Somalia. Un ritiro zeppo d’incognite

 

La Somalia è a un bivio. Imboccherà definitivamente la strada della pacificazione? Oppure è tristemente avviata a un destino simile a quello dell’Afghanistan quando si ritirarono le truppe internazionali e il Paese fu conquistato dai talebani? Le domande sono pressanti sia per la comunità internazionale sia per lo stesso governo di Mogadiscio. Il vero nodo è il ritiro di Atmis (The african union transition mission in Somalia), la missione militare dell’Unione africana che, dal 2022, sta affiancando le truppe somale assicurando il controllo di aree strategiche del Paese contro gli attacchi delle milizie fondamentaliste di al-Shabaab.

I militari della missione, prevalentemente ugandesi, burundesi, gibutini ed etiopi, hanno già iniziato una fase di smobilitazione che si concluderà a fine 2024. Alcune basi sono già state consegnate alle forze armate somale.

«Il dubbio è se le truppe somale reggeranno l’impatto di una possibile offensiva di al-Shabaab – osserva Corrado Cok, analista dell’European council on foreign relations -. A parte alcuni reparti speciali addestrati da Stati Uniti e Turchia (Danab e Gorgor) e altri addestrati da Emirati Arabi Uniti e Unione Europea, le forze armate somale hanno un livello assai basso di formazione. Mancano di organicità tra i reparti e non hanno armamenti, dotazioni logistiche e sistemi di trasmissioni all’altezza. Ciò li espone alla violenza dei jihadisti che, al contrario, sono bene armati e conoscono alla perfezione le tattiche della guerriglia».

Il ritiro di Atmis potrebbe essere rallentato nella sua ultima fase, in modo da assicurare il controllo di alcuni nodi strategici. «Con il ritiro di Atmis – prosegue Cok – rimane anche l’incognita delle truppe etiopi. Tra Addis Abeba e Mogadiscio i rapporti sono pessimi a causa dell’accordo firmato dall’Etiopia con il Somaliland il 1° gennaio. Personalmente credo che alcuni reparti etiopi rimarranno in Somalia. La Somalia è un anello importante per la sicurezza etiope e l’apporto etiope è fondamentale per contenere la minaccia fondamentalista».

Incontro di rappresentanti dell’Unione africana con il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, a Dhusamareb, il 24 agosto 2023. Foto ATMIS.

Nella lotta contro i jihadisti un ruolo importante è rivestito dalle milizie claniche. «I clan hanno strutture militari bene organizzate e bene armate – continua Cok -. L’offensiva condotta contro al-Shabaab nel 2022 che ha costretto i miliziani fondamentalisti a ritirarsi da molte zone, è in gran parte attribuibile agli uomini del clan Hawiye, il principale della Somalia. Sono stati loro a contrastare i jihadisti e a cacciarli da parte della Somalia centrale. Quando si tratta della sicurezza i clan hanno una grande capacità di intervenire e riportare ordine».

Detto questo, al-Shabaab è ancora una forza temibile. Economicamente forte grazie alla gestione di attività commerciali (come il traffico di carbone fossile) e ai taglieggiamenti della popolazione e degli imprenditori, ha creato una struttura militare agguerrita che controlla ampie aree nel Jubaland e nel South West State, e continua a portare attacchi alle forze armate locali. Da alcuni anni poi è presente anche una piccola cellula dell’Isis nel Puntland, al Nord della Somalia.

«Al-Shabaab – osserva Cok – è un avversario temibile per le autorità somale e i loro alleati. Non sarà né facile né immediato averne ragione. Per quanto riguarda l’Isis, per il momento è un piccolo gruppo che ha tentato di rivitalizzare, insieme alla pirateria locale, la pirateria nello Stretto di Aden. Vedremo in futuro se riuscirà o meno a prendere piede. Va detto che le relazioni tra al-Shabaab e Isis sono pessime e spesso si combattono».

In mezzo a queste dinamiche c’è la popolazione somala. «Alcuni somali – conclude Cok – cercano di essere ottimisti guardando agli aspetti migliori della situazione attuale (l’esistenza di un governo, la diminuzione dei combattimenti, ecc.), la maggior parte della popolazione però è esasperata dall’insicurezza dalla corruzione, dalla mancanza di normalità. Una situazione che è esasperata nelle ampie frange di sfollati in balia degli eventi: violenze, inondazioni. Per loro c’è scoramento e rassegnazione».

Enrico Casale




Somalia. Sognando la normalità


Uno Stato debole ma che c’è, e ha promesso di sconfiggere i fondamentalisti entro un anno. Occorre rilanciare l’economia piegata da tre decadi di guerra. Forse questo sarà un anno di svolta. Intanto cresce l’influenza della Turchia. E l’Italia che fa?

