Bisturi e passione

Medici di frontiera (2): Sivlio Galvagno e il CCM

Trentatre anni fa partiva per la prima volta. In Africa ha vissuto e continua a tornarvi.
Il suo cruccio è garantire il diritto alla salute per tutti. Così il chirurgo piemontese si racconta.

«In Italia non si capisce che in molte parti del mondo il diritto alla salute esiste solo sulla carta. In Kenya dicono che hai diritto alle medicine e che le cure sono gratuite, ma se poi non paghi non ottieni nulla. E ti mandano a comprare anche il filo di sutura. Mi è capitato, a Nairobi, lavorando nelle baraccopoli, che un ragazzo operato con una placca per una frattura di gamba, richiedesse di toglierla perché l’aveva già rivenduta ad un altro paziente. Venendo al controllo mi diceva: “Sto bene; togli la placca che qualcuno la sta aspettando”».
Chi parla è Silvio Galvagno, medico chirurgo di Manta, nei pressi di Saluzzo (Cn), che da 33 anni si adopera affinché il diritto alla salute prenda consistenza in Africa e in altre latitudini.
Discreto, quasi schivo, ma molto disponibile, Silvio non ama parlare di sé. Ma si sforza perché crede anche in questa dimensione, la comunicazione, per cambiare lo stato delle cose.
Fin dai tempi del liceo, Silvio, con amici di Saluzzo, fonda l’associazione «Club 3», con l’intento di attivarsi per il Terzo mondo. Poi all’Università si iscrive a medicina e … «Sentii parlare di un certo dottor Meo». Giuseppe Meo (vedi MC marzo 2011), uno dei fondatori dell’Ong «Comitato collaborazione medica» (Ccm). All’epoca, inizi anni ’70, il Ccm era composto da Meo, da sua moglie, e dall’inossidabile Roberto Masino. Tutti ancora in prima linea.
«Andai a parlare con Meo spiegandogli che avrei voluto partire. Lui disse che mi dovevo preparare come chirurgo». Silvio imposta gli ultimi anni degli studi sulla base dei consigli del dottor Meo. «Essere come medico il meno specialista possibile. Certamente la chirurgia di base in Africa è fondamentale e salva la vita. Come ricucire qualcuno che è stato incornato e ha le budella fuori dalla pancia».

Africa (CON MARIA TERESA)
Il grande giorno arriva nel 1979. Silvio ha una scadenza, perché sostituirà il servizio militare con il volontariato all’estero, ma il posto su un progetto seguito dal Ccm non si libera.
Giuseppe Meo trova allora una possibilità nell’ospedale di Sololo, della diocesi di Marsabit, Nord del Kenya, all’epoca appoggiato da un’associazione di Negrar (Verona), l’«Unione medica missionaria italiana».
È fatta. Silvio passa due anni a Sololo, in una zona sperduta ai confini con l’Etiopia.
«Mi davano 60.000 lire al mese. Ero da solo nella gestione dell’ospedale – ricorda – in quel periodo non c’erano le suore». Qualche tempo dopo, diviene vescovo a Marsabit, padre Ambrogio Ravasi, missionario della Consolata. Il Ccm firma una convenzione con lui e inizia una collaborazione che continua ancora oggi.
Nel frattempo, Silvio si sposa con Maria Teresa Caselle, medico al pronto soccorso delle Molinette di Torino, che condivide con lui questa passione. «Come viaggio di nozze siamo stati via due anni, volontari ancora a Sololo». Sono gli anni ’85-‘87. Silvio e Maria Teresa vi tornano per altri due anni, con il primo figlio nel 1990.
Vanno ancora a lavorare in Kenya per altri due anni. Questa volta al Nazareth Hospital, appena fuori Nairobi, che era gestito delle suore della Consolata (oggi passato alla diocesi).
«Era un grosso ospedale, molto buono, dove come Ccm avevamo un progetto per ricoverare i poveri delle bidonville, in collaborazione con padre Alex Zanotelli. Io andavo tutti i mercoledì pomeriggio all’ambulatorio nella discarica, dove c’era Sara, infermiera, che poi è morta di Aids».
L’intenzione è di stare lì e mandare i figli a scuola a Nairobi. «Però le scuole africane non ti danno nessuna sicurezza quando rientri (non sono riconosciute dal nostro sistema scolastico, ndr), mentre le scuole private sono per le élite e a noi non piaceva».
Quindi, quando il figlio più grande deve iniziare la prima elementare, la famiglia rientra in Italia. Silvio non perde però il «vizio» e si butta a capofitto nelle attività con il gruppo del Ccm che già opera a Torino e in diversi paesi africani. Da allora compie missioni chirurgiche per periodi brevi (un mese, un mese e mezzo), per poi tornare alla base di Manta.

La famiglia allargata
La famiglia Galvagno fa scelte coraggiose e impegnative anche sul fronte dei figli: un’adozione e due affidi, dopo il primo figlio. Una vera «famiglia allargata», all’africana.
«In questo è Maria Teresa che “tira”, io da solo non ce l’avrei mai fatta» sorride Silvio. Ed è orgoglioso di parlare dei figli:
«Il primo studiava a Parigi e ora ha finito, poi abbiamo un figlio peruviano che sta facendo l’Erasmus a Madrid. È stata con noi una ragazza in affido, che ora è sposata e ha una bambina. Questi tre sono a posto. Con noi c’è ancora un ragazzo, che sta frequentando la scuola secondaria».
Alla domanda se è più difficile operare in condizioni estreme in Africa o educare i figli Silvio risponde: «I figli sono facili quando sono piccoli, ma poi crescono e diventa molto più complicato». Maria Teresa è andata in pensione presto e si è impegnata in questa famiglia allargata. Oggi gestisce, come volontaria, anche la bottega del commercio equo a Saluzzo: Solidarmondo.
«Siamo ancora tornati in Africa con i figli per ferie, mentre periodi più lunghi e di lavoro li ho fatti da solo».

Chirurgo di guerra
L’11 settembre 2001 trova Silvio impegnato con il Ccm. «Era un periodo in cui andavo in Africa solo a farmi venire dei “mal di testa”: beghe e discussioni a non finire di programmi che andavano male. Sololo compreso. Parlandone a casa dicevamo, ma è possibile con quello che sta succedendo in Afghanistan? E scrissi due righe ad Emergency».
Era il Natale 2001 e l’Ong milanese di Gino Strada non si fa sfuggire l’occasione. Silvio parte per l’Afghanistan a inizio 2002. Compie diverse missioni con Emergency, lavorando in Afghanistan (Kabul e Lascarga), Iraq (Kirkuk e Soulimanya), Sierra Leone, Darfur.
«Ho trovata buona la filosofia di Emergency finché riguardava la chirurgia di guerra, me ne sono staccato quando si è parlato di cardiochirurgia. Fare un ospedale in Sudan per operare gratuitamente bambini e adulti malati di cuore ha un rapporto di costo / benefici, molto sfavorevole. Con i costi per operare un bambino al cuore ne operi 1.000 di appendicite, oppure ne curi 10.000 con altre malattie più endemiche. In Africa le malattie killer sono broncopolmonite, malaria, diarrea: costa poco curarle e coinvolgono tantissima gente. Per un intervento al cuore, poi occorre fare sempre controlli sofisticati, e i pazienti che vengono da lontano non potranno neppure seguirle».
Silvio torna al Ccm, che non ha mai veramente lasciato. Ne diventa presidente e attualmente vice presidente. Per avere più tempo lascia l’ospedale pubblico di Savigliano, vicino a casa, e specializzato in Germania in chirurgia vertebrale, lavora in una struttura privata convenzionata: «Così ho uno stipendio assicurato e una migliore gestione del tempo: niente tui e guardie. Posso impegnarmi con il Ccm in Italia e quando faccio le missioni all’estero non devo consumare le mie ferie». Scelta «scomoda» e impegnata.

A cavallo tra due continenti
«Adesso faccio le missioni con il Ccm quando c’è bisogno e dove c’è bisogno». Si occupa in particolare dei progetti dell’Ong in Etiopia e in Uganda (nel Lacor Hospital della Fondazione Corti). A novembre 2011 va in Etiopia, a Filtu, dove arrivano i somali in fuga dalla carestia (vedi MC novembre 2011). Poco prima era volato in Rwanda, su richiesta del Don Gnocchi, per organizzare meglio un centro per bambini portatori di handicap. Senza dimenticare il Sud Sudan, dove ha operato in due piccoli ospedali rurali a Adior, Bungagok, seguiti dal Ccm. «Lì facciamo operazioni chirurgiche per insegnare a operare agli infermieri, su patologie semplici, come l’eia inguinale. Abbiamo operato 45 eie, alternandoci: una io e una un infermiere. Prossimamente andrò in Uganda, a Gulu, dove il Ccm ha un progetto con un grosso ospedale universitario, governativo, ma seguito dalla Fondazione Corti di Milano. Ci hanno chiesto di organizzare un reparto di 90 letti di traumatologia. Sembra che gli incidenti della strada siano in aumento in Africa, mentre diminuiscono le lesioni da guerra. Come Ccm abbiamo una decina di ortopedici che si sono dati disponibili ad andare periodicamente a Gulu».

Come cambia l’Africa
In oltre trenta anni di lavoro Silvio assiste ad alcuni cambiamenti: «Abbiamo visto l’africanizzazione di molti ospedali che erano gestiti da missionari bianchi. Oggi sono sostituiti da missionari africani o da laici locali. È successo anche a Sololo, a un certo punto era gestito da tre africani assunti dalla diocesi. Ma l’esperienza si è poi chiusa. In Uganda, ad esempio, c’è già un gruppo medico molto valido, si fa un progetto specialistico».
Un passo oltre l’urgenza. «Questo è il nostro obiettivo. Chi l’ha perseguito da sempre è Giuseppe Meo».
Uno dei pilastri della filosofia Ccm è il cosiddetto «capacity building», ovvero la costruzione di competenze, capacità, nel personale locale. Formazione sul campo, assunzione di responsabilità.
«Noi cerchiamo di far sì che siano loro a fare le cose. Anche perché non possiamo essere sempre presenti».
Ma c’è un altro punto fondamentale per il Ccm: «In secondo luogo, importante, è ritornare e fare coscentizzazione in Italia, sul territorio. Sensibilizzare i nostri concittadini. Affinché si capisca cosa vuol dire povertà e assenza di diritti in campo sanitario. Che non c’è mutua, assicurazione, nulla. Ti fanno la prescrizione e poi ti danno il foglietto dicendoti di andare a comprare. Fuori dell’ospedale ci sono le farmacie private. Far conoscere quello che facciamo, è fondamentale».
Questo si realizza con incontri, articoli sui giornali medici e articoli divulgativi. Diversi gruppi in provincia di Cuneo sostengono progetti del Ccm. In quest’ottica Silvio pubblica un libro di ricordi (vedi box) «Ho recuperato un po’ di appunti, altri li avevo persi. Li ho raccolti per condividere con i lettori le sensazioni che io provavo».
Negli anni sono cambiati anche i finanziamenti. Fino a qualche tempo fa, il ministero degli Affari esteri italiano finanziava progetti di sviluppo. Ora ha quasi azzerato.
«Nei progetti Ccm finora riusciamo ancora a offrire tutto gratuitamente per la popolazione. Gli ospedali di Bungagok e Adior, ad esempio, sono finanziati da due progetti: uno della Regione Liguria e uno della Regione Toscana, nonostante la crisi. A Sololo c’è un progetto mamma-bambini in cui i bambini sotto i 5 anni e le gravide non pagano. Sono soldi raccolti da diversi gruppi di appoggio Moretta, Savigliano, in provincia di Cuneo».

I volontari di domani
Le missioni sono sempre realizzate da volontari che si pagano i viaggi e vengono preparati prima della partenza. «Ci sono giovani interessati a partire. Quelli meno esperti vanno in posti più facili tipo Sololo. Fanno un mese, due. Poi al ritorno realizzano incontri. Medici, infermieri, tecnici. Studenti che vanno a fare tesi».
Lui e il dottor Meo fanno queste missioni e cornordnano gli altri. Il Ccm è poi composto da una struttura di persone impegnate nell’amministrazione, negli aspetti tecnici della cooperazione, nella comunicazione.
Il Ccm realizza tutti gli anni un corso di medicina tropicale in alcuni ospedali torinesi. Corso molto seguito, fino a 80 iscritti tra medici, infermieri e tecnici.
Che messaggio mandare a un giovane interessato?
«A un giovane direi che se dovessi ricominciare rifarei tutto quello che ho fatto, perché è un mondo affascinante, perché ci credo. Forse è più difficile adesso che una volta avvicinarsi a queste realtà, perché le leggi erano più consone in passato e i finanziamenti erano maggiori. I giovani sono da incoraggiare».

Marco Bello

Marco Bello




Africa da «pazzi»

Medici di frontiera (1): Renzo de Stefani e «Le parole ritrovate»

Un movimento nato a Trento lotta contro la discriminazione dei malati di mente.
Organizza imprese impensabili in giro per il mondo. E promuove il «fareassieme», malati, familiari, operatori. In Kenya il gruppo scopre l’ospitalità e la gioia di vivere degli africani.

