Corea del Sud. Dialogo tra fedi in vista della Gmg 2027

 

La prossima Giornata mondiale della Gioventù, che si terrà nel 2027 in Corea del Sud, «sarà un’occasione di dialogo tra le fedi – ci dice l’arcivescovo di Seul e amministratore apostolico di Pyongyang (Corea del Nord), monsignor Peter Soon-Taick Chung -. La Corea non è un paese cattolico, ci sono tante diverse religioni e quindi questo grande evento sarà una buona occasione di dialogo e anche per rinsaldare un ponte tra diverse fedi, per comunicare, per fare unità, e per costruire la pace».

Incontriamo monsignor Peter Soon-Taick Chung a Roma, a margine delle iniziative di preparazione, insieme al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, della prossima Giornata mondiale dei giovani. Il Papa ha fortemente voluto che si celebri in Asia, un continente dove i cattolici sono in crescita e dove la fede si coniuga, lì dove non ci sono situazioni di persecuzione, con le altre fedi.

Sarà la prima volta che la Gmg si celebrerà in un paese nel quale i cattolici sono una minoranza. In Corea del Sud, infatti, dice l’arcivescovo, «la metà della popolazione non professa alcuna religione, più o meno il venti per cento è buddista, un altro venti per cento è protestante e solo il dieci per cento è cattolica».

«I rapporti tra le religioni in Corea sono molto buoni», assicura l’arcivescovo elencando i tratti positivi delle altre religioni. «Nel buddismo, la principale caratteristica è la generosità. I protestanti sono dinamici, pieni di energia, e sono fratelli in Cristo. Con tutti abbiamo una buona relazione nella quotidianità. I nostri giovani sacerdoti hanno stretto amicizia con i monaci buddisti e i giovani pastori protestanti. E quindi immaginiamo la Giornata mondiale della Gioventù come un momento di dialogo e un vento di pace».

Monsingor Peter Soon-Taick Chung, che è anche il presidente del Comitato organizzatore locale di Seul 2027, confida: «Il sogno è che il raduno dei giovani con il Papa possa arrivare in un momento di pace per il mondo. La pace tra le due Coree, sì, ma non solo. In questo tempo in cui assistiamo a così tanti conflitti, io sogno la pace per tutti e la Gmg sarà una buona opportunità per edificarla insieme a tutti i giovani del mondo».

La speranza è di vedere a Seul anche i giovani della Corea del Nord: «Noi abbiamo la volontà di invitarli. Speriamo, e soprattutto preghiamo, perché la loro presenza possa diventare realtà». E prosegue: «Durante i periodi di persecuzione nell’Ottocento, i primi fedeli coreani inviarono lettere accorate al Papa, chiedendo missionari per preservare la loro fede e per unirsi alla Chiesa universale. Questo appello spinse Papa Gregorio XVI (1831-1846, ndr) a istituire nel 1831 il Vicariato apostolico di Chosun, inviando così missionari e permettendo alla fede di prosperare nonostante le persecuzioni. Proprio come ha fatto con la Chiesa coreana primitiva, il Pontefice – dice riferendosi a Papa Francesco – ha accolto ancora una volta la richiesta della nostra Chiesa, invitando i giovani di tutto il mondo a unirsi al pellegrinaggio della Gmg di Seoul 2027».

I giovani che verranno, conclude, saranno «missionari coraggiosi, ispirati a vivere la gioia del Vangelo».

Manuela Tulli




Antartide. Da bianca a verde

C’è muschio in Antartide e non è una buona notizia. Di norma, il continente del Polo sud – esteso 14 milioni di chilometri quadrati (più dell’intera Europa) – dovrebbe ospitare soltanto neve, ghiaccio permanente e roccia.

Oggi non è più così, e anche in questo caso la responsabilità è del cambiamento climatico. Gli scienziati se ne sono accorti monitorando l’Antartide con le immagini satellitari. Per tradurla in numeri, negli ultimi cinque anni la zona coperta da vegetazione è passata da 0,863 chilometri quadrati a 11,947, aumentando di 14 volte. La vegetazione (in gran parte, piante di muschio) ha guadagnato 40 ettari all’anno. Gli studiosi non hanno dubbi sulle cause: il surriscaldamento antropogenico.

Fino a un paio di anni fa, l’Antartide suscitava meno preoccupazioni dell’Artico (dove le temperature stanno aumentando molto più velocemente rispetto alla media globale). In epoca recente, la situazione è peggiorata. Nel 2023, il ghiaccio marino antartico – ovvero quello che si forma quando l’acqua congela nell’oceano – ha registrato la più bassa estensione estiva di sempre, con solo 2,06 milioni di chilometri quadrati di copertura.

«Poiché il ghiaccio è di colore chiaro – si legge sul sito di Copernicus, il programma di osservazione terrestre dell’Unione europea -, riflette la luce solare incidente nell’atmosfera, un processo noto come “effetto albedo“. Questo impedisce alla maggior parte del calore di essere assorbito dall’oceano. Tuttavia, quando la copertura del ghiaccio marino diminuisce a causa del riscaldamento globale, l’acqua superficiale assorbe più calore. Questo porta a un circolo vizioso, un “ciclo di feedback”, in cui il riscaldamento porta allo scioglimento dei ghiacci marini, il quale porta a un ulteriore riscaldamento».

In parole povere, il fenomeno potrebbe aggiungere molto più calore al pianeta, interrompendo il ruolo dell’Antartide come regolatore delle temperature globali. Quasi ciò non bastasse, la diminuzione dei ghiacci marini produce una serie di conseguenze a catena: aumento del livello degli oceani, mutamenti nella crescita del plancton e, quindi, della catena alimentare marina, apertura di nuove rotte di navigazione e, dunque, di nuove invasioni umane.

L’Antartide non è che uno dei tanti esempi del cambiamento climatico e delle sue drammatiche conseguenze. Però, a dispetto di queste evidenze, i sostenitori del negazionismo non rinsaviscono. Anche in Italia.

Un esempio tratto dalle prime pagine di due quotidiani nazionali dello scorso 9 ottobre. Su La Verità si leggeva: «Al Nord mai così freddo da 30 anni. Caldaie accese in anticipo… Il surriscaldamento globale non si è palesato e ha beffato Beppe Sala. Che di fronte al brusco calo termico degli ultimi giorni, che ha mandato in soffitta il refrain sull’autunno “più caldo di sempre”, si è arreso e ha detto ai milanesi di accendere i caloriferi». Sullo stesso tema, il quotidiano Libero scriveva: «Anche quest’anno a Milano patiremo un po’ più di freddo perché il sindaco Sala ha deciso di abbassare di un grado l’asticella dei termostati – 19 gradi invece dei 20 previsti per legge – in nome del solito ambientalismo. Ci saranno due gradi di tolleranza, ma oltre non si andrà per buona pace della litania green».

Il negazionismo usa spesso il «meteo» come sinonimo di «clima», commettendo un grave errore concettuale e scientifico. A quanto pare, però, il metodo è efficace per dare origine alle fake news di cui il negazionismo si nutre.