I fucili mitragliatori a tracolla pronti a essere utilizzati. Addosso elmetti e giubbotti antiproiettili in kevlar. Gli sguardi sempre puntati intorno, verso possibili minacce. Gli agenti della scorta sono all’erta. Hanno l’adrenalina al massimo anche se, per loro, questa è una missione come un’altra in una delle città più pericolose del mondo: Mogadiscio, la capitale della Somalia. Sono una decina sul pick-up che ci precede. Un’altra ventina sui due mezzi che ci seguono. Tra noi e loro il fuoristrada del comandante della scorta, un sudafricano alto due metri e massiccio come una roccia. «Qualsiasi cosa succeda – dice prima di partire -, non scendete dal fuoristrada se non ve lo ordino io. E, una volta a terra, continuate a seguire le mie indicazioni». Questo è quanto attende un europeo che voglia lasciare il compound dell’aeroporto di Mogadiscio per avventurarsi in città.

Lo scalo, costruito dagli italiani e ristrutturato dai turchi, è una sorta di città fortezza dove c’è di tutto: alberghi, negozi, aziende. La struttura è protetta da mura solide sormontate da chilometri di filo spinato. Rinunciare alla scorta è impossibile: militari, contractors o uomini di compagnie di sicurezza devono accompagnare qualsiasi convoglio sia all’interno dell’aeroporto sia all’esterno.

Appena fuori dall’hotel, troviamo un primo posto di blocco con sbarre, gestito da soldati ugandesi armati con Ak-47. Poi un altro, sempre composto da soldati ugandesi. A fianco delle sbarre un mezzo dell’Unione africana simile agli Iveco Lince in dotazione delle forze armate italiane. Più avanti un altro blocco. Questa volta la colonna è costretta, da una fila di jersey in cemento a rallentare drasticamente e a fare una serpentina. Si entra in città.

African Union Mission to Somalia (AMISOM) soldiers carry the wreckage of a vehicle at the scene of suicide bombing that targeted AMISOM forces in Mogadishu, Somalia, on November 11, 2021. (Photo by AFP)

Mogadiscio è viva

L’immagine che avevamo prima di arrivarci era quella di una metropoli spaventata, chiusa in sé, con poco traffico e poca gente. Invece le strade sono piene di uomini, donne, animali (soprattutto capre e asini). Ai bordi, piccoli mercati, negozi, locali affollati. C’è un continuo viavai di piccoli taxi apecar. Mogadiscio è viva. C’è fermento.

Certo le strade sono malridotte, sporche (anzi, sporchissime), il traffico è caotico, ma non è una metropoli spenta. Nell’aria, però, c’è una tensione palpabile. Ogni volta che il nostro convoglio rallenta o si ferma, gli uomini della scorta saltano giù dai mezzi e controllano intorno. Raggiunta la nostra meta, un’altra scena di guerra. Tutti gli uomini della scorta saltano giù dai mezzi e bloccano la via. La nostra jeep entra nel compound e, solo dopo che i nostri uomini hanno accertato che le condizioni sono buone, possiamo scendere.

La portiera del mezzo pesa moltissimo. Si fa fatica ad aprirla, la blindatura è consistente. Dopo una breve sosta, dobbiamo andare verso un’altra meta.

Passiamo il Km4, rotonda già teatro di attentati di al-Shabaab. Poco più in là. Due camion ostacolano la strada. Li superiamo. Poi, uno, due, tre colpi di arma da fuoco. La colonna prosegue, ma arriva l’ordine: «Rientrare!». Più avanti, ci viene detto, c’è una manifestazione di studenti. La polizia ha sparato per disperdere i manifestanti. La colonna fa dietro front. Ci aspettano ancora i posti di blocco. Rientriamo nella nostra bolla di sicurezza.

(Photo by Hassan Ali ELMI / AFP)

Sconfiggere al-Shabaab

La Somalia vive ancora nell’insicurezza. Nonostante il governo guidato dal presidente Hassan Sheikh Mohamud, sostenuto da Usa, Unione africana, Unione europea e Turchia, abbia lanciato un’offensiva a tutto campo contro al-Shabaab, le milizie fondamentaliste legate ad al-Qaeda hanno ancora molte basi nell’entroterra. Covi dai quali lanciano continuamente attacchi contro le istituzioni e le caserme federali.

«Nell’arco di un anno – ha detto il capo dello Stato – sconfiggeremo gli islamisti». Un ottimismo forse eccessivo, ma al quale la popolazione vuole dare credito. «Il nostro presidente ha detto che al-Shabaab sarà sconfitto nell’arco di un anno. Io penso che ce ne vorranno almeno due per eliminare le milizie fondamentaliste». Non ha dubbi Jamila, giovane insegnante somala. Secondo lei il destino della filiale locale di al-Qaeda è segnato.

