Da evangelizzati a evangelizzatori

Grazie all’opera di san Patrizio, santa Brigida, san Columba e molti altri, la chiesa irlandese è nata con tratti originali. Moltissimi monaci irlandesi hanno evangelizzato il continente, contribuendo fortemente alla costruzione dell’Europa.

I romani la chiamavano Hibeia, ma se ne disinteressarono. Priva di città, di metalli preziosi, con un clima ritenuto inospitale, non fu sfiorata dalla colonizzazione romana né da invasioni barbariche; così l’Irlanda rimase isolata dal continente europeo e poté conservare le sue tradizioni celtiche, la sua struttura agricola e pastorale.
E quando nel secolo v iniziò l’evangelizzazione dell’isola, l’Irlanda, più che accogliere il cristianesimo, ne fu assorbita e trasformata in qualcosa di totalmente nuovo. Alleggerita del bagaglio sociopolitico del mondo greco-romano, la chiesa irlandese nacque e si sviluppò con tratti originali, ma fieramente cattolica; si strutturò secondo una propria peculiarità, attingendo le tradizioni giuridiche dalla cultura celtica e sviluppando una straordinaria capacità di irradiazione spirituale e missionaria.

MONACI, ABATI E BADESSE

L’Irlanda diventò totalmente cristiana per opera del monaco bretone Patrizio (vedi riquadro). Per 30 anni, con zelo infaticabile, egli fondò vari monasteri, divenuti punti di riferimento della vita religiosa e culturale del paese. Nella sua attività apostolica ebbe una geniale intuizione: associare i bardi (poeti e maestri di scuola) all’annuncio del vangelo.
La missione di Patrizio aveva avviato una chiesa modellata sull’organizzazione diocesana, secondo la struttura amministrativa romana, incentrata sui vescovi, per lo più insediati nelle antiche città romane. Ben presto però, mancando l’Irlanda di una vita urbana, la struttura ecclesiale fu adattata al sistema socio-politico della società celtica, che era tenuta insieme da legami tribali e familiari.
Già prima della fine del vi secolo l’organizzazione della chiesa fu incentrata sui monasteri. La parrocchia o diocesi monastica corrispondeva al distretto di un clan, il cui capo era fondatore, patrono e proprietario del monastero, tanto che l’abate era scelto dal capo tribale. Il monastero, a sua volta, fungeva da chiesa e scuola, punto di convergenza spirituale e sociale del clan o del gruppo familiare.
Capo spirituale del monastero e del territorio annesso era l’abate, che non necessariamente era consacrato vescovo o sacerdote. La gerarchia ecclesiastica tradizionale, quella istituita al tempo di Patrizio, continuava a esistere, ma i vescovi operavano normalmente all’interno della parrocchia monastica e sotto l’autorità dell’abate.
Alcuni monaci, infatti venivano ordinati per svolgere le funzioni sacerdotali: amministrazione dei sacramenti, ordinazioni sacerdotali, consacrazione di chiese e altari. Vescovi e preti venivano pure inviati in missioni itineranti per convertire altri clan e altri popoli. Si svilupparono così alcune grandi abazie, che abbracciavano pure i territori delle nuove fondazioni, anche al di là del mare, in Scozia e Britannia.
Il secolo vi fu il periodo d’oro delle fondazioni monastiche. La tradizione attribuisce tale sviluppo all’azione di Finniano, un altro monaco della Britannia occidentale, che fondò nel Meath il monastero di Clonard, passato nella tradizione come una «scuola di santi».
Una caratteristica prettamente irlandese era il ruolo della donna nella società celtica, trasferita automaticamente nell’organizzazione ecclesiale e monastica. Oltre ai monasteri rigidamente maschili, infatti, sorsero spesso i cosiddetti «monasteri doppi», che ospitavano comunità di uomini e donne, separate ma vicine, in alcuni casi con una chiesa comune per gli uffici liturgici.
In molti casi le badesse dei «monasteri doppi» esercitavano la loro autorità su uomini e donne. Le regole concedevano loro anche il potere di ascoltare le confessioni e dare l’assoluzione. Si trattava, in genere, di fondazioni aristocratiche, per cui tali badesse erano di nobili origini, colte ed energiche. Ma la regola raccomandava che «una badessa doveva essere nobile in saggezza e santità, più che nobile di nascita».
Il primo dei monasteri doppi sarebbe stato fondato da santa Brigida a Kildare (vedi riquadro). Nobildonna di una delle più antiche famiglie irlandesi, «madre delle monache d’Irlanda», la vita di santa Brigida era radicata nei miti e nei riti della sua terra; per cui anche i racconti della sua vita sono inseparabili dalle mitologie e saghe celtiche. Per quanto leggendari, tali racconti rivelano l’importanza del ruolo femminile nel movimento monastico irlandese, caratterizzato da una tumultuosa varietà di vita religiosa, ben diversa dal più ordinato monachesimo benedettino.

«MARTIRIO VERDE»

Evangelizzazione e crescita della chiesa in Irlanda avvennero in modo pacifico, senza persecuzioni e senza martiri, almeno per un millennio, fino al tempo di Elisabetta i d’Inghilterra. In assenza del «martirio rosso», cioè con spargimento del sangue, gli irlandesi escogitarono altre forme di martirio: una di esse era il «martirio verde».
I martiri verdi, rinunciavano alle comodità e ai piaceri comuni alla società umana e si ritiravano in luoghi solitari (boschi, montagne, o isole deserte), fuori delle giurisdizioni tribali, per studiare le scritture e vivere in comunione con Dio.
Vita monastica ed eremitica era interpretata dagli irlandesi secondo la propria identità psicologica e religiosa, con pratiche ascetiche dure e intransigenti, da rasentare l’eccentricità (stando alle leggende tramandate), come cantare i salmi distesi sul ghiaccio, oppure pregare con le braccia distese a forma di croce così a lungo, che gli uccelli avevano il tempo di fare il nido sulla testa dell’orante.
È certo, tuttavia, che i monasteri, centri di spiritualità e di cultura, pullulavano di monaci, molti dei quali entrarono nel calendario liturgico, meritando all’Irlanda il titolo di «isola dei santi».

«MARTIRIO BIANCO»

Tra questi santi ci sono anche tanti missionari. Popolo socievole e nomade per indole, agli irlandesi non bastava il «martirio verde» e inventarono il «martirio bianco», una geniale combinazione di ascetismo ed evangelizzazione, attività quest’ultima che da sempre ha caratterizzato la chiesa irlandese.
Moltissimi monaci abbandonavano il monastero di origine, senza farvi più ritorno, e andavano peregrinando di luogo in luogo ad annunciare la parola di Dio. Grazie a tale forma di ascesi, chiamata pure «peregrinazione per Cristo» o «peregrinazione per amore di Dio», essi si sparsero a migliaia prima in Gran Bretagna, poi in tutto il continente: da evangelizzati gli irlandesi diventarono evangelizzatori.
Cominciarono con il portare il vangelo alle altre popolazioni celtiche stanziate nelle coste occidentali della Gran Bretagna; spingendosi fino all’estremità della Scozia, dove san Columba (521-597), fondò il monastero di Iona (vedi riquadro), ben presto diventato centro di irradiazione culturale, religiosa e missionaria, per le isole circostanti, fino alle Orcadi, Shetland e Islanda.
Nello stesso periodo, un numero incalcolabile di missionari-pellegrini varcarono l’oceano e invasero il continente, dalla Francia alla Polonia, dalla Svizzera all’Italia. Anche le loro gesta sono tramandate con toni epici e fantasiosi; ne è un esempio san Brentano (484-578), il quale, avventuratosi con 17 monaci in una spedizione oceanica, su una barca di vimini rivestita di pelli, celebrò la pasqua in groppa a una balena gigantesca, scambiata per un’isola.
Tali leggende, tuttavia, non fanno altro che esaltare la realtà storica, testimoniata da città e regioni che fanno risalire le loro origini ai missionari celtici e bretoni, o ne portano addirittura il nome. Per limitarci all’Italia, quasi ogni regione ne vanta uno, e spesso tanto popolare da apparire come tipico del luogo: sant’Orso d’Aosta, san Frediano di Lucca, san Cataldo di Taranto, san Donato di Fiesole, sant’Emiliano di Faenza, san Felice di Piacenza… Il più noto dei missionari itineranti è san Colombano (543c.-615), anche lui conteso tra Bobbio, Luxeuil, Bregenz.
Nel 590, con 12 compagni, Colombano lasciò il suo monastero di Bangor e passò in Gallia; dopo molto peregrinare fondò in Borgogna i monasteri di Annegray, Fontaine e Luxeuil, che diventò la Montecassino francese.
Cacciato dalla Borgogna, peregrinò lungo la valle del Reno, evangelizzando i pagani in Alsazia e Svizzera, dove fondò un monastero a Bregenz, a ovest del lago di Costanza, mentre il suo compagno san Gallo ne fondò un altro che porta ancora il suo nome. Raggiunta l’Italia, Colombano terminò la sua corsa a Bobbio (Piacenza), dove morì nel 615, mentre stava costruendo il suo ultimo monastero.

RADICI DELL’EUROPA

L’evangelizzazione di Colombano, e dei missionari irlandesi in generale, non era programmata né guidata dall’alto e, per molti aspetti, era fortemente innovativa. Il cristianesimo da loro vissuto e predicato conservava tutte le caratteristiche desunte dalle tradizioni celtiche. Regime di vita monastica, consuetudini rituali e liturgiche, data della celebrazione della pasqua, metodi ascetici e spirituali, prassi pastorali, come la confessione privata… costituivano elementi di novità, che spesso entrarono in contrasto con le tradizioni di origine romana già affermate nella cristianità del continente.
Scontri e tensioni con i vescovi erano inevitabili, sia per le bizzarrie di qualche «pellegrino», sia perché i missionari irlandesi rimproveravano preti e prelati di lassismo, re, principi e papi di rompere l’unità della chiesa.
Colombano difese con passione e solide argomentazioni la legittimità delle tradizioni della cristianità irlandese, rimanendo scrupolosamente unito e fedele alla chiesa di Roma. Ma nei secoli seguenti, con l’espansione del monachesimo benedettino, molte di tali tradizioni furono assorbite, ordinate o cancellate. Sopravvissero, invece, alcuni gusti nel campo della musica, arte, architettura, scrittura, trascrizione di codici e nella liturgia, come la confessione privata, adottata dalla chiesa universale.
Della missione Colombano e dei suoi discepoli rimase indelebile, soprattutto, un ideale: la fusione di culture e popoli diversi in una sola famiglia, sotto la guida del vescovo di Roma. In tale modo nessun popolo avrebbe potuto né dovuto minacciare l’altro, «perché, scriveva Colombano in una sua lettera – noi tutti siamo membra unite di un solo corpo, sia franchi, bretoni, irlandesi o qualsiasi possa essere la nostra razza».
Nasceva così l’Europa cristiana.