Paolo Moiola




Haiti. Massacro in Artibonite

 

Sono circa le 3 di notte del 3 ottobre scorso. A Pont Sondé, importante mercato agricolo della regione Artibonite, viene perpetrato uno dei più sanguinosi massacri di civili degli ultimi anni ad Haiti.

Un gruppo di banditi, chiamati «Gran grif», armati di pistole, mitragliatori e granate, provenienti da Savien, una località poco distante dove hanno la base, sono arrivati con il favore delle tenebre e hanno assaltato le case degli abitanti di Pont Sondé. Hanno ucciso la gente mentre dormiva, sparato a chiunque incontrassero sul loro cammino. Quindi hanno dato fuoco a una cinquantina di abitazioni, a oltre trenta automobili e a diversi magazzini. Si sono poi dileguati, lasciando dietro di loro la devastazione.

Questa gang (banda criminale in creolo) è una delle tante che controllano il paese. È comandata da un certo Luckson Elan, ma ne fa parte anche Ti Pay, originario proprio di Pont Sondé, dove è conosciuto.

Attacco annunciato

Voci di un possibile assalto giravano in paese da un paio mesi, dice il rapporto della Rnddh (Rete nazionale di difesa dei diritti umani). Si è trattato, infatti, di una rappresaglia, in quanto a Pont Sondé è attiva una milizia di autodifesa (pratica oramai comune in un Paese dove vige la legge della criminalità e la polizia non riesce a intervenire) chiamata la La Coalition (la coalizione), che era riuscita a togliere a Gran grif il controllo della strada nazionale numero 1. Questa, che passa da Pont Sondé, unisce il Sud, ovvero la capitale Port-au-Prince, al Nord del Paese, ovvero Cap Haitien (la seconda città di Haiti) e Port-de-Paix. La milizia aveva privato Gran grif degli importanti introiti del taglieggio operato su questa arteria fondamentale.

I membri della Coalition sono stati presi di sorpresa dall’incursione notturna, così come la locale stazione di polizia, i cui agenti non sono intervenuti.

Il bilancio è pesantissimo. Le vittime sono più di 70, tra loro bambini, donne, anziani, intere famiglie. Molti sono i dispersi e sono alcune decine i feriti da arma da fuoco o da taglio che hanno cercato soccorso nell’ospedale della città di Saint Marc, a 13 km.

L’assalto ha spinto alla fuga la popolazione verso la stessa Saint Marc, dove centinaia di famiglie si sono accampate per le strade e nella piazza Philippe Guerrier. Fonti delle Nazioni Unite parlano di 6.270 sfollati.

I padri dello Spirito Santo (Spiritani), che gestiscono l’unica parrocchia di Pont Sondé da decenni, sono stati evacuati da alcuni confratelli in una località più sicura. «Stanno bene fisicamente – ci dicono con un messaggio -, ma sono sotto shock e molto provati».

La voce dei vescovi

Intanto anche la Conferenza episcopale di Haiti fa sentire la propria voce, per mezzo del presidente, monsignor Max Leroy Mésidor, arcivescovo di Port-au-Prince. «La popolazione è all’ultimo respiro, chiede il soccorso dello Stato – dice il prelato all’agenzia stampa Alterpresse -. ll Paese è malato nel suo complesso, ma i dipartimenti dell’Ovest (dove si trova la capitale, nda) e dell’Artibonite (dove è avvenuto l’ultimo massacro), i più estesi di Haiti, sono messi ancora peggio. Mi chiedo se non ci sia un progetto segreto contro queste due zone, e contro la nazione intera». Il dipartimento dell’Artibonite, inoltre, coincide con la valle dell’omonimo fiume ed è il granaio del paese in termini di produzione di riso e altri prodotti agricoli.

L’arcivescovo se la prende con l’indifferenza delle autorità, che hanno abbandonato tutta la zona a se stessa: «Da circa due anni Petite Rivière de l’Artibonite, Liancurt, Pont Sondé sono alla mercé delle bande armate».

Nonostante le voci di un assalto imminente, inoltre, il dispositivo di sicurezza non era stato rinforzato.

«Faccio una domanda al Consiglio presidenziale, al governo, al capo della polizia: chi veglia sulla popolazione?», chiede l’arcivescovo.

Il governo di transizione

Attualmente Haiti è governata da un Consiglio presidenziale di transizione (Cpt), composto di 9 membri, che rimpiazza il Presidente (l’ultimo, Jovenel Moise è stato ucciso il 7 luglio 2021). La presidenza del Cpt è a rotazione, e dal 7 ottobre scorso è in carica l’architetto Leslie Voltaire. C’è inoltre un governo di transizione guidato da Gary Conille, in carica dal 12 giugno. Questo meccanismo, voluto dalla comunità internazionale, non ha per ora sortito grandi effetti sul terreno.

Tre membri del Cpt, inoltre, sono già sotto accusa di corruzione da parte dell’Unità per la lotta contro la corruzione di Haiti.

Da fine giugno scorso, inoltre, è arrivato un contingente di 400 poliziotti dal Kenya, a cui si sono poi aggiunti 24 giamaicani, nell’ambito della Missione multinazionale di appoggio alla sicurezza, approvata dalle Nazioni Unite nell’ottobre 2023. In realtà la missione prevista dovrebbe contare circa 3.100 effettivi da diversi paesi dell’area centroamericana e dell’Africa

Ancora monsignor Mésidor: «Perché, nonostante la forza multinazionale sia nel Paese, la situazione è peggiorata? […] Quante località devono ancora cadere [nelle mani delle gang] affinché [chi governa] mostri che c’è una sensibilità per il popolo? Questa transizione non è una rottura con il passato. Si stanno facendo le stesse cose: stessi scandali, stessi problemi, stessa indifferenza»

Secondo le ultime cifre delle Nazioni Unite, a livello nazionale, 703mila persone sono sfollate dal 2023 a causa delle violenze, mentre sono 5,3 milioni sono gli haitiani a rischio sicurezza alimentare acuta, ovvero quasi la metà della popolazione. Gli assassinii, da gennaio a settembre di quest’anno, sono stati 3.661 e le armi in possesso alle gang arrivano grazie a traffici dagli Stati Uniti.

Marco Bello




Messico-Guatemala. Migrazione al contrario

 

Hueuetenango, Guatemala. Ci vogliono sei ore di macchina da Città del Guatemala per arrivare a Huehuetenango, una delle più grandi città di questo paese centroamericano. Da lì, con un mezzo 4×4 e un autista di provata esperienza, si arriva a Cuilco, un piccolo e isolato paese di montagna. Un ulteriore percorso di due ore in strada sterrata, tra sassi, buche e posti di blocco della polizia di frontiera guatemalteca, conduce a Caserio Ampliación Nueva Reforma, un gruppo di case ritirato e difficile da localizzare persino su Google Maps. A oltre 2mila metri sul livello del mare, questo luogo sconosciuto ai più, è diventato uno centro di interesse per la cronaca nazionale, e pure internazionale.

