovi rapporti tra Roma e Asmara sono complessi da leggere. Durante la sua visita, Afewerki ha incontrato il premier italiano Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e hanno discusso del rafforzamento dei legami bilaterali e hanno esplorato le opportunità di investimento in Eritrea. A giugno, poi, una delegazione italiana di alto livello ha visitato l’Eritrea, guidata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, con la partecipazione di varie personalità, tra cui la presidente della Commissione esteri e difesa del Senato, Stefania Craxi.
Questa visita si colloca nel contesto del cosiddetto «Piano Mattei», la strategia italiana volta a stabilizzare e sviluppare l’area del Corno d’Africa. «È difficile valutare gli effetti di queste visite – spiega Uoldelul Chelati Dirar, eritreo, professore all’Università di Macerata -. Dal punto di vista economico, l’Eritrea è un mercato piccolo, solo cinque milioni di persone, le leve economiche sono tutte in mano pubblica, non essendoci un tessuto di piccole e medie imprese. Difficile quindi valutare quali vantaggi reciproci ci possano essere in questo senso. Anche se in Eritrea, come nel resto del Corno d’Africa, c’è un generale apprezzamento per i prodotti italiani e per la capacità italiana di costruire infrastrutture (ponti, strade, dighe, ecc.)».
La situazione attuale in Eritrea è caratterizzata da «sfide» significative in termini di diritti umani, relazioni internazionali e sviluppo economico. Il governo eritreo continua a essere accusato di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, rapimenti e repressione della libertà di religione.
La leva militare obbligatoria, che spesso si traduce in un servizio di durata indefinita, coinvolge anche minorenni, e le punizioni collettive per i familiari di disertori o evasori di leva sono ancora praticate. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch denunciano queste pratiche, sottolineando come il sistema di coscrizione abbia un impatto devastante sull’istruzione e la vita dei giovani eritrei.
«Nei rapporti internazionali – continua il prof Ueoldelul Chelati Dirar – il governo eritreo da sempre gioca su più tavoli senza mai legarsi strutturalmente a nessuno. Stringe rapporti con i Paesi del Golfo, poi con gli Usa, poi, ancora, con l’Iran e ora con l’Italia. Questa politica spregiudicata ha assicurato longevità. La diplomazia dev’essere concreta. Quindi, l’Italia, avviando un dialogo, può creare un rapporto con un attore importante del Corno d’Africa. Detto questo non so quanto possa incidere sulle dinamiche dell’Eritrea e della regione. L’Italia non ha una continuità nella sua politica estera. Anche se la posizione di Roma sempre prudente è apprezzata dalle capitali dell’Africa dell’Est».
Enrico Casale
Rwanda. Sempre e solo lui, Paul Kagame
Il «presidente» uscente è stato confermato senza problemi e senza avversari. Al potere dal 2000, potrebbe rimanere fino al 2034.
Il 15 luglio 2024, i cittadini rwandesi si sono recati alle urne per eleggere il nuovo presidente (oltre che rinnovare il Parlamento). Ufficialmente, c’erano tre candidati. Ma, in realtà, si sapeva già quale sarebbe stato il risultato. E infatti, come ci si aspettava, il capo dello Stato uscente Paul Kagame si è confermato alla guida del Paese anche per i prossimi cinque anni con oltre il 99% dei voti (secondo i risultati provvisori annunciati la sera del 15 luglio).
Formalmente, Kagame è presidente del Rwanda dal 2000. In realtà, è il leader di fatto del Paese dal 1994. Prima di darsi alla politica era il comandante del Fronte patriottico rwandese (Fpr), il movimento armato di esuli tutsi che, nel 1994, aveva posto fine al genocidio. Dopo la vittoria dell’Fpr, Kagame è diventato vicepresidente e, soprattutto, ministro della Difesa: essendo il capo delle forze armate, era in grado di controllare l’intero Paese.
Nel 2000 poi, ha ufficialmente raggiunto la massima carica dello Stato e non l’ha più abbandonata. Nel 2003, 2010 e 2017, Kagame ha registrato sempre più del 90% dei consensi in tornate elettorali che, secondo osservatori indipendenti e attivisti per i diritti umani, erano ben lontane dall’essere libere e trasparenti.
Nel 2015, per ovviare al limite dei due mandati sancito dalla Costituzione, il leader dell’Fpr ha ottenuto l’approvazione di un emendamento che riduceva la lunghezza della presidenza da sette a cinque anni. In questo modo, veniva azzerato il conteggio dei mandati già svolti. Ma non solo. Kagame si era anche assicurato un’eccezione specifica per sé stesso: la possibilità di competere per un altro mandato di sette anni (quello che si è appena concluso) prima di due ulteriori da cinque. L’allora 59enne presidente si era garantito il potere fino al 2034. Cioè quasi a vita.
