Debito e pace secondo papa Francesco

Eliminare il debito estero dei paesi poveri che strangola interi popoli; abolire la pena di morte in tutto il mondo; estirpare la fame e perseguire lo sviluppo sostenibile destinando allo scopo una percentuale dell’attuale (esorbitante) spesa militare globale.
Ecco i tre suggerimenti che papa Francesco elenca nel suo messaggio, intitolato «Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace», per la 58a giornata mondiale della pace che si celebra il 1 gennaio, all’inizio del Giubileo del 2025.

Al centro c’è il tema del debito, sia individuale che collettivo, sia con Dio che con gli altri e l’ambiente. Riconoscere il proprio debito come premessa per condonare il debito altrui e, quindi, come risorsa per la pace.
Il filo rosso che percorre il messaggio del Papa è la speranza. Non tanto quella che «tutto andrà bene», quanto la speranza che tutto, anche quello che non va bene, è ricapitolato in Cristo, morto e risorto per noi, che ha posto il seme della risurrezione in ogni situazione della vita umana.

Il papa traccia il percorso del suo messaggio aprendolo con l’augurio di pace rivolto a «ogni donna e uomo, in particolare a chi si sente prostrato dalla propria condizione esistenziale, condannato dai propri errori, schiacciato dal giudizio altrui e non riesce a scorgere più alcuna prospettiva per la propria vita», e lo chiude con la richiesta di pace al Signore, mentre porge i suoi auguri per il nuovo anno «ai capi di stato e di governo, ai responsabili delle organizzazioni internazionali, ai leader delle diverse religioni, ad ogni persona di buona volontà».
In mezzo sviluppa un itinerario articolato in quattro paragrafi.

Nel primo il papa invita tutti ad ascoltare il grido dell’umanità minacciata, così come l’antico popolo di Israele era chiamato ad ascoltare il suono del corno di ariete (in ebraico yobel, da cui «giubileo») che ogni 49 anni ne annunciava uno di clemenza e liberazione per tutti, di remissione dei debiti, di restituzione delle terre al Signore perché venissero redistribuite in maniera equa a tutti i figli di Giacobbe.
«Anche oggi – scrive il Papa -, il Giubileo è un evento che ci spinge a ricercare la giustizia liberante di Dio su tutta la terra. Al posto del corno […], noi vorremmo metterci in ascolto del “grido disperato di aiuto” che […] si leva da più parti della terra e che Dio non smette mai di ascoltare. A nostra volta ci sentiamo chiamati a farci voce di tante situazioni di sfruttamento della terra e di oppressione del prossimo. Tali ingiustizie assumono a volte l’aspetto di quelle che S. Giovanni Paolo II definì “strutture di peccato”, poiché non sono dovute soltanto all’iniquità di alcuni, ma si sono per così dire consolidate e si reggono su una complicità estesa».

Nel secondo, esorta a un cambiamento culturale nel quale ci si riconosca tutti debitori, sia come individui che come comunità e paesi, nei confronti di Dio e degli altri, e quindi ci si riconosca come legati gli uni agli altri e interdipendenti.
«Può essere utile – sottolinea Francesco – ricordare quanto scriveva S. Basilio di Cesarea: “Ma quali cose, dimmi, sono tue? Da dove le hai prese per inserirle nella tua vita? […] Non sei uscito totalmente nudo dal ventre di tua madre? Non ritornerai, di nuovo, nudo nella terra? Da dove ti proviene quello che hai adesso?”». E prosegue: «Il cambiamento culturale e strutturale per superare questa crisi avverrà quando ci riconosceremo finalmente tutti figli del Padre e, davanti a Lui, ci confesseremo tutti debitori, ma anche tutti necessari l’uno all’altro».

Nel terzo paragrafo propone un cammino concreto per dare corpo alla speranza umana attraverso tre azioni:

  1. l’eliminazione del debito estero dei paesi impoveriti (anche tramite il riconoscimento del debito ecologico che i paesi «ricchi» hanno nei loro confronti), accompagnata dallo «sviluppo di una nuova architettura finanziaria, che porti alla creazione di una Carta finanziaria globale, fondata sulla solidarietà e sull’armonia tra i popoli»;
  2. l’abolizione della pena di morte come segno concreto di una cultura di speranza che valorizza la dignità della persona e la possibilità del riscatto;
  3. l’eliminazione della fame e la promozione dello sviluppo sostenibile tramite l’uso di una percentuale dell’enorme spesa militare globale che, nel 2023, ha raggiunto il record di 2.443 miliardi di dollari.

Nel quarto paragrafo il Papa torna alla dimensione individuale del cammino di costruzione di società capaci di pace, e invita ciascuno a disarmare il cuore. «Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace! Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani. Cerchiamo la pace vera, che viene donata da Dio a un cuore disarmato: un cuore che non si impunta a calcolare ciò che è mio e ciò che è tuo; un cuore che scioglie l’egoismo nella prontezza ad andare incontro agli altri; un cuore che non esita a riconoscersi debitore nei confronti di Dio e per questo è pronto a rimettere i debiti che opprimono il prossimo; un cuore che supera lo sconforto per il futuro con la speranza che ogni persona è una risorsa per questo mondo.
Il disarmo del cuore è un gesto che coinvolge tutti […]. Infatti, la pace non giunge solo con la fine della guerra, ma con l’inizio di un nuovo mondo, un mondo in cui ci scopriamo diversi, più uniti e più fratelli».
E conclude: «Concedici, la tua pace, Signore! […].
Rimetti a noi i nostri debiti […],
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e in questo circolo di perdono concedici la tua pace,
quella pace che solo Tu puoi donare
a chi si lascia disarmare il cuore,
a chi con speranza vuole rimettere i debiti ai propri fratelli,
a chi senza timore confessa di essere tuo debitore,
a chi non resta sordo al grido dei più poveri».