La traversata dell’Atlantico in barca a vela, il viaggio in treno da Venezia a Pechino sulle orme di Marco Polo, il coast to coast degli Stati Uniti da Boston a Los Angeles, la spedizione in Kenya per far nascere una scuola. A compiere tutte queste imprese, in pochi anni, non è stata una comitiva di turisti avventurosi, ma un gruppo di malati mentali impegnati a dimostrare che anche i «pazzi» possono vivere una vita normale e contribuire a migliorare il mondo.

Una psichiatria «democratica»
Tutto è cominciato nel 2006 su iniziativa di Renzo De Stefani, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trento e fondatore de Le Parole Ritrovate (Pr): un movimento, diffuso in una quindicina di regioni italiane, che promuove il «fareassieme» (scritto attaccato). «La nostra filosofia consiste nel coinvolgere i pazienti e i loro familiari nei percorsi terapeutici e di reinserimento, rendendoli protagonisti alla pari degli operatori sanitari» spiega lo psichiatra. «Tutto questo in collaborazione con volontari o semplici cittadini interessati a dare una mano e a combattere i pregiudizi che, a oltre 30 anni dalla chiusura dei manicomi, continuano ad abbattersi sui malati di mente». Proprio per lottare contro lo stigma, De Stefani e Le Parole Ritrovate hanno dato vita a una serie di iniziative «extra-ordinarie» in giro per il mondo, in cui gruppi misti di utenti, familiari e operatori si sono messi alla prova, confrontandosi con altre realtà e favorendo la diffusione di una psichiatria più «democratica».
A Pechino ad esempio, grazie a un finanziamento della Provincia di Trento, hanno contribuito all’apertura del primo centro di salute mentale alternativo ai manicomi (che in Cina danno ricovero a circa 18 milioni di persone). Mentre negli Usa, presso la Veteran administration, hanno incontrato i reduci delle guerre degli ultimi 60 anni, alle prese con gravi conseguenze psichiatriche, per confrontarsi sul «fareassieme» e sulle pratiche di «auto-mutuo-aiuto».
«Ma l’esperienza africana, avviata nel 2009, ha un valore aggiunto rispetto a tutti gli altri viaggi che abbiamo intrapreso», dice De Stefani, «perché per la prima volta si è dato un contributo concreto alla vita delle popolazioni locali, attraverso la creazione di una scuola a Muyeye, in Kenya».

Turisti sui generis
Muyeye è un villaggio di polvere rossa a 15 km da Malindi, abitato da 10.000 persone che vivono in misere capanne di fango e paglia. «La scelta del Kenya è venuta un po’ per caso», spiega De Stefani, «il nostro obiettivo era fare qualcosa in aiuto alla cooperazione internazionale, e all’inizio ci eravamo rivolti all’Amref di Roma che aveva accolto con entusiasmo la nostra idea. Poi però i loro referenti in loco hanno avuto timore che un’«invasione» di 200-300 persone, per la maggior parte malati psichici, potesse portare scompiglio nelle loro attività, e abbiamo dovuto rinunciare a questa collaborazione». Alla fine il progetto è stato realizzato insieme a Itake, una piccola associazione di Frosinone specializzata nel sostegno scolastico a distanza, che aveva già alcuni contatti nella zona di Malindi. «Dalla fine del 2009, sono andati in Kenya a più riprese una decina di gruppi “misti” (malati e non) de Le Parole Ritrovate, provenienti da varie regioni italiane, per incontrarsi con la gente del posto, capire quali erano i principali bisogni e monitorare l’avanzamento dei lavori di costruzione della scuola» racconta Mario Stolf, che ha accompagnato come volontario alcuni gruppi partiti da Trento. Mario, che lavora nell’accoglienza agli immigrati, in passato era già stato in Kenya per conto dell’Ong Accri, lavorando in collaborazione con la diocesi di Nairobi e la parrocchia dei comboniani di Alex Zanotelli nella baraccopoli di Korogocho. «Perciò conoscevo già il territorio e la lingua locale, lo swahili. Prima del viaggio ho cercato di preparare i ragazzi, dando qualche informazione sul paese e qualche regola di comportamento, per evitare che agissero come i classici turisti mordi e fuggi, che fanno più danno che bene».
In effetti la presenza dei ragazzi delle Pr – documentata anche nel film «Muyeye» di Sergio Damiani e Juliane Biasi, selezionato tra i migliori documentari del 2011 da Rai Doc3 – è stata un’esperienza del tutto nuova per gli abitanti del villaggio. «Di solito i turisti arrivano da Malindi su pulmini da cui non scendono nemmeno per scattare le foto: si limitano a tirar giù i finestrini e lanciare ai ragazzini soldi e caramelle, per poi tornare subito in albergo o in spiaggia» racconta Mario Stolf. «I nostri ragazzi invece trascorrevano tutto il giorno con gli abitanti di Muyeye», dice De Stefani, «condividendo i pasti e dedicando molto tempo a parlare per conoscersi e scambiarsi esperienze a vicenda, con la traduzione simultanea di Mario».

Così diversi così uguali
Soprattutto i ragazzi e i loro familiari hanno cercato di raccontare e spiegare agli abitanti del villaggio le proprie esperienze di sofferenza e malattia. «Non è stato sempre facile» racconta il regista Sergio Damiani, «ricordo ad esempio quando Ugo, un ragazzo affetto da disturbi ossessivi e molto ansioso, ha raccontato che in passato aveva tentato di suicidarsi. La gente di Muyeye non riusciva a capire… come si può desiderare la morte quando si hanno i vestiti e la pancia piena?». In effetti per gli africani il concetto di morte volontaria è abbastanza incomprensibile: basti pensare che da nessun paese del continente arrivano all’Organizzazione Mondiale della Sanità dati statistici sui casi di suicidio, che in realtà sono molto rari e limitati alle grandi città, dov’è più forte l’imitazione dei modelli occidentali. «Tuttavia non sono mancati momenti di condivisione molto forti ed emozionanti – continua Damiani – in particolare quando il nostro gruppo ha incontrato la famiglia di Nebat Jumba, uno spaccatore di pietre. La sua prima moglie Riziki, dopo aver dato alla luce quattro figli, è uscita di senno, ha iniziato ad avere allucinazioni e sentire le voci, e lui ha dovuto rimandarla dai suoceri, affidando i bimbi alla seconda moglie». Tra i ragazzi italiani e questa famiglia si è creato un legame stretto, e adesso il gruppo di Trento continua a spedire a Riziki, ogni due mesi, alcuni farmaci. «Attraverso Riziki abbiamo conosciuto meglio la realtà della salute mentale in Kenya», dice De Stefani. «I malati meno gravi sono ben tollerati dalla comunità, ma se il wazimu, il matto, diventa aggressivo viene chiuso in casa, tenuto alla catena o spedito al manicomio di Mombasa». A Malindi c’è un ambulatorio dove le persone possono andare una volta al mese a prendere dei farmaci, soprattutto antipsicotici; ma non esiste nessun tipo di assistenza a domicilio. «Inoltre gli interventi farmacologici o di contenzione convivono pacificamente con i riti animistici. Di tanto in tanto, com’è accaduto anche per Riziki, si sgozza un agnello o un capretto, sperando che lo “spirito cattivo” abbandoni la persona. Quanto alla psicoterapia, non sanno cosa significhi».

Non terapie, ma botte di vita!
L’incontro tra le due realtà di esclusi – i bianchi matti e i neri poveri – è stata per molti partecipanti al viaggio una «rivelazione».
«Ho scoperto che l’Africa non è come ce la fanno vedere nelle pubblicità, un’Africa triste, ma invece è piena di gioia e colori» dice Egidio di Bologna. «Loro, pur nel bisogno, vivono molto più semplicemente e autenticamente di noi» dice Gilberto di Modena. Enzo di Trento è rimasto colpito da tre cose: «Il caldo, l’acqua non potabile, la miseria. Nel villaggio avevano 10 noci di cocco con 3.000 bambini: è significativo che quelle noci le abbiano date a noi». «A me dell’Africa hanno colpito la sporcizia, i bambini e la tanta voglia di vivere» osserva invece Umberto di Sondrio. E Mirella di Trento aggiunge: «Ricordo le case con le candele accese, il mangiare con le mani tutti assieme. Io ceno con forchetta, coltello e tovagliolo, ma sicuramente la solitudine come la sentiamo noi in un condominio, là non la sentono».
Ma oltre alla scoperta di «un’altra Africa», più autentica, più dignitosa e solare, un’esperienza come quella di Muyeye può avere un valore terapeutico per le persone affette da patologie mentali? «Non facciamoci illusioni – avverte il dottor De Stefani – questi viaggi non hanno un potere taumaturgico! Per alcuni non è cambiato un bel nulla; qualcuno, vedendo le condizioni di vita di Muyeye, si è depresso ancora di più; per qualcun altro invece il viaggio è stato la grande occasione della sua vita… In generale queste esperienze sono una botta di vita per i ragazzi. Tenete conto che i malati psichici raramente fanno una vita molto attiva: queste avventure sono un modo per dirsi «anch’io posso fare cose positive e interessanti, anch’io posso vivere», e questo crea benessere. Anche perché tutte queste dinamiche le viviamo in gruppo, stando insieme, condividendo ogni momento, rompendo l’isolamento». Inoltre, come spiega Anna di Bologna: «Andando in Africa le differenze si annullano. Noi bianchi eravamo diversi ai loro occhi, e proprio questo ha portato un senso di uguaglianza nel nostro gruppo facendoci vivere una dimensione di normalità. Eravamo così, diversi per il colore della pelle, ma paradossalmente tutti uguali, non c’erano più sani e malati…».

Una scuola per dare futuro
I ragazzi delle Pr, pur non partecipando direttamente alla costruzione della scuola di Muyeye, si sono mobilitati per una raccolta fondi in tutta Italia. Dalla vendita di mattoncini, cartoline e segnalibri dipinti a mano, alla realizzazione di spettacoli e concerti, ognuno ci ha messo del suo e alla fine si sono raccolti 60.000 euro che – con l’aggiunta di una cifra uguale messa dall’associazione Itake – hanno permesso di edificare la scuola, «tutta costruita manualmente, perché la manodopera costa meno dei mezzi meccanici» spiega Egidio di Bologna.
La scelta è ricaduta su una scuola professionale perché in Kenya, spiega Mario Stolf, «dopo la scuola primaria di otto anni, obbligatoria e gratuita, gli istituti secondari e professionali sono a pagamento, e solo una ristretta élite può permetterseli; mentre i figli dei poveri (la maggior parte) vanno a lavorare nel settore del turismo, fanno i beach boys o finiscono in giri poco puliti».
La scuola di Muyeye, inaugurata ufficialmente a inizio 2011, offre una sessantina di corsi di meccanica, elettronica, informatica, edilizia, sartoria, ecc. Senza contare i corsi di italiano, visto che a Malindi non solo i turisti, ma anche molti residenti e titolari di aziende – possibili datori di lavoro dei futuri artigiani – sono nostri connazionali. La scuola, che ha già creato posti di lavoro (7 insegnanti, di cui 4 stipendiati dal ministero della Gioventù e dello Sport), è affidata a un Comitato di gestione formato da alcuni enti locali e dalle famiglie del villaggio. Spetta a esso definire le linee politiche e reperire i finanziamenti. «In Kenya le scuole non vengono sovvenzionate dallo Stato», spiega infatti Mario, «ma sono a tutti gli effetti piccole imprese, che cercano di sostenersi tramite gli sponsor, le tasse scolastiche, la vendita di prodotti realizzati al loro interno».

E non finisce qui…
Il giorno dell’inaugurazione della Muyeye Polytechnic School erano presenti le autorità locali (rappresentanti del comune, della prefettura, del ministero dell’Istruzione e di quello di Gioventù e Sport) oltre a una cinquantina di persone delle Pr e a un gruppo di studentesse e docenti del liceo Rosmini di Trento, che vanta «una lunga tradizione di rapporti con il Servizio di salute mentale della città» come spiega la preside, Matilde Carollo. «Nelle classi si tengono incontri di sensibilizzazione sui temi dello stereotipo e dei pregiudizi legati alla malattia mentale, con la partecipazione degli utenti del servizio. Gli studenti partecipano periodicamente agli stage nel centro vacanze Casa del Sole, e anche l’esperienza africana è stata un modo per sperimentarsi “sul campo”». Una studentessa racconta che, giunta a Muyeye, all’inizio non sapeva come rapportarsi agli altri: «Sono molto timida e fatico a rompere il ghiaccio. Ma il primo giorno un ragazzo si è presentato come un amico di mio fratello ed è nata un’amicizia. Una sera le persone si sono presentate più a fondo e ho scoperto che quel ragazzo non era un operatore, come credevo, ma un utente. Questo mi ha sbalordito, perché era proprio come noi…».
Adesso, a distanza di tempo, oltre a sostenere la scuola il gruppo delle Pr mantiene rapporti di vario tipo con gli abitanti del villaggio: chi si tiene in contatto via sms, chi ha attivato forme di adozione a distanza, chi – semplicemente – ha deciso che, in un modo o nell’altro, in Africa ci toerà ancora.

