Uruguay. Piccolo e orgoglioso

Schiacciato tra Argentina e Brasile, l’Uruguay è un paese semisconosciuto. Eppure ha una storia importante, anche in relazione all’Italia. Lì ha vissuto Giuseppe Garibaldi, lì sono arrivati migliaia di emigrati italiani (quasi il 40 per cento della popolazione è di origine italiana). Ed oggi… Un reportage da Montevideo.

Montevideo. C’è un poliziotto quasi ad ogni incrocio. Eppure la città – la parte vecchia della capitale uruguagia – sembra deserta di persone e di auto. È domenica, uffici e negozi sono chiusi. Spinti da una curiosità che necessita di soddisfazione, domandiamo ad un agente con una pettorina giallo canarino: «Perché c’è un poliziotto ad ogni angolo?». «Perché – ci risponde gentilissimo (probabilmente felice di rompere la noia della mansione) – quando attraccano le navi da crociera la sicurezza nella  zona della città vecchia viene rafforzata per proteggere i turisti che sbarcano a terra». E, infatti, al porto è attraccata una nave da crociera, tanto grande che pare una città galleggiante.
Il porto di Montevideo dista da quello di Buenos Aires poco più di 3 ore, ma è spesso preferito dalle imbarcazioni perché, a differenza del secondo, guarda direttamente sull’Oceano Atlantico, invece che sul Rio de la Plata. Per questo qui attraccano le navi delle grandi compagnie crocieristiche – Princess Cruises, Royal Caribbean, Norwegian Cruise Line, tra le principali -, che sbarcano migliaia di persone al colpo. Sono turisti mordi e fuggi, che scendono a terra intruppati e spesso con la paura di essere scippati, aggrediti, imbrogliati. Si fanno fotografare davanti ad un monumento, non hanno tempo per parlare con la gente del posto a meno che non si tratti del cameriere o del venditore di souvenir.
Peccato, perché l’Uruguay meriterebbe attenzione, nonostante sia schiacciato – fisicamente, politicamente e mediaticamente – dai due grandi paesi confinanti, il Brasile e l’Argentina.

Provenendo da Buenos Aires, metropoli sfavillante e vibrante di vita, una persona potrebbe giudicare Montevideo una città sonnolenta. Ma la prima apparenza non sempre è quella giusta. Come ha scritto, con mirabile autornironia, Eduardo Galeano: «Noi uruguayani, malinconici, poco reattivi, che sulle prime sembriamo argentini col valium» (1). Appunto, sulle prime.
Ricordiamo allora alcuni fatti di sostanza. Lungimiranti ed antisignani – alla luce dell’attuale crisi planetaria – sono stati gli uruguayani quando furono chiamati a decidere su questioni di vitale importanza. Con i referendum del 1992, essi hanno respinto – con una maggioranza del 72% – le proposte che miravano alla privatizzazione delle imprese pubbliche. E nell’ottobre 2004 sono stati straordinari nel dire «no» alla privatizzazione dell’acqua, richiesta dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale (2). In seguito a quel referendum, la costituzione del 1967 è stata integrata. Oggi l’articolo 47 della carta fondamentale dell’Uruguay recita così: «L’acqua è una risorsa naturale essenziale per la vita. L’accesso all’acqua potabile e l’accesso alla bonifica costituiscono diritti umani fondamentali» (3).
Un altro momento che ha evidenziato la maturità del paese riguarda la politica intea. Il movimento guerrigliero dei «tupamaros», che lottò (e perse) contro la dittatura militare, è stato recuperato alla politica ed è riuscito a diventare il secondo partito in parlamento (con il nome di «Movimiento de partecipación popular») ed il primo nella maggioranza di centrosinistra («Encuentro progresista-Frente amplio»). Anticipando di qualche anno quanto poi sarebbe accaduto nel Salvador, dove nel marzo 2009 sono arrivati al governo gli ex guerriglieri del «Frente Farabundo Martí para la liberación nacional» (Fmln).
Dalle fila del Frente amplio è uscito Tabaré Vázquez, attuale presidente del paese latinoamericano.

Nella vita, Ramón Tabaré Vázquez fa il medico oncologo. Dal 2005 è presidente dell’Uruguay, primo capo di stato progressista nella storia del paese latinoamericano, dopo 150 anni di governi conservatori tra Blancos e Colorados (i due partiti egemoni fino al 1971, anno della nascita del Frente amplio) e il decennio della dittatura militare. In questi anni, l’Uruguay è cresciuto, ma il percorso del dottor Tabaré Vázquez non è stato e non è semplice.
Due fatti hanno reso difficili questi anni, uno di natura internazionale e l’altro interno. Il primo riguarda i rapporti con l’Argentina, divenuti tesi da quando – era il 2002 – il governo di Montevideo decise di costruire due grandi cartiere (papeleras, in spagnolo) sulle acque del Rio Uruguay, fiume che funge da confine tra Uruguay ed Argentina. Gli argentini contestano la presenza delle industrie perché produrrebbero un grave inquinamento.  Da allora, ci sono state periodiche proteste delle popolazioni argentine che vivono nei  pressi degli impianti produttivi, mentre i due governi si sono dati battaglia legale negli ambiti inteazionali (Mercosur e Corte internazionale di giustizia), senza riuscire a trovare una soluzione.
Il fatto interno è stato ancora più devastante, perché ha guastato i rapporti del presidente con la sua coalizione. Tabaré Vázquez ha posto il veto presidenziale alla legge di depenalizzazione dell’aborto, votata dal parlamento. La norma mirava a cancellare una vecchia legge del 1938, il cui articolo 325 afferma che «la donna che causa il suo aborto o lo consente sarà punita con la prigione da 3 a 9 mesi» (4).
Intanto, a fine giugno, ci sarà un altro passaggio importante per la coalizione al potere: con elezioni intee il Frente amplio sceglierà il proprio candidato per le elezioni presidenziali dell’ottobre 2009. A contendersi la nomina, ci sono 3 candidati, ma 2 sono quelli forti: il moderato Danilo Astori, economista liberista ed ex ministro dell’economia e delle finanze, e José Mujica detto el Pepe (5), ex guerrigliero tupamaro ed ex ministro dell’allevamento, agricoltura e pesca.

Eduardo Galeano ha parlato di «un paese ignorato, un paese quasi segreto, chiamato Uruguay». Forse anche per questo è diventato un paese vitale e capace di sorprendere. Come ci ha confermato l’anonimo artista di strada di Plaza Constitución che, vedendoci andare in direzione del porto, così ci ha salutato: «Buen viaje! Y no se olviden de ser felices!». Ovvero: «Buon viaggio! E non dimenticatevi di essere felici!».

Paolo Moiola

(1)  Eduardo Galeano, Duopolio addio. L’Uruguay va ai vinti, il Manifesto 2 novembre 2004 e Latinoamerica n.89/4.2004.
(2) Si legga: Gennaro Carotenuto, La rivincita di Tupacamaru, Latinoamerica n.89/4.2004; Raúl Pierri, No a la privatización del agua, Ips, 31 Octubre 2004.
(3) Testuale: «El agua es un recurso natural esencial para la vida. El acceso al agua potable y el acceso al saneamiento constituyen derechos humanos fundamentales».
(4) Il presidente ha però firmato la nuova legge sul testamento biologico, approvata il 18 marzo 2009.
(4) Si veda il blog: www.pepetalcuales.com.uy.

Paolo Moiola




Un biglietto in prima fila

Fespaco: 40 anni di cinema africano

L’Africa culla di civiltà e di cultura. L’Africa che crea e alimenta registi,
attori, scenografi del cinema … africano. A Nord e a Sud del Sahara.
Non solo genocidio, Darfur, Aids, fame e guerre «tribali». Ma cultura.
Non è facile saperlo perché nelle nostre sale si proiettano film statunitensi, italiani, qualche francese…
Ma al 65esimo Festival di Venezia Teza, film etiope, vince due premi.
Sul continente diversi sono i Festival della settima arte.
Il più importante si tiene a Ouagadougou (Burkina Faso) ogni due anni.
Nel 2009 festeggia i 40 anni dalla prima edizione. Quasi 400 i film proiettati, africani e non. Resoconto e nuove tendenze.

Ouagadougou. Fuochi d’artificio per concludere la grandiosa cerimonia di apertura del XXI Festival del cinema e della televisione di Ouagadougou (Fespaco). La biennale, il più importante appuntamento del suo genere sul continente compie così 40 anni. Nata nel 1969 dall’incontro informale di alcuni cineasti è stato poi ufficializzato nel 1972. Fu per anni una piccola rassegna con pochi titoli.
Oggi il Fespaco presenta 400 film di cui 124 in concorso, raggruppati in 18 categorie, delle quali sei in competizione per premi ufficiali (riservati a registi africani o della diaspora). Diciannove lungometraggi, 20 cortometraggi, 30 documentari, ecc. Ma non solo.

Omaggio al più grande

Oltre i suoi 40 anni il festival celebra il cineasta africano riconosciuto come più grande, il senegalese Ousmane Sembéne, scomparso all’età di 84 anni il 9 giugno del 2007. Regista e scrittore, tra i fondatori del festival, era ospite fisso tant’è che la stanza n. 1 dell’Hotel Indépendance (il centro nevralgico, dove si ritrovano registi, attori, produttori) era ormai sua di diritto. Oggi è diventata una stanza-museo, dove sono raccolti i suoi premi, e sulla scrivania, le inseparabili pipe.
Quest’anno non c’è Sembéne, ma i suoi film animano il festival. Una selezione delle sue opere è proiettata nella sezione «Omaggio a Sembéne Ousmane», e grandi poster con il suo ritratto sono appesi nelle sale più importanti. 
Tra le novità di questa edizione ci sono le sezioni dedicate ai film ibero-americani e quella degli afro brasiliani, che vede anche la partecipazione diretta di una simpatica delegazione, capitanata da Zozimo Bulbul, fondatore del «Centro Afrocarioca di cinema» a Rio de Janeiro.
Decine di conferenze si svolgono parallelamente alle proiezioni. Dal «colloquio» sul tema del festival: «Cinema africano, turismo e patrimonio culturale», all’incontro della Federazione panafricana dei cineasti (Fepaci) sul tema «Produrre film nel XXI secolo», all’assemblea della Federazione africana dei critici cinematografici. Molto attesa anche la conferenza stampa dell’Unione europea, uno dei principali finanziatori della cinematografia africana.

Intasamento di cinefili

Alcune migliaia di stranieri si sono riversati nella capitale del Burkina Faso la prima settimana di marzo, creando anche non pochi problemi di traffico. Molti vengono dalla Francia, ma anche da Spagna, Italia, Germania, Stati Uniti e altri paesi africani. Un indotto notevole per hotel, ristoranti, venditori di artigianato e instancabili taxi verdi (oltre che le onnipresenti compagnie dei telefoni cellulari).
La macchina organizzativa, per questa XXI edizione ha avuto però qualche problema. «Lunghe ore per avere l’accredito» lamentano i professionisti (attori, registi, giornalisti), «disorganizzazione diffusa» denunciano i festivaliers (così si chiamano i cinefili accorsi). Alcuni francesi frequentatori «storici» trovano questa edizione «la peggio organizzata degli ultimi 15 anni».
«Certo è che il Fespaco non è più un festival popolare, come ai tempi del presidente rivoluzionario Thomas Sankara (’83-’87, ndr.), ma neanche come le edizioni degli anni ’90» ci confida Rabankhi Zida, caporedattore del giornale governativo Sidwaya. «Oggi è un festival rivolto ai professionisti e agli stranieri».
Si riferisce soprattutto all’aumento del costo dell’abbonamento per l’accesso diretto a tutte le proiezioni, portato dall’equivalente di 15 euro delle passate edizioni a 38, fatto che ha tagliato fuori una grossa fetta di cittadini del paese ospite.
Michel Ouedraogo, delegato generale (Dg) del Fespaco, ovvero numero uno di tutta la struttura si difende: «Il target dell’abbonamento non sono i funzionari burkinabè, ma gente con più mezzi». E continua: «Non priviamo le popolazioni, perché possono avere accesso con biglietto che è rimasto allo stesso prezzo (1,50 euro per un ingresso). E, malgrado il costo, abbiamo avuto una richiesta molto forte di abbonamenti. La strategia è andare verso un auto-finanziamento del festival».
Le sale, in effetti, sono sempre gremite, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma il pubblico è in prevalenza straniero. Fanno eccezione i film dei registi burkinabè, ai quali è difficile entrare perché presi d’assalto dalla popolazione.

Cinema africano?

Il festival è costato circa due milioni di euro finanziati in larga parte dall’Ue, ma anche dall’Organizzazione internazionale della francofonia (Oif), dal ministero degli Esteri francese, da radio e televisioni francesi (Rfi, Cfi, Tv5). Non dimentichiamoci che è un appuntamento francofono, anche se partecipano molti titoli anglofoni e alcuni lusofoni.
Secondo Michel Ouedraogo: «Occorre aprirci al settore privato, per avere finanziamenti, permettendo a grandi multinazionali di promuovere la loro immagine. È meglio trovare partner a livello africano, affinché gli africani possano finanziare il proprio festival. Però non siamo chiusi sull’Africa, ma aperti al mondo. Stiamo iniziando partenariati con Svezia, Spagna e paesi ibero-americani». Un concetto un po’ particolare di auto-finanziamento.
Altra novità: per i 40 anni del festival alle sale climatizzate in centro città si aggiungono quelle di quartiere, cinema popolari all’aperto, da sempre uno dei vettori principali, che hanno fatto il Burkina Faso la capitale del cinema africano e il suo popolo gran consumatore di film.
«C’è richiesta di immagini – continua il Dg – il Fespaco vuole diffondere tutti i tipi di film e occuparsi di tutti gli strati sociali. In sette giorni (durata del festival, ndr.) non si permette a tutti di vedere e riflettere.
Ad esempio il mestiere della donna cineasta è qualcosa su cui discutere. L’uso dei bambini nel cinema, le questioni sulla libertà.  Vogliamo toccare tutti i settori e i temi possibili. Stiamo pensando a un’edizione intermedia alla biennale, una rassegna sulle donne e un’altra sui diritti e le libertà».

Chi c’è e chi non c’è

Nei 19 titoli della competizione principale (i lungometraggi fiction) sono rappresentati 13 paesi. Si osserva quest’anno un ritorno in forza del cinema nord africano, in particolare con tre film del Marocco, due dell’Algeria e uno per Tunisia ed Egitto. Anche il Sudafrica continua con una presenza: tre film più lo zimbabweano Triomf girato interamente a Johannesburg.
Grande assente la Nigeria, nelle diverse categorie. Paese che vinse l’edizione 2007 e patria del fenomeno emergente di cinema popolare, chiamato Nollywood, che si sta diffondendo in vari paesi africani.
Poi un grande ritorno: l’Etiopia, con la pellicola Teza di Haile Gérima, che si aggiudica il premio più importante, l’Etalon d’oro di Yennenga (vedi box). Il nome di Gérima (peraltro non presente alla manifestazione in quanto non va in Burkina dall’assassinio di Sankara, nell’ottobre dell’87) circola già prima della premiazione.
È un film che ha già fatto incetta di premi nel 2008. Premiato a Venezia con il premio speciale della giuria e l’Osella per la miglior sceneggiatura, ha poi ottenuto i cinque maggiori premi al Festival di Cartagine, altro importante appuntamento africano, e il gran premio del Festival internazionale di Amiens (Francia). Da fine marzo è proiettato per il grande pubblico anche in Italia.

