Un bambino ci salverà

La chiesa in Ciad vive eventi simili a quelli presenti nel racconto evangelico del paralitico: le folle bussano alla porta della chiesa, malattie e guerra paralizzano la società, africani, donne e uomini, si fanno carico dei problemi della propria gente, tradizioni culturali ne congelano le aspirazioni di liberazione, giovani sensibili all’invito di Cristo di alzarsi e camminare con le proprie gambe: la salvezza dell’Africa dipende dagli africani; a noi il compito di assecondare tale cammino.

Prima di partire per un soggiorno prolungato (3 mesi e mezzo) nella missione di Fianga (Ciad) affidata a 3 preti Fidei donum di Treviso, mi è stato chiesto di raccogliere alcune informazioni e riflessioni su questo paese che è piuttosto sconosciuto. Vorrei farlo, a esperienza conclusa, sulla falsariga del racconto evangelico della guarigione del paralitico.
Si tratta indubbiamente di un modo singolare di raccontare, ma potrebbe essere un genere letterario molto appropriato quando si voglia «raccontare la missione».

LA RESSA… AMBIGUA

«Quando si seppe che Gesù era in casa, si radunarono tante persone da non esserci più posto neanche davanti alla porta».
L’impressione che in Ciad si faccia ressa davanti alla porta della chiesa è molto netta, specialmente nei giorni di festa. Si possono vedere fiumane di gente, dai vestiti sgargianti, che si affrettano verso chiese, aree sacre, o all’ombra di immense piante, dove si celebra la preghiera domenicale con o senza eucaristia.
Questo è tanto più stupefacente, se si pensa che il cattolicesimo è entrato piuttosto di recente in Ciad. La missione di Fianga, per esempio, non ha neppure 50 anni. La popolazione di questa nazione, che si autorappresenta come paese musulmano dal punto di vista dell’appartenenza religiosa, può essere divisa a metà, se da una parte si collocano i musulmani (51%) e dall’altra si mettono insieme seguaci delle religioni tradizionali e cristiani (protestanti e cattolici).
C’è ressa anche di richiedenti il battesimo. Nella sola missione di Fianga sono in media 200 gli adulti che chiedono di incominciare l’itinerario della preparazione al battesimo, anche se, poi, dopo i 3-5 anni di preparazione non ne resterà che una quarantina.
Questi dati sembrano tanto più lusinghieri, se si tiene conto di quanto mi è stato detto da un vecchio missionario del nord Camerun: l’attuale crescita dell’islam è più di carattere fisiologico e non più di carattere propulsivo, come sembrava essere nelle decadi 70-80 del secolo scorso.
Tuttavia questi dati non sono in grado di giustificare alcun trionfalismo. Molti preti locali, che d’altronde stanno diventando sempre più numerosi, sembrano più attratti dal ruolo che chiamati alla sequela di Gesù, pastore che dà la vita. La loro richiesta di amministrare il battesimo ai bambini segnala la tendenza a una pastorale di conservazione e di contenimento, piuttosto che a una pastorale missionaria. La debolezza delle motivazioni che li conducono al sacerdozio ha pesanti ripercussioni sul loro stile di vita. In genere non li ho visti molto motivati ai problemi di inculturazione del cristianesimo.
La produzione dei testi della bibbia e della liturgia sembra essere più la preoccupazione degli stranieri che dei locali. Per quanto riguarda i battezzati non è raro il caso che un certo numero di essi tornino a certe pratiche ancestrali, abbandonando di fatto la vita cristiana.
La maggioranza dei richiedenti il battesimo è costituita generalmente da giovani appartenenti a famiglie cristianizzate o per lo più di religione tradizionale. «La ressa» che si nota alle porte della chiesa nasconde, quindi, ambiguità e debolezze che potrebbero compromettere l’incontro forte e personale con Gesù Cristo.

I MALI PARALIZZANTI

«Si recarono da lui con un paralitico».
Il Ciad può essere raffigurato dal paralitico? Oggi è un po’ rischioso parlare «dell’Africa del dolore, della fame, della morte…».
Le classi medio-alte africane, assecondate dai mass media occidentali desiderosi di cancellare ogni traccia di neo-colonialismo, rifiutano questa immagine dell’Africa. Non è così in America Latina, dove la presa di coscienza collettiva e dichiarata dei propri mali provoca dinamiche di liberazione. Non vorrei che tale atteggiamento delle classi medio-alte africane significhi una presa di distanza rispetto alle masse dei poveri del continente e un occultamento delle loro condizioni di vita.
Durante il periodo che ho passato nella missione di Fianga ho avuto la forte sensazione che il tema della vita costituisca il messaggio centrale del cristianesimo della savana, la quale resta un luogo dove la vita sembra minacciata dalla onnipresente signoria della morte. Le minacce più violente sono costituite dalla malaria e dall’Aids.
La malaria, più di tutto. La morte per malaria sembra ancora più gratuita, perché è conosciuta e curabile. Ma quando è unita a una mancanza cronica di alimentazione bilanciata, alla tenace resistenza di pregiudizi legati alla cultura tradizionale, alle distanze che separano le persone dai dispensari e ancor più dall’ospedale, all’assenza di mezzi di trasporto, all’impraticabilità delle vie di comunicazione, essa è all’origine di un numero così elevato di morti da creare l’impressione di trovarsi di fronte a una qualche forma di peste.
Il tema della vita e, perciò, il tema della liberazione dalle cause strutturali, ambientali, igienico-sanitarie e culturali che la minacciano è, forse, il motivo profondo che determina l’attrazione avvertita da molti africani della foresta verso Gesù guaritore.
«Il grido dell’uomo africano» come è stato definito dal teologo camerunese J. Marc Ela, è un grido che reclama vita e liberazione.

GUERRA E TURBOLENZE

A questi fattori di morte si unisce ora la guerra. Una guerra strana che riguarda direttamente alcuni territori, soprattutto quelli frontalieri con il Sudan e, particolarmente, con il Darfour. Bisogna tentare di individuare nella migliore maniera possibile, le dinamiche di questa strana guerra e le sue conseguenze sulle popolazioni.
Da più di 2 anni affluiscono verso il Ciad i rifugiati della regione del Darfour, cacciati da ribelli armati, i cui collegamenti con il governo di Khartoum sono avvolti da una complice oscurità. La fuga verso il Ciad era favorita non solo dalla vicinanza con il Sudan, ma anche dal fatto che le popolazioni profughe appartenevano, in genere, alla stessa etnia del presidente ciadiano. Esse, perciò, confidavano in una qualche solidarietà etnica con «il fratello presidente».
Ma all’interno del clan presidenziale, in questi ultimi mesi, si è sviluppata una lotta intestina durissima, determinata, molto probabilmente, dalla spartizione del potere e delle risorse: da 3 anni il Ciad è un paese produttore di petrolio. Gli «oppositori» trovano, perciò, nella regione del Darfour un ambiente favorevole per stabilire alleanze e svolgere eventuali incursioni in territorio ciadiano. Dal mese di dicembre 2005 si è creato uno stato di belligeranza tra il Ciad e il Sudan, il cui esito finale è estremamente incerto.
Il resto del paese apparentemente non sembra sfiorato dalla guerra, anche se alcune situazioni fanno capire che, di fatto, il Ciad si trova in un periodo di turbolenza.
Fra queste segnalo le retate di giovani che, specialmente nei mercati della capitale, vengono fatte dalla polizia che poi, dopo averli rasati e rivestiti di casacca militare, provvede a inviarli al fronte. Insegnanti e personale medico e paramedico da mesi non vengono pagati, creando una forte inquietudine sociale.
Questi e altri fattori fanno capire che i soldi che restano, dopo il saccheggio operato da una voracissima corruzione, vengono utilizzati per la guerra, piuttosto che per lo sviluppo del paese.

I BARELLIERI

«Il paralitico era portato da 4 uomini».
Chi sono i 4 volontari che si fanno carico del popolo della savana, paralizzata dai suoi molti mali? Durante il mio ultimo soggiorno ho avuto la conferma che non siamo noi, i bianchi, i barellieri dell’Africa.
Essi sono africani, anche se per il momento sembrano essere maledettamente pochi e anche se per ora non hanno raggiunto quella dimensione collettiva che caratterizza, invece, i popoli e i credenti latinoamericani.
È giusto ricordare almeno alcuni di questi barellieri che, a mio parere, costituiscono il fermento pasquale, che è all’opera all’interno di una situazione apparentemente stagnante.
Ricordo Arsène, un giovane medico ciadiano di 34 anni, padre di 4 figli. Laureato a N’djamena, scarta l’ipotesi di farsi un gabinetto medico privato nella capitale, per inserirsi nel servizio pubblico. Viene assegnato all’ospedale di Fianga, lasciato già da alcuni anni da médécins sans frontières.
Prima di arrivare a Fianga fa uno stage nel campo specifico dell’Aids. A pochi mesi dal suo arrivo ha già messo in piedi un comitato per la lotta contro l’Aids, dove sono presenti 2 suore cattoliche, alcuni membri delle chiese protestanti, un giovane musulmano.
Allo stesso tempo fa interventi chirurgici e pratica le cure mediche che sono possibili. Nonostante qualche fallimento che gli brucia dentro, continua con passione la sua lotta personale contro «la signoria della morte», che sembra dominare senza efficace contrasto nella zona.
Un efficace ruolo di barelliere è svolto da suor Maria Albert, settantenne senegalese, che dal mattino alla sera visita malati di ogni tipo ed entra nelle case di tutti, accolta con affetto da musulmani e cristiani e non cristiani. Con i suoi metodi, pur ispirati a un cristianesimo di altri tempi e da una molto improbabile farmacopea, riesce a convincere molti malati di Aids a dichiararsi, a sottomettersi al test.
Considero barellieri due signori, nativi di un grosso villaggio, che hanno il coraggio e il potere di far mettere in prigione il temutissimo e intoccabile «capo locale», che aveva bastonato a morte il loro fratello trentenne.
Anche Pascal, responsabile del centro per disabili, fisioterapista autodidatta, fa parte a mio parere del gruppo di barellieri. Con il tempo si è fatto un fiuto particolare per scoprire le persone colpite da handicap e metterle a contatto con il centro.
Infine, dentro questo ristretto gruppo di barellieri, inserirei il giovane emigrato, di ritorno da Douala, che sfida costumi e convinzioni ancestrali, facendo ricorso alla giustizia ordinaria che finisce per dargli ragione.
Sono tutti barellieri con un volto africano. L’opera di qualsiasi bianco sarebbe meno efficace della loro.

FARISEI… AFRICANI

«Seduti là, erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: perché costui parla così?».
L’azione liberatrice di Gesù viene criticata dagli scribi, cioè dai ringhiosi custodi delle leggi e delle tradizioni svuotate di anima e di senso. Nell’Africa profonda sono all’opera fattucchieri, impostori, gerarchie, che vogliono conservare immutabile il passato.
Certo, le culture, perché non di una sola si tratta, non possono essere liquidate come eredità inutile o, peggio, dannosa del passato. Negli anni ‘70, l’Africa ha riscoperto e riaffermato la sua autenticità e identità culturale, a dire il vero in maniera piuttosto sventurata in alcuni paesi, come l’ex Zaire di Mobutu, la Repubblica Centrafricana di Bokassa, il Ciad di Tambalbaye. In ogni caso, la sua cultura costituisce la spina dorsale di un popolo e delle sue strategie di organizzazione sociale e di resistenza.
Tuttavia, nel delicatissimo film Yaaba (nonna), successivo a quel periodo, opera di un regista africano, si ebbe il coraggio di guardare in maniera critica agli aspetti disumani legati al rispetto di certe tradizioni. Il compito di superarli fu affidato, nel film, a un bambino, che nell’innocenza del suo rapporto con una donna anziana, proscritta dalla comunità perché considerata come «strega», ha messo a nudo i limiti e le disumanità di certi comportamenti indotti dalla rigida osservanza della tradizione.
La sfida dell’inculturazione nei diversi paesi africani ha bisogno anche di questi occhi e comportamenti innocenti, liberi e liberati dalla paura.
Congelare le tradizioni e le culture africane, nonostante il mutamento dei tempi, è lo stesso che distruggerle e risponde più agli impossibili sogni degli occidentali che alla ricerca degli africani.

FACCIAMO TIFO

«Ti ordino: alzati e va a casa tua!».
«Alzati e cammina»: è lo slogan della campagna proposta alla gioventù cristiana del Ciad per quest’anno. Con due numerosi gruppi di giovani ho realizzato due ritiri e qualche incontro su questo tema.
La gioventù ciadiana sembra essere particolarmente sensibile a questo appello di Gesù. Penso che, per accoglierlo in profondità, i giovani devono superare due sfide: la prima è la titubanza, o addirittura la paura, che essi provano di liberarsi da maniere di pensare e agire, determinate da alcune tradizioni ancestrali. Credo che, razionalmente, essi riescano a vedee i limiti e la nocività, ma emotivamente è molto difficile opporvi una efficace resistenza.
La seconda sfida è costituita dall’attrazione del consumismo e dei modelli occidentali che esercitano un forte fascino su di essi.
«Africa, alzati e cammina»: se questo avverrà, gli africani lo dovranno solo a se stessi. A noi il compito di stare ai limiti dell’area, di offrire, quando richiesti, la nostra collaborazione e di fare tifo perché ciò avvenga.

Giuliano Vallotto

Giuliano Vallotto




Nagasaki e Hiroshima

Tappe obbligate del nostro pellegrinaggio sono Nagasaki e Hiroshima, le due città distrutte dalla bomba atomica nell’agosto 1945. Entrambe le città sono state ricostruite, conservando, però, la memoria dell’incredibile tragedia: nel cuore di ognuna delle due città sono stati fatti bellissimi parchi, con vari monumenti alla vita e alla pace. In quello di Nagasaki ce n’è uno intitolato «Inno alla vita», offerto dalla città di Pistornia 1987.
Nei musei passano ogni giorno migliaia di persone e sostano in silenziosa meditazione davanti all’orrore stampato sulle fotografie di volti, scene, situazioni, e sugli oggetti sfigurati dal calore della nube atomica. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare qualche superstite: sul loro volto non si legge alcun sentimento di rancore, ma solo la speranza che mai più si ripetano orrori del genere.

Identici sentimenti li ritroviamo nel santuario dei martiri cristiani a Nagasaki, dove riviviamo una pagina triste e, al tempo stesso, tra le più gloriose della storia del Giappone e della chiesa.
Era il 5 febbraio 1597: Paolo Miki e altri 25 cristiani, dopo essere stati invitati a rinnegare la propria religione, furono messi a morte per crocifissione. Alcuni morirono pregando in silenzio, altri cantando i salmi e tutti perdonando ad alta voce il loro persecutore e i carnefici che eseguivano gli ordini di morte.
A quella persecuzione seguirono oltre due secoli d’isolamento, finché i missionari poterono ritornare nel paese. Il venerdì santo del 1865, a Nagasaki, si presentò in chiesa un gruppetto di giapponesi che rivelarono agli stupiti missionari la presenza in zona di circa 10 mila cristiani, sparsi nei villaggi dell’isola di Goto e nella valle di Urakami. Li chiamavano kakure kirishitan, cioè «cristiani nascosti». Un vero miracolo: per generazioni avevano resistito a persecuzioni e umiliazioni, trasmettendo la fede cristiana di padre in figlio, senza l’aiuto e la guida di nessuna struttura ecclesiastica.

VM




Seimeizan: montagna della vita

L’ispirazione viene da due assemblee tenute negli anni ‘70 dalla Federazione delle conferenze episcopali asiatiche, le quali suggeriscono di dotare la chiesa in Asia, oltre alle tradizionali strutture ecclesiastiche (parrocchie, opere sociali, scuole, asili…) di centri di preghiera e di dialogo tra le grandi religioni dell’Asia. La scintilla che lo fa nascere è l’incontro provvidenziale tra il padre saveriano Franco Sottocornola e il monaco buddista Furukawa. Dopo anni di gestazione, nel 1987, su una collina sovrastante la cittadina di Kikusui, nell’isola di Kyushu, nasce il «Seimeizan» (montagna della vita), centro di spiritualità e dialogo interreligioso.
Il centro rispecchia in tutto le caratteristiche culturali e spirituali della tradizione giapponese: la struttura dell’edificio, immersa in una foresta di bambù e cipressi, con pareti e porte scorrevoli, la luce che penetra diffusa e non violenta, sembra non avere alcuna discontinuità tra l’interno e l’ambiente circostante. Inoltre, la semplicità dell’arredamento, l’uso del legno o della paglia di riso intrecciata, il tatamì che invita a stare insieme, creano rapporti familiari e calore umano che fanno pensare a una psicologia della casa, diversa dalle nostre tradizioni europee.
Ma ciò che caratterizza il Seimeizan è, soprattutto, l’assunzione di tre elementi classici dello spirito del popolo giapponese: la natura, la montagna, la via del tè. Vivere in mezzo alla natura, sentita come luogo sacro, significa vivere in un contesto di esperienza religiosa. La montagna è luogo di silenzio e d’incontro con Dio. Il silenzio caratterizza molte volte gli incontri interreligiosi che si svolgono al Seimeizan. Il desiderio di stare insieme, di comunicare l’esperienza mistica non ha bisogno di parole. Nella cerimonia del tè, servito dal padrone di casa, i componenti del gruppo (non più di 7 persone) non si guardano in faccia, ma tutti guardano la tazza: bere insieme il tè è segno di pace; è un momento che crea nel gruppo uguaglianza e rispetto, gioia di stare insieme.

La comunità cristiana del Seimeizan (5 persone in tutto) opera in stretta collaborazione con il tempio buddista della vicina città di Tamana, praticando con semplicità e impegno alcune scelte fondamentali: vivere in mezzo ai buddisti per rispondere al dialogo della vita e delle opere; svolgere servizi di vario genere a favore dei bambini, anziani e persone bisognose di aiuto, di consigli e assistenza; offrire accoglienza a singoli e gruppi che vogliono fare esperienza spirituale e di dialogo.
Ogni anno centinaia di persone salgono alla «Montagna della vita» per pregare, vivere a contatto con la natura e con se stessi, comprendere l’animo giapponese, scoprire negli eventi quotidiani la presenza di Dio. Seimeizan è un vero polmone spirituale, in un ambiente in cui il senso religioso rimane spesso in superficie.
Anche noi pellegrini respiriamo un’atmosfera di autentica spiritualità cristiana, fatta di accoglienza, preghiera, contemplazione, attenzione all’altro. Vorremmo condividere per tutto il giorno il loro stile di preghiera, rivolti al sole quando sorge e quando tramonta, ma la pioggia non ce lo permette. Quindi svolgiamo tutto il nostro programma all’interno.
Centro della nostra giornata è la celebrazione della messa, preceduta dalla meditazione zen. Il rito, ispirato alla cerimonia del tè, si svolge con profondo rispetto e dignità liturgica e costituisce per noi un’affascinante novità per rivivere il mistero pasquale.

VM




Sulle orme di Saverio

In occasione dei 500 anni dalla nascita di Francesco Saverio, cinque sacerdoti ripercorrono il suo cammino di evangelizzazione in Giappone, per meglio conoscere la persona e l’opera avviata dal grande missionario. L’incontro con alcune comunità cristiane ed esperienze di dialogo interreligioso offrono l’opportunità di venire a contatto con l’attuale chiesa giapponese.

Domenica 19 febbraio 2006 rimane nei ricordi come un’esperienza unica, cuore del pellegrinaggio, che ormai volge al termine. Siamo invitati a partecipare alla messa in una delle parrocchie della periferia di Osaka, ognuno affidato a un missionario saveriano. Il mio angelo custode mi porta nella comunità cristiana di Kumatori. Dopo la comunione, il parroco, padre Angelo Manni, mi presenta ai fedeli e mi chiede di rivolgere loro un breve messaggio, che lui traduce in giapponese.
«Cari cristiani – esordisco -, sono un missionario della Consolata e vengo da lontano. Mi chiamo Vincenzo Mura. Ho lavorato per diversi anni in Italia e nella Repubblica democratica del Congo. Non vi nascondo che vi parlo con tanta umiltà, perché vedo in voi, innanzitutto, la chiesa iniziata da san Francesco Saverio e i fratelli diretti di generazioni di martiri. Questo mi emoziona tanto. Non è di tutte le chiese avere fondamenta e tradizioni così solide. Esorto ognuno di voi a continuare a dare la vostra bella testimonianza di fede in Gesù Cristo risorto. Grazie».

DUE ANNI EROICI
DI EVANGELIZZAZIONE

Siamo in cinque: tre sacerdoti della diocesi di Brescia, un missionario saveriano e il sottoscritto. Atterriamo a Kagoshima, nell’isola di Kyushu, la più meridionale dell’arcipelago giapponese. All’aeroporto ci attende padre Giuseppe, dei missionari Saveriani, nostro angelo protettore, che ci introduce nel mondo giapponese.
Anche per Francesco Saverio sarebbe stata un’impresa impossibile, nel 1549, raggiungere questa città senza la guida di un esperto del paese. La trovò, infatti in Anjiro, un giapponese sfuggito alla giustizia e ricercato per omicidio, che il missionario aveva incontrato a Malacca, presentatogli da Alvares, capitano di una nave.
Usciti dall’aeroporto, proviamo a immaginare cosa abbia provato il grande missionario di fronte allo spettacolo offerto dalla prima città giapponese che lo accolse. Purtroppo, una fitta e piovigginosa nebbiolina c’impedirà per tutto il tempo del nostro soggiorno di gustarne fino in fondo la bellezza della baia, lunga e stretta, dominata dal vulcano Satura-Jima, isolato in mezzo al mare. Così era e tale è rimasto fino al 1914, quando un’enorme eruzione di lava lo ha unito alla sponda orientale.
Sotto una pioggia torrenziale visitiamo il monumento a san Francesco, dove è raffigurato Anjiro che porta sulle spalle il missionario e lo introduce in Giappone. Passiamo quindi al castello del potente daimyò (governatore locale), dove il Saverio si recò, accompagnato da Anjiro, per avere la libertà di predicare il vangelo. Permesso che ottenne facilmente, anche perché il signorotto sperava di attirare nel suo feudo i commercianti portoghesi.
Continuiamo il nostro pellegrinaggio, visitando la città di Kagoshima e la cattedrale. La giornata termina nella casa del presidente della comunità cristiana, dove siamo invitati a cena, rigorosamente alla giapponese, con tanto di bastoncini (hashi) al posto delle posate.
A Kagoshima Francesco si fermò circa un anno, dando vita alle prime comunità cristiane. Poi si spostò a Hirado, piccola isola a nord di Nagasaki, e dopo quattro mesi raggiunse Yamaguchi. Facciamo anche noi tale percorso, ma prima ci fermiamo per un giorno nel centro di spiritualità Seimeizan, dove veniamo iniziati a tante piccole realtà giapponesi (vedi riquadro). Ci prepariamo a familiarizzare con il tatamì: spessa stuoia di paglia di riso usata come pavimento nelle case giapponesi, nelle quali si entra solo dopo aver lasciato le scarpe all’esterno delle mura domestiche. È piacevole camminare a piedi scalzi sul tatamì: dà una sensazione di leggerezza e di silenzio.
Ci abituiamo al futon, il materasso per dormire, disteso sul pavimento, che al mattino viene ripiegato e riposto in un armadio, lasciando libero lo spazio per i pasti e la vita familiare diua. Impariamo anche a fare la meditazione zen, appollaiati sulle gambe per mezz’ora… Che fatica, la prima volta!
Riposti i futon nei loro armadi, riprendiamo il viaggio sotto la guida di padre Franco Sottocornola, direttore del Seimeizan. Ci fermiamo a Nagasaki, per sostare in preghiera davanti al monumento che ricorda i martiri giapponesi e visitare il museo della bomba atomica (vedi riquadro), quindi anche noi raggiungiamo Hirado, dove visitiamo la bella chiesa dedicata al santo missionario; quindi raggiungiamo Yamaguchi, capoluogo dell’omonima prefettura, nella regione del Chûgoku, nell’estrema punta occidentale dell’isola di Honshû.
A Yamaguchi visitiamo i luoghi che portano la memoria del Saverio: santuario, museo, castello. Ci vengono ricordate le sue peripezie per ottenere piena libertà nella predicazione del vangelo. Tenendo presente la situazione sociopolitica del paese, il Saverio pensava di guadagnarsi i favori dell’imperatore; per questo si recò a Kyoto: un viaggio di 400 km a piedi, d’inverno, tra indicibili stenti e pericoli. Noi faremo lo stesso tragitto in poche ore sul treno velocissimo.
Francesco trovò la capitale dell’impero in preda a gravi tumulti e comprese che il monarca era privo di potere politico. Egli toò subito a Yamaguchi e si procurò l’appoggio del daimyò della regione, che gli concesse un vecchio tempio buddista (poi diventato la prima casa dei gesuiti in Giappone) e di annunciare liberamente il vangelo di Gesù.
Dopo circa quattro mesi, nel 1551, Francesco ripartì per le Indie, con l’intento di organizzare e dare solidità alla sua missione in Giappone ed estendere l’evangelizzazione alla Cina. Ma morì l’anno seguente.

LA CHIESA GIAPPONESE

Dopo due anni d’intensa ed eroica evangelizzazione, Francesco Saverio lasciava in Giappone più di 400 battezzati: piccole comunità cristiane che seppero tener viva la fede per secoli, sfidando contrasti e persecuzioni.
Nel nostro pellegrinaggio constatiamo quanto la presenza del Saverio sia ancora viva: li vediamo nei segni che ricordano i luoghi dove egli è passato; i cristiani giapponesi parlano di lui come uomo di Dio, un santo, divorato dalla sua missione; i missionari attualmente presenti lo hanno come patrono e ispiratore del modo di fare missione.
La prima evangelizzazione di san Francesco e altri missionari fu seguita da lunghi e tormentati periodi di persecuzioni e testimonianza nel martirio, silenzio e isolamento dal resto del mondo e dalla chiesa universale.
Il viaggio di Giovanni Paolo ii, nel febbraio 1981, le scelte pastorali dei vescovi e il lavoro dei missionari hanno contribuito, negli ultimi decenni, a frantumare un certo tipo di «congiura» contro il cattolicesimo.
Un papa che parla in diverse lingue, che celebra la messa e ordinazioni di preti locali in lingua giapponese, che si rivolge con umiltà e autorità ai capi di tutto il mondo per implorare la pace… non appare certo come un capo spirituale di una minoranza insignificante!
Ma è soprattutto con i suoi gesti e la sua catechesi che il pontefice penetra nel cuore dei giapponesi, quando, per esempio, invitato dalla nota cantante Agnese Chang, improvvisa un girotondo con alcuni bambini, durante l’incontro con i giovani; oppure quando, durante la messa celebrata il 26 febbraio a Nagasaki sotto una tormenta di neve, loda i martiri giapponesi, paragonandoli ai «primi martiri dell’era cristiana». Tutto questo contribuisce a far sì che il cammino della chiesa faccia notizia.
I vescovi, secondo lo stile giapponese, evitano lo scontro e non prendono posizioni; ma operano come fermento nella società. Significativo rimane il loro documento «Messaggio sulla vita», in cui essi presentano la dignità della vita nella visione cristiana, usando espressioni molto belle e incisive, capaci di penetrare veramente nel cuore della persona, aiutandola a cambiare. Anche aborto ed eutanasia vengono toccati da una prospettiva positiva, secondo il grande valore della vita.
La chiesa è anche propositiva sul problema della discriminazione di gruppi socialmente emarginati, sull’attenzione ai poveri, lebbrosi, orfani, anziani e sul concreto impegno nella giustizia sociale.

PICCOLA, MA DINAMICA

I missionari saveriani che ci accompagnano nel nostro pellegrinaggio sono felici di rispondere alle nostre domande, per darci un quadro sempre più completo sulla situazione della chiesa giapponese.
Oggi, la chiesa in Giappone conta più di 450 mila cattolici, distribuiti in 16 diocesi e 1.000 parrocchie, circa 800 sacerdoti autoctoni e altrettanti missionari esteri. Questa presenza missionaria opera in piena collaborazione con la chiesa locale, per rispondere a tutti gli impegni della chiesa giapponese nell’assistenza religiosa, nel campo dell’insegnamento, dell’aiuto ai poveri e anziani… oltre a dare quella spinta di missionarietà ad extra, di cui il Giappone ha ancora bisogno.
A dare visibilità e prestigio alla chiesa cattolica sono soprattutto le scuole: 559 matee, 54 elementari, 98 medie inferiori, 113 medie superiori, 26 istituti universitari, con corsi di due anni, e altri 18 a ciclo prolungato. Il rapporto tra istituzioni scolastiche e studenti, genitori ed ex alunni è molto intenso e dura tutta la vita. Nelle scuole cattoliche, poi, non c’è nessuna imposizione religiosa.
Gran parte degli studenti non diventa cattolica, ma rimane «simpatizzante» del cattolicesimo. Inoltre, il 90% degli adulti che si convertono e ricevono il battesimo hanno avuto il primo contatto con Cristo e la chiesa attraverso la scuola. La chiesa è molto presente anche in campo sociale: gestisce 234 nidi d’infanzia, 192 case per anziani, 80 centri sociali per i senzatetto o per altri servizi.
Se confrontiamo il numero dei cattolici (450 mila) con quello degli abitanti (126 milioni) la chiesa appare certamente una minoranza. Nonostante la piccolezza, i cattolici si sentono parte essenziale della società giapponese, profondamente radicati nella propria cultura e, al tempo stesso, totalmente integrati nella chiesa universale.
In Giappone sono presenti un centinaio di congregazioni religiose, di cui 5 autoctone, come le suore del Cuore Immacolato di Maria, fondate a Nagasaki. Grande attrazione riscuote la vita claustrale maschile e femminile: 5 monasteri di trappiste (con 30-60 religiose ciascuno), 9 di carmelitane (tutti pieni); e poi monasteri di clarisse, redentoriste, del Preziosissimo Sangue; 2 monasteri di trappisti. In tutto sono oltre 6 mila le suore giapponesi: la percentuale più alta del mondo, rispetto al numero di cattolici.
«Siamo un piccolo gruppo; non siamo certamente una forza come voi in Congo, Vincenzo; ma si lavora bene» conclude padre Franco.

TRA PARCHI E TEMPLI

Nonostante le grandi città e i complessi industriali disseminati in tutto il paese, la prima impressione che si prova in Giappone è quella di trovarsi in un grande parco, dove tutto è pulito e ordinato; e poi la gente, rispettosa di ogni cosa, cerimoniosa nell’accogliere i passeggeri in stazioni e aeroporti.
Il pellegrinaggio sulle orme del Saverio, è un’occasione per conoscere anche la storia, la cultura, l’animo del Giappone. Per questo visitiamo i suoi monumenti religiosi più importanti, come i kofun, tra i più antichi. Sono tombe a tumulo, che si trovano a migliaia in tutta l’isola di Honshû, la più grande del Giappone, e nella parte settentrionale dell’isola di Kyûshû. La loro fioritura ha dato il nome a un segmento della storia del Giappone, conosciuto come «periodo Kofun» (iv-vi secolo d.C.). Dopo questi secoli, i kofun non furono più edificati, sopraffatti dalla diffusione del buddismo e delle usanze funerarie ad esso collegate.
A Kyoto, la Firenze del Giappone, ci troviamo immersi nel parco di Kinkakuji (padiglione dorato) uno dei più pittoreschi tra i molti templi dell’antica capitale imperiale. L’ incantevole piccolo tempio, ricoperto di lamine d’oro, appollaiato su un laghetto, è allo stesso tempo unico tempio zen e sacro reliquiario di Budda.
Come preti ci viene naturale domandare ai nostri accompagnatori: «In che cosa credono i giapponesi? Qual è la loro religione?». Risposte e spiegazioni sono sorprendenti. Questo popolo ha nel sangue lo shintornismo, una religione atavica, secondo la quale tutto è abitato da Dio. La gente ha un profondo senso religioso della natura, un’innata capacità di cogliere la bellezza straordinaria del creato. I messaggi televisivi avvisano quando il pesco è fiorito a Nagasaki o il ciliegio fiorisce a Kyoto. A tali informazioni, tutti sospendono ogni attività e si riversano in campagna per godere della fioritura del pesco o del ciliegio.
«Non domandare mai a un giapponese quale sia la sua religione – spiega padre Marco -; potrebbe risponderti: “Per amor di Dio, non ne ho nessuna!”. Si può domandare, invece, a quale tempio appartenga. Di fatto, su 126 milioni, 80 milioni vanno a un tempio per pregare, ma appena il 5% dei giapponesi sanno in che cosa credono».
L’innata religiosità dei giapponesi è caratterizzata da una diffusissima superficialità. Nelle case si può avere l’altarino buddista per gli antenati e quello shintornista per gli dei. Ma pochi saprebbero dire il nome degli dei venerati in famiglia.
Quando arriviamo nelI’isola di Miyajima e visitiamo il bellissimo tempio shintornista (patrimonio dell’umanità, distrutto da un tifone nel settembre del 2004 e ricostruito), si sta celebrando un matrimonio. Anche questo è un argomento che ci interessa come preti.
«I giapponesi nascono shintornisti; si sposano in chiesa e muoiono buddisti – risponde lapidario la nostra guida -. Tutti sono presentati al tempio shintornista al momento della nascita; un numero sempre crescente si sposa nelle nostre chiese cattoliche (logicamente non si tratta di matrimonio cristiano); è compito dei bonzi fare i funerali».
E finiamo (si fa per dire) a Tokyo, camminando lungo i viali, sempre in ordine e puliti, del parco dove sono le abitazioni dei bonzi buddisti. Anche qui le domande si affollano: hanno costoro una speranza futura? Nessuno ci ha chiesto l’elemosina: ma i poveri ci sono? E questi giovani in visita come noi e ai quali chiediamo di fare una foto insieme, credono a tutto questo?
«Intanto sono qui – spiega la nostra guida -. Hanno fatto le loro abluzioni. Ora guardate come battono la mano destra sulla sinistra per farsi notare dalla divinità: chiedono la grazia di essere promossi o qualche altro favore materiale… E fanno tutto con molto rispetto. Ma non chiedete qual è la loro fede o a cosa credono. Esprimono con la loro presenza la gioia di far parte della natura che li circonda».

Vincenzo Mura

Vincenzo Mura




CONSOLATA: madre dei poveri

Il Concilio Vaticano II ha messo l’accento sull’immagine di chiesa come popolo in cammino. Tra le giornie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti gli uomini Maria è, oggi come sempre, modello e guida, luce di consolazione. Soprattutto dei poveri e di ogni persona che soffre.

In questa stagione, la campagna del Sussex si stende lussureggiante da Londra verso il mare. Villette a schiera, case coloniche e nobiliari bucano il manto di prato «all’inglese» che proseguirebbe altrimenti intonso per decine di chilometri. Una fotografia di pace, armonia; magari un po’ noiosa, ma certamente rilassante. Alle spalle il viaggiatore lascia la grande metropoli; di fronte, la turistica costa della Manica è l’unico vero ostacolo prima di tuffarsi nel blu intenso del canale.

UN SANTUARIO SPECIALE

Il santuario di «Nostra Signora della Consolazione», nel paesino di West Grinstead, emerge come una grande macchia bianca immersa in un oceano di verde: un grande luogo di culto come non ci si aspetterebbe di trovare da queste parti, in questa terra dove le parole chiesa e liturgia si sposano obbligatoriamente con il concetto di sobrietà. Ci sono ragioni storiche per spiegare il perché si è voluto dedicare il santuario proprio alla Regina della consolazione. Sì, perché la Consolata ha una delle sue «seconde case» anche in Inghilterra. Dobbiamo ritornare brevemente con la memoria al XVI secolo e agli anni bui che seguirono la rottura politico-religiosa operata dalla corona inglese con la chiesa di Roma. Al colpo di mano di re Edoardo VIII seguirono anni di repressione contro la presenza cattolica in Inghilterra, che ebbero il loro picco durante il lunghissimo regno della figlia di questi: Elisabetta I. Per molti preti, religiosi o anche esponenti laici della chiesa cattolica la fuga fu l’unica opportunità per evitare minacce, arresti, torture e condanne a morte. Inutile dire che l’unica via di salvezza per chi voleva allontanarsi dalle isole britanniche era rappresentata dal mare. I percorsi delle attuali A24 e A23, le autostrade che oggi, piene di traffico, si snodano da Londra verso le cittadine di Worthing e Brighton, divennero il pericoloso cammino notturno di molti pellegrini che cercavano sul continente il modo di salvarsi e, con il tempo, riordinare le fila del cattolicesimo inglese.
Tuttavia, le campagne del sud dell’Inghilterra non offrivano soltanto pericoli a questi viandanti del tutto speciali. A West Grinstead, i Carylls, un’abbiente famiglia cattolica del posto, iniziò a dare rifugio a molti preti che tentavano di lasciare l’isola o, in seguito, cercavano di ritornarvi sotto mentite spoglie per iniziare a ricostituire nella clandestinità le comunità cattoliche. Verso la metà del XVI secolo, venne costruita nella proprietà di famiglia quella che, ancora oggi, è conosciuta come la «casa del prete», una piccola costruzione in cui i rifugiati vivevano sotto mentite spoglie, sovente travestiti da pastori. Sotto il tradizionale tetto di paglia, un fienile nascondeva una piccola cappella in cui, quotidianamente, veniva celebrata l’eucaristia. Altri due nascondigli, ovviamente privi di luce naturale, vennero ricavati utilizzando le canne fumarie della casa, angusti rifugi che permettevano ad una persona in piedi di rimanere perfettamente celata a sguardi inopportuni.
L’affidabilità di questo ricovero di fortuna è testimoniata dal fatto che non si ha avuto memoria di persone scoperte o arrestate mentre vi si nascondevano. La famiglia Carylls subì vessazioni e persecuzioni a causa della testimonianza di fede data in così difficili circostanze e non è difficile immaginare i sentimenti di paura, sgomento, angoscia, che le pareti di quel nascondiglio dovettero respirare per anni.
Quando, nel 1865, venne presa in considerazione la proposta di costruire una nuova chiesa a West Grinstead, si suggerì che il futuro santuario potesse essere messo sotto la protezione della Vergine della Consolazione. L’ordinario della diocesi di Southwark, il vescovo Grant, appoggiò caldamente questa iniziativa, riconoscendo che il «luogo santo», su cui sarebbe sorto il nuovo centro di culto, avrebbe avuto nella Madonna Consolata una degna titolare, madre e modello di una chiesa perseguitata che si fa servitrice degli oppressi della storia. Per l’importanza rivestita in quel tempo e per la particolare spiritualità che da sempre lo animava, il santuario della Consolata di Torino divenne il modello cui ispirarsi e gemellarsi, in modo da poter condividere con esso preghiere, privilegi spirituali e benedizioni.

SPIRITUALITÀ FORTE

Del resto, anche la gente di Torino aveva imparato, nel corso dei secoli, ad affidarsi alla Vergine nei momenti particolarmente difficili della vita cittadina: carestie, epidemie, guerre. La Consolata è sempre stata la discreta «compagna di viaggio» della popolazione che a lei si affidava, attenta e premurosa, pronta ad offrire uno squarcio di luce a chi brancolava nel buio di difficili circostanze esistenziali. Da sempre, insomma, la spiritualità della Consolata si è incarnata nel tessuto quotidiano della vita della città. I grandi santi sociali della chiesa torinese del tempo avevano attinto a piene mani la forza per continuare la loro opera al servizio dei più poveri anche dalla figura umile, silenziosa, ma risoluta della giovane donna di Nazaret che vedevano impressa nell’icona della Consolata.
Questo tratto caratteristico di Maria è stato riconosciuto sin dall’esperienza di fede della prima comunità cristiana. Nel racconto dell’evangelista Giovanni, immediatamente prima dei capitoli dedicati alla passione e morte del Signore, Gesù promette l’invio del suo spirito sulla comunità dei discepoli, spirito che dimorerà in loro, guidandoli nei sentirneri della storia e aiutandoli a ricordare con fedeltà e testimoniare con autorità il messaggio di Gesù. Per compiere il suo mandato, la chiesa trova in Maria un modello degno di essere imitato. In lei, celebra un essere umano capace di trascendere la propria realtà e che, abitato dallo spirito, indica con coraggio i valori del regno. Il conto del Magnificat riassume al meglio lo status che Maria riveste davanti a Dio e alla chiesa: è la umile e docile ancella del Signore, da lui consolata attraverso «grandi meraviglie» affinché possa essere lei stessa una consolatrice profetica dei poveri e degli oppressi. Di conseguenza, noi, che siamo la presente generazione di discepoli di Cristo, chiamati a partecipare e a lottare nel suo mistero di redenzione, crediamo che nessun altro come Maria possa guidarci attraverso le frange, sia umane che divine, di questo mistero. È su questi passi che ci guida il culto della Consolata.
Seguendo le orme di Maria, consolata e consolatrice, si possono superare certi aspetti devozionistici deteriori suscitati da una certa forma di culto mariano, fondata su un eccessivo sentimentalismo e una certa dose di superstizione. Ciò non significa assolutamente farsi beffe della religiosità popolare. Si tratta, invece di recuperare autentiche forme di devozione, che facciano maturare una genuina relazione dell’uomo con l’inesauribile mistero di Dio, relazione che si perfeziona nella prassi delle beatitudini e nella testimonianza dei valori del Regno.
Già papa Paolo VI, nella sua esortazione apostolica Marialis Cultus (1974) incoraggiava la ripresa di pratiche tradizionali di devozione mariana come il rosario, auspicando che esse venissero arricchite da fondamenti teologico-pastorali che le rendessero più vicine alle sensibilità e alle esigenze del mondo contemporaneo. Oggi, nuovi spunti provenienti dalle scienze bibliche, dalla teologia femminista e dal dialogo ecumenico obbligano la chiesa a ripensare teologicamente e pastoralmente il ruolo di Maria e a rivisitare il culto a lei dedicato applicandolo al contesto esistenziale del credente.
Come non pensare all’immagine di Maria che traspare dall’insegnamento del beato Allamano, per quarantasei anni rettore del santuario della Consolata di Torino? L’amore grande per la Vergine, coltivato in intense notti di preghiera e vissute a tu per tu dal coretto che si affaccia sull’icona del santuario, è passione vera per una persona «viva», reale, che l’Allamano indica come modello ai suoi preti e missionari. Una donna «che condusse una vita esteamente ordinaria, ma non in modo ordinario». Una donna come tante, vicina all’esperienza di molte altre madri, figlie e sorelle che si rivolgono a lei per cercare la via dello straordinario nell’ordinario, la santificazione nelle piccole cose. Maria madre dei poveri e degli oppressi, donna del popolo e, nello stesso tempo, icona di fedeltà al progetto di Dio sull’umanità, chiamata ad esser santa per poter essere missionaria, portatrice di Gesù Cristo, consolazione delle genti.

CONSOLARE IL MONDO

Per i poveri, Maria è sempre stata la consolata e la consolatrice, anche se per ragioni culturali, storiche o affettive l’hanno venerata e continuano a venerarla sotto altri titoli. In Colombia, per esempio, il culto alla Virgen del Carmen ha resistito all’invasione di altre devozioni mariane che hanno accompagnato l’evangelizzazione del paese nel corso dei secoli. Se andiamo però a leggere gli aspetti che caratterizzano l’amore della gente alla Madonna del Carmine, non possiamo non individuarvi gli stessi tratti tipici che ci spingono ad abbracciare la Consolata. In una terra segnata da guerra, violenza, disgregazione familiare e sociale come è la Colombia di oggi, Maria assurge a modello di fede e vita cristiana, con le sue doti di madre consolatrice. Come la figura della madre è sociologicamente il centro della famiglia, vero (e molte volte unico) punto di riferimento, Maria, sotto qualsiasi titolo la si voglia chiamare, suscita una spiritualità forte. È una donna energica, determinata, che si impegna, silenziosamente, nell’oscuro lavoro di testimoniare con fede incrollabile la sconfitta del peccato e di annunciare la liberazione messianica dei poveri dalle storiche ingiustizie sociali. In America Latina come nelle baraccopoli di Nairobi, nella foresta del nord del Brasile come nelle ghiacciate steppe della Mongolia o nel deserto umano delle opulente città europee e Nordamericane, Maria continua a essere la donna del Magnificat. È l’umile serva con cui gli emarginati di ogni tempo possono identificarsi. Come ieri furono i pellegrini che fuggivano per le campagne inglesi ad essere accompagnati da Maria al sicuro rifugio di West Grinstead, oggi sono altri migranti a cercarne la protezione. La processione della Consolata che si tiene tradizionalmente a Torino la sera del 20 giugno si veste di nuovi colori e si arricchisce di nuovi volti. Sono i segni della nuova cristianità torinese, frutto della migrazione, che celebra la propria fede nel capoluogo piemontese. Senza rinunciare alle proprie devozioni tradizionali, le comunità latinoamericane, africane, est-europee e asiatiche di fede cattolica pongono ai piedi della Consolata i loro affanni quotidiani. Da lei sono ancora una volta invitati ad avvicinarsi all’unico consolatore: Gesù, il Cristo.
Maria ha dovuto sentire su di sé la forza della consolazione: Maria resa madre prima del matrimonio e subito discriminata, Maria migrante, rifugiata in terra straniera, madre di un uomo ucciso ingiustamente e barbaramente. È proprio la sua drammatica esperienza di povertà, sofferenza, persecuzione e migrazione che rende Maria sorella dei poveri. Nessuno si può sentire da lei rifiutato e questa sicurezza rappresenta una grande fonte di consolazione per coloro che sono continuamente abbandonati alle periferie della storia. Maria è un modello che non sostituisce Cristo in quanto sorgente di ogni consolazione, ma ne completa l’opera grazie alla dimensione matea e femminile della sua esperienza di fede.

Ugo Pozzoli

Ugo Pozzoli




«Forgiare le lance in falci e le spade in vomeri»

Lo stillicidio delle notizie e delle immagini televisive dei militari italiani caduti in Afghanistan ed in Iraq, hanno riempito i notiziari radiotelevisivi ed i giornali di questi giorni. I volti dei familiari, le lacrime strazianti delle persone care che accolgono i loro morti, il vecchio presidente che appoggia le mani sulle bare coperte dal tricolore, non possono lasciarci indifferenti. Di fronte alla morte ci si raccoglie in silenzio ed in preghiera.
Con la mente riandiamo ad altre scene simili avvenute in un recente passato, con altri giovani riportati a casa nelle bare coperte dal tricolore; e mentre a ogni morte subentra quasi un sentimento di assuefazione, non possiamo fare a meno di interrogarci sul perché di queste morti.
Nel Discorso della Montagna (Matteo cap. 5) vengono chiamati beati coloro che costruiscono la pace, perché come dice il testo, saranno chiamati figli di Dio. Costruire la pace, quindi, è vivere la figliolanza del Padre; operare per costruire la frateità degli uomini è molto di più che enunciare fredde dottrine.
Ogni anno il 24 di marzo, anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero, la grande famiglia missionaria fa memoria di coloro che, in diversi paesi del mondo, impegnati in un lavoro di promozione umana e di evangelizzazione, pagano con la vita la loro fedeltà agli ideali proposti dal vangelo. Scriveva padre Christian Marie de Chergè, priore della Comunità trappista di Tibhirine, in Algeria, massacrato insieme ai suoi confratelli 10 anni fa, presagendo la tragica fine che l’aspettava: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo…, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita, non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale… Allora potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla Gloria di Cristo… E anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi; si, anche per te voglio dire questo grazie e questo “ad-Dio”. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni, beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro di tutti e due. Amen! Insciallah». Queste parole illuminano meglio di qualunque altro discorso quanto sia fondamentale per chi crede nel vangelo di Gesù, saper donare la propria vita per costruire un mondo di giustizia, di libertà e di pace.

Ma gli interrogativi restano e si fanno brucianti di fronte al prezzo di vite umane sacrificate sull’altare di una politica, il più delle volte al servizio di potentati e interessi economici estranei alla vita di ogni giorno. Come mai siamo in terre così lontane per contrastare tiranni e dittatori, mentre manteniamo ottime relazioni con altri personaggi che da tanti anni tiranneggiano i loro paesi? Come mai ad alcuni paesi non vendiamo armi perché calpestano i diritti umani e ad altri che fanno esattamente le stesse cose, li rifoiamo delle più sofisticate tecnologie belliche, come fu fatto con i talebani afghani e Saddam Hussein? Come mai per chi è impegnato in «discutibili azioni di pace» gode di una considerevole reputazione, mentre altri volontari e operatori laici, giornalisti, operatori umanitari come lo sono i missionari italiani, vengono giudicati improvvide e incaute presenze in regioni instabili e poco sicure?
La mente è confusa di fronte a certi avvenimenti e davanti a delle bare che racchiudono giovani ragazzi morti, perché anche loro credevano di andare a portare pace, lo sgomento ci assale e ci sembra persino doveroso sognare un mondo di pace, dove non ci sia più la guerra, perché come afferma il Nuovo Catechismo degli adulti della Cei (pagg. 493/494): «La guerra è il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi, come la trattativa e l’arbitrato internazionale. Si dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza, come già è stato fatto ai cittadini… Appare sempre più urgente promuovere nell’opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell’esercito per assimilarlo ad un corpo di polizia internazionale».
Commissione Giustizia e Pace, Diocesi di Novara e Vercelli

Commisione giustizia e pace




L’impegno sociale…«è rock»

Intervista a Bono, leader del gruppo musicale «U2»

Folgorato dal successo, la rockstar Paul Hewson, meglio conosciuto come Bono, non ha mai dimenticato le sue umili origini. Da molti anni, la sua forte coscienza sociale lo ha portato a schierarsi in difesa dei più poveri del mondo, mettendo a loro servizio le sue due grandi passioni, tipicamente irlandesi: religione e musica.

A Dublino, in Earl Street North, c’è un negozio di articoli acustici: il Bonavox Hearing Aid Store. Un giorno, Derek Hanvey detto «Guggi», del gruppo punckettaro The Villane, e Paul Hewson voce solista degli Hype, passarono di fronte alla piccola vetrina in cui erano esposti coetti acustici. Guggi guardò l’insegna ed ebbe una folgorazione: ricordando che bonavox in latino significa «bella voce» scelse di affibbiare questo soprannome al suo amico Paul. Il giovane Paul Hewson, gradì il nomignolo, abbreviandolo in Bono, pseudonimo con cui, di lì a pochi anni, diverrà famoso in tutto il mondo.
Pochi mesi dopo la passeggiata in Earl Street North, il cantante dei Radiators, Steve Rapid, propose agli Hype di cambiare il nome del loro gruppo, scegliendo un nuovo sostantivo dal doppio significato: U2. U2 erano gli aerei spia americani, utilizzati nella Seconda guerra mondiale; ma la fonetica inglese, «iu tu» può essere interpretata anche come «you too», «anche tu».
Anche tu sei partecipe di tutto quello che sta accadendo; anche tu porti le responsabilità delle catastrofi che attanagliano il mondo; anche tu hai la possibilità e il dovere di combattere per un mondo più giusto e dignitoso… Anche tu non ti devi tirare indietro…
Il binomio U2-Bono è oramai consolidato sia nel mondo musicale che in quello dell’impegno umanitario. Abbiamo incontrato Bono durante una pausa nella touée mondiale dell’ultimo album pubblicato, How to dismantle an atomic bomb (Come smantellare una bomba atomica).

Lei si dice contrario al mondo delle corporazioni e multinazionali, ma il suo gruppo nel 2004 ha sponsorizzato l’uscita dell’iPod della Apple. Non c’è una contraddizione di fondo?
La musica deve andare al passo con la tecnologia e non rimanere al palo, pena la sua sclerotizzazione. Inoltre, noi non sponsorizziamo l’iPod in sé, ma l’U2-iPod, che è anche un nostro prodotto perché contiene le nostre canzoni.

Cosa rappresenta la musica per lei?
La musica è il mio modo di parlare al mondo, ai giovani. Non dimenticherò mai le mie origini: il buco in cui a 17-18 anni suonavamo, il fatto che al di là degli stadi, del mondo in cui vivo ora, c’è un altro mondo fatto di povertà, miseria, disperazione.

Lei è ricco, famoso, ma al tempo stesso non dimentica le sue umili origini. Chi vuole rappresentare?
Rappresento quei paesi che, per pagare gli interessi dei loro debiti, non possono finanziare scuole, ospedali, istituti di ricerca. Rappresento quei milioni di persone che sono malate di Aids e che muoiono di fame.

Perché, secondo lei, gli Usa e gli stati più ricchi dovrebbero finanziare la ricerca sul vaccino dell’Aids e appoggiare le aziende farmaceutiche che producono farmaci inibitori del virus a prezzo inferiore?
Perché è una questione di sicurezza mondiale e perché combattendo questa battaglia, che a differenza di altre può essere vinta, l’immagine dell’Occidente può venire riabilitata agli occhi del terzo mondo. Viviamo in un mondo dove ogni giorno 6.500 africani muoiono a causa di una malattia che potrebbe essere debellata. Riportare un minimo di giustizia: è questo il risultato che mi prefiggo di ottenere.

Ha fiducia nei politici?
Sono cresciuto in un mondo che odiava e non aveva fiducia nei politici. Quando cresci in una famiglia povera, in un quartiere emarginato e dimenticato, non credi più alla politica. Vorresti distruggere tutto. Ma oggi ho in loro maggiore fiducia, perché la facilità delle comunicazioni, i mass media meno ossequiosi costringono i politici a mostrare i fatti, oltre che le parole.

Questo è il suo parere; quello dell’opinione pubblica forse è meno ottimistico…
Ed è qui che dobbiamo lavorare: la gente non ti darà un centesimo se non è sicura che i soldi che elargirà vadano a buon fine. Oppure te li darà una volta, ma poi chiuderà la sua borsa. La gente sa che la corruzione è un grande problema in Africa. È per questo che non chiediamo soldi se non siamo sicuri dove vadano a finire. Sono sicuro che la gente è generosa. Prendiamo gli esempi di interventi che hanno avuto successo, come in Senegal, Mozambico, Tanzania: qui i governi hanno accolto con favore le richieste di aiuto e si sono prodigati per creare servizi utili alla popolazione.

Eppure molti governi africani, come quello etiopico, sudanese, ugandese, rwandese, non dimostrano certo di voler ripristinare la democrazia o combattere la corruzione.
Il governo britannico ha bloccato ogni aiuto ad alcuni di questi governi. Ma sono anche dell’opinione che gli aiuti umanitari non debbano essere subordinati allo stabilimento delle regole democratiche in uno stato. Chi è in difficoltà deve avere la possibilità di essere salvato e questo è il nostro compito.

In che modo il suo impegno umanitario si è radicato in lei divenendo la sua filosofia di vita?
È la disperazione di un padre etiope, che mi ha supplicato di prendere con me la sua bambina di pochi mesi, affinché sopravvivesse alla carestia, che mi ha convinto di dedicarmi alla causa umanitaria. In lui ho visto Gesù Cristo.

Chi pensa sia Gesù?
Penso che sia il figlio di Dio. Lo penso, per strano che possa sembrare.

Come si sviluppa il suo rapporto con la religione?
Per ogni uomo arriva il periodo di vita in cui inizia a riflettere su se stesso, sul fatto che un terzo della popolazione soffre la fame e che tu sei un cantante di un gruppo superpagato. Sono contraddizioni, come forse lo è la nostra sponsorizzazione all’U2-iPod o la mia amicizia con Soros o Bill Gates. Ma sono queste contraddizioni che generano nuova vita. E allora mi affido a Dio. Penso che Dio non è definibile dall’uomo. È più grande, più vasto, più profondo di qualunque pensiero l’uomo possa avere su di lui. Se cerchi Dio, cercalo tra i più poveri, lì lo troverai. Sono credente e voglio portare un po’ di paradiso su questa terra.

Lei ha incontrato Giovanni Paolo ii. Cosa ricorda di quell’incontro?
Grande uomo, grande religioso. Non sono d’accordo con le sue posizioni sulla contraccezione e lui lo sapeva, ma abbiamo parlato delle cose che più ci univano che di quelle che ci dividevano. Abbiamo parlato dell’impegno umanitario, del debito pubblico, della guerra in Iraq e in Afghanistan. Lui si è fatto fotografare con gli occhiali che gli ho regalato ed io porto la copia del suo rosario; quella originale l’ha voluta tenere mia moglie Ali. Mi ha anche fatto i complimenti per i nomi dei miei figli, tutti nomi biblici: Eva, Giordano, Elia e Giovanni.

Come le è venuta l’idea di sventolare la bandiera bianca al Live Aid del 1985?
Sono irlandese e nell’Irlanda del Nord si sta combattendo un vero e proprio conflitto che ha causato migliaia di morti. So cosa significa vivere in un paese diviso e in guerra. La bandiera bianca, drenata da ogni colore, simbolo di purezza e di resa, cioè di pace perfetta, mi ha permesso di esprimere ciò che volevo dire con le mie canzoni in altro modo, forse più plateale e visibile a chiunque.

Lei si reputa un politico, un musicista, un operatore umanitario o semplicemente un idealista?
Mi piacerebbe considerarmi un operatore umanitario che fa della musica. A destra mi criticano perché mi considerano di sinistra; viceversa, a sinistra mi criticano perché «flirto» con politici di destra, come Bush o con i repubblicani americani. Ma io non mi interesso di politica. Mi interessa aiutare chi soffre, gli ultimi, per dirla con parole cristiane. Quello che è accaduto negli anni ‘80, è stato disastroso, perché tutto si muoveva in base alle ideologie, sia di destra che di sinistra. Oggi non hanno più senso. È chiaro che il marxismo-leninismo, nato sull’onda della rivoluzione industriale dell’Ottocento, non può più essere applicata al mondo odierno, anche se questa idea venisse rivisitata. Ma anche il liberalismo, con l’economia capitalista, è ormai desueta e sorpassata.

Allora cosa ci rimane?
La religione. Nella bibbia ci sono più di 2.100 versetti che parlano della povertà. Le folle che papa Giovanni Paolo ii portava ogni volta che si muoveva erano ben più numerose di quelle che possono mobilitare i concerti degli U2 o di qualsiasi gruppo musicale sulla scena mondiale.

Cosa pensa di Bush? Di recente l’ha elogiata, dicendo che in lei apprezza il fatto di utilizzare la sua celebrità per compiere opere buone.
Bush è un politico intelligente e, sorprendentemente, molto spiritoso. Ha accettato di aiutare la causa per cui si batte l’organizzazione da me co-fondata, la Data, facendo approvare al Congresso americano una legge che stanziava 485 milioni di dollari per la lotta all’Aids. È stato il programma di cura e prevenzione dell’Aids mai lanciato prima in Africa e ha avuto un successo straordinario; ma è solo l’inizio. I governi occidentali non stanziano sufficienti fondi per la lotta a quella che chiamo la nuova lebbra del xx secolo, l’Aids, o non stanziano fondi per finanziare l’acquisto di zanzariere per evitare il propagarsi della malaria. Tutto questo Dio non l’accetterebbe. E se per combattere l’Aids, la malaria, la fame debbo farmi fotografare con Bush, ebbene, io mi faccio fotografare con Bush.

Piergiorgio Pescali

Piergiorgio Pescali




San Columba: dono ricambiato

Columba (o Colombano di Iona), figura di grande fascino e forte irradiazione, monaco, fondatore di monasteri e missionario, uomo di cultura, calligrafo eccellente e poeta, nonché personalità politica di rilievo, forma, con Brigida e Patrizio, la triade dei grandi patroni d’Irlanda.
Columba nasce a Gartan (Irlanda del Nord), attorno al 521, da una famiglia del potente clan degli Ui Néill: 4 suoi cugini, lui vivente, diventeranno re. Lo sarebbe diventato pure lui se non si fosse ritirato a Clonard, abbracciando la vita monastica.
Tornato al Nord, fonda vari monasteri, tra i quali Derry (546), Durrow (553). Nel 563, a 42 anni, con 12 compagni, ripercorre il cammino inverso di Patrizio e Finniano, per portare il dono della fede in Britannia. Si stabilisce nell’isola di lona, nell’estremità della Scozia, dove fonda un monastero che sarà presto un centro di cultura e irradiazione missionaria. Alla vita monastica, scandita da preghiera, penitenze, studio e lavoro manuale, unisce l’evangelizzazione, rivolta sia ai cristiani (regno irlandese dei Dalriada) che ai pagani, convertendo le popolazioni dei pitti e degli angli.
Tra Scozia e Irlanda, sono più di 50 i suoi monasteri, che vengono organizzati in una sorta di federazione, nota come «familia Columbae», governata secondo il sistema giuridico dei regni celtici. Più volte torna in Irlanda per visitare i monasteri della sua «famiglia», per importanti missioni di carattere diplomatico e politico, per difendere la classe dei bardi, poeti-cronisti laici, malvisti dalla nuova classe di monaci letterati.
Uomo di grande cultura, a Columba sono attribuiti vari inni in latino e in gaelico, manoscritti e codici miniati di grandissimo valore. Un suo biografo lo descrive come «angelico nell’aspetto, fine nella parola, santo nelle opere, di ottima indole e grande nel dare consigli. Non riusciva a lasciar passare anche solo un’ora senza essere occupato a leggere o scrivere o fare un qualche lavoro».
Muore il 9 giugno 597. Il suo spirito, fatto di ascetica severa, passione per il vangelo e amore per la cultura, caratterizzerà a lungo il monachesimo di Iona, quello che avrà il suo frutto più bello in Aidano, il fondatore di Lindisfae e grande evangelizzatore degli angli.

B.B.

Benedetto Bellesi




Santa Brigida: pub …paradiso

Fondatrice e badessa di uno dei primi monasteri irlandesi, santa Brigida è la santa più popolare in Irlanda, seconda solo a san Patrizio, di cui continuò l’opera di evangelizzazione dell’isola. Ella nacque verso la metà del v secolo a Fochairt, presso Dundalk.
Secondo alcune tradizioni agiografiche, avrebbe avuto solo 6 anni alla morte di san Patrizio, si sarebbe consacrata al Signore in tenera età, secondo l’usanza del tempo, per poi ricevere il velo dalle mani di altri santi.
La sua vita è intrisa di leggende: sarebbe addirittura stata ordinata vescovo. È storicamente certo che fu badessa del monastero maschile e femminile da lui fondato a Kildare, a 60 chilometri a sud ovest di Dublino. Era infatti abbastanza comune nella chiesa celtica che una donna in qualità di superiora governasse entrambi i rami di un monastero.
La sua leggendaria figura costituisce una sorta di anello di congiunzione tra il mondo pagano celtico e il cristianesimo appena esordiente. Per questo i racconti della sua vita, come di molti altri santi celtici e medioevali, è ricalcata sulla falsariga degli episodi evangelici della vita di Gesù, inestricabilmente intrecciati con mitologia e saghe celtiche. Oltre alla nascita preannunciata da un druido, alla raccolta di discepoli attorno a se, le vengono attribuiti vari miracoli, come nel caso di Gesù, rispondenti ai bisogni del prossimo. Il più famoso è quello ricalcato sulle nozze di Cana: nel Meath la santa «spillò birra da un solo barile per 18 chiese, in quantità tale che bastò dal giovedì santo alla fine del tempo pasquale» (Breviario di Aberdeen).
Simpatica è una sua preghiera, in cui descrive il «banchetto celeste», con tutti gli abitanti del paradiso, e termina con queste parole:
«Vorrei un lago di birra per il Re dei re.
Vorrei che ci fosse allegria nel bee.
Vorrei anche Gesù qui.
Vorrei guardare la famiglia celeste
che ne beve per l’eternità».

Morì verso l’anno 524. Data della sua festa fu da sempre il 1° febbraio, giorno in cui è ancora oggi ricordata anche dal martirologio ufficiale della chiesa cattolica, che nel delineare il profilo della santa riporta i pochissimi dati certi sulla sua vita: badessa e fondatrice di uno dei primi monasteri irlandesi, nonché prosecutrice dell’opera di evangelizzazione intrapresa da san Patrizio.

B.B.

Benedetto Bellesi




San Patrizio: santo del trifoglio

SAN PATRIZIO: SANTO DEL TRIFOGLIO

San Patrizio, santo patrono d’Irlanda, viene festeggiato il 17 marzo, giorno della sua morte, in tutti i paesi che ospitano grandi comunità di irlandesi, come Stati Uniti e Australia.
Nato intorno al 385 d.C., presumibilmente a Kilpatrick (Scozia), all’età di 14 anni fu catturato da predoni irlandesi e venduto come schiavo a un re del nord, che lo costrinse a 6 anni in cattività, trovando conforto e forza nella fede in Dio. Fu un sogno, in cui il Signore gli chiese di uscire dall’Irlanda per propagare la fede, che indusse Patrizio a recarsi a Wexford e da lì in Britannia, dove venne catturato di nuovo. Liberato dopo 60 giorni, capì che prima doveva prepararsi alla sua missione. Si recò a Auxerre, nel continente, dove intraprese gli studi e venne ordinato prete dal vescovo san Germano, nel 417. Un altro sogno portò Patrizio in Irlanda per compiere l’evangelizzazione e nel 432 venne nominato vescovo d’Irlanda, succedendo a san Palladio.
Una leggenda afferma che il primo irlandese convertito e diventato suo braccio destro nell’evangelizzazione, fu Dichu, uno dei predoni che lo aveva tenuto schiavo da ragazzo: costui voleva uccidere il vescovo, ma il braccio gli si pietrificò e riprese a muoverlo solo dopo aver placato la sua ira.
Per poter evangelizzare la gente, Patrizio aveva bisogno del benestare del più potente sovrano dell’Irlanda, Laoghaire, re di Tara. Per attirae l’attenzione, approfittò dell’usanza dell’accensione del falò per salutare la primavera: siccome chi lo accendeva per primo aveva diritto di regnare, Patrizio e i suoi discepoli incendiarono per primi una grande pira e spiegarono al re che il loro unico scopo era quello di portare il vangelo tra la gente. Il re fu bene impressionato dalla spiegazione del santo e lo invitò nella sua corte.
Ma i druidi, temendo di perdere il loro prestigio, cercarono di screditare il santo vescovo davanti al re. Una volta gli chiesero di far nevicare, nonostante la primavera fosse ormai avanzata. Egli rispose che solo Dio poteva avere un simile potere, ma appena finito di parlare, la neve scese copiosamente, sciogliendosi quando Patrizio si fece il segno di croce. Un’altra volta derisero la sua predicazione sulla Trinità. Patrizio chiese aiuto al Signore affinché gli suggerisse un modo per spiegare tale concetto. Raccolse allora un trifoglio da terra e spiegò che la Trinità era come quelle foglie: un’unica Divinità in tre personalità distinte. Il re, favorevolmente impressionato dalla spiegazione, permise al santo di continuare la predicazione del vangelo alla gente, che si convertì in massa.
Per questo motivo il trifoglio è considerato simbolo d’Irlanda.
San Patrizio morì a Downpatrick nella contea di Down il 17 marzo 461.

Marta Puerari

Marta Puerari