Il 22 luglio scorso, oltre 300 messicani, tra uomini, donne e bambini, talvolta con animali domestici, sono partiti da Frontera Comalapa, in Messico, attraversando a piedi l’aspro passo montano che unisce il Messico al Guatemala. Questo esodo, frutto dell’ultima violenta sparatoria tra i cartelli del narcotraffico di Sinaloa e Jalisco Nueva Generación, ha dato vita a un flusso continuo di persone in fuga, una «migrazione al contrario» mai vista prima in quest’area, solitamente teatro di viaggi di sola andata verso gli Stati Uniti, e quindi in direzione Nord.
Negli ultimi mesi, il Chiapas (stato più a Sud del Messico, ndr) si è trasformato in un nuovo campo di battaglia per il controllo delle rotte migratorie, rubando la scena addirittura a luoghi tristemente noti come Tamaulipas, lo stato messicano più ambito dai narcotrafficanti messicani per il controllo del traffico di droga che dal Sud si muove verso i floridi mercati di consumatori di sostanze stupefacenti negli Stati Uniti.

App per chiedere asilo
Il Chiapas non è solamente il collo di bottiglia del Messico, da cui sono forzati a transitare tutti i migranti che provengono dall’America Centrale e del Sud, ma ormai è diventato una sorta di sala d’attesa per la richiesta di asilo negli Stati Uniti. Dal 23 di agosto scorso infatti, è possibile richiedere un appuntamento per presentare la propria richiesta di protezione internazionale negli Stati Uniti direttamente dal sud del Messico attraverso una App per telefono che si chiama «CBP One». Questo sistema è un’arma a doppio taglio perché, sebbene permette di contattarsi a distanza con gli organismi migratori statunitensi, obbliga le persone a rimanere in Messico, spesso accampate in strada e sottoposte a violenze costanti da parte della polizia messicana e dei narcos che hanno trovato in loro un business più redditizio del traffico di droga. Da qui la guerra quasi fratricida tra cartelli per il controllo del territorio e quindi anche per il privilegio di poter derubare e sequestrare sia i migranti bloccati in Messico, sia i bus che trasportano verso Nord chi invece ha deciso di tentare la «suerte», ovvero attraversare il confine nordamericano in maniera irregolare, senza aspettare mesi prima di ricevere un appuntamento attraverso la App CBP One.

Fuga dai narcos
A far le spese di una violenza in strada a colpi di fucile e pistola, spesso imprevedibile, sono i residenti della zona, che a fine luglio sono scappati in Guatemala in cerca di rifugio.
Ad accogliergli c’è stata la comunità della zona di Cuilco. Nonostante su questo confine, 9 persone su 10 vivano in condizione di povertà, secondo l’Insituto Nacional de Estadistica, la popolazione non si è tirata indietro e ha aperto le sue porte, offrendo cibo e allestendo la piccola scuola comunitaria con letti di fortuna. Alcune organizzazioni internazionali hanno fornito prodotti di prima necessità, tra cui medicine. Da parte sua, il governo del presidente guatemalteco Bernardo Arévalo ha dato supporto immediato, regolarizzando la presenza sul territorio attraverso visti umanitari, ma dall’altra ha aumentato i controlli in frontiera per monitorare l’inusuale flusso migratorio in entrata.
Il Governo messicano ha contribuito installando una cucina comunitaria a Caserio Ampliación Nueva Reforma, fornendo un apporto economico per il mantenimento dei connazionali e ha offerto a chi lo desiderasse la possibilità di ritornare alle proprie case con una garanzia di sicurezza, ma solamente una settantina di persone ha accettato. Gli altri hanno rifiutato perché temono per la loro vita e sono convinti che le loro case siano già state saccheggiate, per cui comunque dovranno ricominciare da zero.
«Negli ultimi giorni, altre 250 persone sono state alloggiate in altre comunità della zona di Cuilco – spiega un funzionario dell’Instituto nacional de migración (Inm) che preferisce restare anonimo per ragioni di sicurezza – In questa zona non esiste una vera e propria frontiera fisica. Siamo in montagna. È normale che chi fugge dai narcos cerchi rifugio in Guatemala, perché queste sono comunità transfrontaliere che, negli anni, hanno instaurato legami umani e commerciali con i vicini guatemaltechi».
La violenza dei cartelli rischia di trascendere oltre i confini del Messico, coinvolgendo sempre di più le zone di frontiera con il Guatemala che fanno parte di un’area naturale priva di qualsiasi controllo reale dello Stato. «Quando saliamo a Cuilco per rinnovare i permessi di permanenza sul territorio, scendiamo prima che faccia buio. Nessuno di noi dorme a Cuilco – continua il funzionario dell’Inm – Sarebbe come mettersi nella bocca del leone».

Simona Carnino




Etiopia. Calma armata

 

Le montagne del Tigray sono alte, aspre, piene di gole e anfratti. Un luogo ideale per nascondersi e nascondere. Per organizzare una guerriglia che duri nel tempo e logori l’avversario. Così devono averla pensata i tigrini. Terminata la guerra contro il potere centrale di Addis Abeba, non avrebbero smobilitato completamente il loro arsenale, ma lo avrebbero conservato in tanti piccoli arsenali sulle montagne in attesa di tempi migliori in cui riprendere la lotta.

Così la pensa il capo di stato maggiore della difesa dell’Etiopia, Berhanu Jula, che, in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Lulawi, un media informatico filo-governativo etiope con sede negli Stati Uniti, ha detto che il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) possiederebbe ancora armi leggere e pesanti anche se, al momento, non sarebbe più in grado di organizzare un’offensiva contro il governo centrale.
Quella dei tigrini è una strategia antica. Dopo aver condotto il lungo conflitto che ha portato negli anni Novanta alla caduta del dittatore Menghistu Hailè Mariam, i leader del Tigray hanno conservato il loro arsenale ben nascosto sulle montagne. Per anni le hanno custodite, finché nel 2020 sono rispuntate fuori quando le tensioni tra il governo di Abiy Ahmed e il Tplf si sono intensificate dopo il rinvio delle elezioni. Il governo etiope ha lanciato un’operazione militare con il supporto delle truppe eritree e delle forze locali della regione di Amhara. La risposta tigrina è stata durissima. Nonostante le vittorie iniziali del governo, il conflitto si è prolungato e ha avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. Sono pervenute numerose denunce di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi di massa, stupri e saccheggi. Inoltre, la regione del Tigray ha subito una grave crisi umanitaria, con milioni di persone sfollate e a rischio di carestia. Le restrizioni all’accesso umanitario e i blocchi agli aiuti internazionali hanno aggravato la situazione.