Stefania Garini

Stefania Garini




Terra Santa oltre il Giordano

Comunità cristiane in Giordania

La pacifica convivenza tra cristiani e musulmani in Giordania è un modello di dialogo interreligioso per il resto del Medio Oriente. E ciò grazie alla stabilità politica del regno ashemita e alla vivacità e maturità della Chiesa, una minoranza religiosa molto stimata per lo straordinario contributo delle sue opere culturali e sociali, non ultima l’assistenza ai profughi iracheni.

«La Giordania fa parte del Patriarcato Latino di Gerusalemme – esordisce il patriarca mons. Fouad Twal durante un incontro a margine del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, tenutosi a Roma nell’ottobre 2010 -. Anzi è il polmone, il cuore del patriarcato per il numero di famiglie e scuole cristiane, di preti e seminaristi (80% circa)». 
«In Giordania il Signore capisce l’arabo; anzi, lo parla – continua sorridendo mons. Salim Sayegh, vicario patriarcale per la Giordania -. La pacifica convivenza tra cristiani e musulmani è una realtà; benché immerso in una delle aree più conflittuali del pianeta, il paese è un esempio di dialogo e convivenza tra religioni per tutto il Medio Oriente tanto che ormai si parla di “modello Giordania”».

Un pezzo di terra santa
«Non bisogna dimenticare che la Giordania è parte integrante della Terra Santa: non a caso i pontefici, nei loro pellegrinaggi ai luoghi santi hanno sempre iniziato dalla Giordania: Paolo VI nel 1964, Giovanni Paolo II nel 2000 e Benedetto nel 2009. Anche qui pietre e paesaggi recano grandi tracce dell’Antico e del Nuovo Testamento» continua il patriarca Twal.
Le regioni a est del Giordano furono di fatto teatro di numerosi eventi della storia della salvezza fin dal tempo dei patriarchi. Nel nord, lungo la valle del torrente Yabbok passarono Abramo e suo nipote Lot diretti alla terra di Canaan; Giacobbe fece il cammino inverso per sfuggire all’ira del fratello Esaù, a cui aveva sottratto la primogenitura, e rifugiarsi presso lo zio Labano. Sulle sponde dello stesso Yabbok il patriarca fece alleanza con lo zio, si riconciliò con il fratello, si trovò coinvolto nella misteriosa lotta con l’angelo di Dio e ricevette il nuovo nome: «Israele». Molti secoli dopo quelle regioni furono occupate dai suoi discendenti: le tribù di Ruben, Gad e Manasse.
Nel sud della Giordania, a est del Mar Morto, si rifugiarono Lot e le sue figlie, fuggiti da Sodoma e Gomorra, dando origine ai Moabiti e Ammoniti; qui si stabilì anche Esaù dal quale sarebbero discesi gli Edomiti: tutte popolazioni e luoghi associati all’alleanza tra Dio e il suo popolo, alla storia di Mosè e all’epopea dell’Esodo, la lunga marcia dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa.
Gli archeologi hanno portato e continuano a portare alla luce numerosi siti biblici che ricordano questo evento chiave nella storia della salvezza; il più importante di essi è certamente il Monte Nebo, dove sorge uno dei santuari più suggestivi della Terra Santa, memoriale degli ultimi momenti della vita di Mosè, morto e sepolto alle soglie della terra promessa, ma non prima di averla contemplata dalla cima di quel monte.
La Giordania fu patria di importanti figure della Prima Alleanza, come la moabita Rut, bisnonna di Davide, e di Elia, padre del profetismo biblico, nato a Tisbe in Galaad e rapito in cielo da un carro di fuoco, ma destinato a ritornare per preparare l’avvento del Messia.
Otto secoli dopo, «a Betania oltre il Giordano» (Gv 1,28), poco distante dal luogo del rapimento, Giovanni Battista iniziò a preparare la venuta del Salvatore, predicando un battesimo di conversione; Gesù stesso vi si fece battezzare, dando così inizio alla sua vita pubblica. Nello stesso sito Gesù si rifugiò fuggendo da Gerusalemme per salvarsi dalla lapidazione (Gv 10,40). Sempre in Giordania il Battista terminò la sua missione con la decapitazione per ordine di Erode Antipa (Mt 14,3-11), nella fortezza di Macheronte, a est del Mar Morto, come testimonia Giuseppe Flavio.
Altri luoghi santi sono sparsi in tutta la Transgiordania, nelle regioni della Decapoli e di Perea, dove Gesù passò insegnando, sfamò le folle che lo seguivano (Mc 8,1-9), guarì malati e scacciò demoni, come fece a Gadara (Mt 8.28-34) o nella «regione dei Geraseni» (Mc 5,1-20), dove gli spiriti maligni, cacciati da due indemoniati, affogarono una mandria di porci nel lago di Galilea.

Pietre vive
Lo storico della chiesa Eusebio di Cesarea (264-340) informa che nel 67-68 d.C., durante la guerra giudaica, i cristiani fuggirono da Gerusalemme prima che fosse distrutta dai romani, attraversarono il Giordano e si rifugiarono a Pella, poi si estesero in altre città della Decapoli.
Alla fine del IV secolo il cristianesimo si era sparso in tutti i centri urbani ellenizzati della Giordania: al concilio di Nicea, nel 325, erano presenti i vescovi di città come Filadelfia (oggi Amman), Esbus e Aila (Aqaba). Ben presto accolsero il cristianesimo anche varie tribù arabe nomadi e seminomadi del deserto, come i Ghassanidi nel centro nord e quelle dei Nabatei nel sud, la cui capitale, Petra, ebbe la sua cattedrale nel 447.
A testimoniare la grande fioritura del cristianesimo rimangono le rovine, tuttora visibili, di innumerevoli chiese del IV-V secolo, abbellite da pavimenti con elaborati mosaici, da decorazioni sontuose e da altri ricchi arredi.
Edificata con pietre vive, anche dopo la conquista islamica della Terra Santa (VII sec.), la chiesa in Giordania continuò a fiorire con nuove chiese, monasteri ed eremitaggi nei deserti, popolati da migliaia di uomini e donne in cerca di silenzio e preghiera.
Per due secoli la minoranza musulmana e la maggioranza cristiana vissero fianco a fianco, grazie anche ai clan arabo-cristiani che strinsero alleanze con gli invasori consanguinei. Ma nei secoli seguenti le città bizantine si spopolarono e decaddero e la presenza cristiana si ridusse a esigua minoranza; i territori d’Oltregiordano diventarono marginali, quando, passati dal califfato degli Omayyadi a quello dell’Egitto, le rotte carovaniere furono soppiantate da quelle marittime.
Sotto l’Impero ottomano (1517-1918) i cristiani continuarono a diminuire, conservando un tenue legame di appartenenza al cristianesimo più che altro per distinguersi dalle tribù beduine passate all’islam. Giuridicamente essi dipendevano dai patriarcati di Gerusalemme, ma non ricevevano alcuna cura pastorale, finché a metà dell’Ottocento preti latini e di altre chiese cristiane si spinsero oltre il Giordano alla ricerca dei propri fedeli autoctoni. Il Patriarcato latino si mostrò subito il più dinamico, aprendo scuole, chiese e altre opere caritative a favore di tutta la popolazione giordana, che alla fine dell’Impero ottomano contava circa 40 mila abitanti, di cui il 18% cristiani.

Scuole aperte a tutti
Oggi la Giordania ha una popolazione di circa 6,5 milioni di abitanti, molti di origine palestinese, 94% musulmani e 6% cristiani, secondo le statistiche governative. Fonti indipendenti, tuttavia, stimano che i cristiani di tutte le denominazioni presenti in Giordania siano circa 340 mila; la maggioranza aderisce alle chiese ortodosse orientali; circa 110 mila sono i cattolici di vari riti (latini, melchiti, maroniti, armeni, caldei, siriaci…). Piccola ma in molti aspetti vivace, la chiesa cattolica conta in Giordania 64 parrocchie, 4 vescovi, 103 sacerdoti, 266 religiosi e religiose; giordani sono oggi la maggioranza dei seminaristi nel seminario del Patriarcato latino a Beit Jala, in Palestina. «La Giordania fornisce vescovi, sacerdoti e seminaristi a tutto il Patriarcato» sorride mons. Twal, lui stesso cittadino giordano, originario di Madaba.
Fin dalla metà dell’Ottocento, quando dai preti del Patriarcato latino furono aperte le prime scuole, in un mondo chiuso e marginale, limitato da strette leggi tribali, il settore scolastico è sempre stato il fiore all’occhiello della Chiesa cattolica in Giordania: oggi 70 mila alunni, cristiani e musulmani, frequentano 123 scuole matee e primarie, medie inferiori e secondarie, gestite da enti religiosi.
«Fino a ora, l’impegno educativo della Chiesa cattolica, per quanto grande, finiva con la maturità, mancando nel Paese una università cristiana – spiega mons. Twal -. Il 17 ottobre 2011 l’American University of Madaba ha aperto ufficialmente le porte ai primi studenti. Per ora conta 7 facoltà e può ospitare fino a 8 mila studenti».
Un’altra iniziativa in corso, appoggiata dalle autorità giordane è la costituzione del Parco archeologico di Wadi Kharrar, il luogo del battesimo di Gesù: un territorio di oltre 350 ettari, che il re di Giordania ha messo a disposizione delle varie confessioni religiose, con facoltà di costruire ognuna la propria chiesa. «Il progetto cattolico va anche oltre ed è quasi ultimato – spiega mons. Twal -. Accanto alla chiesa, sorge un grande complesso con monastero per una comunità contemplativa che si prenderà cura del sito, edifici e strutture che permettano ai pellegrini di fermarsi per ritiri spirituali e vivere un’esperienza seria di fede e di preghiera».

L’altra faccia di maometto
Benché nel regno ashemita l’islam sia religione di stato e non passi alcuna decisione governativa se prima non viene provata la conformità ai precetti islamici, la convivenza tra cristiani e musulmani è un esempio per tutti i paesi islamici. La Costituzione del 1952 garantisce «la libera espressione di tutte le forme di culto e di religione, in conformità con i costumi osservati in Giordania» e sancisce l’uguaglianza di tutti i giordani davanti alla legge senza discriminazioni basate «su razza e religione».
I cristiani sono quindi bene integrati nella società giordana; quasi tutti appartengono alle classi media e alta e godono di migliori opportunità economiche, maggiore visibilità pubblica e rilevanza sociale e politica che in qualsiasi altro paese islamico: ai cristiani sono riservati 9 seggi su 110 in Parlamento, sono affidati prominenti posizioni ministeriali e militari, cariche diplomatiche e amministrative, nella corte reale e ai vertici di imprese e banche nazionali.
«La Giordania è un Paese sereno – afferma mons. Sayegh – nel quale la Chiesa è una cosa necessaria per far vivere insieme cristiani e musulmani. Pensiamo alle scuole: i musulmani desiderano che i loro figli frequentino le scuole cristiane, e di questo la comunità cristiana è orgogliosa. I rapporti sono buoni e da noi il fondamentalismo è un fatto molto limitato. E speriamo anche di migliorare».
Ci sono state tensioni nei decenni passati, quando i Fratelli musulmani, ottenuto il controllo del Ministero dell’Educazione, hanno cercato d’islamizzare la società attraverso la scuola, rispolverando cliché di propaganda islamica, con richiami alla jihad contro i miscredenti.
A troncare ogni rigurgito fondamentalista è intervenuto il re Abdullah, nel novembre 2004, con il famoso «Messaggio di Amman», in cui «chiarisce al mondo cosa è e cosa non è il vero islam», riaffermando, in quando discendente di Maometto, la sua funzione di interprete e garante della «retta comprensione» della fede islamica, presentata come «messaggio di fratellanza e umanità, che sostiene ciò che è buono e proibisce ciò che è sbagliato, accettando gli altri e onorando ogni essere umano».
Gli islamisti più zelanti continuano il loro mobbing spirituale in vari settori della società; al tempo stesso il dialogo tra i vari leader religiosi continua fecondo, diventando un modello per tutto il mondo islamico. Ne è un esempio il documento A Common Word, la lettera dei 138 saggi musulmani, promossa proprio dal principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal.
Un’altra iniziativa che ha attirato l’attenzione dei mass media, apprezzata sia dai musulmani che dai cristiani è la moschea sorta a Madaba e dedicata a Gesù Cristo, la prima del mondo arabo.