Nessuno stupore quindi per il 99,15% registrato al voto del 15 luglio. Dopotutto, come avvenuto anche in passato, Kagame aveva già da tempo messo fuori gioco qualsiasi sfidante pericoloso. Le candidature di Victoire Ingabire e Bernard Ntaganda, ad esempio, erano state entrambe rifiutate, sostenendo che – poiché i due stavano scontando delle vecchie condanne (politicamente motivate secondo molte organizzazioni per i diritti umani) – non potevano candidarsi.
La Commissione elettorale nazionale poi, nel vagliare le nove candidature giunte, aveva ristretto ulteriormente il cerchio. Oltre a Kagame, aveva accettato solo altri due nomi. Tra gli esclusi, figurava anche Diane Rwigara, leader del Partito per la salvezza del popolo, accusata di non aver raccolto un numero sufficiente di firme. Storica oppositrice di Kagame, già poco prima del voto del 2017 Rwigara era stata arrestata, impedendole di sfidare il presidente.
Gli unici due ammessi all’elezione sono stati Philippe Mpayimana, candidato indipendente, e Frank Habineza, leader del Partito dei verdi democratici. Entrambi avevano già sfidato Kagame nel 2017, ottenendo percentuali irrisorie (inferiori all’1%). Quest’anno non è cambiato nulla.
Una strada di Kigali, la capitale del Rwanda. Foto Andreas – Pixabay.
Il clima in cui si è tenuto il voto, apparentemente, era tranquillo. Ma in realtà, pochi giorni prima dell’elezione, Amnesty international (Ong internazionale per i diritti umani) aveva espresso la sua preoccupazione per «minacce, detenzioni arbitrarie, persecuzioni sulla base di accuse false, uccisioni e sparizioni forzate» ai danni di diversi membri dell’opposizione.
Anche i giornalisti sono attaccati. Infatti, il Rwanda è 144esimo su 180 Paesi nella classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa. Come scrive l’organizzazione, «il panorama dei media rwandesi è uno dei più poveri in Africa. I canali televisivi sono controllati dal governo o da azionisti del partito di maggioranza. La maggior parte delle stazioni radio si concentra su musica e sport per evitare problemi. Non c’è un giornale di respiro nazionale. Il giornalismo investigativo non è praticato e i giornalisti che hanno tentato di diffondere contenuti critici su YouTube o altre piattaforme online sono stati duramente condannati».
Dunque, di fronte a tali livelli di autoritarismo e repressione non ci si poteva aspettare un risultato elettorale differente. Kagame resta alla guida del Paese, ma lo aspettano mesi complessi, soprattutto in politica internazionale. Il fronte dei conflitti congolesi è sempre più caldo: un recente report delle Nazioni Unite ha denunciato la presenza illegale di circa 3mila-4mila soldati rwandesi nell’Est della Repubblica democratica del Congo. La sconfitta dei conservatori inglesi alle elezioni dello scorso 4 luglio, invece, ha sancito il blocco del controverso accordo tra Gran Bretagna e Rwanda sulla deportazione dei richiedenti asilo a Kigali.
Vedremo come affronterà tutto ciò Kagame, sempre più l’«uomo forte del Rwanda».
Aurora Guainazzi
Somalia. Un ritiro zeppo d’incognite
La Somalia è a un bivio. Imboccherà definitivamente la strada della pacificazione? Oppure è tristemente avviata a un destino simile a quello dell’Afghanistan quando si ritirarono le truppe internazionali e il Paese fu conquistato dai talebani? Le domande sono pressanti sia per la comunità internazionale sia per lo stesso governo di Mogadiscio. Il vero nodo è il ritiro di Atmis (The african union transition mission in Somalia), la missione militare dell’Unione africana che, dal 2022, sta affiancando le truppe somale assicurando il controllo di aree strategiche del Paese contro gli attacchi delle milizie fondamentaliste di al-Shabaab.
I militari della missione, prevalentemente ugandesi, burundesi, gibutini ed etiopi, hanno già iniziato una fase di smobilitazione che si concluderà a fine 2024. Alcune basi sono già state consegnate alle forze armate somale.
«Il dubbio è se le truppe somale reggeranno l’impatto di una possibile offensiva di al-Shabaab – osserva Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations -. A parte alcuni reparti speciali addestrati da Stati Uniti e Turchia (Danab e Gorgor) e altri addestrati da Emirati Arabi Uniti e Unione Europea, le forze armate somale hanno un livello assai basso di formazione. Mancano di organicità tra i reparti e non hanno armamenti, dotazioni logistiche e sistemi di trasmissioni all’altezza. Ciò li espone alla violenza dei jihadisti che, al contrario, sono bene armati e conoscono alla perfezione le tattiche della guerriglia».