Senza grandi sorprese

Il Sudafrica arriva secondo con Nothing but the truth di John Kani e il terzo posto se lo aggiudica l’algerino Mascarades di Lyes Salem. Algerini anche il primo e il secondo posto dei corto metraggi, selezione che ha visto ben 14 film nordafricani sui 20 in concorso, a indicare non solo la maggiore produzione di quest’area geografica e culturale ma anche l’origine di molti dei nuovi talenti del cinema africano.
«Noi cineasti africani dobbiamo creare dei film destinati al pubblico africano, nei quali questo pubblico si riconosce, che non sia un prodotto culturale venuto dall’estero, da molto lontano da loro» ci dice Mwézé Ngangura, regista congolese.  Vincitore del Fespaco 1999 con Piéces d’identités (Documenti d’identità), è uno dei pilastri di questo cinema, con una carriera di oltre 30 anni sulle spalle.
Molto sentito al festival il tema della pirateria che vede il diffondersi ogni anno di milioni di copie di dvd e video cd (vcd) contraffatti sul continente (e non solo), mentre le sale cinematografiche stanno chiudendo quasi ovunque.
«Occorre che il cineasta africano si allinei sulla nuova distribuzione. Sono convinto che il miglior modo di apprezzare un film sia in una sala, ma se queste non esistono più, come in Congo (Rdc), bisogna guardare avanti. C’è una rete di distribuzione importante come il dvd, utilizzata da molta gente della diaspora, che è un grosso mercato perché ha nostalgia del paese e il bisogno di vedere immagini.
Non dobbiamo fare un combattimento di retroguardia. C’è poi la distribuzione informale dei vcd. Come strutturarla?».
Il noto documentarista Jean-Marie Teno ha realizzato una pellicola proprio su questo tema: Lieux saints (luoghi santi).

Finanziamenti e
nuovi modelli

«Il terzo polo sono i finanziamenti – sottolinea Ngangura – che devono essere sempre più africani. E il più possibile privati. Lo stato deve aiutare riducendo tasse, diritti di ripresa, ecc. Deve facilitare a livello legislativo tutto quello che è produzione e distribuzione. Ma è difficile per i nostri stati finanziare anche il cinema».
La tecnologia digitale, che – a detta di  molti – è nociva sul piano della distribuzione perché rende molto facile la pirateria, ha aperto nuove frontiere ai giovani che si orientano verso questo mestiere.
«Siamo in un momento di transizione: è un periodo che sta morendo per lasciare spazio a un altro»  sostiene Cheick Fantamady Camara, regista guineano che nel 2007 vinse il premio del pubblico con il suo Il va  pleuvoir sur Conakry (Pioverà su Conakry).
«È tempo che i giovani africani prendano in mano il loro cinema e penso che con l’avvento del video digitale questa rivoluzione stia diventando realtà. Avviene attraverso il cinema popolare prodotto a basso costo in grande quantità; e da questa scaturirà la qualità. Penso alla Nigeria e anche al Burkina con Boubakar Diallo (vedi box).
 Gente che non è nel sistema che abbiamo adottato noi, quello dei finanziamenti dall’estero.
Loro si finanziano i propri film e hanno il pubblico dalla loro parte. Quando proiettano fanno il tutto esaurito. In un continente dove non c’è una reale politica per il cinema, è questo il sistema che si deve adottare, e ora questo è possibile grazie al digitale».
E sulla questione della chiusura dei cinema sul continente: «Anche le sale si chiudono perché c’è un passaggio a un altro sistema. Sono state fatte durante le colonie, poi per un certo tempo sono sopravvissute.
Ora quel sistema è morto. Altre sale si apriranno con proiettori digitali. In maniera privata, professionale e industriale. Oggi il cinema africano è sovvenzionato, non è professionalizzato. Ma non è con gli aiuti che potremo andare avanti. Occorre creare una piccola industria che poi crescerà».
Su questa linea il comune di Torino, in collaborazione con il segretariato sociale Rai assegna il Premio speciale Torino città del cinema, a una nuova leva del cinema popolare. Il giovane burkinabè Serge Armel Sawadogo per il suo Timpoko, cortometraggio nella competizione ufficiale.

Immagini «impegnate»

C’è anche chi, al Fespaco, porta temi sociali e politici non troppo graditi al proprio paese. È il caso della giovane congolese Batou Nadege, che con il suo documentario Ku Nkelo à la recherche de l’eau (Alla ricerca dell’acqua), denuncia le difficoltà  di accesso all’acqua a Brazzaville, capitale del suo paese. «Viviamo un contrasto: siamo in mezzo a grandi fiumi (il Congo), abbiamo piogge tutto il tempo, ma i rubinetti di Brazzaville sono a secco! Nel documentario mostro come un gruppo di bambini, pur essendo nella capitale, devono percorrere due chilometri per andare a cercare l’acqua necessaria».
Il film è stato diffuso dalla televisione congolese e subito le autorità hanno proibito che fosse ritrasmesso. «È la realtà di Brazzaville. Io denuncio questa politica, per cui acqua ed elettricità, che dovrebbero essere i servizi disponibili, ci sono rifiutate e la popolazione beve acqua insalubre, si ammala, muore. Ma le bollette arrivano e bisogna pagare! Voglio far comprendere alla politica che oggi la popolazione accetta, assume, sta zitta. Ma domani continuerà a stare in silenzio?». 
Di Marco Bello

MAROCCO
EBREI IN FUGA,
VERSO LA TERRA PROMESSA

Il film ci porta nel 1960 in Marocco. Qui la comunità ebrea è ancora numerosa e non ci sono particolari problemi di convivenza. Ma un «agente d’immigrazione» inviato da Israele lavora per convincere le famiglie ebree a partire per popolare il neonato stato sionista. Si intrecciano storie di amicizia e di amore, di condivisione tra arabi ed ebrei, che le nuove vicende interrompono bruscamente. Il viaggio avviene in clandestinità perché all’epoca era proibito ai paesi della Lega araba dare il passaporto agli ebrei.  Alcuni viaggi finiscono in tragedia.
«Sono gli anni neri dell’immigrazione» ci racconta il regista Mohammed Ismail, capelli lunghi, Panama e occhiali scuri. «Gli ebrei vivevano in Marocco ancora prima che gli arabi arrivassero. Erano circa il 10% della popolazione.  Adesso sono rarissimi».
L’idea del film arriva nel 2001, ma il tema è delicato, tocca la storia dei rapporti arabo – israeliani. Nonostante il regista non voglia evocare problemi politici, ma fare un film neutro basato sulle relazioni umane, la coabitazione e i rapporti «ma non di forza».
«L’avevo scritto con una sceneggiatrice marocchina di confessione ebrea, che io conosco da oltre 25 anni. Le nostre famiglie erano molto unite. Come una delle vicende del film».

«È una pellicola molto realista – continua il regista -. Sono storie di persone che ho ripresentato come fiction. Le coppie arabe e quelle ebree, la storia d’amore tra i giovani di confessione diversa esistevano e più o meno è stata una parte della mia vita.
L’incaricato dell’immigrazione fa il ruolo del cattivo. Me lo hanno spesso rinfacciato. Ma è un personaggio essenziale. Senza di lui gli ebrei marocchini non sarebbero partiti. Non stavano poi così male e questo tizio vuole convincerli del contrario».
Un film struggente e tragico. Che coinvolge lo spettatore. Racconta anche del naufragio di un battello di fuggiaschi, nel quale perirono 44 persone. Evento realmente accaduto, che mise la pressione internazionale sul Marocco. Il re Hassan II decide allora di lasciare gli ebrei liberi di partire, anche se c’era la proibizione dei paesi arabi.

«Il film è stato visto in Marocco con posizioni molto positive, buona critica. Ha fatto un percorso interessante a livello internazionale, partecipando a molti festival. Molti negli Usa, il che è raro. Ha rappresentato il Marocco per gli Oscar quest’anno».
Particolari anche le proiezioni al senato francese e a quello belga. Ha partecipato in Vaticano al festival Religion today dove è stato premiato. È il solo film marocchino proiettato in Israele, a tre festival. L’ultima guerra di Gaza ha poi bloccato il programma.
«È un messaggio di pace e di frateità» lo definisce l’autore.
«Ho fatto proiezioni in centri ebrei, come il centro sionista Ben Gurion, in Belgio. Hanno accettato il film e poi c’è stato un dibattito, che è stato una testimonianza tra le lacrime. Era la loro storia e i vecchi trasmettevano ai giovani presenti, anche dei musulmani. È stata una festa».                             
Di Marco Bello

BURKINA FASO
IL NUOVO CINEMA POPOLARE
AFRO-AFRICANO

Boubakar Diallo, burkinabè, giornalista, ma soprattutto sperimentatore. Fa parte di quei «giovani cineasti» che hanno inventato un nuovo tipo di cinema. Producono film amati dal loro pubblico e lo fanno a costi bassissimi, tutto in tecnologia digitale.
Diallo è il direttore del celebre giornale satirico Joual du Jeudi, (www.joualdujeudi.com) molto seguito anche all’estero e si è inventato l’immagine del «dromedario» per etichettare i suoi lavori. Così la sua società di produzione è la Film du dromadaire.
Coeur de lion (Cuore di leone) è costato appena 250.000 euro, contro i 3-4 milioni di un film europeo e i 500.000 euro di un film africano in 35 mm. Eppure ci hanno lavorato circa 80 persone.
«Scrivevo sceneggiature per registi, ma nessuno me le prendeva. Così mi sono messo a realizzare io stesso» racconta Diallo.
La prima domanda che si pone è: perché non cercare altre strade di finanziamento che non siano i soldi del Nord? E se un giorno quelli decidessero di chiudere il rubinetto?
«Dal 2004 ho cercato di produrre film con budget locale, partner istituzionali e società commerciali africane, dando loro in cambio visibilità». E il successo è grande: Diallo realizza otto lungometraggi negli ultimi quattro anni, quando, nei casi migliori, a sud del Sahara si produce un film ogni 4-5 anni.

«Il pubblico chiede storie – continua – ma a sua immagine e somiglianza. Così esce di casa e paga il biglietto. È grazie alla gente che Film du dromadaire sta realizzando così tanto».
Sulla stessa scia anche per Le fauteuil (La poltrona) del collega burkinabè Missa Hébiè, che dipinge, in maniera realistica e ironica, la vita, il lavoro e la corruzione quotidiana dei funzionari nella capitale.
Piccolo di statura, occhi vispissimi e spirito commerciale. Una delle idee vincenti di Diallo è il partenariato con la Televisione nazionale. Questa trasmette gratuitamente la pubblicità del film prima e durante la sua uscita nelle sale. Poi, esaurito il circuito classico, in cambio acquisisce i diritti per mandare in onda il film.
Altro ingrediente: per toccare il più grande numero di persone i suoi film sono in francese e non nelle lingue africane, come fanno molti dei suoi colleghi per rispettare il contesto, ma poi sono obbligati a sottotitolare.  Anche se «I saluti nel film sono nelle diverse lingue, per dare il tono».

Cuore di leone è ambientato in un villaggio burkinabè di 200 anni fa, dove le differenti etnie e i loro ruoli erano precisi e rispettati: allevatori, cacciatori, pescatori. Ma un leone terrorizza le vacche di un allevatore, che quindi decide di cacciarlo. Intanto si sviluppa una lotta per il potere, e l’eroe cattivo utilizza la tratta degli schiavi per diventare il capo villaggio. «Occorre guardare indietro, i giovani hanno bisogno di riferimenti. Nel passato c’erano comunità integrate. Ho voluto mostrare come cercavano di risolvere i problemi. È un approccio afro-africano» ama dire Diallo. Ovvero guardare le problematiche africane da un punto di vista africano. E forse è proprio questo che piace al pubblico, che si identifica con attori e storia.
Cinema popolare sì, ma non spazzatura, dunque. Portatore di messaggi e di riflessione. Rivolto a tutti e in particolare ai giovani.
In questo caso un messaggio di integrazione: «Le etnie sapevano essere complementari. È un invito a guardare come le nostre società erano strutturate e a prendere quello di buono che c’è nelle nostre culture».
Ottimista anche sulla pirateria dei dvd: «Complicato prendere provvedimenti contro i pirati. D’altro lato è questo circuito che ha contribuito di più a far circolare i film del dromedario. Per togliere loro il mercato occorrerebbe occupare subito il terreno con dvd e vcd a basso costo».                 
di Marco Bello

MALI-USA-SUDAFRICA
UNA STORIA MISSIONARIA, INEDITA

Cheick Cherif Keita è maliano, ma dal 1977 vive nel Minnesota (Usa), dove insegna letteratura francofona. Ma la sua passione lo porta su una storia dimenticata e diventa regista di documentari.
«Gli antenati possono ispirare un maliano a cercare la storia nascosta di due famiglie lontane, ma che sono state legate da un passato remoto» racconta. Si parla di una famiglia nordamericana e una sudafricana di inizio secolo: «John Dube era uno Zulu. Fondò l’African national congress (Anc) prima della nascita di Mandela, diventandone il primo presidente dal 1912 al 1917». Il regista scopre che John Dube aveva avuto una grande fortuna: una coppia di missionari protestanti,  William e Aida Wilcox lo avevano accolto e fatto studiare negli Usa nel 1887, all’età di 16 anni. «Poi è diventato un pioniere della rivoluzione intellettuale e politica del suo paese». 

«Una storia umana, una storia dimenticata» che coinvolge totalmente il professore-regista. Keita realizza il primo film nel 2005 sulla vita di Dube. Poi nel 2008 fa un passo indietro con un film sugli stessi  Wilcox, i missionari. «È diventata la mia ricerca personale, la mia implicazione in una storia di famiglie molto lontane da me, prima di tutto, e poi tra di loro. Dal 1926 non c’erano più stati incontri. Grazie a me nel 2007 i discendenti dei due rami si sono incontrati. Non sapevano neanche dell’esistenza gli uni degli altri».
Cheick Keita è convinto che sono gli antenati ad avergli affidato questa missione: «Più tardi scoprii che i genitori di Aida Wilcox erano seppelliti a cento metri da casa mia, negli Usa!».
«Questo mostra che abbiamo tutti un dovere comune, come essere umani, di testimonianza. Quando una persona fa del bene per aiutare l’umanità, qualsiasi sia la sua religione o la sua nazionalità, dobbiamo raccontare la sua storia».
Ma.B.

FESPACO 2009
I PREMI

Film lungometraggi
– Etalon d’oro di Yennenga: Teza, Etiopia, di Haile Gérima
– Etalon d’argento: Nothing but the truth, Sudafrica, di John Kani
– Etalon di bronzo: Mascarades, Algeria, di Lyes Salem
– Premio Oumarou Ganda: Le fauteuil, Burkina Faso, Missa Hébié
– Premio dell’Unione europea: Cœur de lion, Burkina Faso, Boubakar Diallo
– Premio del pubblico: Le fauteuil, Burkina Faso, Missa Hébié
– Migliore interpretazione femminile: Sana Mousiane in Les jardins de Samira, Marocco
– Migliore interpretazione maschile: Ropulana Seiphmo in Jerusalema, Sudafrica
– Migliore sceneggiatura: L’absance, Guinea, di Mama Keita
– Migliore immagine: Nic Hofmeyer, in Jerusalema, Sudafrica
– Miglior suono: Mohamed Hassib in Les demons du Caire, Egitto
– Miglior colonna sonora: Kamal Kamal, in Adieu Mères (Wadaan Oummahat), Marocco
– Miglior scenario:  Abdel Karim Akauach, in Adieu Mères, Marocco
– Miglior montaggio: David Helfand in Jerusalema, Sudafrica
– Miglior locandina: Les feux de Mansaré, Mansour Sora Wade, Senegal

Film cortometraggi
– Puledro d’oro: Sektou,  Algeria, di Khaled Beanissa
– Puledro d’argento: C’est dimanche,  Algeria, Samir Guesmi
– Puledro di bronzo: Waramutseho, Camerun, Beard A. K. Yanghu

Film della diaspora
– Premio Paul Robson: Jacques Roumain, la passion d’un pays, Haiti,  Aold Antonin

Film documentari
– Primo premio: Nos lieux interdits, Marocco, Leila Kilani.