Benedetto Bellesi

Benedetto Bellesi




William Butler Yeats

William Butler Yeats nasce il 13 giugno 1865 a Sandymount da John Butler, un pastore protestante, e dalla cattolica Susan Pollexfen, figlia di una ricca famiglia di Sligo.
Nel 1882 comincia a comporre le prime poesie. E due anni dopo inizia a frequentare la Metropolitan School of Art di Dublino, dove incontra George Russell, che lo appassiona all’esoterismo, una materia che accompagnerà il poeta per tutto il resto della sua vita. Dopo un periodo trascorso a Londra, torna a Dublino, dove nel 1892 fonda l’Irish Literary Society.
La vita sentimentale di Yeats ha una svolta il 30 gennaio 1889, quando conosce Maud Gonne, figlia di un ufficiale irlandese e lei stessa votata alla causa indipendentista. Se ne innamora, non ricambiato, e anche il poeta si vota alla causa nazionalista, più per amore per Maud che per convinzione ideologica. Le sue speranze di sposare Maud vengono spente nel 1903, quando l’amata sposa John MacBride. Anche dopo il 1916, anno in cui MacBride viene fucilato, per essere stato uno dei capi della «Rivolta di Pasqua», Maud Gonne rifiuta di concedersi a Yeats.
Nel 1896, l’incontro con la signora Augusta Gregory permette a Yeats di dedicarsi alla letteratura e, nel 1904, di fondare l’Abbey Theatre di Dublino, che diverrà uno dei più importanti teatri d’Europa fino al 17 luglio 1951, quando un incendio mise fine alle rappresentazioni.
Nel 1909 il poeta irlandese incontra Ezra Pound, che 4 anni più tardi diverrà suo segretario. Nel 1917 sposa Gorge Hyde-Lees, da cui avrà una figlia, Anne, e un figlio, William Michael.

Nel 1922, dopo la costituzione del Libero Stato d’Irlanda, Yeats viene invitato a far parte del Senato. L’anno dopo, 1923, gli viene conferito il Premio Nobel della Letteratura. Durante la premiazione, Yeats afferma: «Il mio lavoro è stato sostenuto dall’entusiasmo e dalla gioia di una tradizione ritrovata; e dicendo queste parole sento quanto profondamente dovremmo scavare, per scoprire al di sotto di tutto ciò che è individuabile, moderno e instabile, le fondamenta di una Irlanda la cui esistenza non si potrà realizzare, se non in un’Europa che per il momento resta ancora un sogno».
Ma l’Irlanda di Yeats non è l’Irlanda che vogliono i politici e i rivoluzionari: l’Irlanda di Yeats, quella mitologica, quella del passato, contrastava con l’idea di un paese secolare e proiettato verso il futuro.
Il suo disprezzo verso questi politici è evidente nei suoi versi:
«Poeti irlandesi, apprendete il mestiere,
cantate ogni cosa ben fatta,
disprezzate la razza che ora cresce,
tutta difforme dalla testa ai piedi,
i loro cuori, le loro teste senza memoria…
così che nei giorni a venire si possa
essere ancora gli indomabili irlandesi».
Deluso dalla politica del suo paese, nel 1928 si rifiuta di candidarsi di nuovo per il Senato. Soggioando a Rapallo viene a contatto con l’idea fascista, che per un certo periodo lo affascina pur senza farsene promotore.
Continua, invece a dedicarsi agli studi esoterici e teosofici fino alla sua morte, avvenuta il 28 gennaio 1939 in Francia. Le sue spoglie vennero trasferite a Drumcliff solo nel 1948.

Benedetto Bellesi




Scheda Storica

IV millennio a.C.: popolazioni stanziali agricoltori e pastori. Costruiscono Newgrange (2.500 a.C.).
L’isola inizia a essere divisa in circa 100 regni federati, governati dal re supremo residente a Tara.
432 d.C.: arriva san Patrizio.
455: san Patrizio fonda la chiesa di Armagh.
563: san Colombano è il primo missionario irlandese.
795: iniziano le incursioni dei vichinghi.
967: inizia la campagna militare contro i vichinghi.
999: il re supremo di Muster, Brian Boru, sconfigge il re vichingo di Dublino, Sitric Silkenbeard.
1100: viene fondato il monastero di Glendalough.
1169: Richard de Clare, detto Strongbow, capo delle truppe anglo-normanne, invade l’Irlanda su richiesta del re di Leinster, Dermot McMurrough. Enrico ii d’Inghilterra si dichiara «Signore d’Irlanda».
1172: Enrico ii d’Inghilterra lascia l’Irlanda, dopo che il papa lo ha confermato sovrano d’Irlanda.
1224: i domenicani arrivano in Irlanda.
1366: Statuto di Kilkenny, che vieta il matrimonio tra irlandesi e anglo-normanni.
1532: Enrico viii si distacca dalla chiesa cattolica: l’Irlanda è teatro di scontri tra cattolici e protestanti.
1539: Enrico viii abolisce i monasteri.
1541: Enrico viii è proclamato re d’Irlanda dal Parlamento irlandese.
1557: Maria i riorganizza l’intero territorio d’Irlanda con il sistema delle plantations, espropriando la terra agli irlandesi e assegnandola agli anglo-normanni.
1592: viene fondato il Trinity College.
1649-1652: Cromwell si vendica degli assalti irlandesi contro i protestanti in modo spietato.
1688: Giacomo ii viene deposto dal trono d’Inghilterra e si rifugia in Irlanda per organizzare la resistenza.
1690: Giacomo ii è battuto da Guglielmo d’Orange nella battaglia di Boyne e l’Inghilterra conquista l’intera Irlanda.
1731: nasce il Belfast Newsletter, il più antico quotidiano al mondo.
1800: Act of Union: l’Irlanda viene ufficialmente unita alla Gran Bretagna.
1828: Daniel O’Connell riesce a far approvare il Catholic Emancipation Act, che concede il diritto di voto a un numero limitato di cattolici.
1845-48: «Grande Carestia»: più di 2 milioni di persone muoiono. Altri 2 milioni emigrano.
Nascono le prime organizzazioni per i diritti degli affittuari, poi diventate organizzazioni indipendentiste.
1905: nasce il Sinn Fein (noi soli).
1913: nasce l’Ulster Volunteer Force contro la Home Rule.
1916: nasce l’Esercito repubblicano irlandese (Irish Republican Army, Ira). L’insurrezione di Pasqua, che doveva estendersi in tutta l’Irlanda, si limita alla sola Dublino, dove 2.500 persone occupano per 5 giorni il Gpo (Ufficio postale generale).
I 14 capi dell’insurrezione vengono tutti fucilati.
1920: Govement of Ireland Act: l’isola è divisa in due parti. Il sud è chiamato Stato Libero d’Irlanda.
1921: guerra anglo-irlandese nell’Irlanda meridionale.
1926: Eamon De Valera lascia il Sinn Fein e fonda il Fianna Fáil (soldati del destino).
1932: il Fianna Fáil vince le elezioni e De Valera diviene Taioseach (primo ministro).
1936: l’Ira è messa al bando nello Stato Libero d’Irlanda.
1937: lo Stato Libero d’Irlanda è indipendente. Le Sei contee del nord rimangono alla Gran Bretagna.
1949: l’Eire prende il nome di Repubblica d’Irlanda ed esce dal Commonwealth.
1959: Eamon De Valera è eletto presidente.
1972: Bloody Sunday a Derry: 13 dimostranti uccisi.
1973: l’Eire aderisce alla Comunità europea.
1976: Mairead Corrigan e Betty Williams, dell’Ulster Peace Movement vengono insignite del premio Nobel per la Pace.
1991: Mary Robinson è eletta presidente della Repubblica d’Irlanda.
1992: il 62% degli elettori irlandesi si dice favorevole a dare alle donne la possibilità di abortire all’estero.
1997: Mary McAleese diviene presidente della Repubblica, succedendo a Mary Robinson.
1998: processo di pace in Nord Irlanda con gli Accordi del Good Friday.
2001: Mary McAleese viene confermata presidente dell’Eire senza elezioni per mancanza di candidati in alternativa al suo nome.
2005: l’Ira annuncia l’inizio del processo di disarmo.

Benedetto Bellesi




Verso il futuro senza memoria?

Bere una pinta di Guinness in Irlanda, più che un rito è una vera e propria arte: dopo la prima spillatura, la birra viene lasciata decantare diversi minuti, in modo da permettere a tutte le minuscole bollicine di risalire faticosamente in superficie. Poi, ecco l’oste rabboccare di nuovo il bicchiere, sino a che il liquido maltoso e scuro è sovrastato da un centimetro di densa schiuma bianca tendente al beige. Solo a questo punto la Guinness è pronta per essere gustata in tutta la pastosità che la contraddistingue.
Capire l’Irlanda è un po’ come bere la Guinness. Occorre tempo, pazienza; bisogna abbandonare la frenesia del «veder tutto», lasciandosi trasportare dalle piccole cose, dai particolari, in modo da permettere ai nostri sensi di abituarsi al retrogusto amarognolo che l’Irlanda, quella vera, può infliggere al primo impatto.

l’Irlanda che non c’è più

Sì, l’Irlanda può lasciare l’amaro in bocca alla maggior parte dei turisti che giungono qui con l’impeto e la sana cecità fanciullesca di chi vuole a tutti i costi scoprire il paese delle favole abitato da Leprecaro. Turisti in cerca di una cultura celtica che, nella realtà, viene celata nell’anima modea irlandese. Anche uno scrittore alternativo come Joseph O’Connor, fratello della famosa cantante Sinead, dice che «la tragedia centrale dell’Irlanda è – e lo è sempre stata – il conflitto fra la vita privata e la fantasia pubblica».
E di fantasia pubblica si è assorbita Agnese, la ragazza che mi è accanto sull’aereo della Aer Lingus, che da Dublino mi riporta a Bergamo: «Pensavo di trovare un paese tradizionale, più legato al proprio passato, ma mi sono trovata immersa in una nazione proiettata verso il futuro».
Le fa eco Riccardo, ricercatore all’Università di Venezia, che sta scrivendo un libro sulle origini delle culture nordeuropee: «I giovani irlandesi non sanno nulla della cultura celtica e della mitologia; e il fatto è che non ne sono neppure interessati».
Ciò di cui si sono accorti Riccardo e Agnese, 70 anni fa lo aveva scritto un grande poeta come William Butler Yeats, il più irlandese dei poeti (vedi riquadro a p. 34) e, forse proprio per questo, il meno capito e letto tra gli irlandesi:
«L’Irlanda romantica è morta
e scomparsa. È con O’Leary nella sua tomba».
E se lo ha scritto Yeats, perché non crederci? Perché ostinarsi a cercare ciò che il tempo e la rivoluzione repubblicana d’indipendenza hanno sempre combattuto e cercato di estirpare?
«Udii i vecchi, molto vecchi, dire:
Tutto ciò che è bello trascorre come le acque» scrive ancora Yeats.
Ed è proprio sulle orme di questo sommo poeta, Premio Nobel della Letteratura nel 1923, che vado alla scoperta dell’isola, o meglio, di quella parte dell’isola che il 6 dicembre 1921 si emancipò dall’occupazione britannica dando vita alla Repubblica Irlandese.
«Tutto ciò che è bello trascorre»; ricordiamoci dunque queste parole quando andiamo in Eire, perché anche l’Irlanda mitologica, quella rincorsa dai turisti in cerca dei «valori autentici e ancestrali» non abita più qui. Cercatela da un’altra parte!