Luca Lorusso




Mondo. Senz’acqua

 

Sicilia e Amazzonia sono luoghi lontani e molto diversi, ma da tempo accomunati da una problematica identica: la siccità. Il fenomeno è esploso negli ultimi mesi del 2023 ed è proseguito per tutto il 2024. Con conseguenze drammatiche. Nell’isola i laghi sono prosciugati, gli invasi vuoti e nelle case non arriva l’acqua anche per svariati giorni. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, sui fiumi amazzonici i battelli sono in secca e centinaia di delfini sono spiaggiati. La siccità interessa molti paesi in tutti i continenti, ma i casi della Sicilia e dell’Amazzonia sono significativi perché essa ha colpito luoghi dove di solito l’acqua non manca.

Un’imbarcazione arenata sul lago di Puraquequara, in Brasile. L’Amazzonia sta soffrendo un lunghissimo periodo di siccità. (Foto Juliana Pesqueira-Amazonia Real)

La siccità è definita come un prolungato periodo di bassa o nulla disponibilità di acqua qualitativamente accettabile. In World drought atlas («Atlante mondiale della siccità», Nazioni unite 2024), uno studio delle Nazioni Unite, le mappe geografiche mostrano un’estensione sempre più crescente del fenomeno.

«La siccità – si legge nell’introduzione di Economics of drought («Economia della siccità», Nazioni unite 2024)) – è uno dei problemi più urgenti per l’umanità, che colpisce oltre 1,8 miliardi di persone e non lascia intatto nessun continente. La siccità aumenta di numero e intensità ogni anno. Le comunità in tutto il mondo affrontano una carenza idrica perpetua […]».

I processi siccitosi sono causati da un insieme di cause: variabilità climatica naturale, riscaldamento globale di origine antropica (inquinamento, consumo di suolo, deforestazione) e gestione insostenibile delle risorse naturali (come l’eccessivo prelievo di acque superficiali e sotterranee). Si stima che affrontare la siccità costi molto meno dei danni a breve e lungo termine che essa causa. La principale azione per contrastarla consiste in una gestione sostenibile del territorio (riforestazione, agricoltura e pascoli conservativi, difesa delle falde acquifere) con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati (agricoltori, proprietari terrieri, gruppi indigeni, aziende private, Stato e studiosi).

«Queste misure – ricorda il rapporto delle Nazioni Unite – migliorano la capacità del territorio di catturare e immagazzinare acqua e di ricostituire le falde acquifere, ripristinano le funzioni del suolo e aumentano la resilienza».

Né va dimenticato che tutte le questioni ambientali sono tra loro connesse. Ad esempio, di pari passo con la siccità, sta avanzando la desertificazione (intesa, questa, come la perdita di produttività agricola e biologica dei suoli). È stato calcolato che, attualmente, tra il 30 e il 40 per cento del suolo mondiale è degradato. Eppure, a dispetto della gravità della situazione, anche la Conferenza delle parti (Cop) ad essa dedicata – tenutasi dal 2 al 14 dicembre a Ryad, in Arabia Saudita – si è chiusa con un nulla di fatto. Un fallimento come tutte le Cop del 2024, dedicate al clima, alla biodiversità e alla plastica.

Paolo Moiola




Sud Corea. Il passo falso del presidente

Fino a poche settimane fa tutto funzionava bene ed era tranquillo in Corea del Sud. Sabato 14 dicembre centinaia di migliaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento e nella grande piazza di Kwang Hwa Mun. Tutti aspettavano ansiosamente una notizia. E poco prima delle 17 una esplosione di gioia, canti e danze improvvisate: era arrivato il risultato della votazione per l’«impeachment» del presidente Yoon Suk-yeol: 208 voti a favore e 86 contro.

Tutto era cominciato la sera del 3 dicembre. Senza alcuna imminente emergenza interna o esterna e in maniera completamente inaspettata, alle 22,30 era stata trasmessa alla Tv la notizia che il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-yeol, aveva dichiarato la legge marziale. Nell’animo della maggioranza dei coreani era riapparso immediatamente lo spettro e la paura di quanto successo nel 1980, quando l’esercito prese il potere, dichiarò la legge marziale e la città di Kwangju pagò la sua resistenza con centinaia o forse migliaia di morti (ancora oggi non si conoscono i dati esatti).

Un’ora dopo la dichiarazione della legge marziale i militari dell’esercito prendevano controllo dell’edificio del Parlamento. Allo stesso tempo una grande folla si era riunita davanti allo stesso per protestare e permettere l’ingresso ai parlamentari perché andassero subito a votare. C’era la paura che questo fosse un tentativo di golpe da parte del presidente. Ma a differenza di 44 anni fa, non un colpo è stato sparato, nemmeno un ferito è stato segnalato. Anche l’esercito si è comportato con grande discrezione. Insomma, i parlamentari hanno votato contro la legge marziale e alle 4,30 del mattino tutto era già finito.