Dialogo delle opere
Il contributo che i cristiani danno alla società civile giordana è incalcolabile, soprattutto praticando «il dialogo delle opere, che sono tante» afferma al signora Huda Muhasher, presidente della Caritas giordana. «La Caritas è nata inizialmente per rispondere ai gravi problemi causati dalla guerra dei sei giorni (1967); da lì in poi ha fatto fronte a tutte le più gravi emergenze nazionali, compresa, oggi, quella degli immigrati e soprattutto dei profughi iracheni».
Fin dai tempi biblici i territori oltre il Giordano sono stati una valvola di sfogo per i conflitti dei paesi vicini: oltre metà dei residenti giordani sono di origine palestinese, migrati qui dopo le guerre del 1948 e del 1967 con Israele. L’invasione americana dell’Iraq ha portato in questi anni oltre mezzo milione di profughi, molti dei quali cristiani, accolti in maggioranza nei quartieri più poveri e periferici della capitale, Amman, ma senza alcun accesso ai servizi sociali fondamentali, perché il governo non riconosce loro lo status di rifugiati. «Ad Amman viviamo ormai da anni in prima linea l’accoglienza ai cristiani fuggiti dall’Iraq» testimonia Huda Muhasher. La loro situazione è veramente tragica: senza lo status di rifugiati gli uomini non possono lavorare né è permesso loro espatriare in Occidente. Senza lavoro non possono mantenere i loro famigliari; alcuni lavorano in nero, con il rischio di essere scoperti, arrestati e rimandati in Iraq. Per molti di essi, che a casa esercitavano una professione o un lavoro di alto livello, come professori e ingegneri, l’inattività è distruttiva, e dover vivere di aiuti è difficile da accettare: per questo aumentano tra gli iracheni le malattie legate al cuore e alla depressione.
Dal 2002 la Caritas giordana promuove programmi per creare una rete di gruppi di volontari per essere presente capillarmente sul territorio e rispondere ai bisogni delle persone più povere e vulnerabili. A oggi, sono stati costituiti 25 gruppi, che operano in 31 parrocchie di differenti città e villaggi, per un totale di circa 250 volontari. La rete estende la sua attività di sensibilizzazione soprattutto nelle scuole, per formare gruppi di volontari tra gli studenti dei vari istituti cristiani.
«La Caritas giordana, tra le altre cose, ha progetti importanti per l’assistenza ai disabili, ai quali collaborano anche i musulmani; è l’unica organizzazione impegnata nelle carceri locali» afferma ancora la signora Huda Muhasher.
Altro simbolo della solidarietà cristiana è il Centro Regina Pacis, voluto dal patriarcato latino, sostenuto da tante Ong inteazionali, tra cui il Sermig di Torino: presente ad Amman e a Madaba, con comitati formati da cristiani e musulmani, il Centro si occupa degli handicappati e del loro reinserimento sociale; essi costituiscono circa il 10% della popolazione del paese a causa dell’elevato numero di matrimoni tra consanguinei dentro le tribù.
Un’altra emergenza della società giordana è quella dell’immigrazione. Circa 70 mila donne immigrate in Giordania lavorano nelle famiglie come badanti o domestiche; vengono soprattutto da Indonesia, Sri Lanka e Filippine e in buona parte sono cristiane. Metà di esse sono senza regolari documenti, anche perché spesso vengono loro sottratti dai datori di lavoro; molte sono maltrattate e senza diritti, come in molti paesi arabi.
Anche in questi casi i centri Caritas cercano di offrire assistenza medica, cibo, consulenze legali e spiegazioni sui loro diritti, di cui spesso non sono consapevoli.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




Una specie in via d’estinzione?

Ai lettori

Quando qualcosa va male, normalmente, si incolpa il tempo o il governo. Ma con chi prendersela
se i primi mesi del 2012 sono stati tempi di mietitura per sorella morte che ha
presentato il biglietto di ritorno a Casa a un buon numero di missionari (8) e missionarie
della Consolata (5)? Tredici in meno di due mesi sono tanti! Tutte persone che hanno dato
molto, anzi, tutto per la missione.
Penso a questo mentre sento il mio superiore generale commentare le statistiche dell’Istituto. A
fine 2011 i missionari della Consolata erano in tutto poco più di mille, di cui italiani solo 364, con
un’età media di sessantasei anni. Ora sono solo 356, di cui uno studente di teologia e un novizio.
E mi guardo intorno. Tanti di questi 356 sono ora in Italia, consumati da anni di vita spesa senza
pensare a se stessi, bisognosi di cure e assistenza e un po’ sconsolati nel vedere che non ci sono
giovani italiani a cui passare il testimone. «Eppure», dice un missionario novantaseienne, «la vocazione
missionaria è la più bella di tutte. Dovessi rinascere, vorrei ancora essere missionario».
Chissà se rinascendo oggi in questa nostra Italia, davvero rifarebbe la scelta di essere missionario!
Non sembra proprio una delle scelte più di moda.
Il 29 aprile sarà la giornata di preghiera per le tutte le vocazioni, in particolare quelle sacerdotali
e di vita consacrata. Occorre pregare affinché ogni cristiano risponda con generosità alla sua
specifica vocazione e perché ogni vocazione, specialmente quella al sacerdozio, sia veramente
missionaria. La missionarietà – direbbe il beato Giuseppe Allamano – è la perfezione del sacerdozio.
C’è bisogno di chiedere a Dio – non solo il 29 aprile – che «mandi operai nella sua vigna»,
perché troppi vignaioli hanno già superato l’età della pensione da un pezzo e non ce la fanno più.
In Italia siamo ancora privilegiati. Secondo le statistiche c’è ancora un sacerdote ogni 2.000 abitanti
circa (ogni 1.250 se contiamo anche i preti religiosi). In più, la domenica, abbiamo solo l’imbarazzo
della scelta per andare a messa. Però la situazione sta cambiando rapidamente. «La
chiesa cattolica [in Italia, ndr.] non è mai stata così forte, non ha mai avuto un consenso così ampio
(anche tra chi non crede). Eppure si avvia verso l’estinzione: per mancanza di preti. Lo dice
uno studio socio-demografico della Fondazione Agnelli, benedetto dai vescovi italiani», così
scriveva Gianni Barbacetto nel suo sito nel 2009. La situazione non è certo migliorata oggi, a tre
anni di distanza.
Che fare? Disperarsi? Rassegnarci? Ovviamente niente di tutto questo. La Chiesa è passata anche
attraverso crisi peggiori durante due millenni di storia e continua a vivere e rinnovarsi perché
è opera di Dio e non di uomini. Ciò non significa che dobbiamo starcene con le mani in mano
in attesa che faccia tutto Dio. Certamente è Lui che chiama e manda, ma ha bisogno della nostra
collaborazione. Le vocazioni non è un affare del Vaticano o dei vescovi, ma della Chiesa e quindi
«mio» in quanto sono cristiano. La «mia» Chiesa ha bisogno di sacerdoti, religiosi, suore, ministri,
catechisti, animatori e missionari per vivere, celebrare e annunciare. Una Chiesa locale che
non ha più vocazioni deve davvero interrogarsi sulla qualità della sua vita di fede, chiedersi se
l’evento della risurrezione di Gesù abbia in essa ancora la forza rivoluzionaria delle origini, se
sia ancora vissuta come una «buona notizia» per cui vale la spesa lasciare tutto e andare fino
agli estremi confini del mondo per condividerla con tutti. Non è forse che siamo diventati tutti un
po’ idolatri, schiavi del nostro benessere e quindi incapaci di quella gratuità e abbandono fiducioso
che il «vieni e seguimi» di Gesù richiede?
Aprile è tempo di Pasqua, memoria della resurrezione del Signore, la «buona notizia» che continua
a cambiare il mondo e la nostra vita. Diventiamone giorniosi testimoni! Allora i missionari non
saranno più una specie in via di estinzione.
Buona Pasqua.

                                                                                                                               Gigi Anataloni

Gigi Anataloni




Cari missionari

Dono
inaspettato

Un caro saluto dal Congo. In questi giorni, in occasione del compleanno dell’amico Rolando Bianchi, capitano del Torino, un gruppo di suoi fans mi ha inviato un’offerta. Questa è la mia email a loro.
Carissime e carissimi
del Rolly Girls & Boys,
grazie di cuore del regalone che avete fatto al capitano Rolando in occasione del suo compleanno e che avete con gioia inviato a me in Congo, obbedendo così al desiderio dell’amico Rolly.
Da circa 20 anni vivo in Congo, un paese grande quasi 7 volte l’Italia, popolato da gente simpatica e accogliente, ricco di tante bellezze naturali, di foreste immense, di fiumi, di tanti minerali, ma dove la maggioranza della gente vive ancora una vita che non è degna di essere chiamata umana, con grosse difficoltà sociali, economiche e politiche.
Davanti a tutta questa problematica noi missionari ci sentiamo piccoli, senza mezzi adeguati per cambiare questa realtà. Anche se siamo come una goccia nell’oceano, continuiamo a vivere con la nostra gente: si lavora, si prega, si anima, si sogna un Congo nuovo! Insieme crediamo a un futuro più degno e più bello di quello di oggi che è ancora pieno di dolore, di ingiustizie, di sofferenze. Siamo impegnati nel campo della salute, della scuola, dell’acqua, dell’agricoltura, delle strade, della formazione umana e cristiana, della responsabilità civile, della giustizia e della pace, e anche dello sport, soprattutto con ragazzi e giovani!
Grazie allora del vostro dono, segno d’un cuore buono e sensibile alla sofferenza degli altri.
Assicuro la mia preghiera per voi, i vostri cari, il capitano e per tutto il Torino! La Madonna Consolata patrona di Torino accompagni voi e il Grande Torino!
P. Rinaldo Do
dal Congo RD

Obbedienza – Disobbedienza
Ecco cosa leggo a pag. 32 del numero di dicembre della vostra rivista: «Oggi nella Chiesa abbondano le parole, le esortazioni, le prediche, estrapolate dalla vita… Domina il principio di autorità che si basa sull’obbedienza passiva e senza intelligenza: bisogna obbedire perché lo dice chi comanda. Il fondamento della fede in questo contesto non è la persona di Dio o la sua Parola rivelata, ma il culto della personalità, che in termini biblici è idolatria peccaminosa». Interessante! Sembra di leggere un testo di Franco Barbero, un ex-prete che considera il Vaticano la Nuova Babilonia… A me hanno insegnato che il papa è il successore di Pietro, adesso scopro che era tutto sbagliato, che il rispetto verso la parola del papa è «idolatria peccaminosa»… O ho sbagliato tutto io, o state sbagliando di grosso Voi, anche perché il metodo non è cambiato: una volta la Chiesa si scagliava contro gli eretici, e si accendevano i roghi, oggi chi ragiona come Paolo Farinella insegna al popolo bue a disprezzare la gerarchia. Potete aiutare noi poveri fedeli ignoranti a capirci qualcosa? Possiamo ancora conservare qualcosa del primato che Gesù ha conferito a Pietro, magari cambiandogli il nome, ma mantenendo la sostanza della Chiesa che Gesù ha voluto lasciare dopo di lui? Possiamo continuare ad amare un santo come Giovanni Paolo II, o dobbiamo considerarla «idolatria peccaminosa»? Grazie.
Franco Estorgio
via email, 30/01/2012

Caro Sig. Franco,
«Quidquid recipitur ad modus recipientis recipitur», diceva S. Tommaso. Quanto è recepito, è recepito alla maniera del recipiente. Mi deve scusare, ma il suo commento mi ha fatto pensare a questo antico detto. Scrivere che Don Paolo Farinella «insegna a disprezzare la gerarchia» mi sembra proprio una forzatura. Non tocca a me fare il difensore d’ufficio di Don Paolo. Si sa difendere da solo. A lui piuttosto i nostri auguri accompagnandolo nella preghiera mentre entra in ospedale, proprio il Mercoledì delle Ceneri, per una seconda operazione al cuore.
In quelle righe incriminate non vedo un invito a disobbedire, ma a obbedire meglio, con più responsabilità e meno passività e opportunismo. La passività, per esempio, di chi obbedisce all’obbligo di fare astinenza durante la quaresima, ma non ha scrupoli a votare un partito che fa del razzismo la sua bandiera. L’opportunismo di chi lo (il Papa) incensa quando fa comodo ai propri interessi, e lo ignora completamente quando dice qualcosa che non piace.
Quante volte anche Gesù, nel Vangelo se la prende con i farisei per la loro falsa obbedienza. Pur zelanti nell’osservare minuziosamente ogni comandamento, regola e tradizione, in realtà erano ribelli alla vera volontà di Dio che ha un ordine solo: «Ama»!
Lei parla di «rispetto della parola del Papa» e amore a un «santo come Giovanni Paolo II». Non vedo come quanto scritto sulla nostra rivista possa essere un invito a non rispettare e non amare il Papa. Anzi, chiedere un’obbedienza che diventi imitazione, «non basta ubbidire, bisogna imitare», è molto di più che chiedere una semplice obbedienza. La Madre di Gesù è la prima obbediente. S. Paolo l’aveva capito bene quando scrisse: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1).
Che poi, andando sul sito di Don Paolo, uno trovi delle opinioni da cui si può dissentire, è vero, ma riteniamo che i nostri lettori siano tutt’altro che «un popolo bue». Pubblicandone gli articoli biblici, non invitiamo a diventare fans o discepoli di Farinella, vogliamo solo offrire degli strumenti indiscutibilmente validi per conoscere meglio, amare e vivere la Parola di Dio e per diventare discepoli di Gesù.