Il ritiro di Atmis potrebbe essere rallentato nella sua ultima fase, in modo da assicurare il controllo di alcuni nodi strategici. «Con il ritiro di Atmis – prosegue Cok – rimane anche l’incognita delle truppe etiopi. Tra Addis Abeba e Mogadiscio i rapporti sono pessimi a causa dell’accordo firmato dall’Etiopia con il Somaliland il 1° gennaio. Personalmente credo che alcuni reparti etiopi rimarranno in Somalia. La Somalia è un anello importante per la sicurezza etiope e l’apporto etiope è fondamentale per contenere la minaccia fondamentalista».
Incontro di rappresentanti dell’Unione africana con il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, a Dhusamareb, il 24 agosto 2023. Foto ATMIS.
Nella lotta contro i jihadisti un ruolo importante è rivestito dalle milizie claniche. «I clan hanno strutture militari bene organizzate e bene armate – continua Cok -. L’offensiva condotta contro al-Shabaab nel 2022 che ha costretto i miliziani fondamentalisti a ritirarsi da molte zone, è in gran parte attribuibile agli uomini del clan Hawiye, il principale della Somalia. Sono stati loro a contrastare i jihadisti e a cacciarli da parte della Somalia centrale. Quando si tratta della sicurezza i clan hanno una grande capacità di intervenire e riportare ordine».
Detto questo, al-Shabaab è ancora una forza temibile. Economicamente forte grazie alla gestione di attività commerciali (come il traffico di carbone fossile) e ai taglieggiamenti della popolazione e degli imprenditori, ha creato una struttura militare agguerrita che controlla ampie aree nel Jubaland e nel South West State, e continua a portare attacchi alle forze armate locali. Da alcuni anni poi è presente anche una piccola cellula dell’Isis nel Puntland, al Nord della Somalia.
«Al-Shabaab – osserva Cok – è un avversario temibile per le autorità somale e i loro alleati. Non sarà né facile né immediato averne ragione. Per quanto riguarda l’Isis, per il momento è un piccolo gruppo che ha tentato di rivitalizzare, insieme alla pirateria locale, la pirateria nello Stretto di Aden. Vedremo in futuro se riuscirà o meno a prendere piede. Va detto che le relazioni tra al-Shabaab e Isis sono pessime e spesso si combattono».
In mezzo a queste dinamiche c’è la popolazione somala. «Alcuni somali – conclude Cok – cercano di essere ottimisti guardando agli aspetti migliori della situazione attuale (l’esistenza di un governo, la diminuzione dei combattimenti, ecc.), la maggior parte della popolazione però è esasperata dall’insicurezza dalla corruzione, dalla mancanza di normalità. Una situazione che è esasperata nelle ampie frange di sfollati in balia degli eventi: violenze, inondazioni. Per loro c’è scoramento e rassegnazione».
Enrico Casale
Pakistan-Italia. Gli ahmadi perseguitati incontrano il papa
Nuovo incontro in Vaticano tra il Pontefice e la minoranza musulmana perseguitata in Pakistan.
«Amore per tutti, odio per nessuno»: è il motto degli Ahmadi, una minoranza musulmana molto attiva nel dialogo interreligioso ma tuttora perseguitata in alcuni Paesi, soprattutto in Pakistan che è tra le nazioni a maggiore presenza islamica nel mondo.
Loro, con pazienza, continuano a portare avanti il loro messaggio di dialogo e di pace. Per questo Papa Francesco li ha ricevuti in Vaticano in diverse occasioni. L’ultima è stata lo scorso 26 giugno.
Il Pontefice ha accolto calorosamente i membri della comunità con cui ha da tempo stabilito un filo diretto fatto di incontri e interessi comuni, e creato un momento di profondo scambio interreligioso.
«Tra i temi affrontati, particolare attenzione è stata dedicata ai conflitti in corso e agli sforzi a cui le religioni sono chiamate per promuovere pace e confronto dialogico», riferisce la stessa Ahmadiyya Muslim Jamaat Italia. L’incontro, il terzo nel giro di due anni, è servito a rafforzare il dialogo e la cooperazione interreligiosa e a rinsaldare il rapporto diretto tra il Pontefice e questa comunità musulmana che conta circa cento milioni di fedeli nel mondo.
Durante l’udienza, Papa Francesco ha espresso gratitudine e apprezzamento per il messaggio di amore e tolleranza promosso dalla comunità Ahmadiyya.
«Crediamo fortemente nella libertà religiosa e siamo grati a Papa Francesco per il suo sostegno e l’impegno verso questo principio fondamentale», sottolinea il presidente nazionale della Comunità Ahmadiyya in Italia, Abdul Fatir Malik. L’imam riferisce che con il Papa ha parlato dei tanti conflitti in corso: «Noi abbiamo ribadito la missione della nostra Comunità, quella di avvicinare le persone a Dio nel XXI secolo, nella convinzione che solo attraverso la vicinanza a Dio e la preghiera, potranno prevalere la giustizia e la pace. Su questi temi c’è piena sintonia con il Papa e l’incontro è stato l’occasione per riaffermare i nostri reciproci impegni per promuovere questi valori».