Perché il presidente abbia preso quella decisione nessuno riesce a capirlo. Non c’erano minacce dalla Corea del Nord. La Corea del Sud vive un periodo tranquillo. Yoon era stato eletto presidente con un margine di voti che non arrivava all’1% e dopo due anni il suo partito aveva perso la maggioranza in parlamento, per cui aveva sempre difficoltà a far passare le sue leggi (d’altra parte, quando la situazione era esattamente invertita anche il suo partito bloccava le leggi del precedente presidente). Inoltre c’erano inchieste su abusi di ufficio per acquisti di lusso fatti dalla moglie. Probabilmente tutti questi elementi lo hanno portato a una qualche ossessione, sfociata in una decisione che ha invalidato la sua capacità di guidare la nazione.

Entro pochi mesi la Corte costituzionale si pronuncerà sulla validità dell’impeachment, e poi ci saranno le elezioni per il nuovo presidente.
Nel frattempo reggerà la nazione il primo ministro, Han Duck-soo che, tra l’altro, anche lui potrebbe essere sottoposto a impeachment per il suo ruolo nei fatti del 3 dicembre.
Sono passati meno di 40 anni da quando la Corea del Sud ha conquistato la democrazia e in questi giorni, pur tra la tristezza di chi appoggia il governo e la gioia di chi sostiene l’opposizione, il popolo ha mostrato la sua maturità civile. Ora tutto continua nell’ordine e nella calma. Possiamo dire che la Corea è ancora «una penisola di pace».

Gian Paolo Lamberto




Siria. Una domenica, a Damasco

 

Damasco. Dopo una settimana di silenzio, tornano a suonare le campane delle chiese nella capitale siriana. Ci troviamo a Bab Tuma (in arabo, La porta di Tommaso), il quartiere cristiano della capitale siriana. Oggi si celebreranno le messe, ma si terranno in un’atmosfera completamente diversa. I riti religiosi avranno luogo in una «nuova» Siria, dopo 54 anni di regime della famiglia degli Assad.

Un’ora prima dell’inizio delle funzioni, Georges Assadourian, vescovo della Chiesa cattolica armena di Damasco, ci invita per raccontarci come la sua comunità ha vissuto quest’ ultima settimana. «I ribelli hanno cominciato prendendo Aleppo, perché quello è il centro economico della Siria. In questi anni, ci sono stati diversi attacchi per provare ad entrare qui, nella capitale, ma sempre senza successo. Il sabato prima della presa di Damasco avevamo programmato una preghiera. Tanti cristiani hanno avuto paura dell’arrivo degli uomini dell’Hts (Hay’at Tahrir al-Sham), siamo stati spaventati dal loro modo di presentarsi, e dall’origine estremista dei loro gruppi di appartenenza. Abbiamo avuto il timore che sarebbero tornate le persecuzioni contro i cristiani, così come accadde nei luoghi sotto il controllo dell’Isis. Quando il gruppo di al-Julani è arrivato a Damasco, abbiamo chiesto di poter incontrare un rappresentante per capire le loro intenzioni. Siamo andati a incontrarli al Four Season, l’hotel occupato e adibito a quartier generale temporaneo. Ci hanno rassicurato, dichiarando di volere solo la pace e che il tempo della guerra è finito. Ci hanno promesso che non avremo nulla da temere e che tutte le religioni coesisteranno insieme. Se sarà così, io non posso dirlo, ma sono ottimista. Certo, da parte dei fedeli ci sono diverse preoccupazioni. In questo governo, anche se temporaneo, sono tutti musulmani, alcuni magari anche estremisti. Noi invece vorremmo uno Stato laico. In uno stato laico ognuno è libero di professare la propria religione. Alcuni degli uomini di Julani, sono già andati nei negozi che vendono alcolici chiedendo, anche se momentaneamente, di non venderli. Ogni giorno ricevo circa 50-60 persone che, come cristiani in Siria, cercano rassicurazioni sul loro futuro. Non possiamo fare previsioni, possiamo solo attendere e vedere cosa accadrà. Posso dire che, comunque, anche se le intenzioni fossero quelle di radicalizzare la Siria, a Damasco sarebbe molto difficile farlo. Siamo un mosaico di tante culture e religioni diverse, credo che la gente non permetterebbe mai l’istituzione della sharia, almeno qui nella capitale».

Camminando per il quartiere cristiano, si respira un’aria totalmente diversa rispetto a quella che c’era sotto il regime. La gente festeggia e, pian piano, sta perdendo quella costante paura di finire in galera con qualsiasi pretesto. Fotografie e poster, raffiguranti Assad, che decoravano letteralmente ogni angolo delle strade, ora sono fatte a pezzi. I proprietari dei negozi dipingono di bianco le proprie serrande, cancellando la vecchia bandiera della Siria, per poi dipingere quella con i nuovi colori.

Il francescano Firas Lutfi della chiesa dedicata alla Conversione di San Paolo, nel quartiere cristiano di Bab Tuma, a Damasco. (Foto Angelo Calianno)

Raggiungiamo la chiesa latina dedicata alla Conversione di San Paolo, sempre nel quartiere di Bab Tuma. Parlando con i fedeli che escono dalla messa, tutti ci esprimono la gioia di non essere più sotto un regime, e la speranza di non ritrovarsi presto con un altro dittatore. Malgrado questo, nessuno dei cristiani riesce a sbilanciarsi troppo sul futuro, tutti sono molto cauti.