Tra mitologia e religione

Ciò che si troverà in Irlanda sono i paesaggi bucolici alla Tuer; i cieli immensi, variopinti e un po’ malinconici, che contrastano magnificamente con il verde dei prati; le scogliere contro cui si frangono le onde dell’Atlantico; il vento persistente, che spruzza contro il viso minuscole goccioline di pioggia; i pubs in cui si riuniscono vecchi e giovani per parlare di calcio, hurling, donne e lavoro e politica.
E non è un caso che molti dei personaggi che più si sono interessati all’Irlanda, siano stranieri. Straniero era san Patrizio, il patrono del paese a cui è dedicata la festa nazionale del 17 marzo; straniero era anche Tolkien, il più grande studioso di culture e lingue celtiche, autore de Il Signore degli anelli. Il suo capolavoro è forse l’epopea più completa della mitologia celtica e la sua lettura è senz’altro il miglior modo per entrare in contatto con l’Irlanda.
E chi legge Il Signore degli anelli non può fare a meno di accorgersi che tutto il libro rimanda all’Antico Testamento: la lotta tra la Luce e le Tenebre; il Male (Gollum) che diventa mezzo per far trionfare il Bene. La forte solidarietà che regna tra la Compagnia (partita da Gran Burrone il 25 dicembre) permette a Frodo di completare la sua missione (la quale viene portata a termine il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione di Maria). L’anello, simbolo del Male e del Potere, viene distrutto nel giorno in cui l’Arcangelo Gabriele annuncia a Maria il suo concepimento. Il Male viene distrutto nel momento stesso in cui la salvezza viene tra l’uomo.
Ecco, l’Irlanda è anche questo, una terra in cui mitologia e religione si confondono. Ma per capie la mitologia, occorre passare attraverso la religione. E l’Irlanda è la terra, assieme alla Spagna e all’Italia, dove il cattolicesimo è più incisivo nella vita quotidiana e pubblica.
Il conflitto in atto nelle Sei Contee (nome con cui i repubblicani definiscono l’Ulster, l’Irlanda del Nord), pur non essendo esclusivamente di natura religiosa, ha profonde radici attinenti alla religione: repubblicani cattolici contro monarchici protestanti.
Gli innumerevoli monasteri e le famose torri circolari, che si innalzano dalle verdi praterie come dita a indicare il cielo, sono state le casseforti in cui si sono conservati preziosi manoscritti e documenti storici, oltre che sicuri rifugi popolari contro le incursioni estee.
Pensiamo, ad esempio, a cosa avrebbe perso il mondo se i monaci di Iona non avessero scritto e salvato nell’806 il Libro di Kells, contenente i quattro vangeli in latino e considerato il codice miniato fra i più belli al mondo.
Nell’Irlanda di oggi si ravvisa ancora tutto questo misticismo. È vivo, lampante, chiaro. Non bisogna neppure cercarlo, perché è sempre dinnanzi al visitatore.
E non sorprende, dunque, che nel paese l’aborto sia illegale, che in corrispondenza dei cimiteri ci si faccia il segno della croce o che in alcune stazioni radio si osservi un minuto di silenzio per la preghiera serale e che da un saldo demografico negativo negli anni 1950-70, oggi la nazione è tra le più prolifiche d’Europa, con un tasso d’incremento annuo dell’1,16%.

E’ cambiato l’irlandese

Ma in che cosa sta cambiando l’Irlanda?
«Vai nei pubs per accorgerti di come stia cambiando l’irlandese – afferma Brid O’Nelly, giovane attivista del Fine Gael, la seconda organizzazione politica del paese dopo il Fianna Fáil -. Fino a qualche decennio fa parlare gaelico era indice di sano nazionalismo, di solidarietà con i nostri fratelli delle Sei Contee. Oggi in alcune regioni attorno a Dublino e alle grandi città ci si vergogna a parlare la lingua dei nostri avi. Ci si sente provinciali, esclusi dal mondo globale».
Girovagando per l’Irlanda, mi accorgo di quanto sia vera l’affermazione di Brid: nelle scuole stanno sorgendo un po’ ovunque comitati di genitori che chiedono la riduzione delle ore di insegnamento del gaelico per far posto a una seconda lingua europea, mentre i corsi di gaelico organizzati dai circoli culturali o dai movimenti nati per non far morire questa lingua, sono frequentati soprattutto da stranieri.
E se nelle città il gaelico non lo parla più nessuno, anche nelle campagne sta scomparendo. I Gaeltacht, le zone dell’Irlanda dove la lingua celtica continua a essere parlata, si restringono sempre più, divenendo isole nell’isola. Solo l’11% dei 4 milioni di irlandesi conosce la lingua dei propri avi; ma solo il 3%, la quasi totalità dei quali al di sopra dei 50 anni e concentrati nel Donegal, lo parla quotidianamente. E se gli irlandesi si commuovono a cantare Amhràn na bhFiann, «La canzone del soldato», l’inno nazionale che ricorda i moti rivoluzionari degli anni Venti, quando la nazionale Irlandese batté l’Italia ai mondiali di calcio del 1994 negli Stati Uniti, ci si accorse che molti giovani non conoscevano le parole dell’inno in gaelico.
«Cosa mi serve imparare una lingua che nessuno parla neppure nel mio paese?» chiede perplesso Fergus, nome gaelico, ma lingua inglese.

Irlanda in europa

L’entrata dell’Irlanda in Europa, oltre che a innestare l’isola nel mondo culturale del continente, ha permesso al governo di ricevere stanziamenti miliardari per il rilancio dell’esausta economia.
Dublino è riuscito a comprendere l’importanza dell’industria turistica, destinando una quota considerevole del suo budget al potenziamento degli uffici turistici all’estero, che oggi sono tra i più efficienti al mondo. E grazie a un’interessante e intelligente politica di recupero architettonico, accompagnata da un’opera di grande pubblicità, gli irlandesi sono anche riusciti a rendere monumenti e paesaggi, che in altri luoghi apparirebbero di poco interesse, mete turistiche d’eccellenza.
Penso ad esempio a Galway, cittadina della costa atlantica, presa d’assalto e devastata da orde di turisti, o Powerscourt, una villa ottocentesca con parco annesso, che in Italia non meriterebbe menzione particolare tra le guide turistiche… «Gli irlandesi dovrebbero insegnare a noi italiani a come valorizzare il nostro patrimonio» sentenzia una coppia di italiani di fronte alla Kylemore Abbey.
Ma l’entrata in Europa dell’Eire, ha portato anche allo sviluppo dell’economia produttiva: «Sono riuscita a portare l’Irlanda da paese trainato a paese trainante dell’Europa» dice orgogliosa la presidente Mary McAleese, alla guida della nazione dal 1997, quando sconfisse con il 44,8% dei voti la rivale Mary Canotti.
I numeri che oggi sfoa l’economia irlandese si avvicinano più a valori asiatici che europei: tra il 1995 e il 2004 è aumentata del 7%, mentre la produzione industriale nel solo 2005 è cresciuta del 3%.

Solidarietà smarrita

Tutto questo, però è costato enormi sacrifici agli irlandesi: l’agricoltura, voce trainante del sistema fino a qualche lustro fa, ha subito un vero e proprio tracollo, contribuendo, oggi, solo per un mero 5% del Pil e occupando l’8% della forza lavoro. L’industria, per contro, partecipa per il 46% al Pil, occupando il 29% della forza lavoro.
Lo spostamento degli investimenti dalle zone rurali a quelle industriali ha causato il dislocamento di migliaia di persone, le quali non tutte hanno trovato sistemazioni adeguate. A Dublino e a Limerick si stanno ingrossando i sobborghi popolari, in cui si concentra la maggioranza del 4,2% della popolazione disoccupata e il 10% di chi vive al di sotto del limite della povertà.
Già, perché l’Irlanda, quella vera, quella non toccata dal turismo, quella che i «cercatori» di druidi e folletti non vedono, è anche questa: povertà, emarginazione, sfruttamento. «La globalizzazione e la Comunità europea hanno impoverito i lavoratori. Si chiudono scuole, asili, centri comunitari lasciando alle singole famiglie il compito di provvedere a trovare soluzioni che dovrebbero essere compito delle amministrazioni pubbliche» dice Sean Garland, segretario generale del Workers’ Party (partito dei lavoratori).
Così ci si affida sempre meno allo stato e sempre più alle organizzazioni religiose, alle cornoperative o all’autogestione. Nei Ballymun Flats, un quartiere popolare alla periferia di Dublino, la povertà e la criminalità è tra le più alte dell’intera isola. Padre McCarthy vi lavora da anni con una comunità di recupero per drogati: «L’uso di stupefacenti non ha ancora raggiunto i livelli che si riscontrano in Gran Bretagna e nelle città-ghetto britanniche, ma questo potrebbe ben presto cambiare. Lo stato sta gettando la spugna, preferendo occuparsi dei cittadini “modello” che non danno problemi. I diseredati, gli emarginati, i disoccupati, i poveri possono essere sacrificati. Tocca a noi occuparci di loro».
L’Irlanda sta davvero cambiando: l’Europa economica di Maastricht ha prevalso sulla solidarietà, che ha salvato milioni di vite durante le innumerevoli carestie del passato. E allora come non dare ragione a Joseph O’Connor, quando afferma «il fatto che, a parte Yeats, tutti i più importanti scrittori irlandesi degli ultimi 150 anni siano stati socialisti rivoluzionari, è stato dimenticato da coloro che insegnano storia nelle scuole».

La storia irlandese sta cambiando. L’Irlanda sta cambiando.
E in questa Irlanda che sta cambiando, ma di cui nessun turista sembra o voglia accorgersene, leggo l’epitaffio che Yeats stesso scrisse per la sua tomba a Drumcliff:
«Sotto la vetta spoglia
del Ben Bulben,
nel cimitero di Drumcliff
è sepolto Yeats.
Uno dei suoi antenati
ne fu parroco,
anni e anni fa;
una chiesa si erge lì vicino;
presso la strada
v’è un’antica croce.
E niente marmo,
niente frasi convenzionali;
sul calcare scavato
in quello stesso luogo
queste parole sono state incise
per sua volontà:
Getta uno sguardo freddo
sulla vita e sulla morte.
Cavaliere,
prosegui il tuo cammino!».
Leggo… e proseguo il mio cammino.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali




INTRODUZIONE

Isola di santi e di giganti, di miti e di leggende; patria di scrittori straordinari e di musica travolgente, di gente cordiale… L’Irlanda è tutto questo e altro ancora. Qui nasce la Guinness, qui vivono fate e folletti, qui la storia fa capolino a ogni angolo.
Si dice pure che gli irlandesi assomigliano agli italiani, o viceversa. È certo che gli irlandesi sono stati un popolo di migranti e, come gli italiani, sono sparsi in tutto il mondo.
Soprattutto, l’Irlanda è patria di tanti missionari, che hanno contribuito alla prima evangelizzazione del continente, dal Belgio all’Italia, dalla Francia alla Polonia, contribuendo alla costruzione dell’Europa cristiana. Ancora oggi migliaia di suoi missionari continuano l’evangelizzazione in tutti i continenti.
«La storia dell’Irlanda è stata ed è fonte d’ispirazione umana e spirituale per le popolazioni di ogni continente. Essa ha ereditato una nobile missione cristiana e umana; il suo contributo per il benessere del mondo e per la nascita di una nuova Europa può essere oggi tanto grande quanto lo è stato nei giorni più luminosi della sua storia. È questa la missione e la sfida lanciata all’Irlanda in questa generazione» (Giovanni Paolo ii).
Ora che sono entrati a far parte dell’Unione europea, gli irlandesi sembrano aver smarrito una delle loro caratteristiche storiche: la solidarietà. Ma non tutti. Oltre alla chiesa, Bono e la sua U2 continuano a schierarsi a fianco dei più poveri del mondo.