La via della pace passa dunque anche attraverso il dialogo tra le differenti fedi.
Papa Francesco ne è convinto tanto che gli incontri interreligiosi hanno sempre un momento speciale nei suoi viaggi internazionali. È stato così nell’ultimo, quello a Marsiglia del settembre 2023, e sarà così anche nel prossimo, quello annunciato in Asia e Oceania nella prima metà di settembre di quest’anno. Giovedì 5 settembre, a Giacarta (Indonesia), per fare un esempio, Papa Francesco avrà un incontro interreligioso presso la Moschea Istiqlal.
Gli Ahmadi, come l’altra minoranza musulmana perseguitata, i Rohingya, sono molto cari al Papa. È ancora l’Imam Ataul Wasih Tariq a riferire che «durante la nostra ultima visita, il Pontefice ha tenuto a sottolineare di avere ormai stabilito un ottimo rapporto con noi».
La Comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at, fondata nel 1889 a Qadian nel Punjab, India, da Hazrat Mirza Ghulam Ahmad, un mistico musulmano autore di oltre 90 testi, è riconosciuta a livello globale per il suo impegno nei principi di pace e tolleranza. La comunità è attualmente presente in ogni continente e conta circa 100 milioni di fedeli. In Italia, gli Ahmadi sono presenti formalmente dal 1993, quando è stato registrato lo statuto dell’associazione, ma la loro presenza risale ai membri arrivati negli anni Venti. La comunità ha messo radici significative nelle città di Bologna, Milano e Roma, ed è composta da sedici comunità locali con nazionalità diverse. Gli Ahmadi sono membri attivi di Religions for Peace.
Manuela Tulli
Mozambico. Non è mediatica, ma è una guerra
C’era ottimismo a Maputo, la capitale mozambicana. La guerriglia a Cabo Delgado (Nord-est del Paese) sembrava essere stata sedata. La pressione dei soldati mozambicani e dei loro alleati ruandesi e della Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale) pareva aver messo all’angolo i miliziani di Ahlu Sunna Wal Jammah, milizia fondamentalista legata allo Stato islamico. Invece, all’inizio di quest’anno, la lotta si è riaccesa. I jihadisti hanno ripreso ad attaccare comunità, villaggi, città. A uccidere, distruggere, terrorizzare. Una violenza continua che viene perpetrata nel silenzio della comunità e dei media internazionali.
Gennaio e febbraio, riportano i missionari locali, sono stati i mesi più feroci, con una sequenza di attacchi compiuti nel distretto di Chiure, dove sono state distrutte 18 chiese cattoliche in altrettanti villaggi attaccati. Ci sono stati alcuni morti e molte persone sono state costrette a spostarsi, aumentando il numero degli sfollati interni, che ha già raggiunto la cifra di un milione. Un altro grande attacco è stato effettuato il 10 maggio quando i jihadisti hanno invaso il capoluogo del distretto di Macomia, provocando alcuni morti, danni ad infrastrutture e diffusi saccheggi. Anche il numero di vittime continua a salire. Una stima provvisoria parla di quattromila morti. La situazione umanitaria è grave. Molti campi di reinsediamento per sfollati, spiegano i missionari, rimangono privi di condizioni adeguate. Quest’anno il raccolto non è stato sufficiente e, quindi, ci sarà fame nei campi di reinsediamento degli sfollati e anche tra le popolazioni che sono tornate ai villaggi attaccati. Mancano medicine e sostegno scolastico.
La milizia islamista
Nato in Tanzania con il nome di Shabab (da non confondere con al-Shabaab della Somalia) nel 2017, il movimento ha assunto la denominazione di Ahlu Sunna Wal Jammah e ha aderito all’Isis. I motivi della diffusione di questa milizia sono complessi, osservano i missionari, si mescolano terrorismo islamico (Isis) e povertà; appropriazione illecita di risorse naturali e minerali e corruzione di alcune figure di potere che cercano un rapido arricchimento attraverso il traffico di droga; tratta di esseri umani e altre attività illecite. Ahlu Sunna Wal Jammah, per raccogliere consensi, si presenta alla popolazione come una formazione legata al territorio. Fa leva sul malcontento dei contadini che si sentono abbandonati ed emarginati dal potere centrale. Grazie al sostegno di una fitta rete di movimenti simili in Tanzania e in Rd Congo, è poi riuscito a rafforzarsi anche militarmente, contrastando con efficacia le forze armate mozambicane, ma anche i mercenari del gruppo Wagner, i soldati sudafricani e i reparti ruandesi.