Marco Bello




Danza dei morti e dei vivi

La «grande isola rossa»: religione tradizionale e cristianesimo (seconda parte)

Dopo un secolo e mezzo di evangelizzazione, metà della popolazione malgascia è cristiana e un quarto appartiene alla chiesa cattolica, la cui vitalità
è caratterizzata dall’abbondanza di vocazioni e si esprime nell’impegno nel promuovere lo sviluppo fino agli angoli più reconditi del paese, diventando così punto di riferimento per la soluzione di numerosi problemi che ancora affliggono la gente.

M età circa della popolazione del Madagascar ha credenze e pratica riti tradizionali, mentre l’altra metà è di religione cristiana, suddivisa più o meno equamente tra cattolici (25 per cento circa) e protestanti (20 per cento); soltanto una piccola minoranza è musulmana. In questi ultimi anni sono però diventati popolari i predicatori carismatici, al punto che un libro, edito nel 2007 e scritto da Adolphe Rahamefy, che insegna all’Università di Antananarivo, è intitolato: Sette e crisi religiose in Madagascar.
religione tradizionale
Forme e credenze della religione tradizionale variano a secondo delle regioni in cui è diviso il Madagascar. Cielo, terra e acqua sono sacri. Così pure, un po’ ovunque, esistono luoghi sacri: laghi, grotte, montagne, foreste, alberi. Su di essi gravano interdetti e tabù (fady). Sono luoghi di preghiera e di sacrifici. Vi si depositano offerte e fiori.
Importanti sono i punti cardinali della terra. La costruzione di una casa deve rispettae l’orientamento. Sono essi che preservano la casa da tabù e la caricano di senso. L’est, dove sorge il sole, è una direzione particolarmente sacra, quella del culto degli antenati; il nord è invece un luogo che esprime e indica onore e stima. Lo spazio viene così ritualizzato. L’est è opposto all’ovest nel senso di puro e impuro, sacro e profano; il nord al sud, ossia il re contrapposto al popolo, il nobile al plebeo.
Non è però facile definire la religiosità dei malgasci, fondata su tutta una serie di riti e tabù, come per esempio il sacrificio dello zebù, i giorni fasti e nefasti, la divinazione, la guarigione dalle malattie, i riti propiziatori, la cerimonia del «bagno delle reliquie regali», quelle per la riproduzione ordinata del ciclo annuale, i riti della circoncisione dei bambini con cui si consacra la loro appartenenza sociale alla famiglia patea. Tutti questi riti hanno la funzione di mettere l’uomo in comunione con la divinità.
Gli antenati, dotati di poteri magici, ne sono per eccellenza gli intermediari. Studi recenti hanno anche messo in evidenza che un dio di nome Zanahary, creatore del cielo e della terra, è superiore a tutte le divinità e a tutti gli idoli. A lui, invisibile, i malgasci si rivolgono attraverso la mediazione degli antenati e di divinità secondarie.
La base della religione e della cultura malgascia consiste però principalmente nel rispetto e nella venerazione degli antenati, fondati su un complesso di riti di sepoltura. Il più noto e costoso di questi riti è il famadihana (letteralmente «rivoltare le ossa»), una cerimonia di esumazione e di nuova sepoltura del cadavere, che normalmente si ripete ogni sette anni e ha lo scopo di riunire tutta la grande famiglia, rinnovare i legami familiari e quelli con gli antenati e, non ultimo anche se spesso inconscio, di esorcizzare la paura della morte.
Le salme vengono estratte dalla tomba, ripulite e avvolte in tappeti di paglia e poi fatte «ballare» sopra la folla in festa. L’orchestrina suona un motivo allegro. I tavoli sono carichi di dolci, di carne di zebù o di porco ben ingrassato, di rhum estratto dalla canna da zucchero e di ciotole di riso fumante. Le salme vengono poi avvolte con fasce di colore bianco, il colore funebre tradizionale, e quindi cosparse di profumo e segnate con i loro nomi.
Segue un momento di silenzio, i cui membri della famiglia tengono in grembo i corpi dei defunti, comunicando con loro senza pronunciare parola e piangendo lacrime di felicità in un’atmosfera carica di emozione. Infine, dopo che i corpi sono fatti nuovamente «ballare» intorno alla tomba di famiglia, la pietra tombale viene murata e chiusa per altri sette anni.
La famadihana o rito di esumazione dei defunti diventa così la festa dei morti e dei vivi.
l’evangelizzazione
Il cristianesimo penetrò nella grande isola rossa, a parte qualche sporadico incontro con i portoghesi, soltanto nei primi decenni del secolo xix. Nel 1817 re Radama I cominciò a intrattenere relazioni diplomatiche con gli inglesi. L’influenza britannica durò fino a gran parte del secolo. Con gli inglesi arrivarono i primi missionari protestanti, gallesi e norvegesi, e la London Missionary Society. Molti di essi morirono di febbre poco dopo il loro arrivo. I sopravvissuti non si diedero per vinti e in breve tempo convertirono al protestantesimo la corte della dinastia Merina.
Già nel 1838 venne stampata la prima Bibbia in lingua malgascia e nel 1869 la regina Ranavalona II, convertita al protestantesimo, fece costruire una chiesa all’interno del rova di Antananarivo.
Il re Radama I morì a soli 36 anni nel 1828. Gli successe la vedova Ranavalona I. La nuova regina, desiderosa di proteggere le tradizioni e la cultura malgasce e contraria alla presenza degli europei, dichiarò illegale il cristianesimo e perseguitò tutti coloro che non ne rinnegavano la fede. Molti furono condannati a morte o subirono vessazioni e tormenti atroci, che solo una regina come Ranavalona I, incline alla violenza, poté escogitare. Alla sua morte il figlio Radama II abbandonò la politica adottata dalla madre e ripristinò la libertà religiosa. Da allora il cristianesimo divenne la religione predominante del Madagascar e l’attività missionaria, protestante e cattolica, si estese a tutta l’isola.
I primi missionari cattolici furono i Lazzaristi, la Congregazione della Missione fondata in Francia da san Vincenzo de’ Paoli. Il 4 dicembre 1648 essi sbarcarono a Fort-Duphin, nel sud dell’isola, inviati dal loro stesso fondatore. Ma la vera diffusione della religione cattolica in Madagascar cominciò intorno al 1841, quando il prefetto apostolico monsignor Dalmond chiamò i gesuiti dalla vicina isola di Réunion a evangelizzare l’isola.
Ad Antananarivo, la capitale, il cattolicesimo si diffuse a partire dal 1861 dopo la morte della regina Ranavalona I. I gesuiti e le suore di San Giuseppe di Cluny vi fondarono le prime scuole e battezzarono parecchi malgasci. Poco dopo, nel 1872, la città divenne sede della prefettura apostolica del Madagascar, poi vicariato durante la prima guerra franco-malgascia (1883-1886) e arcidiocesi nel 1955.
Anche la parte settentrionale del paese fu eretta in prefettura apostolica nel 1848 e in vicariato nel 1898. In questo caso i primi missionari furono i Preti dello Spirito Santo e le suore del Sacro Cuore di Maria, ai quali in seguito si aggiunsero i Redentoristi e i Montfortani.
È questo che abbiamo descritto il normale evolversi dell’organizzazione ecclesiastica cattolica nei territori di missione.
la realtà ecclesiale oggi
Attualmente il Madagascar conta ben 21 diocesi, delle quali quattro arcidiocesi nelle regioni ecclesiastiche in cui è suddiviso: il Centro, il Nord, il Sud-Est e il Sud-Ovest. I vescovi sono tutti malgasci, a eccezione di cinque: un italiano di Gallico Superiore (Reggio Calabria – Bova), un altro italiano di Orta Nova (Foggia), uno spagnolo di San Llorente (Valladolid), uno di origine portoghese e un polacco. Malgascio è pressoché anche tutto il clero.
Le congregazioni religiose maschili, alcune delle quali di origine locale e una anche trappista di stretta osservanza claustrale, sono numerose. Se ne enumerano 33, alcune giunte in Madagascar nei primi tempi dell’evangelizzazione dell’isola, altre più recentemente, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso.
La presenza dei gesuiti e dei salesiani con la loro organizzazione scolastica e pastorale è predominante. Gestiscono collegi, licei, centri di spiritualità e di formazione professionale e rurale, dispensari medici e radio locali. I loro scolasticati, dove ci si prepara per diventare religiosi, sono pieni di giovani malgasci. Molti di loro studiano in Europa, nell’America del Nord e in Africa.
Ancora più numerose sono le congregazioni religiose femminili, venute in Madagascar già nei primi anni dell’evangelizzazione dell’isola e soprattutto alla fine del secolo scorso. Il numero è per certi versi impressionante. Se ne contano ben 88, elencate nell’Annuario della chiesa cattolica malgascia e cornordinate dal Centro di formazione della Conferenza delle superiori maggiori. Poche sono di origine malgascia, la maggior parte di esse hanno le loro radici in Francia, in Italia, in Svizzera e Belgio.
Queste congregazioni sono certo venute in Madagascar per dare continuità alla grande tradizione missionaria dei secoli xix e xx, ma anche, non lo si può nascondere, con l’intento di ridare nuova vita alle loro istituzioni in crisi di vocazioni mediante l’inserimento di giovani religiose malgasce.
Buona parte di queste congregazioni, nate in Europa, hanno scoperto il carisma missionario proprio dinanzi al grave problema delle vocazioni in continuo e vertiginoso calo; lo hanno scoperto quasi «improvvisamente», anche se dietro impulso del Concilio Vaticano ii e di altri documenti che definiscono la chiesa «tutta missionaria». Si deve però riconoscere che da questo fenomeno, per alcuni versi pieno di incognite, non ne vanno immuni neppure le congregazioni maschili, anch’esse in crisi di vocazioni.
presenza provvidenziale
La presenza delle congregazioni femminili in Madagascar è stata provvidenziale non solo per il consolidamento e il progresso del cristianesimo nell’isola, ma anche per lo sviluppo economico e sociale della nazione. La maggior parte di esse partecipa attivamente allo sviluppo del paese con una nutrita e preziosa schiera di scuole di vario grado, di ospedali e dispensari, di case per anziani, e con una straordinaria e commovente dedizione ai poveri e agli ammalati. Le suore di origine malgascia si contano ormai a centinaia e dirigono con molta intelligenza e intraprendenza scuole matee, primarie e secondarie, dispensari, lebbrosari, orfanotrofi, librerie, case per studenti, centri di promozione della donna e di sviluppo rurale. Molto apprezzato è il loro impegno nella catechesi e nell’animazione pastorale non solo nelle parrocchie, ma anche nelle prigioni, negli ospedali e in ambienti rurali lontani e dimenticati.
Esistono anche quattro monasteri di carmelitane scalze e alcuni di trappiste e clarisse, che si dedicano esclusivamente alla preghiera. Altre congregazioni hanno religiose malgasce in terra di missione, in Africa e in Asia; altre ancora sostituiscono le suore anziane o malate in Francia o in Italia, impegnandosi nelle attività assistenziali e nell’apostolato parrocchiale.
la danza di Noè
Vi sono anche comunità di suore che dimostrano una vitalità e un impegno non comuni. Le suore Ancelle del Sacro Cuore, fondate a Lecce nel 1929 e giunte in Madagascar nel 1988, hanno per esempio tre comunità: una nell’isola di Nosy-Be al nord, un’altra a Mandrosao-Ivato presso la capitale e un’altra ancora ad Andasibé verso sud.
In appena 20 anni le suore di origine malgascia hanno raggiunto il numero di circa 85 religiose, di cui una cinquantina si trovano in Italia, impegnate in case di riposo, asili e pensionati; solo 33 sono rimaste in Madagascar, dove dirigono sei scuole matee, quattro elementari e due medie superiori. Le novizie sono attualmente 10 e le postulanti 22, mentre le suore di origine italiana sono soltanto 17, quasi tutte anziane e residenti in Italia.
Si tratta perciò di una congregazione in rapida espansione, grazie alle religiose provenienti dal Madagascar, ma anche povera di mezzi. Hanno quindi bisogno di assistenza economica e benefattori, in questo provvidenzialmente aiutate da un missionario italiano, che si prende cura di loro, delle loro attività, delle loro scuole e delle loro abitazioni in alcuni casi fatiscenti.
Non è più giovane questo missionario. È un brianzolo Doc e si chiama padre Noè Cereda, l’unico missionario della Consolata in Madagascar. Ha già compiuto 72 anni di età e, rendendosi conto delle sue condizioni di salute, non ha paura di scrivere: «Ogni giorno mi dico: faresti meglio a rallentare, non danzare così veloce. Il tempo è breve. La musica non durerà».
Malgrado tutto, ha ancora in mente numerosi progetti da attuare. Vorrebbe (e ce la farà) aprire proprio al più presto una scuola tecnica di falegnameria e meccanica, in modo da insegnare ai falegnami a fare letti, sedie, tavoli e armadietti, e ai fabbri porte, griglie e strumenti per lavori agricoli. Alla fine dei corsi assegnerà a ogni giovane malgascio una cassetta con i principali strumenti di lavoro per mettersi in proprio.
La scuola copre una superficie di 700 metri quadrati. A causa dell’inflazione i prezzi dei materiali in un anno sono raddoppiati.
Ma non è finita! I suoi piani prevedono di terminare ad Andasibé una scuola e di costruire un serbatornio per l’acqua alto 12 metri con una capienza di 10 metri cubi di acqua, di costruire altre tre aule nella scuola di Andranoro, uno dei quartieri della capitale, e di sollevare di un piano l’attuale costruzione. A tutto questo si aggiunga quello che già funziona: tre foi a legna che ogni giorno producono 3 mila panini per i bambini delle scuole e un pasto caldo al giorno per gli scolari di Andasibé.
Si è inoltre in attesa della consegna di cento biciclette da distribuire agli scolari meritevoli. Come ha scritto, ringraziando in occasione della pasqua tutti coloro che lo aiutano in Italia e nel Principato di Monaco, l’infaticabile e coraggioso missionario è convinto che «semina, semina, ogni chicco arricchirà un angolo della terra».

I ntanto tutti i malgasci, anche i non cristiani, attendono con trepidazione e orgoglio l’arrivo in Madagascar di papa Benedetto XVI (o almeno lo desiderano), per proclamare santa Vittoria Rasoamanarivo (1848-1894), una malgascia di famiglia reale, nipote del primo ministro che sposò la regina Ranavalona II.
Proclamata beata da Giovanni Paolo II il 30 aprile 1989, è stata definita da papa Benedetto XVI «una vera missionaria» e «un modello per i fedeli laici di oggi». La beata Vittoria, la cui famiglia era protestante, si fece cattolica nel 1863 all’età di quindici anni. Essa è senza dubbio un segno e un’attestazione della vitalità della chiesa cattolica in Madagascar e un onore per tutti i malgasci. 

di Giampiero Casiraghi

Giampiero Casiraghi




Cari Missionari

«Inside Tanzania»
dossier… in concorso

Spettabile Redazione,
a Portopalo di Capo Passero (comune all’estremità sud-est della Sicilia) ogni anno viene assegnato il Premio nazionale giornalistico-letterario «più a sud di Tunisi», così denominato dalla posizione geografica di Portopalo, situata al di sotto del parallelo della capitale tunisina…
Tra i premiati delle passate edizioni si trovano Giulio Albanese, Alfio Caruso, Felice Cavallaro, Nino Milazzo, Vincenzo Grienti…
Le categorie sono due: Gioalismo (reportage, sociale, focus sul territorio) e Letture (saggistica, poesia…). Per l’edizione 2009 del Premio un nostro collaboratore ci ha segnalato il dossier «Inside Tanzania», pubblicato nel numero di gennaio 2009 della rivista Missioni Consolata. Entro il 20 agosto verranno comunicati i vincitori. La cerimonia di consegna del premio è in programma a metà settembre…
Segreteria Organizzativa

Caro Direttore,
sono Marta dell’associazione «Una proposta diversa onlus», cui mandate una copia della vostra interessante rivista, davvero ben fatta. Nel numero di gennaio c’è un dossier sulla Tanzania che ci riguarda da vicino, visto che da vari anni intratteniamo un rapporto di fattiva collaborazione con le suore di Ilamba e Iringa, ultimamente con il progetto «Tunafurahi kwenda shuleni» e con l’adozione a distanza di un gruppo di bambini, il «Tumaini». Al fine di fare ulteriore opera di informazione e sensibilizzazione, vi chiediamo di inviarci alcune copie…
Vi ringraziamo di quanto potrete fare. Cordiali saluti.
Marta
Padova

Congratulazioni con l’autrice del dossier e… in bocca al lupo per il concorso di Portopalo!