L’altalena non danza più

Reportage dalla piana di Camp Garba, periferia Nord di Isiolo

Isiolo è una città di frontiera. Lo era ai tempi coloniali; lo è oggi, ancor di più, perché punto naturale di incontro con Somalia ed Etiopia.
Circondata da un territorio vastissimo e dalle bellezze incontaminate, Isiolo è diventata il
centro di un ambizioso programma turistico ed economico. Ma da anni questa terra è segnata da scontri tribali, che nel 2011 hanno visto una nuova recrudescenza. Forse in gioco c’è molto di più di quello che si vuol far credere.

Non è nei miei piani di fermarmi a Camp Garba. Devo solo passarci, scaricare il mio passeggero e continuare il viaggio sulle orme dei primi missionari del Meru. Da Nairobi arriviamo alla missione nel primissimo pomeriggio. P. Pierino Tallone, quasi cinquant’anni di Kenya, ci accoglie. Dopo le solite piacevolezze da vecchi amici, ecco che cominciano a venire fuori le notizie recenti. «Ieri sera hanno assalito la missione di Campi ya Juu, ci sono stati nove morti. La gente è molto spaventata e non si sa neppure se martedì – 3 gennaio – inizieranno le scuole come da calendario». Sento scoraggiamento nella voce del vecchio missionario che in questi ultimi anni, dal 1996 in avanti, di morti ne ha visti troppi a causa delle cosiddette violenze tribali. La missione di Campi ya Juu (campo, accampamento di sopra) si trova alla periferia sud-ovest della città di Isiolo, quasi di fronte alla grande cattedrale, nei cui grandi cortili la gente si sta riversando in cerca di rifugio.
Quando arriva il parroco, p. Simon Wambua, uno dei nostri missionari kenioti, capisco che la situazione è grave e incancrenita.
È dal 22 ottobre 2011 che gli eventi sono precipitati. Quel giorno, meglio quella notte, una banda di pastori Borana, scendendo con migliaia di cammelli dalle montagnole ai piedi del Monte Kenya, cominciarono ad uccidere indiscriminatamente e a bruciare i villaggi turkana che trovavano sul loro passaggio. Passando, rasero al suolo il villaggio di Mashakwata, uccisero diverse persone inermi e devastarono il bell’asilo-cappella costruito dalla missione. La gente terrorizzata abbandonò Mashakwata e Lokiki e si riversò nella missione di Camp Garba, dove si accamparono per parecchi giorni.
«Vuoi che andiamo a vedere?», mi chiede p. Simon. «Andiamo!».

Mashakwata
Detto fatto siamo in Land Rover e imbocchiamo una pista che partendo dalla strada asfaltata che punta a Nord, si dirige decisamente ad ovest attraverso una vastissima piana sul cui sfondo si stagliano le ultime propaggini del grande monte, il Kenya. Qua e là capanne turkana, giovani sfaccendati, campi coltivati a granoturco. Tutto è verde intenso. Le piogge sono state abbondanti e ci sarebbe cibo e pascolo per tutti. Ci fermiamo ad una specie di barriera. P. Simon invita un giovane leader locale – lo chiamiamo David Lorupe, anche se questo non è il suo vero nome – a salire in macchina con noi. Non è un politico di professione, ma gode della stima della sua gente. La pista è battutissima, spesso dobbiamo metterci in disparte per lasciar passare camion stracarichi di sabbia. Sembra tutta una piana a perdita d’occhio, ma di tanto in tanto bisogna fermarsi: un torrente ha scavato una profonda fessura nel terreno, un piccolo canyon. Sono i torrenti stagionali che scendono dal Kenya, violentissimi durante le piogge, ma facilmente guadabili in tempi ordinari. Grazie al monte hanno sempre un po’ di acqua e sulle rive i Turkana hanno sviluppato un’intensa attività di orticoltura che trova un mercato insaziabile nella vicina città.
Di colpo, nel letto di uno di questi torrenti, vedo decine e decine di camion che caricano sabbia. Arrivano da Meru carichi di pietre, scaricano ad Isiolo, entrano nella piana, si riempiono di sabbia e via di nuovo per Meru. Un ritmo incessante dalle prime ore dell’alba agli ultimi raggi di sole. La comunità turkana ha ottenuto dal governo la concessione della cava: ogni camion porta due suoi operai e due spalatori turkana e alla barriera comunitaria paga il valore di 5 euro, 2,5 per ogni spalatore; altri 5 euro li paga alla barriera della città. Ogni camion di sabbia: 10 euro. Valore a Meru? Certo molto di più.
Lasciata la cava, Lorupe ci guida verso Mashakwata, meglio quel che rimane del villaggio. Risalito il torrente stagionale attraverso un passaggio improvvisato siamo di nuovo nella piana. Nella vegetazione lussureggiante si indovinano recinti, qua e là rigogliosi campi di granoturco e resti di capanne bruciate o abbandonate ormai coperte dall’erba. «Qui hanno ucciso due anziani, uno era zoppo, non poteva neanche scappare», dice Lorupe indicando uno spiazzo sabbioso. Più avanti ecco il traliccio del serbatornio dell’acqua, il supporto da cui sono stati rubati i pannelli solari, la struttura semplice e solida dell’asilo, vetri rotti ovunque, la finestra del magazzino divelta per rubare tutto, e l’altalena e lo scivolo assaliti dalle erbacce. Una scena di desolazione.
Guardando l’altalena immobile, chiudo gli occhi e vedo il sorriso radioso dei bimbi elettrizzati dalla macchina foto, il loro volare sullo scivolo per farsi fotografare e lo spingere l’altalena sempre più su, quasi a toccare il cielo. «I bimbi toeranno a giocare qui!», penso in una preghiera che è anche una promessa.
«È stato un attacco improvviso», ricorda Lorupe. «Erano lassù – indicando la montagna – coi loro cammelli. Hanno cominciato a uccidere e bruciare, così, come se qualcuno glielo avesse ordinato». Dopo quello, altri attacchi sono seguiti, qua e là, all’improvviso, senza altro scopo se non quello di terrorizzare la gente con uccisione di bambini di scuola e anziani, sventramento di donne incinte e incendi di capanne. L’ultimo assalto è stato proprio quello della sera prima, 30 dicembre, alla missione di Campi ya Juu e ad altri quattro villaggi, dove l’obiettivo era la missione stessa e una serie di persone rappresentative della comunità turkana. Hanno attaccato alle 18.30, al crepuscolo, vestiti in tenuta militare con fucili automatici e pallottole in dotazione al personale di sicurezza governativo, cercando di penetrare nella missione. Per fortuna il cancello è stato chiuso in tempo. La macchina del parroco, p. Munene, ha ricevuto due pallottole e lui si è salvato per miracolo. Non così fortunato è stato il catechista (ammazzato a sangue freddo sulla soglia della sua casetta di legno, il corpo ritrovato solo il giorno dopo) ed altre otto persone, scelte – sembra – di proposito. Niente è stato rubato. Chiaro lo scopo: terrorizzare.

Rifugiati
Quando con p. Simon arriviamo alla missione di Campi ya Juu è già quasi buio. Ci sono militari ovunque e gruppi di volontari armati di arco e frecce, lance e coltellacci. Facce tese, niente donne e bambini in giro. La statua dell’Assunta, a cui la parrocchia è dedicata, è lì, proprio di fronte al cancello, indifesa come quella povera gente. Passiamo in cattedrale. Centinaia di persone, soprattutto bambini, donne e anziani, sono accampati nei vasti cortili. Qua è la ci sono fuocherelli accesi. Nella casa del parroco è in corso una riunione delle autorità locali. Il vescovo, mons. Anthony Mukobo, insiste per avere uno spiegamento di forze di sicurezza tale da rassicurare la gente e permettere loro di tornare a casa. «Questo non sarebbe successo se tutti i posti di comando e potere non fossero nelle mani di una sola tribù!», si mormora sottovoce. Poi i politici devono rispettare il loro ruolo di facciata. Parlano alla gente, «il governo è con voi, stiamo facendo di tutto per garantire la vostra sicurezza». Qualcuno ascolta nel buio della notte, ma la maggior parte continua a sedere attorno ai fuocherelli, indifferente: vecchi tristi, madri ansiose, bimbi senza lacrime dagli occhi sbarrati. Quante volte hanno sentito lo stesso ritornello?
Toando alla missione p. Simon racconta del periodo successivo al 22 ottobre e come una volta sia stato fermato da un posto di blocco borana (i Borana-Somali avevano creato una barriera di pietre tra la missione e la città, i Turkana un’altra tra la missione e il nord) dopo essere andato a portare cibo a dei rifugiati turkana. La banda di giovinastri che controllava il posto di blocco lo aveva tirato giù dalla macchina e malmenato perché aveva portato da mangiare a «quegli animali»! Tornato a casa malconcio aveva rassicurando i cristiani che già lo davano per morto.
È l’ultimo giorno dell’anno. mi è difficile dire grazie stasera. Ma lo dico per la fede di questo popolo, il coraggio dei miei confratelli e dei preti locali che stanno con la gente anche se hanno paura. Grazie per il dono di essere qui, in questa notte stellata così carica di dolore.
Poi mi rifugio nella cappelletta, per vegliare un po’ e ritrovare la quiete di cui ho bisogno.

Anno nuovo, speranza rinnovata
L’anno nuovo comincia presto. La prima messa è alle 8.30 a Kiwanjani (campo, spianata, pista), pochi chilometri a nord della missione. Mi aggrego a p. Tallone. Il tratto è breve. Mi fa notare i mucchi di pietre usati in passato per bloccare la strada e mai totalmente rimossi; questa era la zona turkana. Arriviamo in anticipo. Mi guardo attorno. L’asilo cappella è una struttura solida, due aule divise da una parete mobile di metallo, porte in ferro, solide inferriate. Don Giuseppe Zousa e Don Giulio Balocco della diocesi di Cagliari, fondatori della missione nel 1994, hanno fatto un buon lavoro. Ritiratisi a fine 2009, hanno lasciato il tutto ai Missionari della Consolata.
Le due aule sono diventate uno spazioso saloncino. La gente arriva alla spicciolata. La maggior parte sono donne e bambini, pochi gli uomini. È domenica, è il primo dell’anno: bisogna far festa e lodare il Signore. Si danza a volontà: all’ingresso, alla presentazione del libro della Parola, all’offertorio, alla comunione e alla fine. Non ci sono sconti sui canti. Il tempo non ha importanza, occorre celebrare. P. Tallone, lavagna alle spalle, predica, guida, celebra. La preghiera dei fedeli è spontanea, piccoli e grandi vi partecipano. La preghiera di una donna tocca il cuore di tutti. Prega per la pace: una preghiera intensa, appassionata, fiduciosa, quasi un pianto sommesso rivolto a Dio. C’è dentro tutto il dramma vissuto dalla comunità: il dolore delle donne, le lacrime dei bambini, la frustrazione degli uomini impossibilitati a proteggere le proprie famiglie. Invitano anche me a parlare. Condivido il mio dolore e aggiungo che forse ho capito perché i missionari della Consolata sono stati quasi forzati ad accettare Camp Garba: la Madonna Consolata li ha mandati per essere presenza di «consolazione» in questi tempi difficili.
La partecipazione a questa umile celebrazione mi riempie di speranza. La tristezza della sera è svanita. La forza, la fede, la semplicità di questa gente umile è contagiosa. «Il Signore davvero abbassa i potenti ed innalza gli umili!».

Cosa c’è sotto?
Ma i problemi restano. È vero che le comunità pastoraliste (come i Samburu, i Borana, i Turkana e anche i Somali) hanno sempre vissuto situazioni di conflittualità per il controllo delle risorse, dei pascoli e dell’acqua. La razzia ai danni delle altre tribù era una pratica normale, da celebrare nelle feste con danze, poemi e canti. Un tempo, prima della colonizzazione inglese, i grandi spazi attorno a Isiolo erano terra di nessuno in cui pascolavano anche i Maasai e che i Somali consideravano estensione naturale della loro terra. All’inizio degli anni Ottanta quegli spazi immensi sono stati pian piano occupati da migliaia di Turkana fuggiti in diverse ondate da zone lontane ad alta conflittualità. In quella pacifica invasione di disperati, c’è stata una tacita divisione del territorio: i Turkana si sono stabiliti a ovest della strada, i Somali e Borana sono rimasti soprattutto nella parte est, con ampi spazi di movimento soprattutto nei tempi di siccità affinché tutte le comunità, Samburu compresi, potessero usare le sempre verdi montagne a nord del Monte Kenya. I Turkana, di per sé pastori, per sopravvivere si son trasformati in agricoltori e lavoratori precari in Isiolo. Molti sono diventati cristiani, la maggioranza cattolici. Pur disorganizzati, sono una realtà che ha il suo peso nella politica locale soprattutto nelle elezioni.
Ed ecco una delle cause principali della conflittualità in cui i Turkana sono soprattutto le vittime, anche se spesso – sulla stampa – passano per essere i villani: la politica! Il parlamentare che rappresenta Isiolo è un Borana, ex cristiano – chierichetto dell’ucciso vescovo mons. Luigi Locati – tornato all’Islam. La sua rielezione a fine 2012 o inizio 2013 è a rischio. Se i Turkana e i Meru (altra presenza importante, soprattutto in città) si alleassero per un candidato unico, per lui sarebbe la fine. Le sue parole di miele chiamano alla convivenza, pace e riconciliazione, ma molti sostengono che sia lui a far arrivare da fuori migliaia di persone della sua tribù per farle registrare per le elezioni, aiutato in questo dalle autorità locali dominate dalla sua tribù. Turkana e Meru hanno sì qualche consigliere comunale e altri rappresentanti nell’apparato governativo, ma tutti in posizioni subordinate.