Nel 2022, dopo diversi tentativi falliti di mediazione internazionale, le parti in guerra hanno concordato un cessate il fuoco, consentendo agli aiuti umanitari di entrare in alcune aree colpite. Nell’intesa raggiunta tra le parti a Pretoria (Sudafrica) c’era anche una clausola che prevedeva la consegna da parte dei tigrini dell’armamento pesante e leggero a loro disposizione. A due anni da quell’accordo, però, pare che parte delle armi sia stato nascosto e sottratto alla consegna.
Il fatto che il movimento tigrino sia ancora armato, secondo Berhanu Jula, «è un problema» ma, ha aggiunto, il governo federale si sta consultando con il governo ad interim della regione del Tigray affinché la situazione non vada fuori controllo. Ha sottolineato che, se il gruppo armato dovesse fare movimenti minacciosi, «la Difesa prenderà misure».

Perché il Tplf non è stato disarmato? L’alto ufficiale etiope ha risposto che il problema del disarmo, della smobilitazione e della reintegrazione è legata alla mancanza di finanziamenti. Ha però dichiarato che sono in corso lavori per disarmare 75mila combattenti del Tplf, anche se non ha specificato i tempi. Secondo il governo federale, «il Tplf non è più in grado di rovesciare il governo con la forza».
Che il Tplf non abbia però intenzione di disarmare completamente è confermato anche da un’altra notizia apparsa sul quotidiano Addis Maleda. «Sebbene alcune scuole abbiano ripreso le attività, molte non funzionano ancora correttamente a causa della presenza militare», ha dichiarato Ato Redai G. Ezger, vicedirettore dell’Ufficio regionale per l’istruzione del Tigray, sottolineando che più di 550 scuole vengono ancora utilizzate come campi militari.
Le tensioni tra i tigrini e il governo centrale sono destinate a riaccendersi? Difficile dirlo ora. Certo l’Etiopia sta vivendo una serie di spaccature etniche interne che ne stanno minando la compattezza e l’unità. In questo scenario, il Tigray potrebbe nuovamente rivendicare la sua autonomia. E le armi potrebbero essere tirate fuori dagli arsenali sulle montagne.

Enrico Casale




Mondo. L’Onu ci prova (ma prevalgono le divisioni)

Il nome scelto è ambizioso: «Patto per il futuro» è stato, infatti, chiamato. È l’accordo globale più rilevante discusso e adottato nella 79.ma Assemblea delle Nazioni Unite (Unga), tenutasi a New York dal 24 al 30 settembre, alla presenza dei rappresentanti di 193 paesi. Come spesso accade (ad esempio, per l’«Agenda 2030» varata nel 2015), il testo è meritorio e suadente, ma è nato in tempi grami per i rapporti tra i paesi del mondo con una divisione profonda tra un Occidente in crisi e un’alternativa autocratica capeggiata da Russia e Cina.

L’incipit dell’accordo è solenne: «Noi, capi di Stato e di Governo, in rappresentanza dei popoli del mondo, ci siamo riuniti presso la sede delle Nazioni Unite per proteggere le esigenze e gli interessi delle generazioni presenti e future attraverso le azioni previste da questo Patto per il futuro». Il Patto si articola in 5 aree principali e 56 azioni: sviluppo sostenibile e suo finanziamento; pace e sicurezza internazionale; scienza, tecnologia e innovazione e cooperazione digitale; gioventù e generazioni future; trasformazione della governance globale. Include anche due documenti aggiuntivi: uno dedicato al superamento del divario digitale e uno relativo alle generazioni future.
Davanti a un mondo dove le controversie tra i paesi sfociano sempre più spesso in conflitti, viene affermato che «il sistema multilaterale e le sue istituzioni, con le Nazioni Unite e la sua Carta al centro, devono essere rafforzati». Questo rafforzamento dovrebbe passare anche attraverso una riforma del Consiglio di sicurezza: «Riformeremo – si legge nell’azione 39 – il Consiglio di sicurezza, riconoscendo l’urgente necessità di renderlo più rappresentativo, inclusivo, trasparente, efficiente, efficace, democratico e responsabile». Fin dall’inizio, il Consiglio di sicurezza dell’Onu (Unsc) è stato bloccato dai veti incrociati dei suoi membri permanenti.

Il Patto – inoltre – conferma in più passaggi l’impegno per l’Agenda 2030 e per il raggiungimento dei suoi obiettivi, la gran parte dei quali rimangono lontani.

«Questo Patto per il futuro – ha detto Charles Michel, presidente del Consiglio europeo – invia un forte segnale di fiducia che, nonostante le nostre differenze, nonostante le sfide che affrontiamo, possiamo lavorare insieme e vogliamo lavorare insieme. Potete contare sull’Ue come partner forte e affidabile per rendere questo Patto un successo». Peccato che l’Unione europea (indebolita dai partiti della destra populista) sia, da tempo, il grande assente dal panorama geopolitico internazionale, con una rilevanza ridotta ai minimi termini e un’assoluta povertà d’idee condivise.

L’accordo per il futuro, che – va ricordato – non è vincolante, ha avuto un iter travagliato. Alla fine, è stato adottato, nonostante i tentativi della Russia di far saltare il banco. La votazione sugli emendamenti russi ha visto, infatti, 143 voti favorevoli al Patto, 7 contrari e 15 astensioni. A votare contro sono stati la Russia e alcuni dei suoi principali alleati (Bielorussia, Corea del Nord, Iran, Nicaragua, Sudan e Siria), mentre tra gli astenuti troviamo Cina, Cuba, Arabia Saudita e Irak. I restanti paesi – tra cui l’Argentina dell’anarco capitalista Javier Milei – hanno deciso di non partecipare.
Tutti numeri, questi, che fanno intuire quanto difficile sarà l’effettiva messa in atto del Patto per il futuro oltre al recupero di un ruolo centrale per le Nazioni Unite.

Paolo Moiola




Giappone. Nuovo premier a sorpresa

 

«Ho gravato enormemente sui miei sostenitori e non sono riuscito a soddisfare le aspettative. È un fallimento». Shigeru Ishiba pronunciava queste parole di fronte a una manciata di giornalisti il 23 ottobre del 2020, dopo essere arrivato ultimo alle elezioni per la leadership del Partito Liberaldemocratico, la forza politica che governa il Giappone quasi ininterrottamente dal secondo dopoguerra.