Gli aiuti della Chiesa
Di fronte a questa sfida, la Chiesa cattolica è scesa in campo sostenendo più di 250mila sfollati con assistenza sanitaria, trasporti, cibo, costruzione di rifugi, sostegno scolastico, sostegno psicosociale e assistenza spirituale. La Chiesa cattolica è impegnata in questo sostegno attraverso la Caritas diocesana di Pemba, il settore emergenza della diocesi di Pemba e attraverso il coinvolgimento diretto del personale missionario nelle parrocchie in cui si trovano. Molte persone bisognose bussano alle porte di preti e suore in cerca di aiuto. «Purtroppo, da quando in Europa e in Medio Oriente sono iniziate guerre più mediatiche – commentano amari i missionari -, il nostro problema è passato in secondo piano e gli aiuti non arrivano più come una volta. Senza aiuto, la Chiesa rischia di non poter aiutare le altre vittime bisognose degli attacchi jihadisti».
Enrico Casale
Mongolia. Il lievito della democrazia
In questo 2024 di elezioni, venerdì 28 giugno è andata al voto anche la Mongolia – estesa 1,6 milioni di km2, ma con solo 3,5 milioni di abitanti (2 per chilometro quadrato) -. Si è votato per eleggere i rappresentanti del «Grande Hural di Stato», il parlamento unicamerale del Paese asiatico.
Al potere si è confermato il Partito del popolo mongolo (Man), formazione socialdemocratica nata nel 1990 dalle ceneri del partito comunista. Il Man avrà ancora la maggioranza, avendo ottenuto 68 dei 126 seggi totali (numero innalzato con la riforma costituzionale del 2023). Al secondo posto il partito democratico e, a distanza, altre tre piccole formazioni.
Schiacciato tra la Russia e la Cina, all’inizio del 1992 la Mongolia ha approvato una nuova Costituzione che ha posto le basi di un sistema democratico: multipartitismo, separazione dei poteri, riconoscimento dei diritti dei cittadini (libertà di religione compresa). Nonostante la vicinanza con i due grandi regimi totalitari, i dati delle principali organizzazioni internazionali (Freedom House, ad esempio) confermano la sua svolta democratica.
Privo di sbocchi al mare e con pochissima terra coltivabile a causa del clima rigido, il Paese è soprattutto un paese di allevatori – di pecore, capre, yak, cammelli, cavalli – nomadi o seminomadi. Ricca di risorse minerarie (carbone, rame, uranio, tungsteno, molibdeno su tutte), la Mongolia risulta molto attrattiva per gli investitori stranieri, in primis quelli della confinante Cina.
I problemi sono principalmente tre: la precaria condizione economica della maggioranza dei cittadini, la corruzione degli organi statali e le (gravi) conseguenze del cambiamento climatico.
I primi due hanno portato alle proteste di piazza del dicembre 2022, mentre i mutamenti climatici hanno reso ancora più aspro il fenomeno meteorologico noto come «dzud», ovvero un inverno particolarmente rigido (anche meno 30 gradi) e nevoso che non consente al bestiame di sopravvivere. Si calcola che quest’anno lo dzud abbia ucciso 7,1 milioni di animali, più di un decimo dell’intero patrimonio zootecnico del Paese.
Stando ai dati 2022 dell’Asian development bank, il 27,1 per cento della popolazione mongola vive sotto la linea della povertà. La maggior parte dei poveri si trova nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra quasi la metà della popolazione complessiva e che è considerata una delle città più inquinate del mondo.
Paolo Moiola
Migranti in subappalto
L’Unione europea intensifica le collaborazioni con paesi terzi per la gestione dei flussi migratori. Sono accordi costosi nei quali il rispetto dei diritti umani non è un requisito. Ne parliamo con il direttore dell’ufficio per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite.
I flussi migratori e la loro gestione sono uno dei temi più dibattuti in Europa. Per far fronte alla questione sono stati stipulati, negli anni, diversi patti tra l’Unione europea o i suoi membri e paesi terzi, soprattutto del Nord Africa e dell’Europa orientale. Questi paesi ricevono ingenti somme di denaro in cambio di un più o meno esplicito impegno nel fermare i movimenti di migranti.
Si parla di processi di esternalizzazione delle frontiere, cioè politiche volte a spostare i confini dell’Ue in paesi terzi ai quali viene subappaltato il controllo dei flussi di persone dirette in Europa. Il tutto nonostante si sappia che in questi paesi non ci sono gli stessi standard di tutela dei diritti umani.