Finito di celebrare la messa, il frate francescano Firas Lutfi ci racconta: «Ora abbiamo sentimenti contrastanti. Gioia, perché l’incubo di Assad è finito. Preoccupazione, perché questi gruppi di ribelli vengono da un background islamico estremista. Ci hanno promesso che saremo tutti liberi senza nessuna persecuzione. Quindi, ora attendiamo per vedere quello che accadrà nel concreto. Quello che noi speriamo, è che tutto sia stabile per arrestare la fuga dei cristiani da questo Paese. Non vogliamo essere considerati una minoranza nel nostro Stato, ma dei cittadini a tutti gli effetti. Si avvicina il Natale, lo celebreremo come abbiamo sempre fatto. Sarà un Natale uguale a quello di Gesù, con povertà e scarsità. Per tutto il resto, ora ci sono solo due cose che possiamo fare, da un punto di vista pratico: attendere, per vedere come si evolverà questa situazione e quali saranno le intenzioni del nuovo governo. Da un punto di vista spirituale: sperare, perché alla fine, per vocazione, noi siamo figli della speranza».

Angelo Calianno, da Damasco




Asia. Aumenta la produzione di armi

 

La guerra in Ucraina e la crisi in Medio Oriente. Ma anche le minacce della Corea del Nord. Per non parlare dell’assertività cinese nell’Asia-Pacifico. Sono questi i principali fattori ad aver trainato l’acquisto di armi nel 2023, secondo un rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri), pubblicato il 2 dicembre. Il think tank svedese ha conteggiato per il 2023 vendite di armi e servizi militari per 632 miliardi di dollari per le sole prime 100 aziende produttrici nle mondo, con un aumento del 4,2% rispetto al 2022.

Grandi numeri a parte, la spartizione delle commesse mette in luce piccoli assestamenti, in particolare un graduale ribilanciamento delle transazioni tra gli esportatori asiatici.

A guidare la classifica globale (ormai dal 2018) sono sempre le aziende statunitensi, con una quota di mercato del 50%, mentre i cinesi si posizionano al secondo posto (16%), seguiti dai produttori di Regno Unito (7,5%) e, un gradino sotto, a pari merito, fornitori militari di Francia e Russia, ciascuna con una quaota del 4%.

Sebbene la graduatoria non presenti ancora grandi elementi di novità, sotto traccia sono tuttavia riscontrabili alcune tendenze anticipatrici di quelli che probabilmente saranno i futuri sviluppi del settore.
Tra tutti spicca un dato: le aziende della Repubblica popolare cinese (Rpc) hanno registrato la crescita dei ricavi (103 miliardi di dollari) più bassa degli ultimi quattro anni (+0,7%). Un risultato che il rapporto Sipri attribuisce al rallentamento dell’economia cinese, a fronte di una crescita costante delle vendite nei mercati esteri. Il motivo, come spiega un ricercatore del think tank svedese, è che molti produttori militari in realtà guadagnano dal settore civile, mai uscito completamente dalla crisi pandemica. Con entrate per 20,9 miliardi di dollari (+5,6%), Aviation industry corporation of China (Avic) si è classificata all’ottavo posto nella lista del Sipri, diventando il più grande produttore di armi della Cina. Segno dell’importanza crescente ottenuta dal comparto aerospaziale.

Mentre la Cina arranca, altri esportatori asiatici guadagnano terreno.
Nonostante Corea del Sud (+1,7%) e Giappone, (+1,6%) abbiano ancora quote di mercato complessivamente molto contenute, i due paesi sono in rapida rimonta. Complici le tensioni regionali nella penisola coreana e nel Mar cinese meridionale, ma anche un maggiore protagonismo internazionale di Tokyo e Seul al fianco degli Stati Uniti. Le vendite delle aziende giapponesi (10 miliardi di dollari) hanno beneficiato del progressivo incremento del budget militare del Paese, che sta spingendo le Forze di autodifesa ad aumentare gli ordini dopo decenni di basso profilo.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, obblighi costituzionali autoimposti costringono il Giappone a «rinunciare all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali». Fattore che per decenni ha spinto Tokyo ad appoggiarsi all’alleato americano. Salvo ora dover rivedere la sua posizione difensiva come deterrente davanti alle provocazioni missilistiche di Pyongyang (Corea del Nord) e all’espansionismo regionale di Pechino.
Nel suo rapporto, il Sipri ha notato «un importante cambiamento nella politica di spesa militare» da quando, nel 2022, il governo dell’ex premier Fumio Kishida ha destinato alla difesa il budget più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale (47 miliardi di dollari) con un incremento previsto fino al 2% del Pil entro il 2027. Lo stesso livello dei paesi Nato.

Se nel caso delle aziende giapponesi a fare da traino sono le vendite interne, per i produttori sudcoreani la crescita dei ricavi (11 miliardi di dollari) va ricondotta principalmente alle esportazioni. Soprattutto per quanto riguarda gli ordini di artiglieria terrestre. Con la guerra in Ucraina alla clientela della Corea del Sud – oltre all’Australia – si è aggiunto un numero sempre maggiore di paesi europei. La Polonia, ad esempio, ha comprato da Seul carri armati, aerei da attacco leggeri e obici semoventi K9.