Era la sua quarta sconfitta, la più umiliante, perché non avvenuta contro il suo storico e potente arcirivale Shinzo Abe, ma contro il grigio Yoshihide Suga. Appariva finita, i giorni migliori di Ishiba sembravano alle sue spalle. Quando nell’agosto scorso si è candidato per la quinta volta, subito dopo l’annuncio delle dimissioni di Fumio Kishida, in pochi prevedevano che stavolta la storia avrebbe potuto avere un finale diverso. E, invece, quella che lui stesso ha definito la «battaglia finale» è stata quella giusta. Venerdì 27 settembre Ishiba ha vinto le elezioni interne al partito, ricevendo automaticamente l’investitura a 102esimo premier del Giappone dal Parlamento nella seduta del 1° ottobre.
Ishiba ha un passato da banchiere, prima dell’ingresso in politica nell’ormai lontano 1986. Attestatosi su posizioni moderatamente riformiste, negli anni Novanta trascorre un periodo all’esterno di un partito che ritiene troppo conservatore. Salvo rientrare all’alba del terzo millennio, per ricoprire i ruoli di ministro della Difesa prima e di ministro dell’Agricoltura poi. In tanti prevedono per lui l’ascesa a posizioni apicali. Previsioni stoppate dal dominio di Abe, con cui Ishiba entra ripetutamente in rotta di collisione. Le sue posizioni critiche lo rendono un personaggio scomodo all’interno del partito, ma parecchio popolare nell’opinione pubblica.
Eppure, i maggiori favoriti alle elezioni della scorsa settimana sembravano altri. Secondo diverse previsioni dell’inizio della campagna elettorale, in pole position parevano in particolare Shunjiro Koizumi e Sanae Takaichi. Il primo, figlio dell’ex premier Junichiro, pareva il più apprezzato dal campo allargato al di fuori degli iscritti al partito. Coi suoi 43 anni e la sua aperta ostilità verso il sistema delle fazioni, i sondaggi lo davano come referente della voglia di cambiamento, fattasi più forte anche dopo il grande scandalo sui finanziamenti che ha costretto Kishida a sciogliere la maggior parte delle correnti interne. Nonostante le diverse dissoluzioni, la logica delle fazioni (vero pilastro della politica nipponica) non è scomparsa del tutto. L’inesperienza di Koizumi gli è costata il terzo posto al primo turno di votazioni, aperte a parlamentari e in egual numero a una parte degli iscritti.

Giunto secondo, Ishiba partiva sfavorito al ballottaggio contro Takaichi, aperto solo a parlamentari e gruppi partitici locali delle diverse prefetture. La ministra della Sicurezza economica uscente, che puntava a diventare la prima premier donna di sempre, aveva d’altronde l’appoggio di tutti gli ex adepti di Abe. Ma anche la fazione dell’ex premier Taro Aso, l’unica rimasta ufficialmente in piedi, aveva optato per lei. Alla fine, però, Ishiba ha prevalso per soli 21 voti. Uno scarto minimo per la tradizione del voto interno al Partito liberaldemocratico. A premiarlo i dubbi del cuore moderato del partito, guidato da Kishida, per le posizioni ultranazionaliste di Takaichi, assidua frequentatrice del santuario Yasukuni, luogo a dir poco controverso dove tra centinaia di caduti si commemorano anche 14 criminali di guerra dell’era coloniale nipponica. Una sua vittoria avrebbe rischiato di far saltare il delicato disgelo con la Corea del Sud, acuito le tensioni con la Cina e portato molte incognite anche sul fronte interno. Le sue posizioni radicali sono state viste come un serio rischio di esposizione alle critiche dell’opposizione, che nelle scorse settimane è peraltro riuscita a riorganizzarsi intorno all’influente figura dell’ex premier Yoshihiko Noda.
Ed ecco allora che la scelta è caduta su Ishiba, nonostante lui stesso non garantisca una continuità assoluta con le politiche di Kishida. Anzi, sul fronte interno il neo premier si oppone all’utilizzo del nucleare nel processo di transizione energetica, al contrario del suo predecessore. In politica estera, manterrà senz’altro l’alleanza con gli Stati Uniti ma ha il dichiarato obiettivo di ridefinirla. Secondo Ishiba, i rapporti sono troppo squilibrati. Per questo, mira a rivedere l’accordo sullo status delle forze armate e a ottenere una condivisione del deterrente nucleare. Non solo. In campagna elettorale ha dichiarato più volte che vorrebbe la costituzione di una Nato asiatica. Alla base del suo desiderio, non c’è solo la necessità di elevare la sicurezza regionale di fronte alle turbolenze con Cina, Russia e Corea del Nord, ma anche quella di mettere a punto un meccanismo militare in grado di fare parzialmente a meno degli Usa. Ishiba (e non solo lui) ha infatti dei dubbi sulla tenuta dell’impegno americano in Asia-Pacifico, soprattutto qualora alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump. In una parola, Ishiba mira a un certo grado di autonomia strategica. Obiettivo che non piace a Washington e che potrebbe causare qualche attrito nel futuro prossimo tra i due alleati.

Intanto, la prima sfida di Ishiba saranno le elezioni generali del 27 ottobre. In una mossa a sorpresa, il neo premier ha infatti dichiarato che intende sciogliere le camere e procedere al voto anticipato, nonostante in campagna elettorale avesse assicurato il contrario. L’opposizione si è arrabbiata, ricordando che Ishiba aveva stabilito che il voto si sarebbe fatto solo dopo aver «consentito agli elettori di giudicare il suo operato». Ma il Partito Liberaldemocratico ha consigliato a Ishiba di provare a far fruttare subito il gradimento dell’opinione pubblica, prima di dover mettere mano agli spinosi dossier economici, i più urgenti da aprire e risolvere. E prima che Noda riesca a strutturare l’opposizione.
Mancando solo poche settimane, l’esito delle elezioni generali potrebbe apparire scontato. Ma il Giappone sta insegnando che anche a Tokyo e dintorni di scontato c’è ormai ben poco.

Lorenzo Lamperti, da Taipei




L’ecologia profonda


Il filosofo e alpinista norvegese Arne Dekke Eide Næss è il padre della riflessione ecologista del Novecento. Ha contribuito a comprendere che «tutto è collegato» e che ciascuno, con il proprio stile di vita, può affrontare la crisi ecologica e, allo stesso tempo, vivere meglio.

«Introduzione all’ecologia» è un’antologia di scritti del noto filosofo (e alpinista) norvegese Arne Dekke Eide Næss (Oslo, 1912-2009).

«Arne Næss – si legge sul sito delle edizioni Ets – è stato il fondatore del movimento dell’ecologia profonda e il padre della filosofia dell’ecologia, ed è riconosciuto come il più importante filosofo norvegese. […] Personaggio eccentrico e geniale, ha alternato la sua attività accademica all’alpinismo (ha guidato la prima ascensione al Tirich Mir, 7708 metri slm in Pakistan) e alla passione per il pianoforte. Già membro del Circolo di Vienna, ha approfondito diversi ambiti filosofici, dall’epistemologia, alla psicologia, all’etica, alla metafisica, alla filosofia del linguaggio, sviluppando un’originale filosofia della vita («ecosofia T») ispirata ad un tempo alla tradizione occidentale (Spinoza, in particolare) e orientale (Gandhi e il buddismo)».

La visione di Næss s’identifica con l’ontologia della Gestalt, per la quale «tutto è collegato» (traduzione dell’inglese «everything hangs together»), «tutto dipende da tutto»: il primo principio dell’ecologia.

Næss invita il lettore a considerare le connessioni tra il pensiero del filosofo olandese del XVII secolo, Baruch Spinoza, e quello ecologico. Lo fa per 36 pagine fitte fitte, dalla 127 alla 163.