I «patti» dell’Ue
Il «Patto su migrazione e asilo» approvato ad aprile dall’Unione europea va in questa direzione: la compartecipazione a cui i paesi Ue sono chiamati nella gestione dei flussi può essere risolta infatti con il versamento di un contributo monetario in un fondo comune che potrà essere utilizzato per finanziare progetti e patti bilaterali con paesi terzi coinvolti nei flussi. Analizzando i diversi accordi già in opera, emergono diversi dubbi sul rispetto dei diritti umani.
Tra gli accordi di più lunga data ci sono quelli con la Turchia e la Libia. L’Italia porta avanti dal 2017 un memorandum d’intesa con la Libia, Paese altamente instabile, dominato da istituzioni fantoccio e governi locali autoproclamati in un territorio disseminato di campi di prigionia, nuovi lager dove le vite dei disperati sono la base di un mercato di schiavismo e ricatti economici. Nonostante la situazione nota del Paese, l’Italia ha finanziato, formato ed equipaggiato la guardia costiera libica, ignorando gli avvertimenti degli organismi internazionali che da anni denunciano le violazioni dei diritti umani di cui questa si rende partecipe.
Su questa linea, uno degli ultimi passi fatti è rappresentato dalla firma del memorandum tra l’Unione europea e la Tunisia. Si tratta di un pacchetto di aiuti diviso in tre voci, di cui due subito disponibili. Esse prevedono 150 milioni di euro a sostegno delle finanze del Paese e 105 milioni per la gestione dei flussi migratori. Fondi destinati al governo di Kaïs Saïed, ritenuto sempre più autoritario, anche per aver accentrato negli ultimi anni i poteri su di sé indebolendo parlamento e magistratura. Le migrazioni sono proprio uno dei cavalli di battaglia del presidente che da tempo porta avanti discorsi di odio nei confronti dei migranti subsahariani. Parole spesso tradotte in repressioni violente.
La Tunisia è uno dei paesi al centro di una grossa inchiesta giornalistica internazionale, intitolata «Desert dumps», che mostra come i paesi nordafricani utilizzino i finanziamenti europei per compiere azioni violente nei confronti dei migranti subsahariani. Come la pratica di intercettarli sulle imbarcazioni e portarli in zone remote del deserto abbandonandoli in condizioni terribili.
Kigali, capitale del Rwanda.
Il punto di vista dell’Oim
Per indagare a fondo questi temi abbiamo intervistato Laurence Hart, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite.
L’Oim è nata nel 1951, dal 2016 fa parte delle Nazioni Unite e si occupa di assistere i migranti e i suoi 175 paesi membri nella gestione organizzata dei flussi migratori.
L’ufficio di coordinamento del Mediterraneo copre diplomaticamente Italia, Malta e Santa sede e ha il ruolo di supportare un approccio coerente e costruttivo alle migrazioni su entrambe le coste del Mediterraneo, quindi collaborando anche con i paesi del Nord Africa. Cerca di supportare i processi di cooperazione tra stati e lo sviluppo delle loro politiche migratorie, interviene nelle situazioni di emergenza, e offre un grosso supporto alle autorità italiane nei processi di accoglienza, ad esempio con oltre 180 mediatori culturali che affiancano la guardia costiera e gli uffici immigrazione nella valutazione delle domande di asilo.
Il nuovo «Patto su migrazione e asilo» dell’Unione europea vuole coordinare gli sforzi dei vari paesi nella gestione dei flussi migratori. Sono però emerse molte critiche su come questo possa impattare sulla vita dei migranti. Riguardo a questo, l’Oim come si pone?
«Cercare di riassumere in un documento unico quelle che possono essere le risposte al fenomeno migratorio – non lo chiamo mai problema, diventa un problema se non gestito – è sicuramente uno sforzo lodevole. Bisogna capire quanto queste dichiarazioni poi si tradurranno in azioni concrete ed efficaci.
Certamente un punto abbastanza complesso e critico è la tendenza crescente all’esternalizzazione delle frontiere nella gestione migratoria. La cooperazione deve essere inquadrata in una partnership più globale che includa, ad esempio, la migrazione regolare e il rafforzamento delle capacità istituzionali. Non ci si può limitare al pagamento di una somma in cambio del controllo delle frontiere. È già stato dimostrato in passato che queste sono politiche di respiro corto. Spesso poi ci sono cambi politici nei paesi terzi che possono portare a qualche forma di ricatto con lo scopo di alzare la posta aumentando le richieste finanziarie per sostenere la gestione migratoria. Si rischia inoltre di creare nuovi appetiti in paesi che possono, sulla base dei precedenti, sentirsi legittimati a richiedere un aiuto economico».
Mark Rutte, Ursula von der Leyen, Kais Saied e Giorgia Meloni durante l’incontro che ha portato al Memorandum con la Tunisia.
Sono stati da poco fatti nuovi accordi con la Tunisia. Accordi di questo tipo sono accusati di finanziare gravi violazioni dei diritti umani, come recenti inchieste sembrano dimostrare. State studiando questo fenomeno?
«Non ne sono testimone diretto ma non mi sorprenderebbe che queste cose succedano, purtroppo. Il rischio è scaricare il peso della gestione del fenomeno migratorio su un paese di transito che non ha le possibilità di assorbirlo. Penso ai paesi nordafricani che sono territori di transito, di origine, ma anche di destinazione. C’è necessità di moltissima manodopera anche in questi Stati i quali vanno quindi accompagnati anche su altre misure, come quelle di inclusione e di collocamento all’interno del tessuto sociale.
Abbiamo situazioni anche molto diverse, per esempio quella della Guardia costiera libica che è un soggetto molto delicato. Esiste sì una struttura ma esistono anche tante infiltrazioni di interessi diversi, soprattutto economici e finanziari, che purtroppo vanno a sfruttare ulteriormente i migranti che vengono riportati in Libia: in questo senso si può considerare un paese “non sicuro”. Noi lo diciamo da tempo ormai.
Quello che fanno i libici è un lavoro difficile, nel pieno di una crisi che dura ormai da parecchi anni. La Libia è un Paese che richiede la costruzione di infrastrutture, piuttosto che di altri servizi per cui le competenze non esistono necessariamente tra i lavoratori libici. La consapevolezza che la manodopera e le competenze straniere sono uno strumento per lo sviluppo del Paese deve ancora radicarsi. Accompagnare i libici in questo lavoro è estremamente importante.
Trovare le soluzioni che possano venire incontro alle esigenze di tutti è la sfida che oggi ci si ritrova ad affrontare. Purtroppo, documenti come il Patto europeo rischiano di essere ripiegati solo sulle preoccupazioni interne dei paesi dell’Unione, e di dimenticare che il fenomeno è complesso e richiede anche soluzioni che non sono quelle canoniche».
Laurence Hart
Regno Unito e Italia stanno sviluppando nuovi centri per migranti rispettivamente in Rwanda e in Albania, e molti paesi europei vorrebbero emularli. Spostare questi processi in altri paesi quali risvolti può avere?
«Innanzitutto, Albania e Rwanda sono due casi assolutamente diversi, proprio da un punto di vista legale. Uno è un paese che è di futuro accesso all’Unione europea e l’altro invece è un paese che non ha degli standard internazionali riconosciuti o che comunque molti paesi mettono in questione.
Ci sono ancora da capire una serie di elementi nel contesto dell’accordo Italia-Albania: qual è la giurisdizione che sarà applicata? Nella misura in cui la legislazione è italiana, quindi garantista, e viene applicata su tutto il processo, non abbiamo, noi dell’Oim, grandi obiezioni da fare. Sappiamo che esisteranno tutta una serie di tutele.
Diverso è il caso del Rwanda, dove invece si applica una legislazione che non è parte del sistema europeo. Da quel punto di vista ci preoccupa l’esternalizzazione nella misura in cui l’allocazione di queste procedure ad altri paesi può violare i diritti fondamentali delle persone.
Esistono poi altre considerazioni che secondo me sono importanti da fare riguardo il rapporto costi benefici di queste operazioni. Bisogna chiedersi se, visti i numeri, è opportuno investire ingenti somme di denaro per la costruzione di strutture dedicate, e per finanziare un meccanismo che richiederà una serie di viaggi e di enti preposti. Se non sia più efficiente investire nelle strutture già esistenti sul territorio.
Sono domande aperte. Penso che le considerazioni debbano essere fatte tenendo conto della globalità degli elementi. Sicuramente chi porta avanti queste azioni vede la questione più come una specie di deterrenza, con l’obiettivo di creare una serie di ostacoli per far ridurre l’appetito di una migrazione clandestina».
Rifugiati in attesa di attraversare il confine serbo-croato tra le città di Sid (Serbia) e Bapska (Croazia). Sid, Serbia – 17 ottobre 2015.
In questi ultimi anni avete notato dei cambiamenti nelle rotte migratorie e nelle motivazioni che spingono a intraprendere questi viaggi?
«La fotografia è quella di un mondo che si ritrova di fronte a una crescente instabilità la quale va affrontata con soluzioni molto specifiche. Il numero dei conflitti è aumentato negli ultimi anni, basti pensare al Sudan, per esempio, che è uno degli ultimi esplosi in maniera importante e che ha generato non solo sfollamento interno, ma anche – ovviamente – un movimento di richiedenti asilo verso l’Europa e l’Italia. Ci sono molti altri conflitti aperti in corso, come in Etiopia, Sud Sudan, Yemen, Myanmar e Afghanistan.
Esistono anche situazioni di conflitti a bassa intensità: pensiamo ai paesi del Sahel che oggi si ritrovano di fronte a conflitti interni che generano spostamenti di popolazioni.