Un numero… a ruba
 
Cara Redazione,
sono un’abbonata e desidero chiedere se ci sono ancora due copie del numero monografico dedicato ai «Diritti umani» proclamati 60 anni fa. Tale numero l’ho portato a scuola, dove lavoro, ed è sparito; spero l’abbia preso qualcuno interessato all’argomento, apprezzandone la bellissima impostazione. Poichè lo stavo usando con i ragazzi avrei piacere di avee, se è possibile, un’altra copia o due….
Milva Capoia
Collegno (TO)

Siamo felici di sapere che «Diritti e rovesci», ultimo numero speciale della nostra rivista, vada… a ruba. Abbiamo ancora varie copie a disposizione per chi è interessato ad approfondire e far conoscere meglio l’argomento, tanto più che a 60 anni dalla sua Dichiarazione universale, i diritti umani continuano a subire troppi «rovesci».  
 

Senza… malizia

Caro Direttore,
leggendo la vostra rivista, mi fa piacere vedere lo sforzo che state facendo per diminuire la sofferenza  e la povertà e ammiro senz’altro il vostro apostolato, nel quale cercate di dare soluzioni ai problemi del mondo odierno.
Ma nell’edizione del numero di febbraio 2009 della vostra rivista ho avuto un grande dispiacere nel costatare la mancanza di sensibilità per aver messo in mostra le foto dei ragazzini nudi del Mozambico, nelle pagine 12 e 13 del numero sopraccitato.
È un fatto scontato che voi vi prendete cura dei poveri, ma potete aiutare anche senza annientare la dignità di quei ragazzi innocenti. È moralmente inaccettabile. Pensi un po’ se lei fosse uno di quei ragazzini, cosa avrebbe pensato vedendosi nudo così per tutto il mondo? O se loro fossero i suoi parenti quale sarebbe stata la sua reazione a tal proposito?
Appartengo alla chiesa e conosco bene le diverse imprese che la santa madre chiesa sta intraprendendo nei diversi ambiti della vita per la promozione della dignità dell’uomo, come tale non dobbiamo trascinare questa dignità nel fango comunque stiano le cose. Un bambino è una persona e deve essere rispettato anche quando è impoverito sia dalla natura sia dalla malattia; perché egli è «creatio imago Dei».
In tutto mi piacerebbe sentire la sua risposta a questa osservazione che ho fatto. Mi sono coinvolto perché c’è in gioco la dignità della persona.
In attesa della sua risposta. Grazie.
Vitus Mario C.U.
via e-mail

Scrivendo ai primi missionari della Consolata operanti tra gli africani, il nostro beato fondatore, Giuseppe Allamano, diceva: «Fateli prima uomini e poi cristiani». La promozione umana è sempre stata il primo scopo delle nostre attività e la nostra rivista non fa eccezione. Anche quando parliamo di miseria e degrado, cerchiamo di evitare rappresentazioni che possano dare un’immagine negativa dell’Africa, oltre a offendere la sensibilità e dignità umana.
Le immagini di bambini nudi nelle due pagine citate, non le riteniamo affatto offensive: sono state scattate con il consenso degli anziani e descrivono un momento importante della vita di quei ragazzi, come è di fatto l’iniziazione in tutte le culture subsahariane. Per cui non pensiamo che qualcuno di essi si senta offeso nel vedersi ritratto in quel modo.
Inoltre, bisogna tenere presente che, in generale, gli africani non guardano alla propria e altrui nudità con malizia, come invece avviene nella nostra cultura occidentale.

I TERMOVALORIZZATORI …INQUINANO

C ara redazione di Missioni Consolata                                siamo i collaboratori di MC, che curano la rubrica
«Nostra madre terra» per le tematiche che riguardano l’ambiente, e vi scriviamo per manifestare la nostra preoccupazione per l’atteggiamento generalizzato di media e politici nei confronti degli operatori sanitari, che segnalano i pericoli riguardanti la salute pubblica e la difesa dell’ambiente.
Uno degli argomenti frequentemente dibattuti in questi giorni è quello che riguarda il trattamento dei rifiuti; i dibattiti televisivi e giornalistici presentano come unica soluzione l’incenerimento in impianti con recupero energetico, impropriamente definiti «termovalorizzatori», che in realtà non valorizzano alcunché, perché è noto che si risparmia più petrolio riciclando materia di quanto non se ne risparmi con i rifiuti bruciati nei «termovalorizzatori», essendo necessario produrre nuovamente ciò che è stato bruciato.
La pratica dell’incenerimento è inaccettabile dal punto di vista della salute pubblica e della salvaguardia dell’ambiente e, se paragonato a metodi alternativi, non è vantaggioso né economicamente, né socialmente dal punto di vista della creazione di posti di lavoro. Inoltre, la «soluzione» dell’incenerimento si allontana dall’orientamento preso dalla Commissione europea, che considera le alternative all’incenerimento, come convenienti e pertanto prioritarie.

M algrado queste valutazioni, che trovano riscontri scientifici a livello internazionale, la politica e i media italiani perseverano nella presentazione dell’incenerimento come unica soluzione e censurano tutti i messaggi e le prese di posizione degli studiosi, che quasi mai vengono invitati ai dibattiti su questo argomento. Alcuni fatti recenti ci hanno spinti a scrivere a codesta redazione.
Il 12 marzo 2009, su Rai2 abbiamo assistito a una puntata di Annozero, dedicata principalmente alla presentazione della nuova sinistra rappresentata da Matteo Renzi, 35 anni, attuale presidente della provincia di Firenze, scelto come candidato sindaco del capoluogo. Anche se la puntata non era dedicata al problema dei rifiuti, la parola che abbiamo sentito più spesso durante la trasmissione è stata «termovalorizzatore», che è la ormai ben nota macchina, che brucia i rifiuti e causa gravi danni alla salute di chi abita nei paraggi.
Matteo Renzi (che recentemente ha usato toni ingiuriosi e sprezzanti nei confronti di una seria e stimata oncologa, la dottoressa Patrizia Gentilini) ha continuato a raccontare la solita storia dei termovalorizzatori europei che, a suo dire, non hanno mai causato alcun danno. I fatti sono ben altri e sono parecchi gli studi scientifici, che hanno riscontrato aumenti significativi di tumori nelle aree dove sono attivi questi pericolosi impianti di trattamento dei rifiuti.
Un avvocato, durante la suddetta trasmissione, ha cominciato a parlare del parere dei medici, ma il conduttore Santoro ha trovato il modo di cambiare subito discorso, mentre sarebbe stato giusto, a nostro modo di vedere, dedicare maggiore spazio ai contrasti che vedono medici e biologi da una parte e politici dall’altra, aiutati da giornali e televisione. Nell’edizione di Firenze de La Repubblica del 25 febbraio scorso è riportato l’articolo sull’apertura della causa civile per diffamazione, intentato dalla dottoressa Patrizia Gentilini nei confronti di Matteo Renzi.
Nel corso di una precedente trasmissione televisiva su questo tema, durante la quale è avvenuto il fatto che riguarda Renzi e Gentilini, è emerso tutto il livore dei politici, che, pur di difendere l’attuale gestione del problema rifiuti, poco si curano del notevole incremento di malattie, che potrebbero essere correlate con l’inquinamento ambientale: ci preoccupa, in particolare, il drammatico aumento (del 2% annuo, quindi più del 20% in 10 anni!) dei tumori infantili. La Gentilini ha lavorato nel campo dell’oncologia pubblica per circa 30 anni, a stretto contatto con i malati e i loro familiari, dimostrando una professionalità e una umanità indiscutibili. In ottemperanza all’art. 5 del Codice deontologico dell’Ordine dei medici, cui appartiene e di cui è referente per l’ambiente per l’Ordine di Forlì-Cesena, è da sempre impegnata per la Prevenzione primaria, che trova nella difesa dell’ambiente il punto cruciale della tutela della salute pubblica. Come oncologa, ha rivolto particolare attenzione all’incremento della patologia neoplastica, anche in ragione del fatto che la letteratura specialistica internazionale ha documentato negli ultimi anni un preoccupante incremento di quasi tutte le neoplasie, soprattutto nelle giovani età e nel sesso femminile.
Esistono dati allarmanti che riguardano non solo l’Italia, ma anche la Francia e l’Inghilterra, che dimostrano l’alta incidenza tumorale nelle aree intensamente industrializzate e in particolare anche in quelle prossime ad inceneritori. Su problemi tanto delicati, che riguardano la salute pubblica e l’avvenire di tutti i cittadini e dei nostri figli, si dovrebbe dimostrare sempre e dovunque la stessa attenzione da parte di tutti.

P ur riconoscendo che si possano avere pareri differenti sulle soluzioni da adottare, sarebbe opportuno che chiunque riveste ruoli istituzionali, prima di affrontare simili argomenti, si documentasse e imparasse a discuterne, specie in sedi pubbliche, con educazione, moderazione e senso di responsabilità, senza atteggiamenti arroganti che sembrano voler coprire gravi carenze culturali.
Vogliamo invitare tutte le persone per bene, la classe politica e i giornalisti a ricordare le accorate parole del compianto professor Renzo Tomatis, uno dei maggiori oncologi e ricercatori europei, direttore per oltre un decennio dell’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione (Iarc) e autore di numerosi saggi, il quale, a proposito della prassi irresponsabile di bruciare i rifiuti, ha dichiarato pubblicamente: «Le generazioni future non ce lo perdoneranno».
Tramite la redazione di MC rivolgiamo un invito a riflettere su questo preoccupante problema non solo ai suoi lettori, ma soprattutto ai politici e agli amministratori del nostro territorio, sempre più devastato da uno sviluppo vorace e inquinante. Crediamo utile porgere questo appello soprattutto a chi ricopre o si candida al ruolo di primo cittadino di una città, ricordandogli che tra i doveri specifici di un sindaco dovrebbe esserci quello di tutelare la salute dei propri concittadini, oltre a quello di ascoltarli sempre con attenzione e rispetto.
Ringraziamo e porgiamo distinti saluti.
Roberto Topino
Rosanna Novara




Acqua delle nostre brame: bisogno, ma non diritto

Si è concluso a Istanbul (Turchia), il 22 marzo scorso, il V Forum mondiale sull’acqua, una settimana di lavori a cui hanno preso parte quasi 30 mila congressisti, delegati da governi e istituzioni inteazionali. La speranza di molti era sintonizzata sulla possibilità che, finalmente, si potesse dare una risposta definitiva a uno dei problemi cruciali che investe oggi la comunità internazionale in materia del cosiddetto «oro blu», ovvero, poter definire una volta per tutte l’accesso all’acqua come un diritto fondamentale e inalienabile di ogni essere umano. Mi permetto di commentare una notizia ormai «di archivio» perché, a nome di una rivista che considera la difesa dell’ambiente e la salvaguardia del creato come parte della sua missione, considero grave il fatto che ciò non sia avvenuto.
Ogni essere umano ha diritto, senza discriminazione alcuna, di accedere a una quantità d’acqua potabile, di buona qualità, che sia facilmente raggiungibile dalla propria abitazione ed economicamente accessibile, per potee fare uso personale e domestico. Questo, in sintesi, potrebbe essere il contenuto del diritto invocato. Si tratta, umanamente parlando, di una pretesa scontata e universalmente condivisibile, che assumerebbe ben altra valenza se le venisse concesso lo status di diritto. Senz’acqua si muore, con poca acqua malsana non si va molto più in là. Purtroppo, invece, l’economico e il politico perdono sovente le tracce dell’umano.

Definendo l’acqua come un bisogno fondamentale dell’umanità, e non come un diritto, si è persa l’occasione di affermare che alla vita ci teniamo sul serio e non solo a parole. Chi difende un bisogno? Chi ne definisce l’oggettività? Chi stabilisce i criteri per cui qualcuno ha più bisogno di altri? Quanto posso o sono disposto a pagare per la soddisfazione di questo bisogno? Eccolo qui, in fin dei conti, il nocciolo del problema: il bisogno determina il prezzo di un bene. Affermare che l’acqua è un bisogno significa dire una verità talmente evidente e scontata di fronte alla quale istintivamente si è tentati di annuire, dimenticandosi che la posta in gioco è la privatizzazione selvaggia in atto di un bene che è di tutti.
Dire che l’acqua è un diritto avrebbe invece messo in chiaro che a tale bene ogni essere umano deve poter accedere senza obbligatoriamente versare un salato obolo alle multinazionali del settore. Non solo, avrebbe contribuito a promuovere altri diritti fondamentali, la cui affermazione verrebbe altrimenti penalizzata dalla mancanza di accesso a fonti di acqua. Alla faccia degli obbiettivi del millennio!

Rimando i lettori a un corposo dossier di Missioni Consolata pubblicato nel numero di giugno 2006, dal significativo titolo «Le mani sull’acqua», nonché ai contributi scientifici pubblicati nella rubrica Nostra madre terra (di Roberto Topino e Rosanna Novara). Sono il segno di un duraturo interesse di Missioni Consolata e della determinazione a continuare dalle nostre pagine la battaglia affinché l’acqua sia finalmente riconosciuta come bene sociale e diritto di tutti.

Di Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




Turismo: diritto e rovescio

Reportage dalla costa di Mombasa

Da anni il Kenya ha investito sul turismo come settore economico trainante.
Il sottoprodotto è la diffusione della prostituzione. Diffuso anche lo sfruttamento dei minori. La legislazione del paese la condanna. Ma la corruzione la fa funzionare a meraviglia. Situazioni di estrema povertà, mancanza di lavoro e ricerca di guadagno facile, sono le principali cause.  Ma occorre eliminare il problema alla radice.

È  sabato notte a Mombasa, in uno dei club più trendy della città. Le bevande scorrono a fiumi, la musica è al massimo, e le coppie sono tutte appiccicate sulla pista da ballo o conversano e prendono qualcosa al bar. Alcune si sono abbracciate restando fuori dal club.
Ma non si tratta del classico tipo di giovani frequentatori di luoghi di divertimento: la stragrande maggioranza delle coppie di questo sabato notte, in realtà, è costituita da uomini bianchi maturi, per lo più turisti e uomini d’affari, e «calde» giovani donne di colore .
Alcuni uomini sono calvi, altri hanno i capelli bianchi. Il ballo è uno spettacolo molto divertente da vedere: sembra una danza tra nonni che provano a seguire il ritmo.
Le ragazze sono alte, snelle, scure con abbigliamento attillato e sorrisi a non finire.
Un uomo – sembra essere sulla sessantina – con la testa pelata, la pancia così grossa che trabocca dalla maglietta, e i pantaloni che gli arrivano all’ombelico si avvicina a una ragazza keniana, che pare abbia 20 anni. Lei è alta, magra, in abito nero e tacchi.
«Posso offrirti qualcosa da bere?» chiede l’uomo, con un marcato accento tedesco.
Dopo un po’ sembrano amici da una vita, chiacchierano, si baciano e … pochi minuti più tardi escono dal club, insieme.
Sono ragazze che lasciano la scuola o non ci sono mai state, a causa di storie di povertà o altre situazioni. Come l’arrivo di un bambino indesiderato, che ha per conseguenza che la ragazza venga cacciata dalla famiglia o scappi per evitare la vergogna. Questo accade soprattutto nei villaggi dove i valori morali sono ancora vigenti. Ma si tratta anche di ragazze e ragazzi alla ricerca di una ricchezza immediata e senza sudore.
Studi rivelano che negli ultimi anni, il numero di uomini e donne che viaggiano verso località estere per sesso è aumentato. Nel passato, le destinazioni più note per questo tipo di turismo sono stati i paesi asiatici, come Thailandia, Filippine, Indonesia, Corea del sud e Sri Lanka, ma anche: Cuba, Repubblica Dominicana, Brasile, Costarica, Europa dell’Est, e alcuni paesi africani, soprattutto Kenya, Sud Africa, Tunisia e Gambia.