Ci aiutano un utile Indice analitico, l’Elenco delle fonti e una specie di condensato dei fondamenti dell’ecologia profonda proposto in otto punti a pagina 46 nel capitolo intitolato I fondamenti del movimento dell’ecologia profonda.

  1. Version 1.0.0

    La prosperità della vita umana e non umana sulla Terra ha un valore intrinseco. Il valore delle forme di vita non umana è indipendente dall’utilità del mondo non umano.

  2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita sono anch’esse valori in se stessi.
  3. Gli uomini non hanno il diritto di ridurre tale ricchezza e diversità, tranne che per soddisfare i loro bisogni reali.
  4. L’attuale interferenza umana nei confronti del mondo non-umano è eccessiva.
  5. Le politiche devono essere modificate.
  6. La situazione risultante sarà profondamente differente da quella odierna e renderà possibile un’esperienza più gioiosa della connessione di tutte le cose.
  7. Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita piuttosto che cercare un tenore di vita sempre più alto.
  8. Ci sarà una consapevolezza profonda della differenza tra il grande e l’intenso.

L’uomo Arne

Il filosofo è ben raccontato nella sua dimensione umana in un’intervista del 10 febbraio 2015 a Kit-Fai Næss, la sua terza moglie.

Sull’amore di Arne Næss per la montagna e per la musica: «Era un grande pianista», dice la moglie, e quando dovette scegliere se proseguire con la musica o con la filosofia, da giovane esclamò: «Non posso portare ovunque il pianoforte. Mentre, se faccio il filosofo, posso continuare a fare alpinismo».

Per quanto riguarda il futuro dell’ecologia, Arne ricordava spesso che ci sono tre tematiche da approfondire, che fanno capo a tre grandi movimenti: il movimento della giustizia sociale, il movimento dell’ecologia profonda e il movimento pacifista.

In riferimento all’ecologia profonda, per Arne è necessario modificare i nostri comportamenti, per poter cambiare il mondo. Una volta modificati, sarà più facile – quasi naturale – cambiare anche stile di vita. L’ecologia profonda si rivolge più a noi e a come viviamo che ai mezzi tecnologici che usiamo.

In merito alla crisi ecologica, Arne Næss, in alcuni suoi scritti, sembra essere alquanto pessimista sulle possibilità umane di affrontarla e risolverla. Sicuramente, però, per lui l’umanità non è il cancro del pianeta. Probabilmente la sua idea di uomo si avvicina a quella di Aldo Leopold per il quale siamo destinati a essere i custodi della Terra.

Di fondo, però, il filosofo era una persona generalmente molto ottimista: sosteneva che nel XXII secolo l’uomo avrebbe cambiato i propri comportamenti.

Tuttavia, per ora, le cose vanno male, e devono andare male, affinché l’umanità possa modificare il suo modo di vivere.

Essere positivi

L’invito di Næss all’ottimismo emerge anche dalle parole dell’amico Alan Drengson, la cui intervista del 2015 si trova in appendice dopo quella già citata alla moglie. Dal momento che il filosofo norvegese si esprimeva spesso tramite slogan, l’intervistatore domanda all’amico come sintetizzare in una frase, in una sorta di «messaggio in bottiglia», l’eredità filosofica e culturale di Næss.

«Sii positivo in ogni circostanza – è la risposta -; riconosci la tua innata capacità creativa, quella dei tuoi amici e di ogni altra persona, in tutti gli esseri viventi e nella natura. Ama il contatto con la natura e con le sue forme di vita: dedicale del tempo. Allontana ogni mezzo tecnologico e riposati nella natura. Rispetta ogni persona e ogni essere vivente che incontri sul tuo cammino».

Cinzia Picchioni


Piccola bibliografia

Bruno Bignami, Terra, aria, acqua e fuoco. Riscrivere l’etica ecologica, EDB, Edizioni Dehoniane Bologna 2012, pp. 214, 20,50 €.

Franco Nasi e Luca Valera (a cura di), Arne Næss, Quodlibet, Macerata 2023, pp. 376, 24 €.

Fritjof Capra et al., La cura della casa comune, Fondazione italiana di bioarchitettura (a cura di), Libreria editrice Fiorentina, Firenze 2020, pp. 258, 18 €.

Leo Hickman, La vita ridotta all’osso. Un anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso, Ponte alle Grazie, Milano 2007, pp. 268, 12 €.

Bill Devall e George Sessions, Ecologia profonda. Vivere come se la natura fosse importante, Nanni Salio (a cura di), Castelvecchi, Roma 2022, pp. 354, 20 €.

Gary Snyder, La grana delle cose, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1987, pp. 270.

Mathis Wackernagel e Bert Beyers, Impronta ecologica. Usare la biocapacità del pianeta senza distruggerla, Edizioni Ambiente, Milano 2020, pp. 312, 20 €.

 




Un banchetto di nozze


C’è una festa oggi. Un banchetto di nozze. Dio si è invaghito dell’umanità e la chiama per condividere ciò che è suo, ciò che è.

Ha sentito il grido delle sue creature levarsi dalla Terra. Le ha guardate e le ha amate.

E ha mandato i suoi testimoni attraverso i secoli e i confini, per parlare al loro cuore e cambiare il pianto in danza, mostrare che la morte ha perduto il suo veleno, e la vita è viva per sempre.

Giuseppe Allamano è uno di loro. Ha sentito il Signore stare alla porta e bussare. Bussava da dentro perché gli si aprisse per uscire incontro ai popoli*. E quando Giuseppe ha aperto, molti uomini e donne si sono sparsi fino ai confini della Terra per invitare tutti alle nozze, e dire che Egli è con noi ogni giorno, fino alla fine del mondo.

Quei missionari sono andati in Africa, Americhe, Asia, Europa e, con Maria Consolata, ancora oggi rinnovano il segno dell’acqua mutata in vino.

Sono giunti fin nel cuore dell’Amazzonia, dove hanno incontrato e affiancato i popoli nativi che si oppongono al male della storia che li travolge.

Anche lì, come in tutti gli altri luoghi geografici ed esistenziali nei quali vivono, hanno portato la notizia delle nozze, e hanno celebrando la cena del Signore che realizza «il radunarsi escatologico del popolo di Dio»*.

Anche lì, dove la guarigione di un uomo in fin di vita ha mostrato in modo tangibile che la morte non ha l’ultima parola, che la vita non muore, l’umanità oggi può sentire di non essere abbandonata, ma consolata, sposata.

C’è una festa oggi. Una festa che non legge le sofferenze individuali e di interi popoli come incidenti da tralasciare, la croce come una parentesi da scordare. Ma come vita amata da trasfigurare, già qui e ora.

Grati per le opere che il Signore ha compiuto e compie,
buon mese missionario in questo ottobre che celebra Giuseppe Allamano santo

da amico, Luca Lorusso

*Cfr. Messaggio di papa Francesco per la giornata missionaria mondiale (Gmm) del 20 ottobre 2024, data della canonizzazione di Giuseppe Allamano, uno dei principali promotori dell’istituzione della Gmm stessa.