La nuova «Las Vegas»
Un secondo motivo di tensione è il controllo dell’economia. C’è un ambizioso progetto turistico-ambientale per Isiolo. Vogliono costruirvi una resort town o città turistica, con – tra l’altro – sei alberghi a cinque stelle, campi da golf, casinò, sale per conferenze, teatri e cinema, un museo di arte locale, catene di negozi, piste per mountain bike e perfino un sito per riprese cinematografiche nel fantastico ambiente naturale. Dovrebbe diventare la Las Vegas del Kenya. Il tutto servito dalla nuova strada asfaltata che porta in Etiopia (in stato di avanzata costruzione ad opera dei Cinesi) e dal nuovo aeroporto internazionale (già in costruzione) che oltre al turismo serve a facilitare l’esportazione dal vicino Meru della miraa o tchat (ma il recente bando a questa droga da parte dell’Olanda ne ha messo in crisi il mercato milionario, mentre si teme che anche altre nazioni europee, come l’Inghilterra, ne proibiscano l’importazione) e dei prodotti ortofrutticoli che vengono coltivati abbondantemente sulle vicine falde nord del monte Kenya.
Questa città del turismo e divertimento occuperà un’area di 1000 ettari proprio alle spalle della missione di Camp Garba, con il suo centro nella gola di Kipsing Gap, un luogo tra due montagnole sempre verdi, il Katim e l’Oldonyo Degishu, circondato a sud dal famoso Lewa Wildlife Conservancy (quella di Adamson e della leonessa del film Nata libera), a nord dalle riserve nazionali di Buffalo Springs e Shaba National Reserve, più il Samburu Game Park sul fiume Ewaso Ng’iro, ricchissimo di acqua. È un luogo dalle potenzialità turistiche immense. In teoria il progetto, attualmente sotto studio con una compagnia giapponese, prevederebbe che i primi beneficiari siano i gruppi locali. Ma se uno dei gruppi, il più debole, venisse spazzato via in anticipo…
C’è anche un altro fattore che complica le cose: la sabbia. Abbondante nel letto dei fiumi stagionali è un elemento fondamentale del previsto boom di costruzioni legate allo sviluppo turistico e alla crescita continua della città di Isiolo. Per ora la comunità turkana ha ottenuto la concessione dell’estrazione, ma fino a quando? Da ultimo c’è il valore dei terreni attorno al polo turistico: sta andando alle stelle. E se gli occupanti fossero costretti ad andarsene «spontaneamente»?

C’entra la religione?
In questa difficile equazione, c’entra anche la religione? Apparentemente no, anche se di fatto da una parte ci sono delle tribù islamiche che controllano tutto il potere, e dall’altra tribù prevalentemente cristiane o tradizionaliste tra le quali solo i Meru detengono qualche reale potere economico. Un fatto sembra però evidente: la chiesa cattolica è l’unica realtà che impedisce una pulizia etnica senza testimoni. Non a caso negli attacchi più recenti sono stati uccisi due catechisti e assalita una missione, e la gente, sia dopo le violenze del 22 ottobre che quelle di capodanno, ha cercato rifugio nel perimetro della cattedrale o delle missioni (Camp Garba e Ngaremara, una quindicina di chilometri più a nord).
Inoltre non è un segreto per nessuno che i Somali hanno sempre sognato una grande Somalia che arrivasse fino a Isiolo, che a Isiolo ci sono centri di reclutamento della milizia di Al Shaabab, che la presenza dei fondamentalisti è molto estesa e che molti dei soldi sporchi provenienti dalla Somalia vengono riciclati proprio a Isiolo. Ufficialmente la religione non c’entra. Di fatto è uno degli elementi di cui tener conto.
Intanto la chiesa di Isiolo comincia a sentire il peso di questa situazione che si prevede di non facile soluzione. Anzi, nel sentire di tanti, questo 2012, prima delle elezioni, sarà un anno difficilissimo con un crescendo di violenza. Di fatto la gente di Mashakwata non è ancora tornata a ricostruire il suo villaggio, anche se avevano pianificato un ritorno in massa per il 2 gennaio. Per ora i loro bambini vanno all’asilo sotto un grande albero nella vicina scuola cappella di Kiwanjani. Sono una quarantina. Per fortuna, anche sotto un albero, i bambini sono sempre bambini e non perdono il sorriso e la voglia di giocare. Intanto l’altalena e lo scivolo di Mashakwata continuano ad aspettare che la gioia dei bambini li risvegli e li faccia ancora danzare.

Gigi Anataloni

Gigi Anataloni




Cari missionari

Padre angelo
mazzaschi…
vive

Nella comunità di Besozzola (frazione di Pellegrino Parmense) è vivo più che mai il ricordo di padre Angelo Mazzaschi, missionario della Consolata, per 23 anni in Colombia (1961-1983) e parroco nel paese natio negli ultimi mesi di vita, deceduto il 12 dicembre 1984, a 50 anni di età.
Il ricordo annuale della sua scomparsa ha avuto una speciale solennità il 4 dicembre 2011: la popolazione di Besozzola ha voluto celebrare il 50° anniversario di ordinazione, prima messa e partenza per la missione in Colombia del loro compaesano. E lo hanno fatto dedicandogli l’altare della chiesa parrocchiale, dove padre Angelo fu battezzato, ricevette i sacramenti, fu educato nella fede, celebrò la sua prima e ultima messa e dove ricevette l’ultimo saluto.
Alla celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo di Fidenza mons. Carlo Mazza, insieme al parroco Angelo Melfi e padre Ezio Roattino missionnario della Consolata, è stata rievocata la figura di padre Angelo. «Uomo di poche parole, ma disponibile e forte nella fede – ha ricordato il parroco -. Missionario di azione, totalmente dedicato al bene spirituale e sociale della gente».
Il vescovo mons. Mazza, nella sua omelia, si è complimentato con la comunità parrocchiale perché continua a tener viva la memoria del loro missionario. Anche lui ha poi sottolineato la capacità di padre Angelo di darsi agli altri senza aspettarsi nulla, cercando solo il bene della gente colombiana, testimoniando l’amore di Cristo con il riscatto sociale delle comunità a lui affidate, con attività di promozione umana e difesa della giustizia, seguendo la dottrina e gli insegnamenti della Chiesa.
Parlando dello spirito di avventura della missione, il vescovo ha pure sottolineato che la fede dà senso alla vita e che la vocazione al sacerdozio e alla missione nasce e cresce se è custodita dalla famiglia e accompagnata e apprezzata dalla comunità parrocchiale, come è avvenuto per padre Angelo.
Anche padre Roattino ha ribadito la dimensione missionaria della famiglia e della parrocchia; ha raccontato e rievocato l’operosa testimonianza di fede di padre Angelo la cui memoria è ancora viva anche nei luoghi in cui il missionario ha lavorato,  soprattutto a Florencia e San Vicente del Caguan.
In occasione di questa significativa ricorrenza, è stata curata una raccolta di documentazione (reperita nel tempo, pur se parziale per la difficoltà del ritrovamento) relativa alla vita di padre Angelo. Da tale documentazione, insieme alle testimonianza dei suoi superiori, confratelli e persone in Italia e Colombia che l’hanno conosciuto, egli emerge come uomo dell’amicizia, mite e disponibile, di poche parole ma di molte opere, dotato di grande spirito di sacrificio e tanto amore per i poveri, di coraggio nell’assumere posizioni ferme a difesa della pace e del bene sociale, di serietà e competenza nell’educazione e formazione dei giovani, molti dei quali diventati poi sacerdoti.
Sul ricordino della sua prima messa, celebrata a Besozzola il 2 aprile 1961, c’era scritto: «E porrò in loro un segno e li manderò alle genti d’oltre mare… e annunceranno la mia gloria alle genti» (Is 66,19); un impegno di fede che padre Angelo ha testimoniato operosamente con coraggio.
Iole Fiordilisi
Besozzola
(Pellegrino Parmense)




Spreco, quindi esisto

La lunga strada del cibo verso la discarica

Ogni anno si sprecano 1,3 tonnellate di cibo nel mondo. Dodici miliardi di euro solo in Italia. Molti sono prodotti non vendibili per usi diversi, non avariati, finiscono in discarica. Prodotti agricoli distrutti per ragioni di mercato. Cibo sprecato nelle mense scolastiche e ristoranti. L’impatto ecologico, sociale ed economico è elevato.

Nel nostro opulento mondo occidentale assistiamo sempre più spesso a un fenomeno inimmaginabile fino a qualche decennio fa: tonnellate di cibo finiscono nella spazzatura. Basta dare un’occhiata ai cassoni dei rifiuti vicino ai supermercati, per trovarci dentro sacchi pieni di prodotti di ogni tipo, ancora perfettamente commestibili, ma con qualche difetto nella confezione, oppure in prossimità della data di scadenza o, nel caso della frutta, con qualche ammaccatura, che però non ne compromette le qualità organolettiche, ma solo quelle estetiche. Anche i cassonetti situati vicino alle nostre abitazioni ospitano sempre più spesso grandi quantità di cibo avanzato, specialmente dopo le festività più importanti. Ad esempio tra la vigilia di Natale 2011 e Capodanno in Italia sono state buttate circa 440.000 tonnellate di cibo, per un valore totale di circa 1,32 miliardi di euro, equivalenti a più di 50 euro per famiglia. Latticini, uova e carne rappresentavano il 43% del totale, il pane il 22%, la frutta e la verdura il 19%, la pasta il 4% ed infine i dolci il 3%. Il 20% del totale della spesa alimentare degli italiani per le festività è finito nella spazzatura, nonostante la crisi economica  abbia fatto diminuire del 10% la quantità di cibo acquistata, rispetto all’anno precedente. Secondo la Fao, la tendenza allo spreco di cibo nel mondo occidentale è cresciuta del 50% dal 1974 a oggi, e attualmente vengono sprecate, dal campo alla tavola, 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ogni anno, così suddivise: 670.000 tonnellate nei paesi industrializzati e 630.000 in quelli in via di sviluppo. Le popolazioni europee e nordamericane contribuiscono a questo spreco nella misura di 115 chili a testa all’anno, contro i 6-11 chili delle popolazioni dell’Africa sub-sahariana e del Sud-Est asiatico. Tutto questo, nonostante le persone che soffrono la fame nel mondo siano 925 milioni, secondo il rapporto Fao del 2010 e nella sola Europa vi siano 80 milioni di persone sotto la soglia della povertà. Mentre nei 27 paesi dell’Unione europea c’è uno spreco pro-capite annuo pari a 179 chili di cibo, solo in Italia si getta ogni anno una quantità di cibo che potrebbe soddisfare le necessità alimentari dei tre quarti dell’intera popolazione (cioè potrebbe nutrire 44 milioni di persone).
Traducendo il nostro spreco alimentare in cifre, possiamo dire che vanno persi lungo la filiera alimentare (produzione agricola, trasformazione industriale, distribuzione, consumo) 12 miliardi di euro, corrispondenti a circa 20 milioni di tonnellate di cibo. Soltanto gli ipermercati buttano ogni giorno 250 chili di cibo. Ogni anno, inoltre, vengono lasciate nella spazzatura circa 250.000 tonnellate di carne e, se pensiamo che per produe un solo chilo sono necessari 15.000 litri di acqua, ci rendiamo subito conto dell’impatto devastante sull’ambiente di questa insensata gestione del cibo.