Turismo in aumento?

Il turismo è una precisa scelta economica in Kenya perché non solo porta con sé molte possibilità di arricchimento culturale ma anche un guadagno economico enorme. Si è constatato che globalmente, gli arrivi del turismo internazionale in tutto il mondo sono in crescita: da 69 milioni di persone nel 1960 a 160 milioni di persone nel 1970, 625 milioni nel 1998 (dati Organizzazione mondiale del commercio, 1999). E questa tendenza include il turismo sessuale, sottoprodotto del turismo di massa. Anche in Kenya il settore è cresciuto enormemente e, allo stato attuale, si presenta come una delle principali e stabili attività economiche del paese.
La maggioranza dei turisti che visitano il Kenya sono provenienti da Gran Bretagna, Svizzera, Italia e Francia. Altri vengono da Nord America, Giappone, Australia, Nuova Zelanda o da altre nazioni europee come Spagna, Svezia e Norvegia.
Come per molti paesi in via di sviluppo, anche il Kenya è una nazione dove l’agricoltura ha un peso notevole sull’economia, contribuendo al 24% del Pil. Al tempo della sua indipendenza, nel 1963, il paese viveva dell’esportazione di prodotti agricoli (come tè e caffè) e allora il governo cercò subito di diversificare, introducendo un sistema di liberalizzazioni economiche per attirare investimenti dall’estero. Il riconoscimento dei limiti dell’industria agricola e manifatturiera fece sì che il governo si rivolgesse al turismo come attività principale. Il numero dei turisti e dei proventi del turismo sono aumentati fin dall’indipendenza, anche se sono state registrate delle fluttuazioni.
Tra il 1972 e il 1979, il numero dei visitatori del Kenya è salito del 132%, cosa che portò a un ulteriore investimento nel turismo, a tal punto che si sono creati posti di lavoro più rapidamente che in ogni altro settore. Sin dal 1987, il turismo è stato per il Kenya la fonte principale di entrate in valuta pregiata (Ufficio statistico statale, 2001) oltrepassando la tradizionale esportazione di caffè e tè. Il paese ha guadagnato 648 milioni di dollari dal turismo nel 2005, un aumento del 15% rispetto all’anno precedente, secondo il Kenya Tourism Board. Con un totale degli arrivi inteazionali di 1,7 milioni, 21,4% in più rispetto al 2004. Tale industria dà lavoro a circa 1,3 milioni di keniani, quasi 1,8% degli impiegati con salario fisso.
Inoltre, il turismo è anche connesso con altre industrie di tipo domestico ed è potenzialmente utile per generare sviluppo in certe aree neglette. Tale settore, inoltre, contribuisce in maniera sostanziosa al potenziamento di redditi governativi con tasse, tariffe di importo e licenze. Il turismo è perciò ufficialmente promosso in Kenya come la maggiore fonte di guadagno di moneta estera, di impiego e di sviluppo in genere. Il suo peso sull’economia nazionale ha una grande attinenza con le politiche per il settore. In questo contesto si inserisce il turismo sessuale.

Forme di sfruttamento

La prima e più comune forma della prostituzione è quella che coinvolge prostitute casuali, ragazze che si prostituiscono per bisogno di denaro. In questo caso il turismo sessuale ha anche forti ricadute sociali.
Vi è pure un’altra forma, dove le operatrici del sesso lavorano attraverso intermediari. Il turismo sessuale è illegale, le prostitute sono spesso costrette a usare luoghi di intrattenimento come club, bar o altri posti dove poter lavorare. Questo genere di prostituzione è una forma di schiavitù ed è rafforzata da altre persone come gli stessi parenti, ma anche attraverso rapimenti e adescamenti.
Esiste anche un mercato sessuale per turiste donne. Queste stanno venendo anche in Kenya per incontrare ragazzi da spiaggia locali. In questo caso le donne europee immaginano gli uomini di colore essere più forti e attivi a letto, se comparati agli uomini occidentali. Non è cosa strana vedere degli africani con donne europee sulla spiaggia o nei locali di Mombasa.
Questo mercato è anche possibile perché i poliziotti si lasciano corrompere facilmente per chiudere un occhio. Vi sono 412 hotel registrati sulla costa, la maggioranza dei quali si sono sviluppati in prossimità della spiaggia negli ultimi 25 anni. Molte delle attività turistiche sono concentrate nelle principali città costiere di Mombasa, Malindi, Lamu, Kilifi e Watamu. È in queste località che i visitatori indulgono nelle loro principali attività di bagni di sole, nuoto, escursioni organizzate nelle riserve e visite ai musei e ai villaggi circostanti.
L’espansione del turismo lungo la costa è stata anche incoraggiata dal miglioramento dell’aeroporto di Mombasa a livelli degli standard inteazionali. L’aeroporto riceve correntemente voli charter diretti dall’Europa.

A proposito di minori

Un’altra piaga è la prostituzione infantile. Questa sta crescendo rapidamente e coinvolge giovani minorenni, ragazzi e ragazze. A causa dell’Aids, inoltre, molti bambini orfani si stanno dando alla prostituzione.
Da uno studio condotto dall’Unicef e dal governo keniano nel 2006, si è rilevato che almeno 15.000 ragazze in quattro distretti sulla costa – Mombasa, Kilifi, Malindi e Kwale – sono state impegnate nel sesso occasionale e pagate in contanti. «Queste ragazze sono di età compresa tra 12 e 18 anni, e costituiscono il 30 per cento della popolazione totale delle giovani provenienti da questi distretti in questa fascia di età». Inoltre: «Da due a tre migliaia di ragazze e ragazzi sono coinvolti a tempo pieno nel commercio del sesso. Secondo l’Unicef, almeno il 45 per cento delle ragazze ha iniziato a vendersi per denaro, beni o favori a soli 12 o 13 anni. Più del 10 per cento di esse ha iniziato quando era di età inferiore a 12.
Lo studio dimostra che i keniani maschi sono i peggiori colpevoli di sfruttamento sessuale dei bambini, e costituiscono il 38 per cento dei clienti. I turisti italiani, tedeschi e svizzeri sono classificati come i clienti più comuni rispettivamente il 18, 14 e il 12 per cento. Sempre secondo l’Unicef: «Gli ugandesi e i tanzaniani sono al quinto e al sesto posto in questa classifica, mentre i britannici e i sauditi sono al settimo e ottavo posto». Sono menzionati nella relazione i rappresentanti di quasi tutte le nazionalità in visita in Kenya.
Moody Awori, vicepresidente dell’epoca dichiarò: «Per combattere lo sfruttamento dei bambini da parte dei turisti, si impone a tutti gli stranieri a denunciare il loro domicilio nel paese prima di essere ammessi. È necessario inoltre lavorare con gli altri governi per sollecitare la loro cooperazione nella promozione di un turismo responsabile».
Il rappresentante dell’Unicef in Kenya, Heimo Laakkonen, al momento della pubblicazione dello studio dichiarò : «Turisti e keniani che abusano dei bambini devono essere arrestati, giudicati e puniti».
Lo sfruttamento sessuale dei bambini è un reato ai sensi del Codice penale del Kenya, ma lo studio ha dimostrato un altissimo livello del sesso commerciale che coinvolge i bambini. Circa uno su 10 bambini coinvolti nei lavori di sesso è iniziato prima che questi raggiungano la pubertà, afferma la relazione. «Essa riflette un fallimento delle autorità di fornire protezione ai bambini e di perseguire i responsabili di questo commercio» aggiunge la relazione, che inoltre raccomanda a governo, società civile, industria turistica e settore privato di intervenire con urgenza per mettere fine a queste pratiche.

Cosa favorisce il fenomeno

Quando i turisti vanno all’estero, c’è la sicurezza dell’anonimato, la quale li libera dalle solite costrizioni che regolano il loro modo di comportarsi nei loro paesi. Il turismo permette alle persone di perdere la loro identità e dà loro la libertà di fuggire dalla realtà e vivere le fantasie. La maggior parte dei turisti si comportano diversamente quando sono in vacanza: spendono, si rilassano, bevono, mangiano di più e si permettono dei piaceri che non si permetterebbero a casa loro.
Un altro motivo è che i servizi sessuali sono meno costosi che nei loro paesi. I turisti possono permettersi uno stile di vita che non potrebbero mai avere.
Marco, un turista italiano, ci racconta di essere stato in Kenya per un mese, ma già dopo quattro giorni si vanta di aver avuto relazioni sessuali con cinque ragazze. La prima fu sulla spiaggia, dove aveva poi finto di non avere portato soldi con sé e perciò finì gratis. La seconda, sempre sulla spiaggia se la cavò con 100 scellini (poco più di un euro) perché le disse di avere poco denaro. Con le altre, dovette poi pagare 200 scellini.
Molti turisti, pensano che in Africa la vita sia rozza e sfrenata, liberale, senza tanti controlli. Questo può anche spiegare in parte il perché certe donne europee visitano il Kenya in cerca di sesso. Si stima che il 5 per cento lo faccia per questo motivo. Ai primi posti si trovano tedesche e svizzere.

Ho bisogno di soldi per me e per i miei figli

«Molte volte io non sento niente durante le relazioni sessuali. Ci sono casi in cui soffro. Se continuo, è perché ho bisogno di soldi per me e i miei figli. Ho imparato a fare i movimenti meccanicamente per soddisfare i miei clienti. Se lo fai bene tornano. Questo significa ancora soldi» ci racconta una giovane donna di Mombasa.
Per molte ragazze la ragione numero uno è la povertà. La prostituzione è vista come la sola soluzione possibile per assicurare la loro sopravvivenza e quelle delle famiglie.
Dai luoghi di origine vanno sulla costa, con la speranza di trovare un turista bianco che possa pagare di più, magari anche sposarle. Diverse ragazze coinvolte nella prostituzione vengono da famiglie divise, oppure sono cresciute in strada. La povertà crescente o il profitto che la prostituzione può dare, rendono l’etica sociale tradizionale e i codici di condotta sessuale praticamente insignificanti per molta gente, compresi i genitori delle prostitute.
Inoltre, le donne raggiungono un livello relativamente più basso di educazione e hanno meno possibilità degli uomini in fatto di educazione.
Questo capita perché i genitori danno priorità (anche se questo sta cambiando) all’educazione dei maschi, specialmente se non hanno mezzi per l’educazione di tutti i loro figli. Altri motivi che influiscono sulla minore educazione delle ragazze sono le gravidanze non volute, e il fatto che possono essere costrette dai genitori a dei matrimoni precoci per motivi economici.
Esiste anche una discriminazione nei riguardi delle donne per quanto riguarda il lavoro: per loro ci sono solo impieghi con paghe minime.
L’attrazione di un guadagno facile, le nuove norme sociali e la relativa mancanza di controllo da parte della famiglia o del villaggio, fa della prostituzione una forte alternativa di lavoro per molte giovani.

Quasi legale

La legge non solo dichiara la prostituzione illegale come tale, ma lo è anche il vivere dai guadagni ottenuti tramite essa. Il che vuol dire che solo mettersi in mostra, fare l’intermediario, possedere, dirigere o occupare un bordello è illegale. È importante notare però che solo le prostitute stesse hanno dovuto, in qualche caso soffrire, a causa di questa legge, ma non gli uomini che le controllano o i padroni di bordelli, che in molti casi sono persone di alto rango, che possono pagare per non essere denunciati.
Il turismo sessuale in Kenya ha anche ricevuto un riconoscimento semi ufficiale: la municipalità di Mombasa rilascia delle cards (tessere) a ragazze che lavorano nei bar anche a scopo di prostituzione, ma i media e il governo non hanno mai portato alla luce o impedito questo fatto, pur sapendo che esiste.
La soluzione del problema del turismo sessuale non sta nel criminalizzarlo oppure legalizzarlo, ma piuttosto nell’investigae le cause profonde e chiarie le radici. Le vittime di questo commercio hanno bisogno che si intervenga in un modo pratico, chiaro e sostenibile. Bisogna formulare una legge che elimini il turismo e il commercio sessuale in Kenya, e questa deve essere sostenuta da una serie di politiche e programmi socio economici.
Visto che la povertà è il principale motivo per cui le donne si danno a questa pratica, si deve dare a loro un maggior potere economico. Si può incoraggiarle a cominciare delle attività redditizie e aiutare le più giovani a tornare a scuola. Alle vittime si devono offrire programmi di riabilitazione a lungo tempo che includano cura, amore, servizi medici e legali, oltre consulenze e accompagnamento spirituale.
Agenzie governative, Ong, organizzazioni private, media e comunità cristiane devono essere coinvolti. I programmi turistici, inoltre, dovrebbero essere controllati regolarmente, seguendo e considerandone gli effetti.
Il bisogno fondamentale è quello di educare la società keniana a offrire uguali opportunità a uomini e donne. Il governo deve confrontare questo problema invece di negare l’esistenza del turismo sessuale nel paese. Associazioni di donne nel mondo, Kenya compreso, dovrebbero collegarsi per poter proteggere le donne da questo flagello. 

Di Nicholas Muthoka

Nicholas Muthoka




Social, What?

Eticamente: persona, economia, finanza

Negli anni Novanta si celebrarono i grandi summit dell’Onu. Poi la lotta
al terrorismo spazza via i pochi progressi per un sistema di regole.
Ma la società civile si organizza sempre più a livello planetario. E ogni anno fa sentire la propria voce.

Pochi lo ricordano, ma gli anni Novanta sono stati segnati dai grandi vertici dell’Onu sullo sviluppo: la prima, nel 1990, fu la conferenza sull’infanzia, seguita da quella sull’ambiente a Rio nel 1992, poi a Vienna, nel 1993, il summit sui diritti umani.
A metà del decennio si sono tenuti due eventi grandiosi per portata e partecipazione: il Social Summit di Copenaghen, che si è occupato di povertà, disoccupazione ed esclusione sociale, e la Conferenza su «Donne e sviluppo» di Pechino.
Poi, in successione, si sono celebrati il vertice sulla popolazione del Cairo, la conferenza Habitat di Istanbul e il summit sulla Sicurezza alimentare di Roma.
Finito il confronto tra le due superpotenze, che aveva paralizzato il mondo per oltre quarant’anni, l’Onu ha convocato i governi di tutti i paesi per riscrivere le regole della comunità planetaria.
Gli incontri erano animati da grandi speranze, dall’idea che si potesse finalmente eliminare la miseria, assicurare i diritti fondamentali e garantire la pace, grazie alla raggiunta democrazia e alle ingenti risorse liberate dalla fine della guerra fredda e dalla graduale ricomposizione dei conflitti locali, foraggiati dalle due superpotenze.
Lo sviluppo dei popoli era l’obiettivo condiviso dalla diplomazia mondiale.
Ne sono stati affrontati e discussi tutti gli aspetti, sono state sottoscritte importanti dichiarazioni e altrettanto importanti piani di azione. I capi di stato  e di governo hanno firmato impegni solenni.
Purtroppo, all’inizio del nuovo millennio, gli attentati alle Torri gemelle e il corso unilaterale americano hanno tragicamente interrotto il processo verso un sistema di regole globali e un assetto istituzionale mondiale: la guerra e la lotta al terrorismo hanno occupato completamente l’agenda politica internazionale.
I summit sono stati sospesi, i trattati bloccati, i vertici svuotati di presenza e di significato, le Nazioni Unite indebolite.
Ma la società civile non si è arresa.

Proprio durante i vertici degli anni Novanta si erano costituite le prime reti non governative globali che raccordavano le realtà sociali dei vari paesi del Nord e del Sud del mondo. Organizzazioni per lo sviluppo, i diritti umani, la tutela del patrimonio naturale, le minoranze si sono ritrovate ad affrontare gli stessi problemi e a condividere le stesse battaglie: la cancellazione del debito, la messa al bando delle mine, la difesa dell’acqua, la regolazione della finanza, il rifiuto della guerra…
Hanno dato vita ai «vertici sociali» di Seattle, Porto Alegre, Genova, Nairobi e, quest’anno, Belém; hanno promosso manifestazioni contemporaneamente in centinaia di capitali, hanno lanciato le stesse petizioni.
La società civile globale, a dispetto dei pochi mezzi, pur disconosciuta se non apertamente osteggiata dai governi, ha fatto sentire la propria voce.
Ha lanciato l’allarme sui costi sociali di una globalizzazione senza diritti, ha denunciato i rischi economici di una finanza sfrenata, ha interpellato le istituzioni inteazionali e nazionali, ha cercato di riportare nell’agenda politica il tema della povertà, dell’uguaglianza, delle pari opportunità, della protezione del patrimonio naturale.
Ha prodotto analisi e pubblicato documenti.

Il rapporto del Social Watch (www.socialwatch.org) è uno di questi. Ogni anno, dal 1996, misura i progressi o i regressi compiuti nel campo della lotta alla povertà e della parità di genere, a partire dagli impegni sottoscritti nei vertici mondiali. Il Social Watch segnala quali paesi retrocedono e quali avanzano verso gli Obiettivi del millennio, quali governi spendono bene le risorse e quali le dilapidano in armi o in progetti inutili.
Si compone di capitoli tematici sulle tendenze dell’anno, di capitoli sui singoli paesi, di grafici e tabelle. Utilizza indici innovativi come l’«Indice sulla parità di genere» o quello sulle «capacità di base».
L’originalità del Social Watch sta nel prodotto, ma anche nel fatto che ha saputo mettere in rete oltre 200 organizzazioni tra le più varie (associazioni, Ong, centri studi, sindacati) di ben 70 paesi: dall’Afghanistan alla Polonia, dall’Uruguay all’Italia.
Guardando alle analisi dai diversi paesi si rimane colpiti dalle similitudini: ovunque la società civile nutre gli stessi timori riguardo ai tagli alle spese sociali, alle speculazioni finanziarie, alla crescita del divario tra ricchi e poveri, alla privatizzazione di risorse vitali come l’acqua.
L’ultimo rapporto Social Watch pubblicato anche in italiano si intitola «Crisi globale, la risposta è ripartire dai diritti». Sembra uno slogan, ma può diventare un programma politico. Ecco perché il rapporto è stato presentato a Montecitorio lo scorso 19 febbraio alla presenza dei parlamentari di tutti i gruppi politici.

Di Sabina Siniscalchi

Sabina Siniscalchi




Rifondazione, 500 anni dopo

Gennaio 2009: approvata la nuova Costituzione boliviana

Una giornata storica per la Bolivia. Il presidente indigeno Morales festeggia con il popolo la Costituzione approvata con referendum. Sancito uno stato di 36 nazioni indigene di tipo socialista. L’acqua è dichiarata diritto umano. I benefici per i meno abbienti riconosciuti. Ma sono anche validati i referendum delle destre, che conferiscono più autonomia ai dipartimenti orientali. Luci e ombre della nuova Carta.

Da buon aymara, Evo Morales crede molto nelle simbologie: ecco perché sabato 7 febbraio il presidente della Bolivia ha voluto che le celebrazioni per l’approvazione della nuova Costituzione del paese, votata dal 61, 43% della popolazione attraverso un referendum il 25 gennaio scorso, si tenessero a El Alto.
El Alto è una distesa di baracche cresciuta senza ordine a 4.100 metri d’altitudine attorno alla città di La Paz, anzi, sopra a La Paz, che si trova in effetti in una conca. Abitata da quelli che hanno abbandonato l’altopiano per sfuggire alla povertà di campagne e miniere,  è  divenuta negli anni una vera e propria città satellite e la capitale della popolazione indigena aymara, che da sola rappresenta un terzo degli otto milioni di boliviani.
Furono proprio gli alteños – gli abitanti di El Alto – a insorgere e a essere di conseguenza massacrati, nel 2003, contro il governo dell’allora presidente dittatore Gonzalo Sanchez de Lozada, reo di avere svenduto a compagnie straniere il gas boliviano mentre la popolazione moriva di freddo. Sempre da qui arrivò l’appoggio civile – ma anche armato – in aiuto alla gente di Cochabamba, che nel 2000 combatteva nella «guerra dell’acqua» (cfr. MC giugno 2006) al grido di «El agua es nuestra, carajo!» (l’acqua è nostra) contro la multinazionale statunitense Bechtel che l’aveva privatizzata. Questo esteso ammasso di baracche è sempre stato simbolo dello sfruttamento della gente indigena boliviana. Ma anche della sua capacità di resistenza.

Costituzione «popolare»

Ecco perché proprio qui a El Alto, e davanti alla sua gente, il primo presidente indigeno della Bolivia ha voluto promulgare ufficialmente «di fronte al popolo, non come prima, fra quattro mura e solo davanti al Congresso (parlamento boliviano, ndr)» la nuova Costituzione politica dello stato (Cpe), la Costituzione boliviana numero 16, la prima approvata attraverso votazione popolare e frutto di un’Assemblea costituente, in 183 anni di storia repubblicana. 
Fin dall’alba del sabato – ma in molti si erano dati appuntamento il giorno prima, passando la notte all’addiaccio nonostante le temperature vicine allo zero – una fiumana di gente aveva cominciato a gremire la avenida 6 de Marzo, lo stradone centrale che taglia a metà la baraccopoli. Decine, poi centinaia di migliaia di donne, uomini, vecchi, contadini, provenienti da ogni pueblito (villaggio) dell’altipiano, erano arrivati con le wiphalas, le multicolori bandiere indigene, portando le insegne del partito al governo, il Movimiento al Socialismo (Mas), gli striscioni del proprio sindacato e delle organizzazioni di base d’appartenenza.
Più tardi si erano unite anche le delegazioni dall’Oriente boliviano, la parte del paese roccaforte dei partiti d’opposizione: quelli del Plan 3.000 de Santa Cruz – dove negli ultimi mesi del 2008 si sono duramente fronteggiate fazioni del campesinato (settore contadino) locale e paramilitari agli ordini delle destre.
Poi i contadini della regione di Chuquisaca, gli originari dell’etnia weenhayek del Chaco, i coltivatori di Tarija.  Tutti luoghi dove lo scontro etnico e culturale fra indigeni e criollos, i discendenti dai conquistadores spagnoli, sono stati feroci durante tutto il mandato di Evo Morales, cominciato nel gennaio del 2006.
E ancora i raccoglitori di foglie di coca del Tropico di Cochabamba – i cocaleros, di cui Evo Morales è tutt’ora presidente del sindacato – i minatori di Potosì e quelli delle miniere di stagno e argento di Oruro,
di dove il presidente è pure originario e dove da piccolo si manteneva facendo il pastore di lama.

«Missione compiuta»

Non appena i primi raggi di sole hanno cominciato a illuminare la distesa di tetti di latta e strade fangose di El Alto, le donne con le ceste e le carriole di panini, empanadas, salteñas e bibite varie, si erano contese i posti migliori. Altre schiere di venditori di bandierine e fotocopie del nuovo testo costituzionale si erano mescolati alla folla.
I vecchi già iniziavano a ch’alliare – benedire con dell’alcol – la giornata, mentre i rappresentanti istituzionali prendevano posto negli spalti d’ordinanza. Così in successione le autorità, gli invitati speciali – fra cui il premio Nobel per la pace, la guatemalteca leader indigena Rigoberta Menchù e il cancelliere venezuelano Nicolás Maduro – e gli ufficiali dell’esercito. Alle 11.57 il maestro di cerimonia annunciava l’arrivo del presidente Evo Morales e del suo vice, il sociologo ed ex guerrigliero Álvaro García Linera.
«Sorelle e fratelli di Bolivia, in questa giornata storica proclamo la nascita dello stato plurinazionale, unitario, sociale e del socialismo comunitario, a partire dalla nuova Costituzione. Missione compiuta per la rifondazione della nuova Bolivia unita! Ora possono uccidermi, possono cacciarmi dal palazzo!». Inizia a parlare così il presidente, con l’enfasi che gli è propria.
La folla nel frattempo ha raggiunto il milione di persone: un eterogeneo spaccato di tutte le categorie storicamente oppresse della Bolivia.
Morales lo sa bene, e prima di ogni altro discorso legge la sentenza con la quale, il 14 novembre 1781, le autorià coloniali avevano ordinato lo squartamento del leader indigeno Tupac Katari.
Come a significare che con la promulgazione della nuova Costituzione un cerchio si sta chiudendo, che la giornata in corso ha lo stesso spessore storico e la stessa portata di rivalsa identitaria per la popolazione boliviana. E più in là ancora, per tutte le popolazioni andine che una volta facevano il Qollasuyo, l’antico regno incaico. Come a dire che quel «Toerò e saremo milioni», detto da Tupac Katari prima di morire, oggi ha il sapore della profezia politica: «Eccoci qui, siamo milioni, siamo tornati», pare dire l’aymara Evo Morales, ex pastore di lama.

Trentasei nazioni indigene

La nuova Cpe consta di 411 articoli. Fa della Bolivia uno stato plurinazionale di stampo socialista, composto da 36 nazioni indigene, tante quante sono le etnie censite. Il ruolo dello stato è più forte e vengono riconosciuti benefici sociali ai settori indigeni e ai meno abbienti. I servizi basici, in primis l’acqua, sono dichiarati diritti umani. Le risorse naturali di «carattere strategico» – idrocarburi, minerali eccetera – potranno essere sfruttate solo sotto controllo statale, ma vengono fatte aperture alle partecipazioni di imprese statali straniere con contratti a prestazione di servizio.
La pianta della coca – sacra per gli indigeni, madre della cocaina per tutti gli altri – è definita patrimonio culturale. Le basi militari straniere sono bandite. La religione cattolica rimane quella ufficiale, ma viene equiparata all’animismo indigeno, che riceve pieno riconoscimento. Sanità e scuola saranno un diritto e non un privilegio.
A una prima lettura, la nuova Cpe parrebbe essere la conferma delle promesse fatte da Morales e dai suoi dalla campagna elettorale presidenziale in avanti, e il coronamento di un cammino verso l’autodeterminazione di un popolo, partito cinque secoli orsono con l’arrivo di Pizzarro e dei conquistadores, proseguito in tempi più recenti con le lotte in difesa dei beni comuni e delle proprie identità culturali.
Invece, severe critiche vengono proprio da quei movimenti sociali che hanno favorito l’ascesa di Morales: quelli che hanno combattuto per rifondare la Bolivia con battaglie civili e politiche che dalla «guerra dell’acqua» in avanti tentavano di tratteggiare un nuovo tipo di democrazia e di stato. E che si sono ritrovati isolati e depauperati da un governo monocolore. La nuova Costituzione si porta in seno il difficile cammino dell’Assemblea costituente, che per due anni non è riuscita ad avere la meglio sulle opposizioni, dando il fianco a lacerazioni politiche sempre più gravi.
L’Assemblea, che era stata uno dei punti cardine dell’elezione di Morales a presidente, doveva essere lo specchio delle forze rinnovatrici della società boliviana: di quei sindacati, movimenti sociali, contadini, indigeni, che dal ’99 in avanti avevano cacciato tre presidenti della repubblica a furor di popolo e avevano mostrato al mondo che un rinascimento indigeno latinoamericano stava prendendo forma e forza.
Ma quella novità importante nel panorama internazionale che era l’eterogeneità politica boliviana, non compariva nella sua struttura.
Il tema della plurinazionalità, ad esempio, è esplicativo. Assieme alla decentralizzazione, è la caratteristica distintiva di questa nuova  Costituzione. Vengono regolamentate quattro tipologie di autonomia – dipartimentale, regionale, municipale e indigena – tutte con il medesimo «rango e gerarchia».
Nel suo articolo 1, essa infatti dichiara che:  «La Bolivia si costituisce in uno stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario, libero, indipendente, sovrano, democratico, interculturale, decentralizzato e con autonomie», e sottolinea come «la Bolivia si fondi sulla pluralità e il pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico, dentro il processo integratore del paese».

Autonomie e risorse

Oltre alle 36 nazioni indigene dunque, la Cpe riconosce l’autonomia dipartimentale alle 9 regioni del paese. In quattro di queste – Beni, Pando, Tarija e Santa Cruz , che compongono la cosiddetta «Mezza Luna» per le ricchezze in termini di gas, petrolio, idrocarburi e agricoltura che possiedono – l’autonomia è già effettiva, grazie a una delle tante concessioni che il governo Morales ha dovuto fare alle forze politiche oppositrici.
Il referendum costituzionale del 25 gennaio era stato infatti fissato inizialmente il 4 maggio 2008. Ma i tumulti che infiammarono la Bolivia imposero uno slittamento della data.
Quel maggio, i partiti di destra assieme ai prefetti e ai comitati civici della Bolivia dell’est, capeggiati dall’imprenditore di origine croata Branko Marinkovich di Santa Cruz, avevano decretato la secessione dal governo centrale con una serie di referendum autonomici, giudicati allora illegali dalle autorità governative.
Con una scioccante campagna denigratoria, che opponeva l’orgoglio «camba» (sostanzialmente, orgoglio bianco) a quello indigeno, la crema politica della Mezza Luna, riunita in un sedicente Consiglio nazionale democratico (Conalde), aveva alimentato una spirale di violenza che aveva provocato decine di morti e umilianti episodi di razzismo contro contadini e indigeni, arrivando a sdoganare la creazione ufficiale di un esercito paramilitare nominato Union Juvenil Crucenista.
Lo stesso gruppo armato che l’11 settembre successivo avrebbe provocato la strage chiamata «El masacre de El Porvenir», trucidando 30 contadini inermi nella regione del Pando.
Ebbene, con un certo sconcerto, questa Cpe ha riconosciuto come validi proprio quei referendum che fanno delle regioni d’Oriente di fatto delle regioni autonome, mentre demanda al 2010 l’autonomia delle rimanenti 5 regioni, fra cui La Paz.
Un altro tema che evidenzia alcune contraddizioni, è quello degli Ogm. La legislazione precedente, quella ereditata dal neoliberalismo, aveva permesso che molti prodotti agricoli geneticamente modificati entrassero in Bolivia, fra cui la soia.
Nel testo costituzionale approvato a Oruro nel novembre del 2007 dall’Assemblea costituente, l’articolo 408 recitava:  «Si proibisce la produzione, importazione e commercializzazione dei transgenici». Dopo alcuni mesi di contrattazioni, l’articolo 409 della Cpe risulta essere:  «La produzione, importazione, commercializzazione dei transgenici sarà regolamentata per legge».
In effetti, i mesi che hanno preceduto il referendum di gennaio sono stati una specie di «mercato di articoli costituzionali» che sottendeva alla creazione di un equilibrio interno al paese. Oltre cento articoli sono stati modificati in corsa. Ma non è stato abbastanza.

Città e campagna

Il risultato del referendum infatti, non ha sfiorato i numeri stellari del referendum revocatorio del 10 agosto scorso, che aveva decretato un granitico consenso al governo Morales. E seppure certifichi che la maggioranza della popolazione sia a favore della Cpe, disegna per l’ennesima volta una Bolivia profondamente divisa.
Non solo fra altopiani e Oriente,  fra indigeni e blancoidi (meticci). Ma anche e soprattutto, fra città e campagna. Nelle zone rurali, il consenso alla Cpe ha raggiunto l’80%. Nelle città dell’est del paese, la retorica del «razzismo al contrario» che pregiudica i bianchi a favore degli indigeni, ha invece fatto presa sugli indecisi e sui mestizos.
Le destre, dal canto loro, non sono messe così bene: non hanno in questo momento un leader carismatico e sono in minoranza. Ma hanno vinto su un altro importante punto: il latifondo. Il referendum costituzionale era affiancato da quello che chiedeva alla popolazione di votare il limite massimo di ettari posseduti da ogni persona fra 10 o 5 mila ettari.
L’80,65% della Bolivia ha posto il tetto a 5 mila, dando così un segnale forte contro le oligarchie che ancora oggi nel paese posseggono distese impressionanti di territorio. Ma il referendum non è stato formulato in maniera retroattiva. Nessun esproprio dunque ai discendenti delle élitè europee che dal 17° secolo in avanti si erano spartiti la Bolivia a brandelli.
E neppure a quelle militari, che i vari dittatori si imbonivano regalando loro terre e campi con tanto di indigeni lavoranti annessi. Il referendum sul latifondo non darà origine a una riforma agraria redistributiva, eccezion fatta per la terra cosiddetta oziosa di proprietà pubblica.
Non andrà a toccare nemmeno i possedimenti del leader di ultradestra Branko Marinkovich. Per molti, in particolare per quelli che hanno partecipato alle grandi marce indigene per la terra, gridando «La terra per chi la lavora», questo è stato un tradimento.
In queste condizioni, è difficile pensare che la Cpe possa migliorare la governabilità del paese. Soprattutto quando in campo entra anche la crisi economica mondiale, che metterà a dura prova la tanto sbandierata nazionalizzazione delle risorse, fino a oggi più propagandistica che di fatto.
Evo Morales assicura che la promulgazione della nuova Costituzione è  «un passo verso la rifondazione della Bolivia. Verso la liberazione e la vera indipendenza del paese dopo 500 anni di ribellione contro il saccheggio e la sottomissione coloniale, dopo 180 anni di resistenza contro lo stato coloniale, dopo 20 anni di lotta permanente contro il modello neoliberale».
Molti lo aspettano al varco. Ma molti altri vogliono credere in lui e nel sogno che rappresenta.
Così il 7 febbraio 2008, mentre il Primer Mandatario riceveva felicitazioni e abbracci, e una fitta pioggia aveva cominciato a battere incessantemente, gli amautas, gli shamani andini, si erano portati sotto il palco e avevano acceso una mezza dozzina di bracieri sacri. Il fumo delle k’oa aveva riempito velocemente il cielo. La Pachamama veniva ringraziata. 

Di Francesca Caprini

Francesca Caprini




Luci e ombre sul delta del Gange

Viaggio nel paese più popoloso del mondo

Superficie meno della metà di quella dell’Italia e oltre 153 milioni di abitanti, il Bangladesh è afflitto da tanti problemi: spaventose inondazioni e inquinamento, corruzione e instabilità di governo, povertà e sfruttamento dei lavoratori: il 40% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. All’economia del paese contribuiscono le rimesse di 5 milioni di emigrati. L’esodo continua anche verso l’India, che cerca con ogni mezzo di respingere chi vuole attraversare i confini.

Partiamo da Calcutta all’alba del 27 dicembre 2008. Sui marciapiedi uomini seminudi si stanno lavando, azionando le prese d’acqua pubbliche, altri sistemano banchi con le mercanzie. Usciti dalla città, villaggi e lembi di campagna si susseguono fino al confine col Bangladesh.
Lasciato l’edificio fatiscente della dogana indiana, ci troviamo in un paese che pare più ordinato e accogliente, anche se densamente popolato. Una fila di autobus ammaccati, ma dipinti a colori vivi, è ferma in attesa, sotto i giganteschi alberi di tamarindo che bordano la strada; gli autisti ci fissano stupiti.
Lungo il percorso che ci condurrà a Khulna incontriamo gruppi di manifestanti: tra due giorni ci saranno le elezioni, le prime dopo l’arresto di Begum Khaleda Zia nel gennaio del 2007 e il successivo governo di transizione militare. La gente inneggia al partito di Sheikh Hasina. 
«Nouka-nouka», «barca-barca» gridano i due principali opposti schieramenti, che hanno come simbolo la barca e il ramo di riso e fanno capo alle due donne che si sono alternate alla guida del paese negli ultimi anni. Khaleda Zia, vedova del generale Zia, ucciso nel 1981, guida il Bangladesh National Party, alleato dei partiti islamici; mentre Hasina è figlia del padre della patria, Muijbur Rahmanan, primo presidente del Bangladesh e fondatore della Awami league, massacrato durante il colpo di stato del 1975 (vedi riquadro).

Tutti al lavoro

Pare sia facile innamorarsi di questo paese. La gente è veramente speciale, gentile e accogliente. È il paese tra i più piccoli al mondo e il più densamente popolato; ma non si vedono sfaccendati in giro, tutti sono al lavoro, un lavoro molto duro perché privo di aiuti meccanici.
Le donne vestono sari colorati; rare quelle con il volto velato. Nelle campagne svolgono i lavori meno pesanti, contrariamente a quello che succede in India. Nelle città si impiegano nelle industrie di abbigliamento, lavorano anche di notte e sono sfruttate.
Molto numerose sono le foaci per mattoni, con le ciminiere e le lunghe file di mattoni fatti a mano, disposti a seccare. Non ci sono pietre in Bangladesh; il terreno è tutto fango, limo lasciato dai grandi fiumi himalaiani, il Gange e il Bramaputra che si uniscono in un enorme delta. Dopo la cottura, si rompono i mattoni per poi utilizzarli come pietre.
Il traffico nel paese è dato da carretti, rikshò e camion con grossi carichi, su cui sovente si arrampicano gruppi di passeggeri. Le prime auto le vedremo solo nella capitale o presso i posti di polizia e dell’esercito. Non riesco a essere indifferente alla fatica che traspare negli occhi allucinati di uomini costretti a trasportare enormi pesi su carretti tirati dalle biciclette. Uomini-cavallo, scalzi, magri, alcuni con la barba bianca, altri giovani, ma logori.
Il contrasto è forte nella capitale, dove questa situazione convive con lo sfarzo di certi edifici pubblici e il lusso dei centri commerciali. La vita intellettuale è vivace: leggo sui quotidiani che alcune donne straniere che si sono trovate a vivere qui per qualche anno, si sono poi attivate per portare aiuto e solidarietà, creando fondazioni per lo sviluppo sociale e culturale del paese che le ha ospitate.

Un missionario leggendario

I missionari cattolici sono presenti e molto attivi, nonostante questo sia un paese all’87% musulmano. Siamo andati a cercarne uno veramente speciale, nella sua missione presso Mongla, nella regione dei Sunderbans, nel delta del Gange.
Attraversiamo il fiume con un barcone, poi un rikshò ci conduce alla missione dove veniamo accolti da padre Marino Rigon, saveriano, originario di Vicenza. Il suo bel viso di ottantenne, incoiciato dalla barba bianca, è comparso ieri sulla prima pagina del  Daily Star di Dakha, in occasione del conferimento, da parte del governo, della cittadinanza onoraria. Si è voluto riconoscere così il prezioso lavoro svolto nel paese sin dal 1954.
La missione comprende la scuola per gli orfani, il laboratorio di cucito dove vengono accolte le ragazze più graziose, che sono più a rischio, il dispensario e la chiesa di San Paolo, trionfo di colore e testimonianza di tolleranza: padre Marino ci indica i simboli delle religioni presenti nel paese, che decorano le pareti e l’altare: la mezzaluna islamica, il fior di loto buddista e la croce cristiana. 
«Mi interessa quello che devo fare, non quello che ho fatto in questi 54 anni – risponde il missionario ai nostri complimenti -. Oggi la situazione è migliorata, ma i poveri restano sempre poveri, con i problemi di sempre».
Poi ricorda: «Nel ’71 ho cornoperato con i patrioti, per la liberazione del paese dal Pakistan. Una guerra cruenta, che fece più di un milione di morti. I pakistani bruciavano i villaggi, uccidevano e violentavano. Sono sceso sulla riva del fiume, sono andato incontro al comandante responsabile dei massacri e gli ho detto: voi non venite più qui a bruciare e uccidere la gente».
Domando come sono i rapporti con i musulmani. «Qui la gente prima è bengalese, poi islamica. Nel delta un tempo vi erano solo indù, poi sono arrivati i commercianti islamici. I fuori casta, che abitano al di là del fiume, si sono convertiti al cristianesimo. Sono poveri pescatori e io mi curo di loro. Li aiuto anche quando devono ricostruire le capanne spazzate via da un tifone».
Alla missione arrivano tutti i giorni le emergenze, come quella donna che ieri è arrivata, col seno che le scoppiava, perdeva sangue e il missionario l’ha fatta ricoverare.
«Stamattina, alla messa delle 6,45, la chiesa era vuota, fuori c’era nebbia fitta. Ho letto il capitolo 1° della Genesi, fondamentale: Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza» spiega il padre, fermandosi un istante a meditare, e conclude: «Forse l’uomo vero è la coppia, uomo e donna insieme».
Poi aggiunge:  «Nelle mie omelie non manco di citare i bauls, i menestrelli bengalesi di una setta iniziatica che ha le radici nel tao. Fu un fratello della Holy Cross a farmi conoscere questi cantori dolcissimi, che parlano dei problemi dell’uomo, spirituali e terreni. Sono cantori senza grammatica, che credono nell’amore e cantano una vita semplice».
Vicini al sentire buddista, i bauls formano un gruppo eterogeneo che comprende indù e sufi islamici. Sono mistici, ma legati alle cose terrene e all’amore carnale. Si esprimono attraverso la musica e hanno influenzato tutta la cultura bengalese, in particolare del grande poeta nazionale Rabindranath Tagore. Padre Marino è stato il primo a tradurre le sue opere direttamente dal bengali in italiano. Anche stamattina egli ha terminato la messa con un verso del poeta.
I canti baul sono più di 2.000 e padre Marino ne ha già tradotti 350. Ha pure scritto «La voce del silenzio», un libro di cui riporto il seguente testo: «Marco compone il racconto della crocifissione mettendo in risalto che Cristo morente resta “solo”, sta in “silenzio”. “Solitudine e silenzio” sono l’unico grido di chi ”non ha voce”. Penso che “solitudine e silenzio” del mondo povero siano un grande castigo per coloro che danzano nella massa umana ricca che strilla dentro una musica stonata…
Molti mi domandano se sono stato in Terra Santa. Rispondo semplicemente che non sento il bisogno di andarvi. La verità è che la Terra Santa la ho qui, in questi villaggi di intoccabili; nel loro volto vedo gli sputi e gli schiaffi dati a Cristo; nelle loro vesti stracce vedo il manto regale, da burla di Gesù, sul loro capo vedo la corona di spine e nelle loro mani e nel loro petto vedo le ferite del Crocifisso».

Banca di Villaggio

I due funzionari sono arrivati ieri sera da Dakha, l’appuntamento è nella sede della banca Grameen, in un villaggio presso Bogra, dove sono convenute alcune donne per testimoniare l’efficacia del microcredito creato dal premio nobel per la pace 2006, Muhammed Yunus. Tutte indossano sari colorati e hanno il viso segnato dalla fatica. Due di loro sono anziane vedove senza figli, costrette a mendicare per vivere. Con il piccolo prestito ottenuto una di esse ha potuto comprare una capra e ora vende il latte.
Shahama ha iniziato con un debito di 2.000 taka e ora ne ha fatto uno di 80 mila. Ha costruito una casa dove abita con la famiglia e ne affitta una parte. Con il reddito paga il suo debito. Un’altra donna con il prestito si è comprata una mucca. Poi ne ha comprata un’altra e ora vende il latte a 30 taka il litro. Così riesce a mantenere la figlia all’università. 
Allamein è uno studente, sua madre ha fatto un debito per farlo studiare. Lui dovrà restituirlo un anno dopo aver trovato lavoro.
L’idea vincente è che tutti possono diventare imprenditori di se stessi, anche i poveri contadini di villaggi remoti, perché è la banca che li raggiunge, con i suoi funzionari.
La storia di Yunus è affascinante. Durante la terribile carestia che seguì la guerra di liberazione del ’71, egli era un giovane professore che si trovava a insegnare eleganti teorie economiche all’università di Chittagong, mentre i suoi concittadini morivano di fame. Rendendosi conto dell’inutilità del suo lavoro, volle impegnarsi subito e personalmente per aiutare i poveri a uscire dalla loro miseria.
Scoprì così che nel villaggio accanto al campus erano le donne a doversi indebitare con gli strozzini per poter affrontare le emergenze familiari. Costoro con un prestito di soli 25 centesimi di dollaro potevano avere l’esclusiva dei prodotti della vittima, al prezzo stabilito da loro.
Il primo studio lo fece in tale villaggio, dove 42 donne si erano indebitate per 27 dollari Usa. Se così poco denaro poteva cambiare la vita di tante persone, Yunus pensò di offrire la somma di tasca propria, poi cercò di mettere le donne in contatto con la banca del campus, che si rifiutò di prestare denaro a gente così povera.
Allora Yunus decise di dare personalmente la garanzia e si rese conto che i debiti venivano ripagati puntualmente. Nacque così la Grameen Bank (banca di villaggio), idea geniale che si è propagata in tutto il mondo. 
Durante il mio viaggio mi renderò conto che, comunque, la Grameen è diventata una banca come tutte le altre, elargisce borse di studio, possiede una rete telefonica e altre attività redditizie. La sede è in uno splendido edificio moderno, nella capitale, ma il tasso praticato alla povera gente del Bangladesh è comunque molto alto, raggiunge il 12%. Ho sentito di gente insolvente che ha perso la mucca,  sua unica proprietà e fonte di sostentamento. Oppure è stata costretta a fare altri debiti per pagare i precedenti. In alcuni villaggi, gli agenti della Grameen Bank sono considerati al pari di usurai.

HILL TRIBES

Ranglai Mo è stato eletto per tre volte capo della comunità indigena shnalok di Bandaraban, nella regione collinare di Chittagong, nel sud est del paese. Sofferente di cuore, fu arrestato due anni fa per detenzione di armi e sta scontando una pena di 17 anni incatenato, nel carcere di Chittagong. Cardiopatico, in questi giorni è stato necessario trasportarlo nell’ospedale di Dakha per sottoporlo a cure intensive presso l’unità coronarica, ma i medici hanno riscontrato anche i segni di ferite al dorso e al petto. Le catene complicano le cure e ora pare che un’organizzazione umanitaria si stia interessando al caso.
Le regioni sud orientali sono le terre alte del Bangladesh, che per il resto è pianura alluvionale percorsa da fiumi e non più alta di 10 metri sul livello del mare. Abitate da etnie buddiste, sono visitabili con permessi speciali e scorta armata. Al tempo degli inglesi esse godevano di statuto speciale e una certa autonomia, che fu abolita dai pakistani. Dal 1973 iniziarono le lotte dei tribali contro la politica del governo che consentiva ai bengalesi di espropriare le loro terre.
Sheikh Hasina firmò una pace nel ’97, restituendo ai gruppi etnici parte del territorio. Tuttavia più di 400 mila bengalesi si sono trasferiti nella zona di Rangamati, sul lago Kaptai, abitata dall’etnia chakma. Hanno costruito alberghi e strutture per ricevere i turisti che cercano il fresco delle colline e ora i tribali sono emarginati e continuano a subire soprusi, dopo che più di 100 mila hanno dovuto riparare in India.
Saremo sempre seguiti da una scorta, anche durante la navigazione sul lago, che dopo tanti anni non ha ancora un aspetto naturale. Ci arrampichiamo sulle rive polverose per visitare due poveri villaggi abitati da pescatori. Qualcuno veste ancora consunti abiti tribali, come questo signore scalzo e magro, che si siede accanto a me sotto un pergolato e mi fissa negli occhi, composto e sorridente.
Noto che il militare della nostra scorta si avvicina e lo tiene sotto osservazione col mitra spianato. «Siete italiani? – mi chiede, stupito, poi si presenta -. Mi chiamo Subal e sono buddista. Da ragazzo ho studiato in una missione cattolica, dove c’era un padre italiano, ma non ricordo il suo nome». Subal Chandra Chakma è stato maestro di villaggio per 36 anni; ora che ne ha più di sessanta è rimasto a vivere qui con uno dei tre figli, gli altri si sono trasferiti in città, a Rangamati. «Prima del ’58, quando hanno costruito la diga, la mia gente aveva bestiame e ricchi raccolti di riso. I nostri bei villaggi finirono coperti dalle acque e fummo costretti a spostarci sulle cime dei monti, dalle pendici ripide, dove è impossibile coltivare. Ho tentato di mettere alberi da frutta, inutilmente».
Subal continua a parlare, non teme il militare; vuole che noi sappiamo della sua situazione. «Gli inglesi ci avevano lasciato una certa autonomia, che ora reclamiamo invano, siamo discriminati e impoveriti. Persino con i pakistani stavamo meglio».
Gli alberi secolari, dal legname prezioso furono tutti abbattuti e portati via. Ora hanno piantato alberi del teak, ma l’impressione che si ha, percorrendo in lancia il lago Kaptai tra isolette spelacchiate, è di squallore.
«Le elezioni si sono svolte in modo esemplare – ci dicono durante la cena due danesi ospiti del nostro albergo -. Siamo stati inviati dall’Europa come osservatori in occasione delle elezioni. Quattro settimane che ci hanno fatto conoscere un paese sorprendente, la gente è veramente stupenda. Siamo felici del risultato, che vede sconfitti i partiti islamisti». 

Di Claudia Caramanti

La politica: Le due dame

La signora Begum Khaleda Zia, di 62 anni, è a capo del Bangladesh national party (Bnp) da quando suo marito fu ucciso nel 1981. Nel ’92 vinse le elezioni, ma nel ’96 le perse a favore dell’Awami league della Sheikh Hasina. Ritoò al potere nel 2001. Fu poi  arrestata con i due figli per corruzione e rilasciata dopo un anno di prigione. Il suo partito si basa su valori islamici ed è alleato con partiti islamici.

La Sheikh Hasina, due figli, marito fisico nucleare, ha 61 anni e guida il partito da quando suo padre Mujibur Rahman, fondatore e primo presidente del Bangladesh, fu ucciso con la sua famiglia durante il colpo di stato militare del 1975. La Awami league nacque per promuovere pari diritti alle due popolazioni nel 1948, un anno dopo la divisione del subcontinente.
Hasina ha abbandonato le idee socialiste del padre e si è aperta al mercato. Vinte le elezioni del ’96, superando la Zia, perse le successive nel 2001. Sopravvissuta all’attentato del 2004, in cui morirono 24 persone (attribuito a gruppi islamici), fu arrestata per corruzione nel luglio del 2007. Anche Hasina ha passato un anno in prigione. Nelle ultime elezioni, dicembre 2008, ha vinto in modo netto, sconfiggendo la rivale e i partiti islamisti suoi alleati.

Lo Jatiya party fu fondato nel 1985 dal generale Hossain Moham Ershad, che nel 1982 con un colpo di stato prese il potere dichiarando il paese islamico, permettendo il culto di altre religioni. Nel 1994 fu scalzato da una rivolta popolare guidata dalle due dame, Hasina e Khaleda Zia.
Ershad oggi ha 78 anni e ha perso le ultime elezioni.

Il Jamaat e Islami, è il partito islamico più forte, guidato da Matiur Rahman Nizami, 65 anni. Anche Nizami è stato in prigione, ma contava sul consenso delle masse impoverite.  Fu accusato di aver appoggiato il Pakistan durante la guerra di liberazione del 1971 e messo al bando. Nel 1991 il Bnp lo legalizzò e divenne suo alleato.
Dopo due anni di governo provvisorio militare, con queste elezioni si apre una speranza di democrazia.

Claudia Caramanti




Congo-Rwanda: guerra infinita

Chi è Laurent Nkunda, generale ribelle

I Grandi Laghi africani sono teatro di guerra da oltre 12 anni. Le ricchezze dell’Est della Repubblica Democratica del Congo attirano la cupidigia dei paesi vicini. Le connotazioni etniche diventano strumentali alla rapina delle risorse. Dopo l’ultima scintilla nel Nord Kivu forse qualcosa sta cambiando. Storia di un generale (tutsi) congolese, al servizio del Rwanda.

L’ultimo atto clamoroso della guerra infinita nella Repubblica Democratica del Congo è l’ingresso autorizzato dell’armata ruandese in Nord Kivu, regione orientale, teatro dei duri scontri degli ultimi mesi. Dopo anni di guerra e feroce inimicizia, all’improvviso i governi di Congo e Rwanda si sono accordati per condurre un’operazione militare congiunta contro le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), le milizie hutu ruandesi. Ma a sorpresa la prima «vittima» illustre del nuovo corso politico-militare è stato il generale ribelle Laurent Nkunda, che per anni ha seminato il panico nel Nord e nel Sud Kivu e che nei mesi scorsi ha tenuto in scacco Goma provocando migliaia di sfollati. Nkunda è stato arrestato in Rwanda il 22 gennaio scorso.
Da tempo si vociferava che Nkunda fosse la longa manus del presidente ruandese Paul Kagame, ma le prove inoppugnabili sono arrivate solo lo scorso dicembre, quando un gruppo di esperti nominato dalle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto che documenta per filo e per segno tutti i supporti ricevuti dai vari gruppi ribelli della zona, con tanto di email, fax, documenti bancari.
In più, allegata al rapporto, un’appendice i cui contenuti sono secretati «per proteggere l’integrità delle fonti» e di cui si può solo ipotizzare l’effetto esplosivo. Un terremoto. Ciò che non erano riusciti a fare i colloqui di pace e i vari tentativi delle diplomazie di mezzo mondo, lo ha ottenuto un rapporto dell’Onu. O, meglio, le sue conseguenze: Paesi Bassi e Svezia avevano subito sospeso le sovvenzioni al Rwanda e lo stesso minacciava di fare la Gran Bretagna.
Per un piccolo paese che per metà si regge sugli aiuti inteazionali, era troppo. Questa, forse, una delle spiegazioni dell’improvviso voltafaccia di Kagame nei confronti dell’(ex) pupillo Nkunda.

Arresto o mossa politica?

Subito dopo la sua cattura, circolano diverse ricostruzioni dei fatti. Già abbandonato da parte del suo esercito che si era messo con lo «scissionista» Bosco Ntaganda, Nkunda sarebbe stato preso di sorpresa e catturato in un tentativo di fuga sul territorio ruandese.
A distanza di tempo, i dubbi si addensano proprio su questo particolare: il generale ribelle è stato catturato non in Congo, ma dopo essere entrato in Rwanda. E da quel momento, non si sa bene dove sia e in che condizioni. Pare sia «agli arresti domiciliari» a Gisenyi (cittadina ruandese proprio al confine con Goma e il Congo) con l’impossibilità di comunicare con il resto del mondo. Da Kinshasa, continuano le richieste di estradizione per poterlo processare, ma la risposta è interlocutoria e sembra sempre più chiaro che non verrà dato seguito alla domanda. Il generale ribelle, inoltre, dichiara di avere nazionalità ruandese, ottenuta grazie al suo servizio nell’esercito di Kagame.
Nkunda, è bene ricordarlo, è sotto mandato d’arresto dell’alta corte militare congolese, mentre un dossier su di lui è in fase di istituzione al Tribunale penale internazionale (Tpi). 
Tuttavia, se anche ci fosse un’improvvisa accelerazione e arrivasse un mandato dall’Aja, Nkunda sarebbe al sicuro, dato che il Rwanda è tra i paesi che non riconoscono l’autorità del Tpi. È ancora difficile dire se la cattura del generale ribelle sia stata effettiva o solo un’abile mossa politica. Si vedrà. Ma i dubbi restano e sono legittimi: come immaginare che Kagame lasci processare chi conosce così tanti segreti?

Vita da ribelle

Protagonista da oltre un quindicennio di tutto ciò che accade nell’Est del Congo, Laurent Nkunda Batware nasce il 2 febbraio 1967 nel territorio di Rutshuru (a nord-est di Goma) da una facoltosa famiglia di allevatori tutsi (a volte erroneamente definiti banyamulenge: questi sono sì tutsi congolesi, ma solo quelli che vivono da generazioni nel Sud Kivu, sulle colline di Mulenge, da cui traggono il nome).
Giovane studioso, ottiene buoni risultati a scuola, ma si distingue anche per il carattere ribelle: non ha ancora 17 anni quando, al comando di un folto gruppo di collegiali, prende d’assalto un posto di polizia in cui è detenuto un loro professore.
Cresce sentendosi un cittadino di serie B, discriminato perché tutsi: questa sensazione si acutizza quando prosegue gli studi universitari a Kisangani, nella Provincia Orientale, dove la sua fisionomia (alto e magro) lo rende facile bersaglio di uno scherno che lui mal sopporta. Lascia l’università e riprende gli studi a Kigali, in Rwanda, dove di certo si sente più a suo agio.
Qui si iscrive all’università avventista di Mutende, ed essendo un fervente credente, si prepara a diventare pastore; ma i suoi insegnanti si oppongono a causa del suo carattere incontrollabile. Un altro smacco per lui. Quando il 1 ottobre 1990 Laurent Nkunda apprende del massacro di studenti e professori tutsi all’università di Mutende, lo shock lo convince a darsi alla causa della difesa dei tutsi.
Entra nel Fronte patriottico ruandese (Fpr) di Paul Kagame, poi nell’Armée Patriotique Rwandese (Apr), il braccio armato dell’Fpr. Viene mandato in Uganda per la formazione militare. Coinvolto in «operazioni speciali» si sposta spesso tra Uganda, Kivu e Rwanda. Nel 1994, durante la «liberazione» di Kigali, è sergente dell’Apr e membro del servizio informativo.
Ed è proprio dal genocidio ruandese che ha origine anche il dramma del Congo: una marea umana in fuga si riversa oltre confine, accampandosi a Goma. Tra loro, anche ex militari e i miliziani interahamwe, responsabili del genocidio e tutt’ora ricercati dal governo di Kigali. Nel giugno 1995, vengono uccisi 51 membri della famiglia di Nkunda.

La (prima) guerra del Congo

L’anno successivo Nkunda, nominato comandante, partecipa alla marcia su Kinshasa che provocherà la caduta del governo di Mobutu e la salita al potere di Laurent-Désiré Kabila. Nkunda non arriva fino a Kinshasa: la sua marcia si ferma a Kisangani, dove viene paradossalmente destinato ad occuparsi della sicurezza di un giovane ancora sconosciuto: Joseph Kabila.
Dopo la «liberazione» del Congo, tutti i combattenti confluiscono nel nuovo esercito nazionale, senza distinzione d’origine. Al loro comando, il generale James Kabarebe (ruandese), l’uomo a fianco del quale dodici anni più tardi, il 16 gennaio 2009, il «nuovo capo» dissidente del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) Bosco Ntaganda annuncerà la fine della guerra con il governo di Kinshasa.
Ma torniamo al 1998: la luna di miele tra Kabila padre e Kagame è già finita. Scoppia la seconda guerra del Congo e comincia la caccia ai tutsi, che non risparmia neanche i militari. Nkunda si mette di sua iniziativa a capo di una brigata per liberare i compagni rimasti intrappolati a Kisangani.
Il 16 gennaio 2001, Laurent-Désiré Kabila viene ucciso e al suo posto diviene presidente Joseph Kabila. Nel frattempo, Nkunda diventa colonnello e viene messo a capo della 7a brigata delle Forze armate congolesi (Fac), parte dell’esercito congolese, ma in realtà alle dipendenze di Kigali. Nel 2002 reprime nel sangue un ammutinamento a Kisangani: è questo il primo episodio che gli attira accuse di crimini di guerra da parte delle Ong.
A fine 2002, gli accordi di Pretoria pongono ufficialmente fine alla guerra. Ma lui li snobba e rifiuta di prestare giuramento al nuovo governo. A metà 2003 crea l’associazione Synergie nationale, che ha anche un ramo armato, chiamato Anti-genocide team (squadra anti genocidio). L’anno successivo marcia su Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, per aiutare il generale tutsi Mutebusi in rivolta contro Kabila. Bukavu è occupata e razziata per quattro giorni.

Tutti a caccia di Nkunda

Kinshasa destituisce Nkunda e lancia contro di lui un mandato d’arresto internazionale, mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu lo inserisce nella lista nera di chi è interdetto ai viaggi. Nel dicembre 2004 il governo congolese manda contro di lui la prima offensiva, denominata «operazione Bima», che si risolve in un cocente fallimento. Il 25 agosto 2005 Nkunda crea il Cndp, movimento strutturato, disciplinato, ardentemente seguace del leader, secondo la dottrina avventista che Nkunda stesso chiama justicisme chrétien, neologismo per indicare una sorta di giustizialismo cristiano. Nei territori a nord di Goma che il Cndp controlla, il movimento si autofinanzia con tasse imposte alla popolazione e tramite il controllo del posto di frontiera di Bunagana, esigendo imposte sulle merci in transito e di conseguenza controllando tutto il traffico (per lo più illecito) di minerali e risorse naturali.
Altre fonti di reddito sono l’appoggio finanziario inviato da chi sostiene la sua causa anche dall’estero, dai simpatizzanti in Europa, negli Usa e in Sudafrica. Tutto è documentato nel rapporto del gruppo di esperti Onu. Il resto è cronaca recente.

Futuro incerto

Tolto di mezzo Nkunda, le truppe ruandesi restano in Congo per proseguire il lavoro congiunto con le Fardc (l’esercito regolare della Rdc) per la cattura delle Fdlr, i combattenti hutu ruandesi rifugiati in Congo dopo il genocidio.
Il presidente Kabila continua a ripetere che l’operazione avrà termine presto e che i soldati di Kigali rientreranno a casa loro. Ma la popolazione non si fida. Il timore espresso da più parti è che la cattura delle Fdlr sia una scusa e che – essendo quasi impossibile catturarli tutti, specie quelli nascosti nella foresta – la missione finisca col venire prolungata ad libitum e risultare copertura della reale occupazione del Nord Kivu da parte del governo ruandese, affamato di terre e risorse. Scusa utilizzata dal governo di Kigali ormai da oltre 10 anni.
Ci si domanda, ad esempio, perché l’operazione militare sia concentrata nel Nord Kivu, quando il nucleo forte delle Fdlr si trova nel Sud Kivu. Alcuni con ottimismo (o con rassegnazione) dicono che forse questa è l’unica via per una reale pacificazione, o una normalizzazione della zona, che consenta alla popolazione almeno di vivere senza il terrore di guerre, stupri e saccheggi. Altri, meno ottimisti, temono che non sia altro che l’avvio di un’ennesima, cruenta fase della guerra infinita dei Grandi Laghi. 

Di Giusy Baioni

Giusy Baioni