 




Sviluppo e IA, molte incognite


L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 e a contrastare il cambiamento climatico. A patto, però, che l’energia e l’acqua necessarie per farla funzionare non peggiorino il problema più di quanto lo risolvano.

L’intelligenza artificiale (Ia) può aiutare a prevedere carestie e inondazioni, a usare l’acqua in modo più efficiente, a monitorare e tagliare le emissioni di gas serra, a ridurre la mortalità materna e infantile e le disparità di genere, a colmare le lacune nella raccolta dei dati a livello globale e a fare molte altre cose utili al raggiungimento degli obiettivi si sviluppo sostenibile (acronimo inglese: Sdg) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

A patto, però, di trovare modi efficaci per renderla sicura, inclusiva e sostenibile.

Lo hanno affermato lo scorso maggio a Ginevra al vertice mondiale Ai for Good@ sia il segretario generale Onu António Guterres – l’intelligenza artificiale può «mettere il turbo allo sviluppo sostenibile» -, sia Doreen Bogdan-Martin, la segretaria generale dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu, nell’acronimo inglese), l’agenzia Onu per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Bogdan-Martin ha riconosciuto il ruolo potenziale dell’Ia nel «salvare gli Sdg», ma ha anche ricordato che un terzo degli abitanti del mondo, cioè 2,6 miliardi di persone, rimane privo di connessione ed «escluso dalla rivoluzione dell’Ia».

L’intelligenza artificiale è affamata di elettricità e assetata di acqua, ha poi spiegato nel suo intervento Tomas Lamanauskas, il vice di Bogdan-Martin: quando si parla di clima, si è chiesto Lamanauskas, le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale sono parte del problema o ci aiuteranno a trovare una soluzione?@

Progetto eolico, sulla strada per Loyangalani. e lago Turkana.

L’Ia per clima e sviluppo

Queste tecnologie, ha detto Lamanauskas, hanno un potenziale evidente nel contribuire a identificare soluzioni per affrontare la crisi climatica: possono, ad esempio, rilevare e analizzare cambiamenti anche minimi degli ecosistemi, e aiutare a pianificare le attività per la loro conservazione, monitorare le aree danneggiate dalla deforestazione, aumentare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.

Secondo uno studio del Boston consulting group, società di consulenza con sede a Boston, Usa, l’uso dell’Ia potrebbe aiutare a realizzare un taglio delle emissioni di anidride carbonica fra il 5 e il 10%. Per dare una misura, si tratta di una quota non lontana da quella prodotta oggi dall’Unione europea. Anche nell’adattamento ai cambiamenti climatici le tecnologie basate sull’Ia potrebbero aiutare le città a individuare meglio le aree vulnerabili e a fornire stime realistiche sui costi che le amministrazioni cittadine dovrebbero affrontare se non agiscono in tempo.

Ad esempio, lo scorso aprile Preventionweb, un servizio dell’Ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri, riportava@ i risultati promettenti ottenuti da alcuni studiosi del California institute of technology nel prevedere con un anticipo fra i 10 e i 30 giorni le piogge monsoniche dell’Asia meridionale. I ricercatori hanno affiancato l’apprendimento automatico alla più tradizionale modellistica numerica (l’uso cioè di modelli matematici per simulare ciò che avviene nell’atmosfera), ottenendo un modello che si è mostrato più preciso e attendibile. Capire e prevedere meglio il comportamento dei monsoni è importante per i contadini di Paesi come India, Pakistan, Bangladesh, che devono programmare il raccolto, e per le autorità locali, che possono prepararsi per tempo a eventuali inondazioni. Ma anche per chi studia i fenomeni climatici a livello globale, poiché i monsoni hanno un’influenza sul clima del pianeta. Quanto al contributo potenziale dell’intelligenza artificiale allo sviluppo sostenibile, proprio l’Unione internazionale delle telecomunicazioni ha pubblicato di recente una lista di casi d’uso in cui l’Ia viene testata per capire quanto efficace può essere nel raggiungere gli Sdg. La selezione finale – 53 casi da 19 Paesi, scelti fra 219 casi da 38 Paesi – include progetti che usano l’Ia per fornire servizi di telemedicina in Cambogia, ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura e ridurre la corruzione negli appalti pubblici in Tanzania, migliorare la salute e il benessere degli animali negli allevamenti avicoli in Rwanda e prevenire gli incendi nei terreni torbosi della Malaysia.

L’Ia ha fame di energia

Il consumo di energia da parte di centri dati (data centre) per l’Ia e il settore delle criptovalute potrebbe raddoppiare entro il 2026, passando dai circa 460 terawattora (TWh) nel 2022 a oltre mille. È un consumo di elettricità che equivale più o meno a quello del Giappone. Lo scrive nel rapporto Electricity 2024@ la Iea, Agenzia internazionale dell’energia, che riferisce anche che ci sono oggi circa 8mila centri dati nel mondo, di cui un terzo negli Stati Uniti, il 16% in Europa e il 10% in Cina. Negli Usa, 15 Stati ne ospitano l’80%, mentre in Europa si fa notare il caso dell’Irlanda che, anche grazie a un regime fiscale molto favorevole per le imprese, ha visto il settore espandersi rapidamente e oggi i centri dati hanno un consumo di energia pari a quello di tutti gli edifici residenziali urbani del Paese.

Ma che cos’è un centro dati? È uno spazio fisico dove vengono collocati i computer e i dispositivi hardware che servono per elaborare, archiviare e comunicare dati. L’intelligenza artificiale funziona e si «allena» proprio grazie alla enorme mole di dati elaborati in questi entri (necessari per internet a prescindere della Ia, che però ne aumenterà il numero, ndr). Il 40% dell’energia che usano, continua il rapporto Iea, serve per l’elaborazione dei dati, un altro 40% per il raffreddamento degli impianti e il 20% fa funzionare altre apparecchiature.

Lichinga. Villaggio con capanne di paglia e antenna relevisiva

Più efficienza e regole

Il consumo di elettricità dell’intelligenza artificiale rappresenta oggi una frazione del consumo energetico del settore tecnologico mondiale, a sua volta stimato intorno al 2-3% delle emissioni globali totali.@

Ma, ricordava a marzo sul Financial Times@ la giornalista, politica e consulente della Commissione europea, Marietje Schaake, molti esperti del settore, a cominciare dall’amministratore delegato del laboratorio di ricerca OpenAI, Sam Altman, sono convinti che il futuro dell’intelligenza artificiale dipenda da una svolta energetica. Anche per questo, continua Schaake, le aziende tecnologiche sono diventate grandi investitrici nel settore dell’energia: «Meta scommette sulle batterie, Google punta sulle fonti di energia geotermica, Microsoft afferma di poter mantenere il suo impegno a raggiungere emissioni zero e diventare autosufficiente dal punto di vista idrico entro la fine del decennio». Tuttavia, conclude la giornalista citando Christopher Wellise, vicepresidente dell’azienda di data center Equinix, la tecnologia si sta muovendo più velocemente di quanto si sia evoluta la nostra infrastruttura.