Da spreco a risorse
Il fenomeno dello spreco alimentare in Italia è stato attentamente studiato da Last Minute Market (www.lastminutemarket.it), centro studi accademico dell’Università di Bologna, che si è occupato delle cause e delle conseguenze del fenomeno ed ha pubblicato i risultati della ricerca ne «Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo», a cura di Andrea Segrè e di Luca Falasconi, Edizioni Ambiente, 2011. Oltre a questa pubblicazione,  l’organizzazione è specializzata nella raccolta del surplus alimentare presso alcuni supermercati in Italia ed alla sua successiva distribuzione ai bisognosi. Tra le sue iniziative, c’è stata l’organizzazione della conferenza «Transforming food  waste into a risource» (La trasformazione dello spreco del cibo in risorsa), svoltasi a Bruxelles il 28 ottobre 2010, a cui hanno partecipato le organizzazioni Fareshare (Gran Bretagna), Stop Food Wasting Movement (Danimarca) ed Andes (Francia). In questa circostanza è stata elaborata la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare, in cui è stato posto come obiettivo prioritario l’abbattimento del 50% dello spreco alimentare entro il 2025. Inoltre è stato fatto un appello alle Nazioni Unite perché la lotta allo spreco alimentare venga inserita nel 7° degli Obiettivi del Millennio (Assicurare la sostenibilità ambientale).
Dalla ricerca condotta da Last Minute Market risulta che in Italia le percentuali di alimenti sprecati, rispetto al totale disponibile, variano dal 34 al 55%, a seconda delle categorie di prodotti, con una tendenza a superare il 50% di spreco per verdura, frutta, bevande alcoliche e carne. I prodotti cerealicoli sprecati rappresentano poco più del 40%, mentre i prodotti ittici il 33,6%. Nel caso dei cereali, il minore spreco è dovuto a una inferiore deperibilità rispetto alle altre categorie, mentre i prodotti ittici sono sottoposti ad una filiera tecnologicamente migliore.

Cosa e quando buttiamo?
Per quanto riguarda le tipologie di prodotti alimentari sprecati,  possiamo distinguere tra una prima formata da tutti quei prodotti, che hanno perso le caratteristiche organolettiche ed igieniche minime perché possano essere considerati commestibili; la seconda è rappresentata da quegli alimenti definiti sub standard, perché non in possesso di determinate caratteristiche estetiche e tuttavia perfettamente commestibili. Da studi condotti negli ultimi dieci anni, risulta che grandi quantità di cibo sano, appartenente alla seconda categoria, vengono perse ad ogni livello della filiera agroalimentare. Possiamo parlare in questo caso di sprechi alimentari evitabili, cioè prodotti non più vendibili per ragioni diverse, che, non essendoci un uso alternativo, finiscono in discarica. È opportuno soffermarsi su ogni punto della filiera , prendendo in considerazione lo spreco nei campi, nell’industria alimentare, nella distribuzione e nelle nostre case.
Per quanto riguarda lo spreco nei campi, secondo i dati Istat del 2009 poco più del 3,3% della produzione agricola italiana non è stata raccolta. I motivi sono vari, tuttavia nessuno di questi compromette le qualità organolettiche e quindi la consumabilità dei prodotti. Si va dalla non conformità a determinate caratteristiche estetiche (ad esempio verdure fuori pezzatura oppure colpite dalla grandine), a ragioni eminentemente commerciali, come il mantenimento dei prezzi a un certo livello, grazie all’eliminazione di una parte del prodotto; oppure l’abbandono dello stesso nei campi da parte degli agricoltori, perché i costi di raccolta sono superiori al prezzo di mercato. La quantità effettiva di prodotti agricoli abbandonati nei campi nel 2009 è stata di 17.700.586 tonnellate. Se consideriamo in particolare il settore ortofrutticolo, nello stesso anno, è stata sprecata una quantità di ortofrutta (7 milioni di tonnellate) che avrebbe potuto soddisfare le esigenze quasi di una seconda Italia.
I prodotti agricoli, nel loro viaggio dal campo alla nostra tavola, possono essere fermati nelle cornoperative e nelle organizzazioni di produttori, che hanno il compito di applicare le norme previste dall’Organizzazione Comune di Mercato (Ocm), le quali prevedono il ritiro dal mercato di parte delle merci, per evitare il crollo dei prezzi. In questo caso, i prodotti ritirati  sono destinati in piccola parte al consumo di fasce deboli della popolazione, il resto viene utilizzato per la produzione di alcol etilico, al compostaggio ed all’alimentazione animale. La quantità di prodotti ortofrutticoli ritirati dal commercio ogni anno nei paesi dell’Unione Europea è di circa 300.000 tonnellate. Vale la pena di considerare che l’Unione Europea nell’annata agraria 2005-2006 ha stanziato 32 milioni di euro, di cui 6,8 solo all’Italia e questo denaro è servito per finanziare l’acquisto, la logistica e, nel 90% dei casi, la distruzione dei prodotti. Un vero e proprio sperpero di denaro pubblico.
A livello dell’industria alimentare, lo spreco annuale di cibo è di circa il 2,6% rispetto alla produzione finale totale, pari a quasi 1,7 milioni di tonnellate, e di questo quantitativo solo una piccola parte viene destinata a enti assistenziali, mentre la maggior parte diventa rifiuto, per giunta non sempre avviato alla raccolta differenziata.
Per quanto riguarda la distribuzione, un’indagine condotta a livello dei mercati all’ingrosso (centri agroalimentari e mercati ortofrutticoli) ha mostrato una perdita annuale dei prodotti gestiti come rifiuti dell’1-1,2%. Almeno un terzo di questi prodotti però potrebbero essere perfettamente utilizzati, perché presentano danni del tutto irrilevanti, mentre due terzi potrebbero essere recuperati con un’oculata gestione degli stock (uso di celle frigorifere, giacenza monitorata). Nel 2009 le perdite di prodotti ortofrutticoli a livello di distribuzione sono ammontate a 109.617 tonnellate. Per quanto riguarda il mercato all’ingrosso, questo spreco può ancora una volta essere riconducibile a ragioni di mercato volte al mantenimento dei prezzi. Nel caso della grande/ media distribuzione organizzata lo spreco di cibo può essere dovuto ad una cattiva programmazione delle foiture, ma più spesso alla manipolazione dei prodotti da parte dei clienti, che ne danneggiano l’estetica, rendendoli meno desiderabili. Nel 2009 le attività commerciali alimentari italiane hanno sprecato 263.645 tonnellate di alimenti, di cui il 40% erano prodotti ortofrutticoli.

Consumatori spreconi
L’ultimo anello della catena agroalimentare è rappresentata dai consumatori, cioè da tutti noi. Secondo la ricerca di Last Minute Market, nelle mense delle scuole italiane viene sprecata ogni anno una quantità di cibo pari al 13-16% degli acquisti effettuati. I motivi sono molteplici. Sicuramente la distrazione può essere responsabile del cibo lasciato ad invecchiare nel frigorifero o nella dispensa. Anche le allettanti offerte del «tre per due», i «sottocosto», che si possono trovare nei supermercati, oppure la difficoltà a reperire le confezioni monodose per i single sono spesso alla base dello spreco alimentare. Probabilmente tuttavia tendiamo a non porre attenzione al cibo che sprechiamo semplicemente per mancanza di un’adeguata educazione in proposito, se non addirittura a causa dell’errata convinzione, peraltro inculcataci dal sistema economico attuale, che maggiori consumi equivalgono a più benessere.

Spreco ad alto impatto
Lo spreco alimentare è responsabile degli impatti ambientale, economico, nutrizionale e sociale.
Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti alimentari, ogni tonnellata genera 4,2 tonnellate di CO2, quindi ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera oltre 8 milioni di tonnellate di CO2  solo in Italia, come diretta conseguenza dello spreco di circa 20 milioni di tonnellate di cibo. L’impatto ambientale generato dallo spreco del cibo si valuta considerando tre diversi parametri: l’impronta del carbonio, l’impronta ecologica (ovvero la quantità di terra o di mare consumate nella produzione dei cibi) e l’impronta idrica (l’acqua consumata in tutti i processi della filiera agroalimentare).
La prima non si riferisce unicamente al processo di smaltimento dei rifiuti alimentari, che genera anche metano, ma si riferisce alla quantità di CO2 generata lungo tutti i processi e comprende quindi anche le emissioni generate nella produzione dei pesticidi e dei fitofarmaci adoperati, nelle trasformazioni industriali e nel trasporto.
L’impronta ecologica si riferisce alla quantità di terreno o di mare biologicamente attivo, necessaria per produrre la quantità di cibo per ciascuno di noi, nonché la quantità per smaltire i rifiuti generati. Non è solo l’estensione della superficie del terreno utilizzato per soddisfare le nostre necessità, ma anche tutto quello che essa rappresenta in termini di biodiversità, stabilità climatica, fissazione dell’energia solare e conversione in materie prime. Sulla base dei consumi attuali, l’Italia ha un’impronta ecologica di 4,2 ettari pro-capite, ma la sua biocapacità è soltanto di un ettaro, quindi esiste un deficit ecologico di 3,2 ettari globali pro-capite (l’ettaro globale o gha è l’unità di misura dell’impronta ecologica).
L’impronta idrica si riferisce al consumo delle risorse idriche lungo la filiera agroalimentare e tiene conto anche dell’acqua necessaria per la produzione dei beni di consumo. In Italia lo smaltimento dei rifiuti alimentari genera un consumo d’acqua pari a 105 milioni di metri cubi all’anno. Se poi consideriamo la quantità d’acqua usata per l’agricoltura, quella relativa alla quantità di cibo sprecato è di 5,3 miliardi di metri cubi all’anno, un quantitativo sufficiente a dissetare tutti gli abitanti del Kenya per 270 anni. 
L’impatto economico dovuto allo spreco di cibo è rappresentato dal mancato guadagno che si sarebbe potuto realizzare, se quel cibo fosse stato venduto al prezzo di mercato. Come visto sopra, per l’Italia è di 12 miliardi di euro per 20 milioni di tonnellate di cibo sprecate.
Per impatto nutrizionale si intende la quantità di nutrienti legati agli alimenti che vanno persi con lo spreco del cibo. Basta pensare, ad esempio, che la quantità di arance perse ogni anno contengono vitamina C pari al fabbisogno annuale di 13 milioni di persone, secondo quanto raccomandato dai La (Livelli di assunzione giornalieri raccomandati di nutrienti per la popolazione italiana). La quantità di pomodori da tavola lasciati in campo in un anno contiene invece vitamina E sufficiente per il fabbisogno annuale di circa 6,5 milioni di persone.

Rosanna Novara Topino

       

Rosanna Novara Topino




2012: anno internazionale delle cooperative

Cooperando

Le cornoperative sono una forma di impresa sociale. Alcune grandi e potenti, altre piccole. Legate alla comunità, rappresentano un importante strumento di sviluppo nel Sud del mondo.

Cooperative agricole, cornoperative di credito, cornoperative di lavoratori, di consumatori, di produttori: a uno sguardo anche superficiale, la presenza di queste forme d’impresa nella quotidianità di tutti i cittadini risulta piuttosto evidente, nel Nord come nel Sud del mondo. Secondo dati Onu, le cornoperative danno lavoro a circa cento milioni di persone sul pianeta (cioè una persona su settanta) e contano poco meno di un miliardo di associati, un settimo della popolazione mondiale. Le trecento più grandi cornoperative del globo hanno, insieme, redditi per 1.600 miliardi di dollari.
Non stupisce, dunque, che le Nazioni Unite abbiano deciso di dedicare a questa forma di impresa dodici mesi di iniziative e visibilità, dichiarando il 2012 «anno internazionale delle cornoperative» e preparando un fitto calendario di eventi ad esso correlati. La campagna di sensibilizzazione targata Onu, comunque, si concentra non «sul quanto» ma «sul come»: «le cornoperative – recita lo slogan ufficiale – costruiscono un mondo migliore», perché sono imprese possedute e dirette da e per i loro membri.
Questa la definizione generale, che cattura quello che si potrebbe definire lo spirito di cornoperativa. La realtà, tuttavia, appare estremamente più variegata e sotto la stessa etichetta ricadono tipi di impresa che vanno da piccole realtà di autofinanziamento e sussistenza a colossi economici con giri d’affari milionari. La più grande del mondo è una cornoperativa di consumatori, l’inglese The Co-operative Group Ltd: conta sei milioni di membri, dà lavoro a oltre centomila persone, agisce nel mercato alimentare e farmaceutico, nella foitura di servizi bancari e legali, nella gestione di imprese di pompe funebri, agenzie di viaggio, concessionarie di auto e negozi di elettronica, per un fatturato annuo di oltre tredici miliardi di sterline.
Ovviamente, il primo tipo di cornoperativa, quello di piccole dimensioni, è quello che più di frequente si incontra e si promuove nelle iniziative di cooperazione allo sviluppo. Nel Sud del mondo, le cornoperative sono uno strumento attraverso il quale si dà forma all’esigenza di una comunità di organizzarsi per garantirsi il sostentamento e l’indipendenza economica.