Secondo la Top 100 del Sipri, le forniture delle aziende militari sudcoreane e giapponesi hanno riportato una crescita rispettivamente del 39% e del 35%. A fare meglio è stata solo la Russia che, con un aumento del 40%, ha registrato l’incremento maggiore a livello globale.

Alessandra Colarizi




Libano. Israele contro sciiti e sunniti

 

Verso Nabatiye. Nell’ultima settimana, siamo stati testimoni di un nuovo e grande fermento in Medioriente. La presa della Siria da parte dei «ribelli» sunniti di Hts (Hayat Tahrir al-Sham) sta avendo molte ripercussioni anche qui, in Libano.

Migliaia di siriani si sono riversati per le strade di Beirut e per quelle delle principali città libanesi, per festeggiare la liberazione della propria nazione dal regime di Assad. La maggior parte dei siriani rifugiati in Libano, e il 28% della popolazione locale, sono sunniti in un Paese a prevalenza sciita. Qui le divisioni sociali di origine religiosa sono sempre molto presenti. Non ci sono mai scontri aperti, lo si può però notare nella quotidianità. Ad esempio, un musulmano sunnita non può lavorare in un ambiente sciita, così come ad un musulmano sciita non verrà mai data la possibilità di comprare casa in un quartiere cristiano, ecc.

La maggioranza sciita libanese guarda con sospetto quello che sta accadendo al di là del confine. Una guardia di Hezbollah, fuori da una moschea dove attendiamo alcuni permessi, ci confessa: «Siamo felici che la Siria, dopo così tanto tempo, si sia liberata dal regime di Assad. Però, chi sono questi ribelli? Pochi sono siriani, tanti sono mercenari stranieri. Questa è una manovra di Israele e Stati Uniti per continuare a colpire e occupare Libano e Palestina, e per combattere indirettamente contro la Russia».

In Libano, mentre la parte sunnita della comunità musulmana gioisce, l’altra si dispera per quello che accade nella parte Sud del Paese. Gran parte dell’area meridionale confinante con Israele, infatti, è stata quasi rasa al suolo. Pur essendoci un «cessate il fuoco» in vigore, Israele sta bombardando 62 villaggi in un’area compresa tra il proprio confine e il fiume litani.

Questi villaggi, in realtà, erano già stati totalmente evacuati perché già sotto attacco dall’8 ottobre 2023. Quindi, perché distruggere case e infrastrutture vuote? Israele dichiara di voler creare una «safe zone». Hezbollah lo accusa di stare distruggendo tutto per poi occupare e annettere nuovi territori. Nel frattempo, migliaia di persone hanno perso tutto e ora vivono come rifugiati nel proprio Paese.

A Nabatiye, un’altra città del sud fortemente colpita, incontriamo delle famiglie scappate da Houla, villaggio a pochissimi chilometri dal confine israeliano. Raccontano: «Il 90% di Houla non esiste più. Le nostre case, quelle che i nostri nonni e genitori hanno costruito, sono state spazzate via. Houla, come tanti paesi del Sud, è un luogo abitato per la maggior parte da anziani. È un posto da dove molti giovani si spostano per studiare e lavorare fuori, ma dove poi si torna per passare le feste, i weekend e per visitare i propri cari. Abbiamo visto il momento esatto del bombardamento della nostra casa in un video in internet. È stato il momento più brutto della nostra vita. Vedere distrutto quello che si è costruito con i sacrifici, è qualcosa che distrugge l’animo, soprattutto quello delle persone anziane che ora non hanno un altro posto dove andare».

Houla è conosciuta anche per un orribile massacro avvenuto nel 31 ottobre 1948, subito dopo la Nakba in Palestina. Un gruppo di militari israeliani, la brigata Carmeli, occupò la cittadina radunando circa cento persone in una casa. L’edificio venne poi fatto saltare in aria, non ci furono sopravvissuti. Inoltre, uno degli ufficiali in comando: Samuele Lais, fu responsabile diretto dell’esecuzione di 35 persone disarmate. Lais, accusato di crimini di guerra, passò solo un anno di detenzione confinato all’interno di una base militare. In seguito, fece carriera politica fino a diventare capo dell’Agenzia ebraica per Israele.

Nei giorni scorsi, alcuni membri dell’Idf sono entrati ad Houla vandalizzando il monumento che ne ricorda il massacro. Sulla grande lastra di marmo commemorativa, i militari hanno scritto in ebraico: «Lo sciita buono è lo sciita morto».

Chiunque incontriamo nel Libano del Sud, nonostante il divieto di rientro, ci dice di non essere assolutamente disposto a pensare ad una vita fuori dalla propria regione. Malgrado ora sia tutto in rovina, ognuna di queste persone è disposta a tornare per ricominciare daccapo con le proprie famiglie, e per costruire nuovi ricordi per le generazioni future.

Angelo Calianno (dal Sud del Libano)




Haiti. Massacro selettivo a Cité Soleil

 

Ancora un massacro ad Haiti, questa volta una vera carneficina perpetrata in modo selettivo e con l’aggravante della persecuzione religiosa.
Tra venerdì 6 e sabato 7 dicembre sono state uccise 184 persone, secondo dati delle Nazioni Unite e di Rnddh (Rete nazionale per la difesa dei diritti umani ad Haiti). La maggior parte sono anziani, molti dei quali fedeli della religione vudù.