Ci sono anche interessi internazionali: si stanno svolgendo elezioni in molti paesi, e la narrativa migratoria viene usata come arma di paura e minaccia nei confronti della popolazione. Quindi l’instabilità è sicuramente uno degli elementi che ci porterà ad avere un aumento del movimento di migranti che hanno necessità di protezione. E fornire la necessaria protezione è prima di tutto un dovere per tutti i paesi che sono firmatari di convenzioni internazionali.
Un altro elemento è il cambiamento climatico. Ad oggi non ci è dato sapere con esattezza quante persone emigrano perché la loro attività è vittima di una situazione climatica estrema o avversa. Bisogna indagare quanto il fenomeno del cambiamento climatico incide sulla decisione delle persone di spostarsi, perché è quello che permette poi di capire quali possono essere le risposte a monte per poter mitigare questa situazione e accompagnare le persone che sono in loco, quelle che si muovono e poi quelle nei paesi di destinazione».
Nel prossimo periodo, secondo lei, quali saranno le situazioni più importanti su cui intervenire per una gestione migliore dei flussi migratori?
«Le sfide sono tante e richiedono delle soluzioni che non siano solamente quelle di frenare la migrazione. Si parla molto spesso di sviluppo dei paesi di origine, per esempio il piano Mattei è un’iniziativa che l’Italia ha messo in piedi con questo proposito.
Però dobbiamo anche interrogarci sul concetto stesso di sviluppo. Certamente piccole progettualità possono alleviare sofferenze e difficoltà nei paesi di origine, ma non risolvono la problematica fondamentale: quella di far fiorire l’imprenditoria dei giovani africani nel loro contesto.
Ho letto un articolo che parlava di come le linee aeree low cost in Europa abbiano favorito la creazione e lo sviluppo dell’industria turistica di accoglienza, permettendo un maggior movimento di persone e favorendo la nascita di iniziative e di business tra paesi.
Oggi per fare lo stesso viaggio in aereo in un contesto africano si spende il triplo, questo significa che la classe media africana non ha le risorse per poter viaggiare in forma ricreativa.
Il che non permette la costruzione di un’industria dell’accoglienza e ostacola la circolazione di idee e capitali tra paesi africani.
Gli ostacoli burocratici e di integrazione nel sistema africano sono tra gli elementi su cui gli economisti dovrebbero interrogarsi perché l’aiuto esterno è importante, ma è fondamentale eliminare le barriere strutturali interne ai paesi. Il rischio altrimenti è quello di mettere dei soldi senza avere però anche dei risultati a lungo termine».
Mattia Gisola
Allamano Santo il 20 ottobre 2024
Durante il Concistoro Ordinario Pubblico questo lunedì 1° luglio, Papa Francesco ha annunciato che la canonizzazione del Beato Giuseppe Allamano, fondatore degli Istituti Missionari della Consolata, si terrà domenica 20 ottobre 2024 a Roma, giornata missionaria Mondiale.
Il miracolo attribuito all’intercessione del Beato Giuseppe Allamano è avvenuto nella foresta amazzonica brasiliana, nello Stato di Roraima, dove Sorino, uomo dell’etnia Yanomami, fu attaccato da un giaguaro che lo ferì gravemente alla testa, aprendo la scatola cranica; era il 7 febbraio 1996, primo giorno della novena del Beato Giuseppe Allamano.
Trasportato all’Ospedale di Boa Vista, accudito dalle Missionarie della Consolata, che non cessavano di chiedere la sua guarigione per intercessione del Padre Fondatore, Sorino ha miracolosamente recuperato la salute in pochi mesi, e vive tutt’ora nella sua comunità indigena.
L’inchiesta diocesana per lo studio del presunto miracolo è avvenuta nel marzo 2021 a Boa Vista, mentre l’iter del Dicastero delle Cause dei Santi si è concluso il 23 maggio 2024, con l’approvazione del decreto di riconoscimento del miracolo.
È un momento molto significativo per la famiglia missionaria della Consolata, composta da Padri, Fratelli, Suore, Laici e Laiche.
Suor Renata Conti e Padre Giacomo Mazzotti, che attualmente accompagnano la postulazione, parlano sul significato della Canonizzazione del Beato Allamano.
In un messaggio i Superiori generali dei due Istituti, Padre James Lengarin, IMC, e Madre Lucia Bortolomasi, MC, scrivono:
“La sua Canonizzazione è per tutti noi un dono immenso che ci invita ad ascoltarlo, ad attingere sempre di più alla ricchezza della sua santità. Siano i nostri occhi e il nostro cuore fissi sul nostro Fondatore per ascoltarlo e guardare alla sua santità che ci stimola a continuare in modo serio e profondo la sua missione” (per il testo integrale della lettere delle due direzioni generali, rimandiamo al sito consolata.org).