I valori fondanti
Il movimento cornoperativo si identifica in sette principi fondanti: adesione libera e volontaria; controllo democratico da parte dei soci; partecipazione economica dei soci; autonomia e indipendenza dei soci; educazione, formazione e informazione; cooperazione fra cornoperative e interesse verso la comunità.
Come questi principi vengano tradotti in entità legalmente riconosciute e quanto abbiano un effetto concreto sul tessuto economico locale dipende dalle singole legislazioni e dal contesto politico ed economico di ogni paese. Secondo l’Inteational Co-operative Alliance – Ica, principale partner delle Nazioni Unite nelle iniziative del 2012 sulle cornoperative, i sistemi giuridici e le realtà economiche di molti paesi, specialmente nel Sud, non sono adeguati a recepire i principi cornoperativi e a creare un ambiente favorevole per lo sviluppo dell’impresa sociale. «Gli operatori economici – spiega il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus nel suo libro Un mondo senza povertà – non ne riconoscono l’esistenza né assegnano loro un posto nel mercato; le considerano delle stramberie e le tengono ai margini». Uno dei punti su cui con più forza batterà la campagna delle Nazioni Unite sarà dunque proprio quello di fornire alle imprese cornoperative, e ai gruppi che aspirano a costituirsi come tali, consulenza e informazioni per accrescere il proprio ruolo nelle economie locali.
I risultati di una maggior apertura al modello cornoperativo in alcuni paesi sono, d’altronde, piuttosto confortanti: secondo i dati del Fondo internazionale delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo (Ifad), in Brasile più di un terzo del Pil derivante dall’agricoltura (pari al 5% di quello totale) è stato prodotto da imprese cornoperative, che hanno ottenuto dall’esportazione di prodotti agricoli per 3,6 miliardi di dollari. Mentre in Kenya circa venti milioni di persone traggono le loro fonti di sussistenza dal movimento cornoperativo o dal suo indotto, che genera quasi metà del prodotto interno lordo e controlla il 70% del mercato del caffè e quasi tutto quello del cotone. In Costa d’Avorio le cornoperative hanno investito complessivamente ventisei milioni di dollari per costruire scuole, strade e cliniche per la salute matea e infantile.
Non solo. Secondo uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), le cornoperative dimostrerebbero una maggiore capacità di resistenza in tempi di crisi, poiché dipendono dal capitale dei membri e non da quello prestato dalle banche. I dati statistici, prosegue lo studio, indicano che le cornoperative hanno un tasso di sopravvivenza più alto rispetto a quello dei loro competitors e sono mediamente più longeve delle altre imprese.
Infine, la promozione del movimento cornoperativo in contesti come l’Africa orientale e meridionale è una delle esigenze emerse durante il forum degli agricoltori che si è tenuto al quartier generale dell’Ifad a Roma nel febbraio 2010, poiché solo mediante forme aggregative come quella delle cornoperative agricole sarebbe possibile aumentare l’autonomia, l’accesso al mercato e il potere decisionale dei contadini all’interno dell’economia dei propri paesi.

Cooperative e microcredito
Le cornoperative sono anche uno degli strumenti attraverso i quali vengono realizzate iniziative di microfinanza, in particolare di microcredito e, viceversa, la microfinanza si può basare (ma non sempre) su un modello cornoperativo. Entrambi nascono con l’intento di rendere disponibile l’accesso al credito alle fasce più povere della popolazione prive delle credenziali per rivolgersi al sistema bancario tradizionale.
Sebbene microfinanza e cooperazione abbiano delle indubbie somiglianze quanto allo spirito che li caratterizza, sono tuttavia due concetti diversi. Muhammad Yunus, uno dei massimi promotori del microcredito al punto da essee considerato il padre, ha concepito il proprio modello come qualcosa di differente dal credito cornoperativo. Nel suo libro Il banchiere dei poveri spiega che le cornoperative di credito in Bangladesh, suo paese natale, richiedevano la restituzione della somma prestata in una sola tranche, creando a suo dire nei contadini una resistenza a separarsi in un’unica soluzione da una cospicua cifra di denaro. Di conseguenza, i debitori tendevano a rimandare il rimborso del credito ricevuto e ad accumulare così un debito sempre più alto, fino a trovarsi nell’impossibilità di saldarlo. Yunus adottò il metodo opposto, decidendo di richiedere il rimborso del credito in soluzioni di entità talmente ridotta che il cliente non si sarebbe neanche accorto di pagarlo. Sempre a proposito delle cornoperative Yunus scrive che, sebbene nate in risposta allo sfruttamento degli operai da parte degli avidi proprietari delle fabbriche inglesi del XVIII e XIX secolo, le imprese di questo tipo non hanno come obiettivo principale quello di migliorare le condizioni dei poveri. «Se cadono nelle mani sbagliate – continua Yunus – le cornoperative possono anche diventare uno strumento di penetrazione nell’economia che consente guadagni a singoli individui o a gruppi ristretti invece che portare beneficio all’insieme della società».
Al di là dei dibattiti interni a quello che è il mondo, estremamente complesso, dell’imprenditoria sociale e dell’economia solidale, il legame fra cornoperative e microfinanza è abbastanza solido in molte realtà del mondo: in Colombia, ad esempio, sono imprese di questo tipo a gestire la quasi totalità delle iniziative di microcredito nel paese.

Chiara Giovetti

Donne e microcredito

Si conclude in questo mese il progetto empowerment delle donne vulnerabili e delle ragazze madri in due città, Kinshasa e Isiro, finanziato per metà con i fondi della cooperazione decentrata del comune di Roma (vedi MC ottobre 2011). Un botta e risposta sul progetto con padre Santino Zanchetta, responsabile della parte di progetto eseguito a Kinshasa.

Padre Santino, lei lavora a Saint Hilaire, un quartiere di Kinshasa, che lei ama definire «una periferia a misura d’uomo». Che cosa intende con questa espressione?

«Intendo che non si tratta della periferia tipica dei paesi poveri, con case accatastate le une sulle altre. È un quartiere densamente abitato, questo sì: solo la nostra parrocchia conta ventinovemila persone, inserite in un comune di oltre un milione e seicentomila abitanti. La gestione degli spazi, però è diversa: è lo Stato stesso che destina appezzamenti di terreno di diciotto per diciotto metri, che diventano il cortile dove si può costruire un’abitazione e vivere insieme alla propria famiglia con una certa autonomia».
I problemi sono tanti, comunque, a partire dai servizi e dalle infrastrutture.

«Sì, la foitura di elettricità e acqua dipende da società pubbliche che servono anche la nostra zona, ma la distribuzione è poco costante sia nelle quantità che nei tempi.
A livello di servizi educativi la situazione è molto problematica. Il 47% dei ragazzi in età scolare non ha la possibilità di andare a scuola: le famiglie non possono permettersi di pagare le rette per tutti i figli – di solito sono sette o otto – perciò ne fanno studiare solo alcuni. Chi patisce di più questa esclusione sono le ragazze, perché spesso le famiglie preferiscono far studiare i maschi, considerati il futuro fulcro della famiglia africana. Eppure, a ben guardare, sono proprio le donne con la loro “economia sommersa” a far quadrare il bilancio familiare».

Come nasce il progetto di empowerment delle donne?

«Per andare incontro a queste ragazze che non hanno potuto studiare, per poter fornire loro una dignità derivante dal saper leggere e scrivere e per permettere loro di “avere in mano un mestiere” con cui provvedere ai propri bisogni immediati – si pensi ai corsi di sartoria: anche il semplice saper riparare gli abiti dei familiari è già un risultato – e trarre da questo mestiere il proprio sostentamento. Oltre ai corsi di sartoria ce ne sono altri, ad esempio quelli di estetica o quelli di informatica».

Come si promuove l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro?
«Attraverso un programma di microcredito, che permette loro di avere un capitale iniziale per cominciare un’attività e di abituarsi all’idea e alla pratica del risparmio. Ogni donna riceve una somma pari a centoventi euro che deve utilizzare per avviare un’attività e restituire, entro una determinata scadenza, maggiorata di un piccolo interesse, in modo che il comitato gestionale del progetto possa utilizzare questa maggiorazione per aprire il microcredito a ulteriori donne».

Le donne sono organizzate in una cornoperativa?

«Sono organizzate in piccoli gruppi che funzionano in modo molto simile a una cornoperativa, ma in certi paesi – e il Congo è uno di questi – ottenere il riconoscimento formale come impresa cornoperativa richiede un iter burocratico lungo e complesso».

Può citare un esempio di successo del progetto?

«Il primo che mi viene in mente è quello di Matondo, una donna giovane ma già vedova, che ha otto figli. Due delle figlie, di diciotto e sedici anni, hanno preso parte ai nostri corsi e ora, oltre a lavorare negli atelier per il confezionamento di abiti, hanno aperto un chioschetto per strada dove vendono beni di prima necessità come zucchero, tè, pane, latte, caffè. Grazie a questa attività, hanno potuto far studiare altre due sorelle, di otto e undici anni, pagando autonomamente le rette scolastiche. Questo è solo un esempio, ce ne sarebbero molti altri».

Chiara Giovetti

Chiara Giovetti




Voglia di nuovo

Eticamente

In Italia la disoccupazione giovanile è la più alta d’Europa. Si va verso un conflitto generazionale. Ma solo i giovani avranno il coraggio di cambiare.

Nel nostro paese i giovani sono un problema: senza lavoro, con poca istruzione, a carico della famiglia, privi di un avvenire.
La disoccupazione giovanile riguarda il 30,1% di uomini e donne tra i 18 e i 30 anni. Da uno studio della Ue siamo lo stato europeo con il più alto differenziale tra occupazione adulta e occupazione giovanile, dei 2 milioni e 150 mila disoccupati conteggiati in Italia, la maggior parte sono giovani.
Anche quando trovano un’occupazione, i giovani sono pagati poco e hanno meno tutele, spesso sono oggetto di nuove forme di sfruttamento, più subdole di quelle che dovette affrontare la classe operaia nel Novecento, molti di loro non hanno coscienza dei propri diritti, non vedono nel sindacato un presidio in grado di tutelarli ma, paradossalmente, un pericolo che può mettere a repentaglio la loro posizione.
Anche i «fortunati» che hanno laurea e master sono costretti ad accettare un lavoro precario che non rappresenta la «gavetta», ma una condizione di sotto inquadramento che dura anni e che non ha prospettive di carriera.

Poi ci sono i Neets (Not in Education, Employment or Training) i giovani che non lavorano e non studiano, un fenomeno recente che si sta allargando nei principali paesi industrializzati, dal Regno Unito al Giappone, investendo persino la Cina. Secondo l’Istat i Neets in Italia sono oltre 2 milioni, il 25,9% delle persone sotto i 29 anni, quasi il doppio della media europea. Hanno abbandonato gli studi, affascinati dall’idea di guadagnare per soddisfare i desideri di oggi senza aspettare le incertezze del domani; la scuola li ha lasciati andare per miopia e per mancanza di risorse, così ingrossano le fila delle agenzie interinali e si ritrovano sulle panchine dei parchi come vecchi senza futuro.
Il risvolto sociale di questa situazione è sotto gli occhi di tutti: giovani che pesano fino a 35 anni sul bilancio della famiglia di origine.
Ma cosa succederà quando i genitori lavoratori o i nonni pensionati non ci saranno più? Come faranno questi giovani a far studiare i loro figli, a curarsi quando saranno malati, a pagarsi l’assistenza quando saranno anziani?
Andiamo verso un conflitto tra generazioni per la spartizione del lavoro e del poco welfare rimasto. Senza un’azione di inclusione ed equità sociale che punti a conciliare i diversi interessi tutto sarà oggetto di conflitto, non solo il lavoro, ma i servizi, le abitazioni, i negozi, gli spazi.

Non possiamo rassegnarci a questa prospettiva, occorre ripartire e ricostruire. Se c’è una cosa che la crisi ci ha insegnato è la vacuità dell’individualismo: non è vero che bisogna arrangiarsi, che ci si salva da soli, una bufera come quella che ha investito l’economia negli ultimi due anni spazza via anche quelli che ce l’avevano fatta.
Dopo la sbornia neoliberista, economisti e politici si affannano a trovare altre ricette, riaggiustando conti e idee, ma senza il coraggio del nuovo.
Questo coraggio non appartiene agli adulti, ancorati a vecchie mentalità e a visioni superate, può venire solo dai giovani, sono loro che possono portare energia vitale nella società e innescare un vero cambiamento.
Occorre dare loro spazio non solo nei movimenti e nelle manifestazioni di protesta, ma ai tavoli della politica e nei centri della cultura.
Spesso non si affacciano in questi luoghi perché sanno di non ricevere ascolto e perché rifuggono i territori degli adulti, bisogna andarli a cercare, tirarli via dall’isolamento e convincerli che la via d’uscita è nello stare insieme, nell’impegno comune.

Per tanti giovani rassegnati altrettanti reagiscono, si indignano e si impegnano, proprio come abbiamo fatto noi, nei tempi andati. Loro hanno una qualità in più: la coerenza tra comportamenti pubblici e comportamenti privati; il convincimento che il mutamento deve avvenire su due piani, quello collettivo e quello individuale, incarnano l’idea che la responsabilità è di tutti e a ognuno spetti un ruolo.
Un approccio fresco che rinnova e reinterpreta l’idea di democrazia: non più un esercizio passivo che delega tutte le scelte a governi e istituzioni, ma partecipazione in prima persona.
Spetta ancora una volta alla politica intercettare questo cambio di pensiero e tradurlo in forme nuove di rappresentanza. Solo così si potranno affrontare e magari risolvere gli enormi problemi che abbiamo addossato ai nostri figli e nipoti.

Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi