Mongolia: diventare cristiani in un paese buddista

Testo e foto di Giorgio Marengo |


Il Triduo pasquale

Nel silenzio di un pomeriggio stranamente grigio per la polvere sollevata dal vento primaverile ci siamo trovati a pregare nella gher-cappella, la tenda mongola della parrocchia di Arvaiheer. Comincia il Triduo. Non doveva essere tanto diverso quel giorno, mentre i discepoli andavano alla sala superiore dove il Maestro li aspettava. Lui sapeva già, loro erano ignari. E nel giro di poco si son visti lavare i piedi, specchiandosi in quell’acqua sporca che era l’amore allo stato puro. Poi la cena ebraica, che però assume un significato nuovo, inaudito. Anche i cristiani e i catecumeni di Arvaiheer erano stupiti. Dall’acqua del catino a quella del fonte che dopo due giorni avrebbe irrigato la vita per farvi germogliare un rapporto nuovo con Dio Padre…

Il giorno dopo abbiamo contemplato Cristo che non scende dalla croce come i supereroi, ma accetta fino in fondo la condizione umana, arrivando addirittura a morire di morte violente. Esperienza molto provocatoria per gente abituata a valutare il favore di Dio dal successo mondano e da una vita tranquilla, lontana da malattie e sofferenze. Il cielo era ancora grigio; non c’è venerdì santo che non lo sia.

Poi il ritiro di sabato mattina. Una bella tradizione per aiutare i catecumeni a prepararsi al rito che si svolgerà quella sera e per disporre i battezzati a rinnovare la propria fede e ad accogliere i nuovi membri della comunità. Arriviamo sempre a questo momento con carichi di debolezze e anche di tensioni; sembra quasi che il diavolo ci metta la coda. E nel pianto liberatorio delle confessioni (due ore, nonostante la comunità cristiana non raggiunga le 30 unità e i sacerdoti siano due!) il miracolo di quel perdono che poi ci scambiamo in cappella con un gesto il più possibile concreto. Quest’anno ognuno doveva andare da tutti gli altri e dirgli due parole, “scusami” e “grazie”, prima di abbracciare e farsi abbracciare dall’altro. Altre lacrime e singhiozzi: se la fede non passa anche da questa dimensione emotiva rimane astratta, mentre qui c’è bisogno di tanta concretezza. Persone che per screzi e incomprensioni si ammalano letteralmente (l’espressione che usano è “essere entrati nella bocca di un altro”), tentando il ricorso a lama buddisti e a sciamani perché risolvano “magicamente” quelle loro tensioni, scoprono una profonda liberazione quando riescono a guardarsi in faccia e a perdonarsi, nel nome di Colui che per primo si è fatto carico dei loro fardelli spirituali.

Pasqua, passaggio

Qui la Pasqua è davvero passaggio. Ognuno lo percepisce a modo suo. I 4 adolescenti (tra i 15 e i 18 anni) che hanno fedelmente seguito i due anni di preparazione prescritti dalle disposizioni della Chiesa locale lo vivono come coronamento di un cammino, ingresso nella comunità degli “adulti” credenti.

Chuluuntsetseg è una signora di 50 anni, che conosce da tempo la nostra comunità dove i suoi due figli sono cresciuti, prima di andare a cercare fortuna a Ulaanbaatar. Per lei è stato un avvicinamento lento e progressivo, finché alcuni mesi fa si è chiesta “cosa le mancasse” a diventare cristiana, proprio come succedeva nelle prime comunità cristiane del libro degli Atti.

Baterdene ha una storia tutta sua. Ha 28 anni, 8 dei quali trascorsi tra un ricovero e un’operazione chirurgica, prima per un tumore al cervello, poi (l’anno scorso) per una grave deformazione alla colonna vertebrale, risolta con un intervento molto delicato reso possibile da un ospedale cattolico di Seoul; adesso sono 8 mesi che non esce di casa, perché il decorso post-operatorio è molto lento e delicato. Lui ha incontrato il Signore nella sofferenza e ha capito che c’è qualcuno disposto ad alleviarla per amore di Lui, proprio come i missionari e i professionisti cattolici che ha conosciuto. Debito di riconoscenza? Non solo, ma profonda attrazione, maturata negli incontri individuali che una catechista della nostra comunità ha portato avanti andando a visitarlo frequentemente e nella condivisione personale con il missionario.

Infine, Otgonerdene e Sainzaya, rispettivamente di 10 e 13 anni, cresciuti praticamente alla missione, ultimi figli di Gantulga e Uurtsaikh, coppia diventata cristiana in questi anni e che pochi mesi fa ha avuto la tragedia di un figlio morto suicida a 17 anni di età. Ci sono pressioni nella loro famiglia che vorrebbero interrompere il loro cammino di fede, preferendogli il culto sciamanico; ma loro sentono di dover invece completare la propria adesione a Cristo come famiglia intera, anche per sottrarsi ai malevoli influssi degli spiriti, da loro percepiti come molto vicini e incombenti.

La veglia pasquale.

Nelle prime ore del pomeriggio il cielo si è tinto di ocra e tutto è rimasto avvolto dalla polvere di una tempesta primaverile; si fa fatica a stare in piedi e soprattutto a non mangiare la troppa sabbia che scricchiola tra i denti. Il vento cala, senza però cessare e decidiamo di predisporre il fuoco nel punto in cui il muro della casa offre un riparo. Le fiamme s’innalzano non dalla legna, ma dallo sterco secco che una signora della comunità ha comprato per misericordia a una povera donna al mercato. Usukhjargal, il simpatico bimbetto di 8 anni battezzato da piccolo, suggerisce al papà di disporre lo sterco a forma di croce. Così è e poco dopo la luce entra nella gher buia, prima che Gantulga, da buon poeta e cantastorie, declami l’Exultet come fosse una lode mongola. La liturgia scorre armoniosa nelle sue varie parti, fino a quando i catecumeni sono invitati ad avvicinarsi alla grande pietra scavata a forma di croce appesa al tondo centrale della gher, àncora perché la struttura non voli via col vento e insieme legame simbolico dei mongoli tra la loro terra e l’amato cielo. La famiglia cattolica che vive nella steppa al confine col deserto del Gobi ha adesso 8 nuovi membri, che alla fine della celebrazione s’intrattengono per foto-ricordo e per scambiarsi auguri e benedizioni. Il ruolo dei padrini e delle madrine è molto sentito: sono loro ad offrire doni ai neo-battezzati e a riceverne in segno di riconoscenza per aver accettato di fare da guide nella fede.

Pasqua

La Pasqua ad Arvaiheer è così. Ci sono tante cose perfettibili, noi missionari e la gente ci portiamo appresso tanti limiti; eppure è sempre un miracolo di fede che commuove. La domenica di risurrezione i neofiti vengono in chiesa con le loro camicie bianche (realizzate dalle donne del progetto cucito, in perfetto stile mongolo). Dopo messa ci fermiamo a bere il suutei tsai (tè salato con latte) e per l’occasione facciamo anche pranzo a base di khushuur (frittelle di carne) cucinate da una signora della comunità. La vita da queste parti è dura, non concede tanta poesia; nei due giorni di tempesta di terra, i pastori hanno continuato a vegliare le greggi nel delicato momento dei parti primaverili. Non si fanno tanti complimenti, ci sarà da “resistere” di nuovo a tante prove; ma adesso queste persone hanno nel cuore una speranza nuova e sanno che il “Dio del Cielo” è sceso per loro e li ha presi con sé per accompagnarli ogni giorno, fino dentro all’eternità.

Giorgio Marengo
missionario della Consolata ad Arvaiheer, Mongolia


Pubblicato la prima volta il 03/04/2018 su Asia News




Cari missionari, lettere dai lettori

Usukhjargal

Usukhjargal è un simpatico bimbetto di 7 anni, che abita in una gher (la tradizionale tenda mongola) alla periferia di Arvaiheer, capoluogo polveroso della provincia dell’Uvurkhangai, in Mongolia, tra le montagne Khangai e la steppa che dirada verso il deserto. Ha l’occhio vispo di un bambino pieno di vita, mentre scende la collina stringendo la mano callosa di papà Jargalsaikhan che da tre anni aiuta noi missionari con i lavori manuali.

Sette anni fa i medici avevano sconsigliato alla mamma di portare a termine la gravidanza, sulla base di (presunte) mal-
formazioni, o più probabilmente perchè prevedevano un parto difficile, che avrebbe creato loro fastidi. Ed eccolo qui ora, saltando e correndo nel cortile della missione, con le immancabili gote rosse e il sorriso sulle labbra. I genitori sono stati così felici di averlo avuto che l’hanno ritenuto un dono di Dio e hanno chiesto per lui il battesimo quando aveva poco più di un anno.

È stato tra i bimbi del primo gruppo del nostro asilo informale ospitato in una gher dal 2013. L’asilo e iniziato con lui ed è un progetto che si sta rivelando molto positivo: sono molte le famiglie che per povertà ed emarginazione non riescono ad iscrivere i propri figli alle scuole materne statali. Così abbiamo pensato di crearne una con mezzi molto semplici e poco dispendiosi, valorizzando gli elementi culturali più sentiti, come appunto l’abitare nelle gher.

Usukhjargal adesso frequenta la seconda elementare, ma continua a venire tutti i giorni alla missione, dove si unisce agli altri bambini del doposcuola. In un’altra gher calda (anche quando fuori fa meno trenta) e accogliente, bambini e ragazzi delle scuole vengono a fare i compiti e a giocare, assistiti da due signore della comunità.

Il volontariato qui è ancora una novità, ma queste due mamme hanno capito che possono rendersi utili con quello che sanno fare e sono di esempio a tutti. Una di loro è Otgonbayar, la mamma di Usukhjargal. Cerchiamo così di promuovere la cultura della gratuità che fa ancora fatica ad affermarsi in un paese che sta emergendo da 70 anni di comunismo.

Due volte alla settimana Usukhjargal (insieme a tutti gli altri bambini e adulti che lo desiderino) viene a farsi la doccia alla missione, dove da otto anni è attivo un servizio di docce e bagni pubblici gratuiti. Nelle gher ovviamente non c’è acqua corrente e l’igiene personale è dunque ridotta al minimo, per non dire che è molto sacrificata.

All’asilo e al doposcuola cerchiamo di provvedere cibo buono e salutare, per supplire alle carenze vitaminiche di un’alimentazione poco variegata e talvolta insufficiente.

Un giorno, mentre Usukhjargal faceva la fila per lavarsi le mani prima di merenda, ho visto un bambino che gli bisbigliava all’orecchio. Mi sono avvicinato e ho sentito dire: «Sai che bello, mio papà adesso non beve più! Alla sera vediamo insieme la tv e non ci sono più urla e oggetti che volano dentro la  nostra gher…». È infatti un vero cammino di guarigione quello che il papà dell’amichetto di Usukhjargal ha intrapreso con un gruppo di uomini che si trovano regolarmente alla missione per cercare insieme una via che li faccia uscire dall’alcolismo, vera piaga sociale da queste parti. La missione è qui per tutti e può mettere in atto questi segni di prossimità e aiuto se è sostenuta da persone di buona volontà.

Guardando giocare Usukhjargal, non posso che ringraziare Dio per tutti coloro che in questi anni ci stanno permettendo di prenderci cura di lui e di tanti altri come lui, piccoli e grandi. È il miracolo della solidarietà che si rende concreto attraverso la Fondazione Missioni Consolata Onlus. Grazie.

Giorgio Marengo
Arvaiheer, 16/02/2018

Grazie per il dossier sui migranti

Buongiorno,
ho conosciuto la vostra bellissima rivista qualche anno fa, quando sono passato un po’ per caso alla Consolata con i miei studenti in visita di istruzione a Torino. Innamorato dei contenuti e del vostro stile, ho volentieri fatto l’abbonamento alla rivista, che ricevo e leggo sempre con attenzione.

In particolare ho trovato davvero fatto bene, sintetico ma insieme esaustivo, il dossier pubblicato nel numero di gennaio a firma di Daniele Biella, circa i migranti e il reportage dalla nave Aquarius. Poiché tratto spesso con i miei alunni temi che puntano a sensibilizzarli e a superare i molti, troppi luoghi comuni sull’argomento, vorrei poter diffondere il dossier a titolo informativo, anche in ambito comunale (sono consigliere comunale nel mio paese e accogliamo alcuni richiedenti asilo, ma con purtroppo molti pregiudizi tra i cittadini).

Dino Caliaro
27/01/2018

 

Grazie di cuore. Le ricordo che dal nostro sito è possibile scaricare il dossier come pdf e poi stamparlo.

Preghiere e novene

Gentilissimi,
seguo sempre con grande interesse la vostra rivista. Volevo dare un mio piccolo contributo inoltrandovi alcune preghiere, orazioni, novene a cui sono legate promesse molto potenti e/o grandi indulgenze. Ovviamente non è mia intenzione dirvi cosa dovete o non dovete pubblicare, solo queste preghiere mi hanno aiutato molto e credo possano aiutare anche tante altre persone. Così ho pensato di suggerirvene alcune, che magari già conoscerete o già avrete pubblicato, sperando arrivino a quante più persone possibile. Sperando di fare cosa gradita ringrazio in anticipo per l’attenzione e porgo distinti saluti

Monia
27/02/2018

Cara Monia,
le confesso che quando ho ricevuto la sua email con la lista di ben ventitré novene e preghiere (da quella – a me ignota – alla «Sacra Spalla» alla «Via Crucis» – che con le novene ha ben poco da spartire), il primo pensiero è stato «un altro spam. Cestina». Poi ci ho ripensato perché poteva diventare un’opportunità per questa pagina di dialogo con i lettori. Il tema della preghiera, sul quale ormai da oltre un anno sta scrivendo don Paolo Farinella, sta suscitando molto interesse perché tocca il cuore della vita cristiana. In questo contesto è abbastanza chiaro che stiamo cercando di proporre uno stile di preghiera biblicamente e liturgicamente fondato, provando a evitare devozionalismi e pietismi, pur rispettando la vera «pietà popolare» e le sue ricche tradizioni.

Noi che viviamo dopo il Concilio Vaticano II abbiamo ricevuto un dono grandissimo: quello dell’Eucaristia – la «messa» – che è passata da «rito e obbligo» a «celebrazione e incontro» di salvezza nello spezzare la Parola (finalmente comprensibile a tutti) e il Pane. L’Eucarestia è al cuore della nostra preghiera, tutto il resto viene da quel fare memoria viva della Pasqua e alla messa tutto ritorna per diventare offerta gradita a Dio.

Le «preghiere, orazioni, novene a cui sono legate promesse molto potenti e/o grandi indulgenze», possono anche aiutare, ma hanno il rischio di mantenere in noi una falsa concezione di Dio, un Dio che ha ripetutamente bisogno di essere supplicato e che ascolta solo se si recitano con fedeltà e insistenza certe formule.

Che contrasto tra la prolissità e ripetitività di molte novene e la sobrietà della preghiera di Gesù. Ai discepoli che gli chiedono «insegnaci a pregare» (Lc 11,1-4), lui offre solo la brevissima preghiera del «Padre», senza fare promesse, senza mettere condizioni né sul numero di volte né per quanti giorni né sulle modalità (in piedi, seduti, inginocchiati…).

Quando Gesù dorme sulla barca nella tempesta (Mc 4, 37-40 – figura della Chiesa e di noi nelle difficoltà della vita) ai discepoli spaventati non dice di pregare i salmi, di fare rituali, di recitare speciali invocazioni: chiede solo di avere fede.

E quando nella stessa barca vanno in panico perché non hanno «pane» (Mc 8,14-21) li rimprovera perché «non hanno capito» il miracolo del pane, cioè l’Eucarestia, il «Pane di vita» spezzato per noi e sempre presente in mezzo a noi. Anche per noi, nelle acque tempestose dei nostri tempi, la forza viene dalla fede che sostiene la nostra preghiera, non dal numero e tipo di preghiere che recitiamo. Gesù ci ha fatto una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Impariamo a camminare con lui, sapendo che c’è sempre, anche se a volte sembra dormire.

Galeano

Eduardo Galeano (AFP files / Pabro Porciuncola)

Solo adesso ho letto l’articolo su Galeano, contenuto nel numero di dicembre della rivista. Sono allibito nel leggere le dichiarazioni di Gianni Minà sul Venezuela, e soprattutto a leggerle su una rivista come Missioni Consolata. Quanto viene detto dai giornali occidentali, compreso il nostro Avvenire, sulla disastrosa situazione dei diritti umani dei venezuelani viene trattato con disprezzo dal giornalista. Le recenti elezioni della Costituente sono state vinte da Maduro? Ma queste elezioni sono state illegali, il presidente Maduro non aveva nessun diritto di eliminare il Parlamento, eletto comunque democraticamente, in un paese dominato prima da Chavez e adesso dall’ex camionista Maduro, e di sostituirlo con la Costituente. L’opposizione non ha potuto fare niente per fermare lo strapotere dei chavisti e decine di persone sono state uccise dalla polizia durante le manifestazioni di protesta in difesa della democrazia. I venezuelani sono alla fame, già decine di bambini sono morti di stenti e la colpa non è certo dei cosiddetti «servizi di intelligence nordamericani». La colpa è dell’arroganza del potere e dell’incapacità di far fronte ai bisogni della popolazione, ridotta a fare lunghissime code di fronte a negozi che non hanno quasi nulla da vendere. D’altronde, Gianni Minà è ben conosciuto per la sua amicizia con Fidel Castro prima e adesso con Raùl, il fratello che ha preso il potere. I cubani stanno un po’ meglio dei venezuelani, per loro fortuna, ma Gianni Minà non dovrebbe dimenticare che i Castro hanno accumulato un’immensa fortuna nel povero paese caraibico; l’attuale presidente Castro controlla direttamente tutta l’economia cubana, e ne ha approfittato largamente. Non è la prima volta che su Missioni Consolata vengono pubblicati articoli molto discutibili, già anni fa avevo letto le lodi della «presidenta» cilena Michelle Bachelet che. come tutti sanno, è una sostenitrice della «salute riproduttiva», cioè dell’aborto. Ma che linea ha scelto Missioni Consolata? Il fondatore sarebbe d’accordo se fosse ancora vivo? Perché non vi leggete gli ottimi articoli che Avvenire ha dedicato alla crisi venezuelana? E l’Avvenire non è certo al servizio delle «agenzie di informazione nordamericane». Da una rivista cattolica mi aspetto come prima cosa un’informazione corretta, non di regime. Distinti saluti.

Franco Eustorgio Malaspina
Milano, 03/02/2018

Caro Sig. Malaspina,
grazie di averci scritto. Le confesso che mi ha sorpreso che sia «allibito» di fronte a quanto ha scritto Minà sul Venezuela visto che sembra conoscere le frequentazioni dello stesso e quindi sapere bene come la pensa. Circa la «presidenta» Michelle Bachelet (di cui abbiamo scritto nel maggio e giugno 2014) è certamente discutibile nel suo appoggio alla «salute riproduttiva», ma ha pagato con la prigione e la tortura il suo impegno politico, mentre il generale Pinochet, pur devoto della Madonna, non ha esitato a imprigionare, torturare e uccidere i suoi oppositori.

Non siamo né fans di Castro né di Chávez, tantomeno di Maduro. I Castro, come dice lei, hanno pur accumulato un’immensa fortuna, ma non risultano certo nella lista dei più ricchi del mondo. Quel signore che fa spedire pacchi a mezzo mondo e vuole mettere il «braccialetto» ai suoi operai perché lavorino «meglio», è immensamente più ricco di loro e di tanti altri.

Se poi ci segue in rete, avrà visto che sulla nostra pagina Facebook abbiamo segnalato più e più volte proprio le pagine di Avvenire sia sul Venezuela che su altre gravi situazioni del mondo. Ammetto che su questa rivista non abbiamo più pubblicato articoli specifici sulla situazione di quel paese (l’ultimo è dell’agosto 2016). E questo è un errore, anche se continuiamo a seguirne la drammatica situazione grazie ai nostri missionari e agli amici che abbiamo sul posto.

Che direbbe poi il nostro Fondatore? Nel nostro piccolo, noi cerchiamo di fare un’informazione documentata e approfondita che permetta al lettore di farsi la sua opinione su situazioni, fatti e persone. Su questo l’Allamano non penso avrebbe da obiettare. Scriviamo «slow news» (facendo il verso al fast food) proprio perché non vogliamo imporre niente a nessuno, ma servire la verità con una speciale attenzione ai poveri, agli emarginati e a quelli che sono ignorati dalla grande comunicazione. Non siamo esenti da errori e possiamo sbagliare. Riportare fatti e opinioni di persone che non vivono o sono contro i principi cristiani non è sposarne le idee e rinunciare alla nostra fede e religione. Siamo pronti a essere corretti e a confrontarci su fatti e idee. Per questo la ringraziamo ancora della sua email.

Petrolio causa di tensioni nel mondo

Nell’articolo sull’Ecuador (MC 12/2017) si parla della curiosa proposta dell’ex presidente Correa di chiedere un contributo alla comunità internazionale per non estrarre petrolio da una zona ecologicamente sensibile. Non si vede bene quale comunità sarebbe interessata a dare un contributo a un presidente sudamericano, che poi potrebbe diventare un Maduro, il quale forse si fa pagare in proprio per non estrarre più il petrolio venezuelano, convenientissimo ma con aziende in preda al marasma e con attrezzature che mancano anche dell’ordinaria manutenzione.

Ma probabilmente sono interessate le banche Usa che han prestato i soldi alle società che praticano il fracking devastando l’Ovest di Usa e Canada, ma assicurando loro l’autonomia energetica. Se il petrolio scende stabilmente sotto i 50 euro falliscono sia le società che le banche, e finora l’unico costosissimo sistema di non farlo scendere è di impedire la produzione in Iraq e Siria, attizzando continue complicatissime guerre, e possibilmente d’ora in poi razionare gli acquisti dall’Iran. E mantenere uno stato di tensione che impedisca anche solo di progettare un investimento per l’estrazione sottomarina dal Mediterraneo orientale, tra Cipro e l’Egitto, l’area più incasinata del mondo, ma con petrolio e gas molto convenienti.

Claudio Bellavita
02/02/2018

Lascio la risposta a Paolo Moiola, autore dell’articolo.

La proposta dell’ex presidente Correa è stata ritirata dallo stesso (quando era ancora in carica) a causa della scarsa risposta avuta a livello internazionale. L’idea era rivoluzionaria in quanto avrebbe consentito di salvaguardare uno scrigno mondiale di biodiversità qual è quella parte di Amazzonia ecuadoriana. Senza parlare della mancata emissione di CO2 nell’atmosfera che avrebbe contribuito a mitigare le conseguenze del cambio climatico. Quanto all’eventuale trasformazione di Correa, egli non è più presidente e vive in Belgio, paese della moglie. Dunque, il rischio che diventi un altro Maduro – come paventa il lettore – non sussiste.