Benedetto Bellesi




Davanti alla morte

La vita che volge al termine (2): l’eutanasia

Nella nostra società il dolore e la morte sono «tabù»?

Quali sono i limiti all’autonomia dell’individuo? Esiste un’etica oggettiva?
Esiste un «diritto a morire»?

La medicina propone continuamente nuovi scenari, alcuni affascinanti, altri purtroppo inquietanti. La questione dell’eutanasia appartiene sicuramente a questi ultimi.

L’UOMO E LA MORTE
Una progressiva secolarizzazione del pensiero ha più che mai consolidato il principio di autonomia del singolo. In primis, in una società che non accetta un’etica oggettiva come riferimento e che rifiuta totalmente la spiritualità e la trascendenza, non è possibile vivere la morte e dare significato al dolore. Considerando l’uomo solo nella sua dimensione immanente, si ignora la morte, la si bandisce dalla coscienza e, quando appare all’orizzonte, carica inevitabilmente di sofferenza, la si vuole strumentalizzare al proprio volere.
Nella civiltà post-modea, in cui impera la «medicina dei desideri» che promette sicuro benessere fisico, psichico e sociale, vivo è ancora il «tabù» della morte con gli annessi e connessi; tutto ciò che crea dolore, deve essere nascosto e annullato.
Diverso invece è l’atteggiamento del credente, che vede nella morte non solo il limite e la finitudine dell’essere umano, ma anche il legame inscindibile con Dio dal quale dipende e, alla luce della Resurrezione, l’inizio della vita eterna. Atti, come l’eutanasia o il suicidio rivendicano l’assoluta autonomia dell’uomo sulla vita o sulla morte.
Alquanto complesso oggi si presenta l’esercizio della professione medica. Il progresso scientifico e tecnologico e il conseguente utilizzo di sofisticate apparecchiature con le quali si può tenere in vita un morente per tempi lunghissimi, ha rinnovato recentemente il dibattito sull’eutanasia e, ad esempio in Olanda e in Belgio, ne ha accompagnato la legalizzazione. Questa legge ha fatto seguito ad altri provvedimenti normativi degli anni ’90 adottati in Australia, in Danimarca, in Svizzera e in alcuni stati americani come l’Oregon, in coerente linea con una «cultura dell’etica del morire».
La normativa olandese («Legge sul controllo dell’interruzione della vita a richiesta e sull’aiuto al suicidio») nel quadro della cosiddetta eutanasia attiva, richiede soltanto per essere applicata il consenso libero e informato dell’individuo in grado di intendere e di volere.
È interessante notare come nei Paesi Bassi, ancora prima dell’approvazione della legge, secondo una tradizione radicata fin dagli anni ’70, il medico non veniva perseguito se procurava la morte di un soggetto affetto da un male incurabile che chiedeva esplicitamente di morire.
Il «kit eutanasico» in vendita per una manciata di euro nelle farmacie, dietro semplice prescrizione medica è l’aberrante punto di arrivo di una mentalità ben radicata nel relativismo etico e nel soggettivismo esasperato.
Si è passati dall’etica ippocratica, diretta ad alleviare le sofferenze a beneficio del paziente, all’etica individualistica dell’assoluta autonomia e libertà incondizionata. Un triste mutamento di rotta…

LA «DOLCE MORTE»
Al termine eutanasia sono stati attribuiti significati diversi nel tempo. Dal greco eutanasia (eu, bene, buono; thanatos, morte), nel secolo XVII assume in significato di morte dolce, lieve. Francis Bacon (Francesco Bacone, 1561-1626), infatti, afferma nel De dignitate et augmentis scientiarum che i medici «in conformità al loro dovere e al rispetto dell’umanità…, dovrebbero applicare la loro arte e il loro zelo a che i moribondi si congedino dalla vita in modo più semplice e più dolce». Egli intendeva quindi un aiuto a morire rivolto sia all’anima che al corpo.
In seguito, con l’applicazione delle teorie illuministiche, in cui l’individuo si ritiene autonomo e possiede libertà decisionale, si teorizza la «vita senza valore», che, unitamente al progresso delle scienze e delle tecniche, crea i presupposti alla definizione odiea di eutanasia.
Nell’accezione corrente si intende oggi per eutanasia «un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare il dolore» (Iura et bona, II; Evangelium vitae, n.65); o, ancora «l’uccisione diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza o su sua richiesta» (Comitato nazionale di bioetica, CNB 1995).

IL DIBATTITO
Nel XX secolo, con l’evolversi della scienza verso forme di pratica sempre più caratterizzate dalla tecnica, con la medicalizzazione della vita e della morte, si è drammaticamente imposto come pressante il dibattito medico, etico e giuridico sull’eutanasia.
La carenza di regole giuridiche esaustive è legata alla difficoltà di ratificare delle norme che abbiano la capacità di mediare tra i valori morali, i criteri medici e l’esistenza umana nelle sue fasi terminali.
Vi sono interrogativi aperti, derivanti principalmente da nodi ancora da sciogliere di pertinenza medica, in particolare la difficoltà di determinare i limiti della rianimazione e del mantenimento in vita nei casi di coma profondo, di stato vegetativo persistente, di sindrome apallica.
Molte e variegate sono le questioni che ruotano intorno alla qualificazione etica dell’eutanasia e alla sua determinazione giuridica: depenalizzazione e legalizzazione.
Talvolta le parole mutano nel tempo il loro significato. Tale sorte è toccata anche alla definizione di eutanasia. Il termine si è arricchito via via di nuovi significati e nuove interpretazioni, non sempre univoche. Oggi si parla, ad esempio, di eutanasia quando ci troviamo di fronte ad un «suicidio volontario medicalmente assistito». Un suicidio è considerato «eutanasico», quando un individuo, in condizioni di gravissima malattia, con decorso invalidante, dolore incoercibile e prognosi nefasta, sceglie da sé i mezzi con cui togliersi la vita e procurarsi la morte. È un suicidio, ma medicalmente assistito in quanto interviene una seconda figura, quella del medico che consiglia e prescrive al paziente i farmaci con cui morire.
Per «eutanasia attiva», volontaria e medicalmente assistita si intende invece l’intervento diretto e consapevole del medico, che aiuta il paziente a morire, assecondando in tal modo una sua esplicita volontà. In questo caso si tratta di un atto con il quale una persona produce la morte di un’altra, incurabile, consapevole e decisa a non patire più altre sofferenze fisiche e psicologiche.
Di eutanasia si parla anche come atto omissivo («eutanasia passiva»): «quella in cui si lascia morire un malato sospendendogli intenzionalmente le cure ordinarie necessarie alla sopravvivenza». «Come azione o omissione che procura la morte o uccisione diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta» (CNB 1995), l’atto eutanasico è strettamente connesso a un’azione estea, attiva o omissiva, da praticare a malati sofferenti e terminali.
Quindi, per eutanasia passiva, si intende la rinuncia ad ulteriori trattamenti terapeutici, graduati in ottemperanza al principio della proporzionalità.
In relazione all’atto eutanasico omissivo è ormai comune convinzione, in ordine di principio, sul piano etico-giuridico (in Italia, legge 8.2.2001, n.12) e su quello religioso, che la pratica medica usi opportunamente le sue risorse tecniche, con l’esclusione dell’accanimento terapeutico.
Inoltre si chiede l’uso di sussidi farmacologici per il trattamento del dolore (mezzi di cura ordinari e straordinari) con misura adeguata, senza intenzione di procurare la morte, ma nel rispetto della dignità del malato e della sua sofferenza.
A questo proposito anche la chiesa riconosce la liceità dell’uso dei farmaci antidolore (già Pio XII nel 1957 lo approvava), anche se dal loro uso ne «possano derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità» (Congregazione per la dottrina della fede, 1980).
Perseguendo questi intendimenti, sia come trattamento del dolore sia come etica per l’accompagnamento a una buona morte, può anche interpretarsi la politica per la diffusione degli Hospices, luoghi che «umanizzando» l’assistenza ai malati terminali, insieme al perfezionamento delle cure palliative, giovano a contrastare il desiderio di morte del malato.

LA DOTTRINA
La dottrina cattolica mantiene fede al principio fondamentale del carattere sacro e quindi inviolabile della vita umana, dal concepimento fino al suo termine naturale, come diritto della persona.
Contro l’eutanasia si avanza il principio della «sacralità della vita», a cui è connessa la concezione della vita come bene in sé. Si dichiara la non disponibilità da parte della persona per ragioni morali, religiose e sociali e si nega la possibilità di includere il «diritto di morire» all’interno del «diritto della vita», «germe di ogni ordinamento giuridico» (Jonas 1985; Fuari Luvarà, 1994). Per la chiesa cattolica «nessuno può attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all’amore di Dio per lui, senza violare un diritto fondamentale, inammissibile e inalienabile, senza commettere, perciò un crimine di estrema gravità» (Cong. D. Fede, 1980: Russo, 2000).
Ribadendo che «la maggior parte degli uomini ritiene che la vita [ha] un carattere sacro e che nessuno ne [può] disporre a piacimento», la chiesa cattolica sottolinea che nella vita «i credenti vedono […] anche un dono dell’amore di Dio, che sono chiamati a conservare e far fruttificare».
In quest’ottica, è eticamente inaccettabile ogni forma di eutanasia sia attiva che passiva, sia volontaria che involontaria, sia e ancor più il suicidio medicalmente assistito.
Lecito, anche in una prospettiva teologico-divina della vita umana, è ritenuto l’uso di cure palliative opportunamente dosate in relazione allo stato di sofferenza del paziente, al grado di evoluzione della malattia. In terapia intensiva si è ricorsi alla definizione di «accanimento terapeutico» per delimitare la soglia che divide l’obbligo di curare dall’«irragionevole ostinazione» di trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente o un miglioramento della qualità della vita» (Codice italiano di deontologia medica, art.20).
La sospensione dell’accanimento terapeutico deve applicarsi tutte le volte che la terapia non giova ad alleviare il paziente, né consente di migliorae le condizioni.
Nell’Evangelium vitae Giovanni Paolo II afferma solennemente: «…in conformità con il magistero dei miei predecessori e in comunione con i vescovi della chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana» (n.65). Ed ancora insiste sull’importanza del dialogo con coloro che, pur non condividendo la stessa fede religiosa, credono nella vita umana come valore e diritto fondamentale della persona: «…dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con tutti, anche con i non credenti, sui problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi dell’elaborazione del pensiero, come dei diversi ambiti professionali e là dove si snoda quotidianamente l’esistenza di ciascuno», in quanto la dottrina della chiesa è fondata sulla legge naturale oltre che sulla parola di Dio scritta (n. 95).
Fondando un’etica medica su questi presupposti può nascere una nuova e feconda collaborazione, una nuova forma di alleanza terapeutica.
Il medico, come tutore della vita, è tenuto a opporsi a qualsiasi pressione morale da parte del paziente, dei familiari, oppure della società. Crollerebbe altrimenti la fiducia nel suo ethos professionale di sostenere l’infermo e lenie le sofferenze.
Il malato, da parte sua, deve avvertire la vicinanza fisica ed affettiva del suo ambiente, in particolare dei suoi familiari; l’esperienza dimostra che il desiderio esteato di porre termine alla vita, sovente è un grido di disperazione in seguito alla già avvenuta morte sociale. È opportuno quindi che vi sia intorno al malato una cooperazione sensibile ed attenta che gli garantisca un’assistenza integrale e una morte umanamente dignitosa.
Fermo restando che il nucleo della pastorale è il mistero pasquale di Cristo e che il suo scopo precipuo è la carità intesa come servizio responsabile verso l’altro, la difesa della dignità della vita umana passa attraverso la solidarietà nei confronti del malato da parte di operatori sanitari, volontari, sacerdoti, familiari, ciascuno secondo le sue competenze al fine di «farsi prossimo» (Lc 10,29-37), accompagnandolo umanamente e cristianamente alla conclusione della sua vita terrena.
Un malato che chiede di morire, chiede in realtà di non essere lasciato solo.

Federico Larghero

Enrico Larghero




Non basta il silenzio delle armi

Incontro con mons. Celestino Migliore, nunzio apostolico presso l’Onu

L’ambasciatore del Vaticano non nega la crisi del Palazzo di vetro, ma allo stesso tempo vede segnali importanti di rinnovamento. Perché le Nazioni Unite non siano una «Torre di Babele» al servizio del potere.

New York. Nella metropoli statunitense ha sede il segretariato delle Nazioni Unite dove sono prese alcune delle principali decisioni politiche a livello intea-
zionale. Le trattative e negoziazioni sono discusse durante l’Assemblea generale dai rappresentanti permanenti, ovvero dagli ambasciatori dei 191 stati membri.
Anche la Santa Sede è presente all’Onu, però solo come «osservatore», ovvero, come altre organizzazioni inteazionali ivi presenti (per esempio, la Lega degli stati arabi, il Comitato internazionale della Croce Rossa, etc.), pur partecipando ai dibattiti, non ha diritto di voto in Assemblea generale.
Il rappresentante della Santa Sede (altrimenti detto «nunzio apostolico») presso le Nazioni Unite è un diplomatico di carriera: mons. Celestino Migliore, arcivescovo di Canosa. Mons. Migliore, piemontese di Cuneo, oltre a godere di un’eccellente reputazione a livello internazionale, ha un importante curriculum professionale e una preparazione accademica unica.

Monsignore, cosa significa essere un diplomatico della Santa Sede?
«Rappresentare il papa. Tra i suoi titoli c’è quello di Sommo pontefice, che, nonostante l’aulicità dei termini, significa una gran bella cosa e cioè: colui che più di tutti cerca di costruire ponti. In questo senso, la diplomazia della Santa Sede è anzitutto uno strumento pastorale a disposizione del papa per cercare di realizzare l’ideale della coesistenza dei popoli nella pace, nella solidarietà, nella cura reciproca e nel senso della comune dipendenza da Dio».

Come concilia l’attività diplomatica con quella di sacerdote?
«Ogni mattino nella messa la preghiera eucaristica mi fa ringraziare il Signore“ per averci ammessi alla sua presenza a compiere il servizio sacerdotale”. Il mio servizio sacerdotale comincia subito all’inizio di ogni funzione, quando si riconosce il nostro stato di peccato: in quel momento porto davanti al Signore i peccati miei e quelli della famiglia Onu che possono essere lentezze che penalizzano i poveri, verbosità e fumosità di certi discorsi che tradiscono inazione, egoismi nazionali o regionali a scapito del bene comune, impertinenze di chi vuole sostituirsi a Dio in tante maniere. La meditazione quotidiana sulla parola di Dio getta luce sulle questioni all’ordine del giorno. Le parole “questo è il mio corpo” voglio pronunciarle con la fede che il miracolo operato da Gesù non si fermi alla trasformazione del pane in corpo suo, ma si estende al corpo mistico della chiesa, della società umana. Una lezione di umiltà e di tenacia allo stesso tempo, perché i conflitti li avremo sempre tra noi, ma l’unità la crea lui.
Negli incontri quotidiani con funzionari e diplomatici, non è infrequente sentirmi dire: “preghi per me”, “dia una benedizione perché l’iniziativa vada in porto”, “ho bisogno della sua preghiera” … intenzioni che amo tener presenti nella preghiera dei salmi o nel rosario, perché esse manifestano la convinzione di molti che tutti viviamo nella dipendenza da Dio».

Il suo incarico di rappresentante della Santa Sede presso l’Onu cosa comporta concretamente? Quali sono i suoi compiti?
«Nell’ambito dell’Onu, la Santa Sede ha scelto di essere non un membro a pieno titolo, ma osservatore. Il che significa che esercita tutte le funzioni normali dei membri ad eccezione del voto e della partecipazione nella gestione istituzionale e amministrativa dell’organismo. Essa contribuisce al dibattito sulle grandi questioni come la pace, la sicurezza, lo sviluppo, l’ambiente; i diritti del bambino, della donna, dell’anziano; questioni sociali e altre riguardanti il diritto alla vita; l’informazione, la cultura e la collaborazione delle religioni alla costruzione della pace. Segue da vicino i vari negoziati che si intavolano sulle questioni appena accennate ed altre ancora».

Perché è importante partecipare nei negoziati dei testi adottati dall’Onu?
«Perché quelli giuridicamente vincolanti – anche se vincolano solo i paesi che li ratificano – entrano a far parte della normativa internazionale. Anche i testi con valenza politica creano quella che viene comunemente detta soft law, ma la tendenza di ogni parlamento nel mondo è quella di legiferare tenendo un occhio su tali indicazioni e pertanto quello che oggi si dichiara all’Onu domani molto facilmente entrerà nelle legislazioni nazionali. Infine, c’è un altro compito della mia attività dell’Onu che forse è quello che maggiormente assorbe tempo e forze ma che offre anche una certa gratificazione. Con un po’ di presunzione, la chiamerei “dar voce a chi non ha voce”. Ma è proprio così. Quante volte dalle comunità cattoliche, e non solo, sparse nel mondo qualcuno scrive al papa o va ad incontrarlo ed espone situazioni di guerra o di fame o di violazione dei diritti umani che sembrano non aver né fine né soluzione. A volte si tratta di parlare in nome loro, ma spesso è invece il caso di aiutarli ad incontrare chi può far qualcosa, ad esporre essi stessi, perorare la loro causa con le loro proprie parole e il loro carico di speranza».

Quali sono i più grandi ostacoli che vede in questo momento nel processo di riforma dell’Onu? Perché l’Onu è in crisi?
«È forse questione della bottiglia mezzo piena o mezzo vuota. Ciò che vedo in questo momento e mi pare giusto sottolineare è la parte mezzo piena. Nonostante un evidente clima di crisi, il processo di riforma sta producendo misure importanti. È stata adottata la commissione per il consolidamento della pace, che segna un importante passo avanti: e cioè, si è riconosciuto che la pace non è il solo silenzio delle armi, ma va preparata e costruita con strutture nuove o riformate a livello politico, giuridico e sociale; essa va consolidata con processi di accertamento della verità storica e di riconciliazione; essa va coltivata con modalità che coinvolgono i singoli vincitori e vinti. È in dirittura d’arrivo la riforma del meccanismo di monitoraggio e implementazione internazionale dei diritti dell’uomo (1). Ne sono in cantiere altre, intese a rendere il Palazzo di vetro sempre più dimora della trasparenza e del servizio alle popolazioni, più che non all’equilibrio del potere. Evidentemente, si registrano problemi, ritardi, ostacoli, resistenze. Nell’Onu, dove si trovano ogni giorno, gomito a gomito, rappresentanti di tutti i paesi del mondo, si riflette in modo evidente la grande frammentazione culturale di oggi che a volte rischia di rendere questa istituzione una Torre di Babele. La globalizzazione unifica il mondo su tanti livelli, non su quello culturale, anzi sembra accentuae le differenze. Essa va avanti con una sua logica ferrea, ma le manca un’etica comune».

Barbara Mina da New York

(1) Il 15 marzo 2006 l’Onu ha deliberato la fine della «Commissione dei diritti umani» e la nascita del «Consiglio dei diritti umani», anch’esso con sede a Ginevra

Barbara Mina




Contro il silenzio

Come lavora l’associazione «METER»
fondata da don Fortunato Di Noto.

L’associazione «Meter» nasce nel settembre 2002 ad Avola (Siracusa), per volontà del suo fondatore, don Fortunato Di Noto, che già in precedenza aveva lavorato in ambito associativo al fine di promuovere e difendere l’infanzia, diventando un nome noto in Italia e all’estero.
La parola «meter» è di origine greca e significa «accoglienza, grembo» e, in senso più lato, «protezione e accompagnamento». Meter prende vita dall’esigenza di intervenire nelle realtà ecclesiali e non ecclesiali per radicare e promuovere, assieme alla pastorale ordinaria delle comunità cristiane, la cultura, i diritti e la tutela dell’infanzia. Meter vuole essere un significativo punto di riferimento in Italia e all’estero, per educare alla cultura dell’infanzia, per prevenire abusi e maltrattamenti, e progettare interventi mirati di aiuto concreto alle vittime degli abusi sessuali, attuando la «Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza» del 1989. In tal senso, l’associazione si erge sulla convinzione che non basta la repressione, demandata alle sole forze di polizia, per stroncare il turpe commercio di minori nel mondo. Ci vuole anche una rete capillare di persone competenti e motivate, capaci di collegarsi con la società in cui vivono, perché si crei una mentalità di vigilanza, di sostegno e protezione dell’infanzia come tale, rendendo l´abuso, e l´omertà che lo copre con i suoi paludosi silenzi, un crimine insopportabile per la coscienza collettiva.
Le finalità dell’associazione sono molteplici e tutte incentrate sulla tutela del minore:
• migliorare la qualità della vita dei bambini e degli adolescenti per assicurare un sano sviluppo psico-fisico;
• svolgere iniziative contro lo sfruttamento sessuale sui minori e contro ogni altra forma di aggressione fisica, culturale, psicologica e spirituale perpetrata sugli stessi;
• promuovere e sostenere iniziative che agevolino proposte educative della famiglia rivolte alla tutela dei bambini, attraverso un percorso di formazione nel rispetto della loro identità culturale, politica, sociale e religiosa;
• sostenere e realizzare progetti di leggi volti a migliorare la normativa esistente a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e, conseguentemente, del fanciullo.
Gli obiettivi di Meter sono realmente seguiti da azioni concrete, grazie alla collaborazione di professionisti, anche all’estero (Romania, Belgio, Portogallo) che, in modo volontario, danno il loro apporto all’associazione.
Nel sito dell’associazione si può accedere alla consulenza psicologica, sociologica, giuridica, medica ed informatica. Il sito inoltre permette a chiunque di segnalare siti sospetti. In tal senso, l’attività di monitoraggio e di denuncia di siti a contenuto pedofilo, viene portata avanti, da anni, da don Di Noto e dai suoi collaboratori. I siti pedofili e pedopoografici, infatti, rilevati vengono in seguito segnalati, grazie a protocolli d’intesa, alla polizia postale e delle comunicazioni italiana, all’Fbi, all’Interpol, alla gendarmeria francese, alla polizia spagnola, svizzera, tedesca e brasiliana.
Moltissimi, poi, sono i progetti che Meter sostiene nelle scuole e a livello provinciale e regionale in collaborazione con le Istituzioni, in cui vengono coinvolti anche esperti di noto calibro nazionale. In particolare, un progetto che si sta diffondendo sul territorio con un entusiasmo considerevole, è il «Progetto infanzia».
Uno sportello Meter in ogni parrocchia (e nelle realtà anche laiche)». Esso consiste nell’apertura, in ogni parrocchia o realtà ecclesiale assimilabile, di un ufficio Meter, che faccia capo ad un referente e ad uno staff scelto di operatori, e il cui fine sia quello di fornire supporto ogni qualvolta, sul territorio, accada un abuso a danno di minori, ma non solo. Lo sportello ha anche il compito di promuovere l’infanzia organizzando corsi, attuando progetti nelle scuole, diventando insomma un punto di riferimento importante nella realtà dove sorge.

Accanto a queste attività, Meter sostiene altre forme di promozione dell’infanzia. Nella sede centrale di Avola è operativo il «Centro di primo ascolto alle vittime di abuso sessuale e disagio infantile» al quale, chiunque, si può rivolgere, anche attraverso il numero verde 800-455270. Le chiamate e le consulenze sono a totale carico dell’associazione. Recentemente, è stato realizzato uno spot contro gli abusi e i silenzi – «Il silenzio che parla» – lanciato alle radio, ai siti internet, alle Tv e alle agenzie di stampa. Esso affianca altri due importanti momenti promossi da Meter: la Giornata della memoria dei bambini (25 aprile); e la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia (20 novembre).

Nicoletta Bressan

DI NOTO, UN SACERDOTE INVESTIGATORE

Don Fortunato Di Noto nasce ad Avola (Siracusa) il 18 febbraio 1963. Nel settembre del 1984 entra in Seminario, nella diocesi di Noto ed inizia gli studi filosofici e teologici presso la facoltà teologica «S. Paolo» di Catania. Prosegue, poi, la sua formazione presso l’«Università Pontificia Gregoriana», conseguendo la licenza in «Storia della chiesa». Il 3 settembre 1991 viene ordinato sacerdote. Dal 1995 è parroco della parrocchia Madonna del Carmine di Avola.
Insegna in diversi istituti siciliani e, dal 1991, è professore ordinario di storia della chiesa alla Pontificia Università Teologica di Santa Croce di Roma, sede periferica di Noto. In ambito di tutela dei minori e di lotta alla pedofilia, oltre che fondatore dell’associazione Meter nel 2002, è stato consulente tecnico in varie procure italiane per delicate indagini sul fronte della criminalità pedopoografica e dello sfruttamento sessuale dei bambini.
A livello istituzionale ha rivestito importanti incarichi. Attualmente, è membro dell’Osservatorio nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza; dal 2002, è consulente del ministero delle Comunicazioni per le politiche dell’infanzia, membro effettivo del Comitato di garanzia e tutela Inteet@Minori che fa capo a tale ministero e membro del comitato scientifico «Ciclope» della presidenza del consiglio dei ministri. Dal 2004, è membro del comitato scientifico della polizia postale e delle comunicazioni, contro il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia; e, nello stesso anno, è diventato membro del comitato scientifico dell’ICAA (Inteational Crime Analysis Association).
Numerosi sono i riconoscimenti nazionali ed inteazionali che sono stati consegnati a don Di Noto, fra cui l’alta onorificenza di «Cavaliere della repubblica italiana» per l’impegno profuso nei confronti dell’infanzia. Al suo attivo ha numerosi articoli e saggi in riviste nazionali e inteazionali sul tema dello sfruttamento sessuale dei minori, nonché è autore di importanti testi, tra cui «La pedofilia. I mille volti di un olocausto silenzioso», edito nel 2002 dalle Edizioni Paoline, tradotto in più lingue.

N.B.

Nicoletta Bressan




L’innocenza violentata

Questa è un’intervista «forte»: gli argomenti sono da brividi. Di più, sono dei pugni allo stomaco. Ma fanno pensare a un dramma sul quale è delittuoso chiudere gli occhi. Come ci dice don Fortunato Di Noto, la «strage degli innocenti» non ammette coscienze dormienti.

Lisa chiede alla maestra: «Chi è il pedofilo?». «Il pedofilo – risponde l’insegnante – è un uomo che sembra buono, un uomo che fa finta di essere un vostro amico, perché si mostra affettuoso e perché non vi fa sentire soli, ma che poi vi chiede di fare giochi strani insieme a lui». Entusiasta come tutti i bambini, Lisa replica: «Ma è bello giocare!». Paziente, la maestra riprende a spiegare: «Certamente. Quello dei pedofili, però, non è un gioco, è un modo diverso di cercarvi, di incontrarvi, di accarezzarvi, di toccarvi, di stare insieme, anche quando voi non volete, anche quando a voi non piace, è qualcosa che dopo tempo vi fa stare male. Il pedofilo non vuole che raccontate a nessuno cosa fate insieme e dice che deve essere un segreto».
Questo dialogo tra Lisa e la maestra è riportato in uno splendido libretto dal titolo Raccontarsi. Mamma, papà, maestra: cos’è la pedofilia?.
È una pubblicazione di «Meter», l’associazione fondata e diretta da don Fortunato Di Noto, il sacerdote conosciuto come «il prete anti-pedofilia». Con il padre siciliano, parroco ad Avola, cittadina della provincia di Siracusa, abbiamo lungamente conversato, proprio in coincidenza con un periodo che vede la pedofilia sulle pagine dei giornali e nei discorsi della gente comune.

NUMERI INCREDIBILI

Don Di Noto, potrebbe dare delle stime in merito al fenomeno degli abusi sui minori?
«La difficoltà è avere stime che rispecchino concretamente la realtà dell’abuso (inteso in senso lato); per non citare i bambini scomparsi, trafficati, venduti, “i bambini fantasma” (quelli nati ma che non hanno una identità anagrafica); i bambini del lavoro minorile; i bambini soldato o quelli vittime del traffico di organi. Questa condizione ci inquieta, ci vergogna, ci indigna ma soprattutto ci deve impegnare.
Comunque, se dovessimo definire la condizione dell’infanzia e della adolescenza in Italia e nel mondo attraverso i numeri, allora potremmo dire che “la strage degli innocenti continua”, un vero e proprio “rosario della sofferenza e del dolore”, un “olocausto silenzioso”, così silenzioso che imbavagliamo le grida assordanti di bambini e bambine che interpellano le nostre coscienze dormienti.
Se guardiamo – ad esempio – al dossier di Fides e al rapporto Unicef, possiamo scoprire numeri da brivido:
• 860 milioni di bambini nel mondo hanno un futuro drammatico con 211milioni di “bambini operai”; alla radice di molte forme di sfruttamento c’è il fatto che nei più poveri tra i paesi in via di sviluppo oltre 50 milioni di bambini non vengono nemmeno registrati alla nascita;
• in Asia, l’ultimo rapporto Unicef parla di 24 milioni di piccoli “clandestini” nella loro stessa terra, e per l’Africa subsahariana si sale a 28 milioni di nascite non registrate;
• ogni 9 ore un bambino di strada muore di fame, di stenti, di freddo: sono 120 milioni i bambini di strada, incontrati tra le fogne di Bucarest o ai margini delle strade del Brasile, o nella vasta distesa della terra Russa, o iraniana e irakena;
• sono almeno 300 mila i “piccoli soldati”;
• 11milioni di bambini muoiono di fame prima di aver compiuto 5 anni;
• il traffico di esseri umani è un problema su scala mondiale che coinvolge ogni anno almeno 1.200.000 minori al di sotto dei 18 anni;
• 4 milioni di bambine vengono comprate e vendute per matrimoni, prostituzione e schiavitù;
• 2 milioni di bambine hanno gli organi genitali mutilati;
• in Asia i due terzi dei bambini che non ricevono un’educazione sono bambine e la conseguenza è che poi saranno donne analfabete: oggi oltre 600 milioni;
• nella nostra civile Italia, circa 20 mila sono i baby accattoni di cui 8.000 solo nel Lazio, come ha messo in luce l’inchiesta parlamentare italiana presentata nella Giornata dell’infanzia.
E con numeri e statistiche potremmo continuare all’infinito».

IL RUOLO DI INTERNET:
BUSINESS E PERVERSIONI IN VETRINA

A parte il Sud Est asiatico, dove il fenomeno del mercato del sesso è particolarmente sviluppato, in Europa com’è la situazione?
«Non credo che il Sud Est asiatico abbia il primato del mercato del sesso. Ci sono anche la Russia, l’Ucraina, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Romania, la Moldavia; le strade delle nostre grandi città europee sono piene di minori indotti alla prostituzione. L’uomo ridotto a merce. E il concetto di merce racchiude, evidentemente, anche la scadenza, il deperimento. Merce scaduta che deve essere sempre sostituita: i bambini sono il prodotto nuovo di questa nuova, strategica, lucrosa forma di schiavitù. Merce in Europa e nel mondo che si può acquistare nelle grandi vetrine virtuali di internet, esposta come prodotto da megastore, ipermercati del sesso per tutti i tipi di perversione umana. Non dimenticherò mai, da un ultimo viaggio in un paese dell’est europeo, la proposta di acquisto che mi fecero di una bambina di meno di 10 anni!».

Le cause prime della situazione nascono dalla miseria?
«Ovviamente. Lo sfruttamento dell’infanzia ha le sue radici nell’estrema povertà, nell’ingiustizia sociale e nelle condizioni disumane in cui versano le famiglie, famiglie frantumate e “impazzite” per la fame e la totale precarietà di vita e di sussistenza primaria. I bambini sono spesso considerati come una possibile fonte di reddito supplementare per una famiglia: questa concezione incentiva lo sfruttamento sessuale e la pedofilia».

Lei ha accennato alle «vetrine» di internet. È indubbio che il mondo sia stato rivoluzionato dall’avvento di questo strumento. Ma è altrettanto vero che esso ha fatto da moltiplicatore di alcune problematiche, tra queste proprio lo sfruttamento dei minori. È così, padre?
«Inteet ha una sua valenza positiva per la comunicazione, ma permette di “accedere” con grande facilità a questo enorme mercato di sfruttamento sessuale sui minori (oltre che sugli adulti)».

Quanti minori, all’anno, diventano vittime dei pedofili?
«È vittima del pedofilo chi non è amato da nessuno. Possiamo stimare che ogni anno circa 2 milioni di bambini nel mondo sono adescati e indotti ad avere rapporti sessuali con adulti. Minori tra 0 (zero anni!) e 12 anni, è questa l’età preferita dai pedofili. Ma la stima è sempre per difetto e non rispecchia la realtà».

E quale sarebbe questa realtà?
«Dall’attento monitoraggio e dallo studio sociale dell’associazione Meter riguardo la pedofilia online risulta che milioni di pedofoto circolano ogni anno su internet; si stima che 700 mila filmini pedopoo siano stati prodotti negli ultimi 12 anni; 2 milioni di bambini sono coinvolti ogni anno, nel mondo, per produzione di materiale pedofilo; l’età varia da pochi mesi a 12 anni (uno studio di Max Taylor su 50 mila foto ha stabilito che l’età media è tra i 4 e gli 11 anni) (1); 70% sono di razza bianca; 20% (asiatici e africani); 10% (paesi arabi e mediorientali); il 78% femmine e il 22% maschi. Il data base dell’Interpol ha raccolto già 300 mila volti di bambini tratti dal materiale sequestrato nelle operazioni di polizia in Europa, soltanto poche centinaia sono stati individuati.
Il Rapporto 2005 dell’Associazione Meter offre un’ulteriore lettura sociale del fenomeno da cui emergono alcuni dati nuovi ed impressionanti:
• aumento di pedofili a viso aperto che abusano di bambini; anche di donne pedofile;
• l‘infantofilia – in gergo, bambini con il pannolino – che si riferisce alla preferenza di bambini in tenerissima età (da pochi giorni a 2 anni);
• aumento di bambini seviziati (in alcuni casi rapporti necrofili);
• violenze a bambini disabili;
• calendari e riviste edite e bollettini settimanali della comunità pedofila;
• aumento dei blog come canali di promozione e contatti pedofili.
Dall’attività di monitoraggio e segnalazione di siti pedofili e pedopoografici per l’anno 2005 risultano n. 9.044 segnalazioni di siti pedofili e pedopoografici. Nel dettaglio sono 3.672 i siti formalmente denunciati al compartimento della Polizia postale e delle comunicazioni di Catania (di cui 21 con riferimenti italiani e in particolare 4 community pedofile, con iscrizione obbligatoria e password segreta), che hanno coinvolto 17 regioni italiane e circa 1.000 indagati tra l’Italia e i paesi esteri (anche medio-orientali, arabi e africani).
Altri 5.342 sono i siti segnalati alle polizie europee e inteazionali (Fbi, Interpol, polizia spagnola, portoghese, australiana, gendarmeria francese…).
Le nazioni dove sono allocati i siti sono, per ordine d’importanza: Usa, Russia, Brasile, Spagna, Australia, Francia, Polonia, Iran, Iraq, Giappone, Italia, Germania, Inghilterra, Rep. Ceca, Romania, Nigeria, Israele».

In Italia, vi è differenza, a livello di stime, tra i minori vittime della pedofilia in ambito familiare e coloro che sono venduti e sfruttati dalle organizzazioni criminali etniche?
«I minori stranieri non accompagnati censiti (provenienti soprattutto da Romania, Albania, Marocco, come emerso durante il Convegno Internazionale “Contro ogni schiavitù” del 4 novembre 2005) sarebbero 20.000. Mentre ci sarebbero circa 7.000 minori stranieri sfruttati e a quanto pare resi schiavi dalle organizzazioni criminali.
Le Nazioni Unite dichiarano che milioni di esseri umani ogni anno sono vittime della tratta e il 30% sono bambini e bambine. Non ci sono dati certi della tratta e lo sfruttamento dalle organizzazioni nei paesi di origine (2). In questa direzione, in Europa sono state condotte diverse operazioni di repressione nei riguardi di organizzazioni che sfruttavano minori producendo materiale pedopoografico e rivendendo il prodotto (video, foto e in alcuni casi anche bambini) sull’asse tra Russia-Europa, Italia-Svizzera-Brasile, e oggi anche Africa-Europa-Paesi dell’Est».

In Italia, si dice che il 90% degli abusi avviene in famiglia. Lei concorda con questa affermazione, oppure il minore può essere vittima di persone estranee con la stessa probabilità?
«Non concordo affatto nella percentuale (90%) degli abusi in famiglia; un dato fuorviante della realtà stando ai dati in nostro possesso. Bisogna parlare di “ambito familiare”, intra ed extra. I dati ufficiali concordano nel dire che gli abusi sessuali, pur avvenendo nell’ambito familiare nel 30% dei casi, sono compiuti da conoscenti o partner occasionali, o da conviventi non stabili. Solo nel 19% circa (comunque non poco) le offese e i reati sono compiuti dal padre, dal nonno, dal cugino. Non dimentichiamo, anche se in percentuale minima, ma crescente, il 4-7% delle violenze o della detenzione di materiale pedopoografico è compiuto da donne.
Secondo i dati del Dac (Direzione anticrimine centrale della polizia), nella prima metà del 2005 le segnalazioni di reati sessuali nei confronti dei minori sono state 410 (407 delle quali risolte). Sul totale di 410, 334 segnalazioni hanno riguardato violenze sessuali, 45 atti sessuali con minorenni, 17 violenze sessuali di gruppo e 14 di corruzione di minorenne. Le bambine sono le più colpite. Nel 77,4% dei casi sono loro le vittime degli abusi, fin da piccolissime – dichiarano ancora i dati del Dac – a conferma di quanto detto precedentemente in merito alla produzione di materiale pedopoografico. La fascia di età più colpita è quella compresa tra 0 e 10 anni. Sul totale di 471 vittime di abusi sessuali sotto i 18 anni, 165 (il 35%) aveva da 0 a 10 anni, 164 (il 34,8%) tra gli 11 e i 14 anni il resto (142) tra i 15 e i 17 anni. Vittime italiane e straniere».

PEDOFILI ED
ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

Toiamo alla domanda di partenza, chi sono i pedofili?
«Chi compie abuso sessuale nell’82,4% dei casi conosce la vittima. Il pedofilo infatti non desidera una relazione occasionale, ma duratura e continuativa; vuole riempire il vuoto d’amore del bambino, condizionandolo con i ricatti, le minacce e i sensi di colpa. Un fenomeno che vive nel sommerso e di forti coperture culturali, sociali e di normalizzazione».

Dietro al singolo pedofilo si nascondono organizzazioni criminali…
«Partiamo da un concreto esempio di proposta di vendita di prodotto finito pedofilo. Una denuncia di Meter riguardava un sito internet (costantemente aggiornato) chiamato Pedoland (la terra dei pedofili). La home-page iniziale dichiara: “Vendiamo soltanto materiale esclusivo – 800 immagini ‘hard core’ con adolescenti di 7-14 anni e in più 250 ore di video domestici di bambini poo, video di violenze e di giovanottini seducenti”.
Il costo dell’abbonamento mensile è di 10 dollari, l’abbonamento, all’atto della denuncia, era già stato accordato a 3.550 utenti, con un incremento nell’ultimo mese dell’88% degli utenti. Il guadagno in un solo mese era di 33.550 euro (65 milioni delle vecchie lire, che moltiplicati per 12 mesi equivalgono a circa 800 milioni). E questo per un solo portale, definibile di “pedo-businnes”.
Concretamente ciò evidenzia che la pedocriminalità, negli ultimi anni, si è strategicamente strutturata con diramazioni che potremmo così sintetizzare: al primo livello c’è una sorta di “cupola pedocriminale” che organizza, decide, investe per il procacciamento di bambini; al secondo, c’è invece una rete “intra ed extra familiare” (pedofilia artigianale) per la produzione e vendita al migliore offerente del materiale privato. In questo vasto contesto, esistono i “pedo-free” (i liberi procacciatori di materiale da offrire ai pedofili online) e per finire il “pedo-businnes” (piccole organizzazioni criminali composte da 3-10 persone) che sfruttano, producono e vendono prodotto».

Pedo-business, pedo-free, pedofilia artigianale: padre, è proprio un incredibile catalogo dell’orrore…
«Che debbo dirvi… Alla vasta comunità pedofila (criminale) appartengono una varietà di soggetti per preferenza di bambini (età, contesto sociale e razza) e altri per scelte o orientamenti di perversione: pseudo normali; benpensanti; acculturati e snob; amanti estatici; cultori bellezza infantile; amanti biancheria intima di bambini; amanti orge tra bambini; amanti della pornografia su bambini disabili; amanti dei piedi e gambe dei bambini; foto neonati e feticisti; sadici; necrofili… Ma ci sono anche gli stupidi occasionali (la maggior parte degli indagati online) che alimentano un mercato trasversale e criminale a danno dei bambini».

Utenti ignobili, ma pur sempre utenti. Come arrivare a chi tira le fila del business?
«È arrivato il momento di investire in risorse e uomini affinché si risalga alla fonte ovvero rintracciare i “produttori”, gli “smistatori”, gli “schiavisti” a livello transnazionale.
Una visione generale consentirebbe di seguire le tracce del denaro, e quindi verosimilmente i dirigenti, la “cupola” di questo “mercato”, che non è solo nel mondo virtuale. Pedopoografi che non sono pedofili, e sfruttatori che lucrano con i clienti che cercano “merce e carne bambina”».

Sembra incredibile, ma esistono anche organizzazioni di pedofilia… «culturale». Che sono?
«La pedofilia culturale è invece il tentativo di singole e “congreghe” (meglio definirle lobby) che propongono la normalizzazione del fenomeno dichiarando la liceità della pedofilia come orientamento, stato, categoria della scelta individuale, consapevole e determinata di un uomo o donna.
I pedofili si presentano come “amici e benefattori dei bambini”, dato che, secondo le loro convinzioni, i bambini consensualmente desiderano vivere relazioni affettive e sessuali con i “boylover” (gli amanti dei bambini). Una crescita, negli ultimi 10 anni che ha raggiunto una presenza massiccia e di potere di opinione che mette in difficoltà la più acuta delle menti razionali e anche del buon senso».

Insomma, la pedofilia culturale, pur poco conosciuta dall’opinione pubblica, è subdola e molto pericolosa. Lei ritiene che i pedofili che ne sostengono i contenuti siano diventati, nel corso degli ultimi anni, sempre più abili a proporre la relazione adulto-minore ad un bambino? Potrebbe fare qualche esempio?
«La lobby pedofila culturale ha adottato la strategia della “promozione dei loro diritti e della loro naturale tendenza di attrazione e affettiva e sessuale nei confronti dei bambini” come l’ultimo tassello della rivoluzione sessuale, come l’ultimo tabù da sconfiggere: “perché i bambini hanno il diritto a vivere la propria sessualità e possono decidere di viverla con chi vogliono”. Il corsivo è tratto dai siti di promozione e difesa della pedofilia.
E per fare tutto questo le strategie propagandistiche sono innumerevoli e subdole. Un libro prodotto dalle organizzazioni pedofile, intitolato Pedophilies, rivolgendosi ai genitori dice: “Cari genitori, se vi accorgete che vostro figlio ha una relazione con un pedofilo, prima di denunciare, chiedete se a vostro figlio o figlia gli è piaciuto”. Il sovvertimento e la provocazione raggiunge livelli “culturalmente e strategicamente elaborati” per sovvertire il concetto di “consenso” da parte dei minori. Evidentemente è bene che qualcuno dica, se ne ha il coraggio, se una relazione di un pedofilo con una bambina di 10 giorni (E non è una provocazione da parte mia) o anche di 5,6,7 anni ha la ragione della consapevolezza e della volontà da parte dei minori.
Una inedita analisi di un “portale madre” BL (boylovers), per dare concreti elementi, ha contato ben 1.071 portali suddivisi in n. 391 siti specificamente indirizzati alla pedocultura con riferimenti espliciti al pedosoft (amanti del nudo infantile) e n. 146 indirizzati alle “risorse di rete” (newsgroups, community, siti personali) per scambio informazioni e localizzazioni di situazioni “piacevolmente pedofile”, il restante sono una collezione di links che parlano di bambini (movie, letteratura, arte).
In sintesi le lobby pedofile promuovono:
• un senso di orgoglio;
• il sesso non è dannoso ai bambini;
• la campagna contro i pedofili deriva dalla preoccupazione dei genitori di perdere potere sui figli;
• i pedofili assicurano benessere e la crescita dei bambini; non bisogna criminalizzare un orientamento, una inclinazione, una preferenza sessuale, uno stato, una categoria; numerosi sono gli appelli alle istituzioni, ai governi, con la proposta di verosimili candidature alle elezioni politiche (anche se per provocazione).
La presenza di siti di “rivendicazione sociale del diritto dei pedofili” ha raggiunto livelli estremamente raffinati (non esiste nazione che non ha un gruppo di sostenitori della liceità della pedofilia e dei rapporti tra adulti e minori), una vera e propria rete di lobby stratificata e organizzata anche economicamente. Rivendicazioni che sono sfociate anche in comportamenti criminosi e bracci armati come la “Brigata pretoriana del Fronte di liberazione dei pedofili”, che aveva in progetto la eliminazione fisica degli oppositori della pedofilia, quali sacerdoti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine».

E rispetto al turismo sessuale che cosa ci dice, padre?
«Dopo la tragedia dello tsunami, si leggeva tra le agenzie di stampa che i fruitori del turismo sessuale dichiaravano che “dopo lo tsunami non ci resta che la bella terra del Brasile”».

Questo significa che si fa poco per contrastarlo?
«Il turismo sessuale è un turismo da vergogna e certamente si fa ancora poco, molto poco per debellarlo con determinazione e forza. Nonostante innovative leggi contro il turismo sessuale è un fenomeno conosciuto, studiato, analizzato nei minimi dettagli, ma non contrastato alla radice. Il turismo sessuale è alimentato dalla povertà e dalla condizione sociale disastrata di milioni di uomini che non hanno “pane, carne e cibo”, così le bambine e i bambini di quelle nazioni diventano “carne fresca da assimilare e mangiare”. Chi fa turismo sessuale esprime tutta la miseria e la malvagità degli uomini; il turista sessuale è il non senso della vita.
Il turismo sessuale è la più becera risorsa economica per un paese povero. Un fenomeno che purtroppo cresce a dismisura: in alcune aree del mondo sta assumendo caratteristiche di massa. Un fenomeno difficilmente circoscrivibile per la sua continua trasformazione e perché dietro ad esso si concentrano enormi interessi economici».

Don Di Noto, lei crede che esistano forti interessi, e di che tipo, alla base della rete mondiale che alimenta il mercato dei minori e il loro sfruttamento?
«L’interesse più grande è, se posso dirlo in questi termini, il relativismo applicato all’uomo, considerato cosa e non persona. È un terrorismo culturale di involuzione della specie. È il più forte che domina sul piccolo e debole. È una cultura della violenza, del potere e del dominio, con una sola regia “il lupo” (non me ne voglia questo splendido animale) che mangia e divora».

Al di là delle metafore, si tratta sempre di domanda ed offerta…
«Il sistema economico ha delle regole: quando la domanda chiede al mercato di offrire la carne innocente dei bambini e l’offerta arriva, è il segnale di una umanità che ha un grosso bubbone e numerosi virus invasivi che distruggono la visione antropologica cui si dovrebbe guardare: quella di un’umanità legata alla conquista del bene per tutti, nessuno escluso».

La nostra società è sempre più dominata dalla cultura mercantilista, in cui l’avere conta più dell’essere, il profitto personale più del bene collettivo. Secondo lei, questo modo di pensare e vivere quanto è responsabile di fronte all’infanzia sfruttata?
«Totalmente responsabile. I numeri dell’infanzia abusata, violata, sfruttata, dimenticata dimostrano e confermano che della vita dei bambini non si può, non si deve fare mercato. I bambini e l’uomo in generale non è in vendita al migliore offerente».

CHIESA E PRETI PEDOFILI:
FERITE PROFONDE

Che cosa ne pensa degli scandali di pedofilia nell’ambito della chiesa cattolica, in particolare negli Stati Uniti?
«Vicende dolorose, ferite profonde che generano dolore e invocano misericordia da Dio per la chiesa e la società intera. Le parole di Giovanni Paolo II racchiudono il mio pensiero e pertanto la determinazione a continuare l’impegno per l’infanzia nella chiesa e nel mondo. Mi dispiace soltanto per l’anticlericalismo che ha generato nelle persone; un accanimento che non rende merito e giusto onore ai sacerdoti che svolgono in grazia e santità il loro ministero.
“In questo momento […] – scriveva Giovanni Paolo II -, in quanto sacerdoti, noi siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’Ordinazione, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità. Mentre la chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione, noi tutti – coscienti dell’umana debolezza, ma fidando nella potenza sanatrice della grazia divina – siamo chiamati ad abbracciare il mysterium Crucis e ad impegnarci ulteriormente nella ricerca della santità"».

Quando ha iniziato ad occuparsi di questo fenomeno? C’è stato un motivo particolare che ha influito sulla sua scelta?
«Quindici anni fa, all’inizio del mio ministero sacerdotale, raccolsi i primi racconti di abusi di bambini. La passione per le nuove forme di tecnologia (internet) nel 1989 mi permisero di imbattermi per la prima volta in immagini pedopoografiche. Durante una meditazione di un passo dell’Esodo in cui si dice che “Dio vide la sofferenza del suo popolo e se ne prese cura”, ebbi l’intuizione, parafrasando il contenuto di quella straordinaria parola di Dio: anch’io “vedevo” le immagini e sentivo i racconti e il dolore dei bambini, per cui dovevo prendermene cura. E così feci, e continuo a fare con Meter. Non salverò tutti i bambini del mondo, ma so che qualcuno lo salverò. È già accaduto e vorrei che accadesse sempre e di frequente».

La «strage degli innocenti», ordinata a Betlemme da Erode, è un episodio biblico narrato nel vangelo secondo Matteo. Prendendo il governatore della Giudea a modello negativo, secondo lei Erode sta vincendo?
«Erode non vincerà mai. Erode sarà schiacciato dagli stessi bambini».

La sua è una certezza o una speranza?
«La mia vuole essere una profezia carica di speranza».

Nicoletta Bressan e Paolo Moiola




LINO BROCKA

Il regista filippino contro il dittatore Marcos

Maestro di Lav Diaz e anche lui presente con i suoi film al Torino Film Festival, Lino Brocka (Pilar, Sorgoson, Filippine 1939 – Quezon City, Filippine 1991), è stato il regista che sotto la dittatura di Marcos è riuscito a far conoscere la tragedia vissuta da tanti filippini, approdando nel 1977 a Cannes con il suo film Insiang. Questo film incisivo si rivela un poderoso affresco della vita squallida e devastante nelle baraccopoli di periferia, dove la bella e docile Insiang, figlia di una donna abbandonata dal marito, subisce violenza dal nuovo compagno della madre e, ingannata dall’uomo che credeva l’amasse, si trasforma in «angelo» vendicatore, tanto da indurre la madre a uccidere il suo volgare «gigolò».
Malgrado la censura nel suo paese, grazie ai molti riconoscimenti inteazionali, Brocka riesce a portare a Cannes nel 1984 un altro piccolo giorniello Bayan Ko: Kapit sa patalim (Paese mio), nominato «migliore film dell’anno» dal British Film Institute. Protagonista del film è una modesta e dignitosa famiglia operaia, che lavora in una tipografia e vive in una baracca di periferia. Quando la moglie, in attesa di un figlio, ha bisogno di costose cure mediche, il marito, buono ma impetuoso, non ottenendo un prestito dal padrone, viene stritolato dal crimine.
Bayan Ko, un inno popolare cantato da tutti i filippini, fa da sottofondo alle proteste pacifiche dei lavoratori filippini, che vogliono costituirsi in sindacato e sono duramente osteggiati dal proprietario, mentre i giornalisti appaiono quasi più spietati dei poliziotti nel fotografare le tragedie.
Nell’intervista radiofonica, presentata nel film Ebolusyon di Diaz, Brocka ammette che, per avere i fondi necessari per girare un film di qualità, doveva produrre almeno cinque film commerciali. Il regista aveva, infatti, iniziato la sua carriera producendo spot pubblicitari alla fine degli anni ’60, dopo aver studiato alla Nuova Ecija North High School e alla facoltà di legge dell’Università delle Filippine, divenendo un membro attivo del Laboratorio di teatro diretto da Wilfredo Maria Guerrero.
Disgustato dall’alto tasso di commercializzazione dell’industria cinematografica filippina, solo nel 1974 riuscì a fondare con un gruppo di amici una casa di produzione cinematografica e a realizzare i piccoli giornielli che lo renderanno famoso a livello internazionale, facendolo definire «il poeta del terzo mondo». Morirà tragicamente in un incidente automobilistico nel 1991.

Il critico cinematografico José B. Capino, con un’acuta sintesi, ha tratteggiato bene il lavoro del regista filippino, scrivendo: «Nel presentare e allegorizzare la situazione del paese, Brocka non distoglie lo sguardo dagli elementi più sgradevoli del vasto repertorio di orrori offerto dal terzo mondo: illegalità, gang di vigilanti e cannibalismo… Il successo di Brocka, come polemista che denuncia la situazione determinata dal regime totalitario, finisce con l’oscurare la stupefacente sofisticatezza e ampiezza di respiro della sua visione sociale.
Mostrando di essere molto di più che il lucido critico della tirannide, dispotismo e rapacità, Brocka ha affrontato quasi tutte le tematiche sociali contemporanee, dalla famiglia omosessuale all’imperialismo americano, dagli abusi matrimoniali all’esportazione incontrollata della manodopera filippina. Spesso, ha discusso più tematiche insieme, articolando con sagacia l’indagine della società attraverso la testimonianza intima di vite individuali».

Silvana Bottignole

Silvana Bottignole