Il tutto è avvenuto a Wharf Jérémie, un sobborgo di Cité Soleil. Questa è la più grande bidonville della capitale Port-au-Prince. Situata tra il mare e la route nationale 1 che corre verso Nord, conta oltre 300mila abitanti.
Già nei primi anni Novanta Cité Soleil era nota come uno dei più grandi agglomerati di baracche delle Americhe. Un’intera città di lamiere arrugginite e cartone. Qui, da circa quattro decenni, vivono i più poveri tra gli haitiani.

Le bande armate controllano quasi totalmente la capitale e la maggior parte delle principali vie di comunicazione per il Paese. Il capo gang Micanor Altès, alias Monel Félix (Wa Mikano in creolo), ha fatto chiudere il sobborgo da venerdì 6 e ha mandato i suoi uomini a cercare i sospetti praticanti vudù in un centro di aggregazione e casa per casa. Sono stati catturati anche sacerdotesse (mambo) e sacerdoti (bokor) vudù. Monel Félix li ha poi fatti giustiziare. I cadaveri mutilati sono stati quindi bruciati nelle strade oppure buttati in mare o sotterrati.

Secondo Rnddh oltre 110 vittime avevano più di sessant’anni (ad Haiti, l’aspettativa di vita è di circa 64 anni).
Tra gli uccisi, molte erano persone note nel quartiere per il loro impegno comunitario, riporta il Combite pour la paix et le développement (Cpd, Comitato per la pace e lo sviluppo), associazione locale presente nella zona.

La motivazione del massacro sembra essere la malattia del figlio di Monel Félix, che lui attribuisce a un malocchio causato da riti vodù (che si ricorda essere una religione a tutti gli effetti, molto seguita ad Haiti, e non stregoneria). Il bambino sarebbe poi deceduto domenica.
Il capo banda non è nuovo a questo tipo di persecuzioni, già nel 2012 aveva fatto cercare e uccidere dodici donne praticanti e mambo.

L’eccidio è stato denunciato anche dal Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, tramite il suo addetto stampa, lunedì 9 dicembre. Il capo dell’Onu ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e chiesto alle autorità haitiane di realizzare un’inchiesta approfondita per fare in modo che gli autori di queste violenze e di tutte le altre violazioni dei diritti umani siano tradotti in giustizia.
L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, è pure lui intervenuto condannando l’atto durante una conferenza stampa lo stesso giorno a Ginevra. Türk ha detto che le vittime di violenze ad Haiti da inizio anno hanno raggiunto le 5mila unità.

Si ricorda che iI 3 ottobre scorso, un’altra gang aveva compiuto un massacro di oltre 70 persone a Pont Sondé, importante mercato e snodo rurale nell’Artibonite. In quell’occasione gli abitanti erano stati sorpresi a casa nella notte e trucidati.

Ad Haiti, dallo scorso giugno, è presente un contingente di 400 poliziotti provenienti dal Kenya, a cui si sono poi aggiunti 24 giamaicani, nell’ambito della Missione multinazionale di appoggio alla sicurezza (Mmas), approvata dalle Nazioni Unite nell’ottobre 2023, ma non sotto suo diretto mandato. In realtà la missione prevista dovrebbe contare circa 3.100 effettivi da diversi paesi dell’area centroamericana e dell’Africa. L’attuale numero è assolutamente insufficiente a contrastare le gang, i cui effettivi conterebbero oltre 10mila uomini ben armati.
Un fiorente traffico di armi dagli Stati Uniti verso Haiti e di cocaina in senso contrario è stato denunciato da un rapporto delle Nazioni Unite.

Attualmente Haiti è governata da un Consiglio presidenziale di transizione (Cpt), composto di 9 membri, che rimpiazza il Presidente (l’ultimo, Jovenel Moise è stato ucciso il 7 luglio 2021). La presidenza del Cpt è a rotazione, e dal 7 ottobre scorso è in carica l’architetto Leslie Voltaire. Ci sono già stati tuttavia problemi, con tre membri del Cpt, indagati per corruzione.
Il governo di transizione, inoltre, ha visto un repentino cambio di primo ministro l’11 novembre scorso. Gary Conille, in carica dal 12 giugno, è stato deposto con una procedura poco ortodossa dal Cpt e sostituito dall’uomo d’affari Alix Didier Fils-Aimé. Un avvicendamento che mostra come tra gli organi di transizione ci siano attriti notevoli, talvolta insanabili.
Le organizzazioni per i diritti umani accusano il Cpt di mancanza di volontà nella lotta contro le gang.

Lo scorso ottobre, il Cpt ha chiesto all’Onu che la Mmas sia trasformata in una missione delle Nazioni Unite con risorse consistenti e l’impiego di militari. Ma gli haitiani hanno già vissuto decenni di presenza dei caschi blu dell’Onu che, lontani dal portare soluzioni, hanno spesso causato problemi.

Marco Bello




Mondo. Plastica libera

Un fallimento senza se e senza ma. È il risultato della Conferenza delle Nazioni Unite sulla plastica (Cop16) tenutasi a Busan, in Corea del Sud, dal 25 novembre al 1° dicembre. Nel paese asiatico hanno vinto i lobbisti delle imprese chimiche e delle fonti fossili, contrarie a qualsiasi riduzione della produzione di plastica. A Busan, erano 220, più dei rappresentanti ufficiali dell’Unione europea (191). La presenza dei lobbisti alle Cop è diventata talmente prevalente e asfissiante che è stata lanciata una campagna contro di loro, «Clean the Cop».

Inventata all’inizio del Novecento, la plastica ha iniziato a diffondersi negli anni Cinquanta del secolo scorso. La produzione è cresciuta di anno in anno divenendo gigantesca come giganteschi sono i problemi che essa ha generato. Il principale produttore di plastica è, di gran lunga, la Cina con il 33 per cento del totale mondiale, seguita dagli Stati Uniti con il 17 per cento e dai paesi dell’Unione europea con il 12 (Statista, 2023).

Le conseguenze di questa produzione sono drammatiche. Si calcola che, nel 2024, saranno generati 220 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, pari a una media di 28 kg a persona in tutto il mondo. Un terzo di questi rifiuti, ovvero 69,5 milioni di tonnellate, saranno gestiti male e finiranno nell’ambiente naturale (interrati, dispersi o gettati negli ecosistemi acquatici, inquinando laghi, fiumi e mari). Nella classifica di chi riversa rifiuti plastici in oceano ai primi dieci posti ci sono nove paesi asiatici con Filippine, India, Malaysia, Cina, Indonesia e Myanmar a guidare il gruppo.

L’inquinamento da plastica può alterare gli habitat e i processi naturali, riducendo la capacità degli ecosistemi di adattarsi ai cambiamenti climatici, influenzando direttamente i mezzi di sussistenza, le capacità di produzione alimentare e la salute di milioni di persone.

Corea del Sud, Germania e Austria sono i paesi con i tassi di riciclaggio della plastica più alti al mondo. Tuttavia, se è vero che il riciclo è un passaggio fondamentale, è altrettanto vero che esso non è sufficiente per affrontare adeguatamente la questione.

«Non usciremo dalla crisi dell’inquinamento da plastica riciclando: abbiamo bisogno di una trasformazione sistemica per raggiungere la transizione verso un’economia circolare», ha spiegato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (United nations environment programme, Unep).

L’economia circolare è l’alternativa all’economia lineare, oggi dominante. Secondo la definizione del Parlamento europeo, quella circolare «è un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti al minimo».

Nella giostra delle conferenze ambientali, si sono già tenute la Cop16 sulla biodiversità e la più nota Cop29 sul clima. Attualmente è in corso (dal 2 al 13 dicembre) la Cop16 sulla desertificazione. È ospitata a Riyad, in Arabia Saudita. In questo caso, essendo molto toccata dalla questione, la petromonarchia saudita potrebbe essere più disponibile al raggiungimento di un accordo.

Paolo Moiola

 




Siria. Da Aleppo l’appello dei cristiani

Aleppo, nella Siria martoriata dalla guerra, è di nuovo preda della violenza. I cristiani si preparano al Natale anche con la solidarietà.
Il cardinale Zenari: «Non abbandonate la Siria». Padre Karakash, «manca tutto ma noi restiamo con la nostra gente. E prepariamo il Natale».

Nella parrocchia di San Francesco ad Aleppo, i fedeli hanno deciso di non cancellare il Natale. Manca tutto, il pane e la benzina, l’acqua e l’energia elettrica. Manca soprattutto la sicurezza che si era faticosamente ricostruita dopo quattordici anni di guerra. Eppure, nonostante l’occupazione della città da parte dei ribelli, la comunità cristiana non vuole perdere la speranza.

«Per un attimo i nostri giovani hanno dubitato di poter fare il presepe, che quest’anno ha come tema il Giubileo della speranza. Ma proprio questo tema li ha spinti a riprendere le forze per continuare la loro opera», racconta da Aleppo padre Bahjat Karakach, frate della Custodia di Terra Santa. Le linee telefoniche siriane da qualche giorno non funzionano, ma resta ancora possibile, almeno per il momento, comunicare via web.

Quindi, nonostante il rumore degli spari fuori dalle finestre, e il fatto che la maggior parte delle persone, coprifuoco o no, resta chiusa in casa per la paura, in questi giorni «decine di persone si sono offerte per pulire la chiesa e così prepararla alle prossime feste, questo aumenta il senso dell’appartenenza alla comunità e infonde sicurezza nei cuori, perché la vita non si ferma ma va avanti», dice padre Bahjat che della chiesa di San Francesco è il parroco.

Con la stessa determinazione, i francescani, dopo che domenica primo dicembre è stato bombardato il Terra Santa College, hanno riaperto, proprio lì, il panificio che distribuisce pane gratuitamente a chi ha bisogno: «Quando si tratta di fare il bene, nessuno ci deve fermare», dice padre Samhar che, insieme al confratello fra Bassam, per primo ha dato l’allarme del raid in arrivo sul college.

Loro due, poi, dopo l’attacco, sono stati gli ultimi ad andarsene dal luogo distrutto. Volevano assicurarsi, insieme ai vigili del fuoco, che l’incendio causato dalle bombe fosse completamente spento.

Ad Aleppo, la situazione ora è calma e drammatica allo stesso tempo. I religiosi raccontano di file di persone per prendere il cibo che ormai scarseggia nei punti vendita. I prezzi sono alle stelle: «Un litro di benzina costa l’equivalente di uno stipendio», spiega padre Bahjat. Nelle file dei disperati ci sono gli impiegati pubblici «ai quali non è stato pagato lo stipendio di novembre e che per il momento sono senza impiego».

Fuggire da Aleppo è difficile, se non impossibile: è percorribile un’unica strada, ma ci può volere anche una intera giornata per riuscire a uscire dalla città.
I ribelli che hanno preso possesso della città «mandano messaggi di tolleranza, istituiscono commissioni di sicurezza, si rendono disponibili a ogni richiesta», racconta ancora il religioso, ma la gente non si fida. Le cicatrici degli ultimi anni di guerra, con i bombardamenti sui civili e anche le restrizioni imposte dai jihadisti alle minoranze religiose, tra le quali quella cristiana, fanno ripiombare in un incubo.

Di qui l’appello del Nunzio, il cardinale Mario Zenari, che da Damasco chiede: «Non dimenticate la Siria, purtroppo il Paese era scomparso dai radar dei media, adesso è tornato. E allora vi chiedo: non abbandonate la Siria che sta soffrendo enormemente. In quattordici anni di guerra c’è stato mezzo milione di morti e tredici milioni di sfollati. Ora aumenteranno. Non dimenticate la Siria», ripete l’ambasciatore del Papa.

La voce, via telefono, va e viene, ma Zenari ci tiene a scandire più volte il suo appello al mondo: «Rivolgo un pressante appello alla comunità internazionale perché la Siria ha un ruolo importante nel Medio Oriente. Se non è aiutata, questa instabilità rischia di propagarsi», avverte. E deve essere aiutata anche la comunità cristiana che «ha un ruolo importante, ed è qui da prima dell’islam. Ha fondato scuole, ospedali, e i politici cristiani hanno dato un apporto significativo al progresso del Paese. Adesso bisogna aiutarli a restare, ma senza lavoro, senza un futuro, è difficile.

Benché non perseguitati, due terzi dei cristiani, negli anni di questa guerra, sono partiti. E questo è un fatto grave, un guaio per l’intera società siriana», conclude il cardinale Zenari.
Non sono mai andati via invece i religiosi, suore e frati, sacerdoti e vescovi. Restano lì anche i diversi missionari, dai religiosi del Verbo Incarnato alle suore di Madre Teresa di Calcutta. Sempre accanto alla loro gente, anche nei momenti più difficili.

Sabato 30 novembre, quando la situazione stava chiaramente per precipitare, tutti i vescovi di Aleppo, dei vari riti e confessioni, nel mosaico delle tradizioni religiose che in Medio Oriente è sempre stato una ricchezza, si sono rapidamente consultati per decidere il da farsi. «Abbiamo deciso di rimanere tutti con la nostra gente», ha riferito monsignor Hanna Jallouf, vescovo dei cattolici di rito latino. Si va avanti insieme sperando che anche ad Aleppo il Natale porti pace e serenità.

Manuela Tulli




Congo Rd. Un congolese su 4 rischia la fame

 

Un rapporto di fine ottobre della Piattaforma integrata di classificazione della sicurezza alimentare (Integrated food security phase classification, Ipc), composta da Ong e agenzie dell’Onu, riporta che 25,6 milioni di congolesi, su una popolazione di 104,3 milioni, sono minacciati a breve termine a causa dell’insufficienza alimentare. Inoltre, sono tre milioni le persone per le quali l’insicurezza alimentare oramai è acuta, ovvero sono in crisi umanitaria.

Secondo la Fao (l’agenzia Onu che si occupa di cibo e agricoltura e ha sede a Roma), si tratta di uno dei più grandi numeri al mondo per una sola popolazione con questa problematica.

L’insicurezza alimentare acuta è il risultato di diversi fattori combinati: i conflitti armati, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e quello dei costi di trasporto, ma anche l’effetto di diverse epidemie che hanno colpito il Paese.
È un dato che interessa tutto il Paese, con valori maggiori nelle aree di guerra, ovvero Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Qui la crisi umanitaria, già presente da tre decenni, è recentemente aumentata a causa del ritorno in auge del gruppo ribelle M23, finanziato dal vicino Rwanda. Si ricorda anche che la Monusco (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione) ha lasciato il Sud Kivu a fine giugno scorso, dopo vent’anni di presenza.

La guerra in queste regioni ha causato uno sfollamento massiccio della popolazione che si è assembrata nei campi profughi interni. Il 35% degli agricoltori ha smesso di coltivare, mentre il 25% degli allevatori ha perso i propri capi di bestiame. Attualmente, secondo la Fao, sono 7,3 milioni i congolesi che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni e si trovano nelle tendopoli.

Ci sono poi altri fattori strutturali che acutizzano la crisi, come la scarsità delle strade in numero e in percorribilità e la mancanza dell’accesso all’acqua.
Il problema delle vie di comunicazione rende difficile il collegamento tra i mercati e tra i produttori e i mercati stessi, e quindi la distribuzione degli alimenti, aumentandone enormemente il prezzo.

La Fao e il Pam (Programma alimentare mondiale) avevano già richiamato l’attenzione lo scorso marzo, quando parlarono di 40 milioni di congolesi in stato di insicurezza alimentare cronica.
Oltre a un aiuto di immediato, con distribuzione di cibo, sono necessari, secondo i tecnici della Fao, programmi di agricoltura di emergenze, ovvero distribuzione di sementi e di attrezzi agricoli per realizzazione di mini orti almeno per la popolazione dei campi di sfollati.
La Fao chiede ai donatori 330 milioni di dollari per 2025, per assistere oltre 3 milioni di congolesi attualmente in condizioni disperate.

Marco Bello

Per un approfondimento sul Congo si legga qui.