È presto per dire quale strada prenderà il settore tecnologico per garantirsi l’energia che gli serve, ma, sottolinea il rapporto Iea, per contenere il consumo dei centri dati sarà fondamentale sia migliorare l’efficienza energetica sia promuovere una legislazione che vincoli lo sviluppo tecnologico agli obiettivi climatici.

Il dibattito oggi sembra muoversi intorno a questi aspetti: le fonti rinnovabili possono dare un grande contributo alla produzione dell’energia necessaria, ma fonti come il sole e il vento hanno il limite di essere intermittenti e di non poter garantire da sole la continuità che i centri dati richiedono. Per garantire questa continuità servono soluzioni nuove che evitino di gravare sulle reti elettriche locali e di ricorrere alle fonti fossili, e c’è anche chi, come la Svezia, ipotizza la costruzione di centri dati alimentati a energia nucleare. L’Ia, poi, può e deve avere un ruolo sia nel migliorare l’efficienza dei centri dati da cui dipende sia nel trovare soluzioni utili alla decarbonizzazione globale.

La sete dell’Ia

L’intelligenza artificiale, riferivano tre studiosi dell’Università di Amsterdam sul sito The Conversation a marzo scorso@, consuma anche molta acqua. Questa serve sia per raffreddare i server che ne sostengono la potenza di calcolo sia per produrre l’energia che li alimenta. Una stima che è circolata molto negli ultimi mesi è quella indicata nello studio di Shaloei Ren, professore di Ingegneria elettrica e informatica presso l’Università della California, Riverside, e dei suoi colleghi@, secondo cui Gpt-3 – il modello computazionale alla base del software ChatGpt – deve «bere» (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da mezzo litro per un numero di risposte che varia fra le 10 e le 50 a seconda delle condizioni: una tradizionale ricerca su Google consuma circa mezzo millilitro di acqua.

Sempre secondo Ren, il consumo idrico nei centri dati di Google nel 2022 è aumentato del 20% rispetto all’anno precedente, mentre quelli di Microsoft hanno registrato un incremento del 34% nello stesso periodo ed è molto probabile che sia proprio l’intelligenza artificiale la causa di questi aumenti.

Il prelievo complessivo di acqua da parte di Google, Microsoft e Meta, si legge nello studio, è stimato in 2,2 miliardi di metri cubi nel 2022, equivalente a due volte il prelievo totale annuo di acqua della Danimarca e, nel 2027, potrebbe collocarsi fra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, pari a metà del prelievo del Regno Unito. Un altro dato che colpisce nel rapporto è quello secondo cui circa 0,18 miliardi di metri cubi sono stati persi a causa dell’evaporazione: una quantità che supera il totale prelevato in un anno dalla Liberia per i suoi 5,3 milioni di abitanti.

Proteste di chi ha sete

Diversi investitori si stanno orientando proprio verso l’Africa subsahariana@: in Kenya, ad esempio, si prevede una espansione del settore dei centri dati dai 190 milioni di dollari di valore del 2021 ai 434 milioni previsti per il 2027. L’Africa, ricorda il rapporto 2024 delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, è però anche il continente in cui circa mezzo miliardo di persone vive in condizioni di insicurezza idrica@.

In America Latina, poi, il progetto di Google di costruire un data center in Uruguay ha scatenato forti proteste: il consumo di acqua per raffreddare i server sarebbe di 7,6 milioni di litri di acqua al giorno, pari all’uso domestico quotidiano di 55mila persone. Nel 2023 il Paese ha avuto la peggiore siccità degli ultimi 74 anni. Le autorità pubbliche hanno cercato di affrontarla prelevando acqua dall’estuario del Rio de la Plata, acqua che però ha un sapore salato ed è sconsigliata a donne incinte e persone fragili. In un’intervista al Guardian, Carmen Sosa, della Commissione uruguaiana per la difesa dell’acqua e della vita, ha detto che la siccità ha evidenziato i limiti di un modello economico dove l’80% dell’acqua va all’industria e le risorse sono concentrate in poche mani.

Non stupisce che il progetto di Google non sia stato accolto con grande entusiasmo.

Raccolta di acqua nel letto di un fiume in secca a Baragoi, Kenya

Altri rischi da tenere d’occhio

Ci sono anche altri modi in cui l’intelligenza artificiale rischia di rallentare il cammino verso gli obiettivi dell’agenda 2030. A riassumerli è un documento@ del consorzio internazionale di statistica Paris 21, fondato da Nazioni Unite, Ocse, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.

Il primo rischio è che le infrastrutture inadeguate e le minori competenze nei Paesi del Sud globale portino a un ulteriore aumento del divario digitale con il Nord del mondo. Vi è poi il problema dei pregiudizi che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a propagare: gli algoritmi alla base dei modelli di Ia, infatti, «imparano» e si «allenano» su dati che spesso riflettono le diseguaglianze e gli stereotipi della società e tendono a riprodurli quando vengono utilizzati, ad esempio, per la selezione del personale o per assegnare priorità nell’assistenza ai pazienti in una struttura sanitaria.

Vi sono infine i rischi legati alla violazione della privacy e dei diritti umani, come nel caso dell’uso di droni per la raccolta di immagini o delle app di riconoscimento facciale.

Al summit Ai for Good, Sage Lenier, un’attivista per il clima, ha poi avanzato un’altra interessante osservazione@. La catena di fast fashion Zara, ha spiegato Lenier, è sotto accusa da anni per la sua sovrapproduzione di vestiti, le condizioni disumane delle sue fabbriche e l’enorme impronta di carbonio. Zara aggiunge 2mila nuovi capi al suo sito web ogni mese.

Da qualche anno, però, c’è una nuova catena che commercia online, la cinese Shein, che aggiunge 60mila nuovi articoli al mese e nel 2023 ha generato circa 32,5 miliardi di dollari di fatturato. Shein sembra a sua volta destinata a essere superata da Temu, piattaforma cinese di e-commerce nata a settembre 2022 e capace di generare, già nel 2023, 27 miliardi di fatturato. Shein e Temu, ha detto Lenier, sono ciò che accade quando lasciamo che l’intelligenza artificiale sia applicata a settori che stanno già distruggendo il pianeta e sfruttando le persone nelle loro catene di produzione: l’Ia permette a queste aziende di analizzare rapidamente le tendenze della moda e le preferenze dei consumatori, creare strategie di marketing iper-personalizzate e ottimizzare cicli di produzione accelerati.

Queste aziende non potrebbero produrre a un ritmo così veloce e a basso costo senza lo sfruttamento del lavoro, incluso il lavoro minorile e quello assimilabile alla schiavitù. La pressione resa possibile dall’intelligenza artificiale acuisce queste condizioni di sfruttamento.

Chiara Giovetti