Al-Shabaab arruola giovani poveri, non istruiti, con nessuna formazione professionale né lavoro. Al-Shabaab ha promesso loro una vita migliore e loro ci vedono un’opportunità.

Sono ragazzi vittime di anni in cui la Somalia era uno Stato senza autorità, senza legge, senza servizi per la popolazione. «Oggi – continua Jamila – le cose stanno cambiando. Lo Stato c’è, anche se è debole. Le scuole hanno riaperto. I ragazzi e le ragazze possono studiare. Persone istruite e con un lavoro non hanno interesse ad aderire a una formazione estremista che offre, ora lo sappiamo, un’unica prospettiva, quella della morte, della violenza e della distruzione».

I militari hanno ottenuto numerosi successi sul campo. La vera incognita è se riusciranno da soli a respingere l’offensiva di al-Shabaab. Le forze Atmis (African union transition mission in Somalia, è la missione dell’Unione africana che ha sostituito la precedente, Amison nell’aprile 2022, ndr) hanno infatti annunciato che, gradualmente, si ritireranno lasciando la sicurezza interamente in mano ai somali. «Gli attentati, anche nella capitale, sono sempre dietro l’angolo – conclude l’insegnante -. Il futuro però è segnato. I fondamentalisti saranno sconfitti nei fatti e noi potremo tornare a essere un Paese normale che si gioca il suo futuro sui binari della pace e dello sviluppo. A partire dai giovani».

Sicurezza ed economia

Se la sicurezza è una priorità del governo somalo, il rilancio dell’economia è altrettanto fondamentale. Più di trent’anni di guerra civile hanno messo al tappeto un sistema economico già fragile. Eppure le risorse per il rilancio non mancano. Il Paese può contare su un mare pescoso, su un allevamento di animali (cammelli soprattutto) molto forte, su risorse naturali (petrolio), terreni fertili (vicino ai principali corsi dei fiumi).

Il 2023 potrebbe poi essere un anno di svolta per la Somalia anche per il riconoscimento internazionale della ristrutturazione del suo debito estero. «La Somalia potrà tornare sul mercato internazionale per ottenere fondi – osserva Ygor Scarcia, responsabile a Mogadiscio di Unido (agenzia Onu per lo sviluppo industriale -. Si tratta di un segno importante per l’intero Paese. Mogadiscio dovrà però essere capace di investire questi fondi secondo priorità precise evitando gli errori del passato. Un passaggio nel quale la Somalia dovrà dimostrare serietà e nel quale la comunità internazionale dovrà accompagnare le autorità locali».

(Photo by Hassan Ali Elmi / AFP)

Presenza turca

A lavorare attivamente in Somalia c’è la Turchia. Ankara ha scommesso sul Paese quando era ancora quasi interamente in mano ad al-Shabaab.

Era il 19 agosto 2011, in pieno Ramadan, quando Recep Tayyp Erdogan atterrava nella capitale somala, accompagnato da moglie e figlia, dai suoi ministri e dalle loro famiglie, portando con sé una parte dei 250 milioni di dollari raccolti in Turchia da privati cittadini a sostegno dell’appello contro la carestia.

Un gesto che fece scalpore e fu seguito da altre azioni di soft power come la concessione di borse di studio, la possibilità offerta ai giovani somali di studiare in università turche, aiuti alle regioni più svantaggiate economicamente, ecc.

Alla Turchia si sono aperte le porte della Somalia. Le aziende di Ankara hanno ristrutturato l’aeroporto e il porto di Mogadiscio. Molti nuovi quartieri della capitale sono stati ricostruiti da imprese edili turche.

E l’Italia? L’ex potenza coloniale quale ruolo può avere nel rilancio della Somalia? «L’Italia – ha detto Hamza Abdi Barre, premier somalo, intervenuto al forum Somalia economic conference che si è svolto Mogadiscio il 30 e il 31 maggio – in passato ha sostenuto l’agricoltura somala e ha permesso al nostro Paese di godere di maggiore sicurezza alimentare. L’Italia deve continuare su questa strada per garantire stabilità e sviluppo».

Il governo somalo spera che l’Italia diventi il principale investitore nel Paese. «Stiamo lavorando per garantire stabilità e sicurezza combattendo al-Shabaab – ha osservato -. Questa conferenza può e deve essere un punto di partenza per rafforzare i legami tra i nostri Paesi».

Gli ha fatto eco Abdirizak Osman Giurile, consigliere del presidente somalo per la democratizzazione e il buon governo e incaricato di sostenere il capo dello Stato nelle relazioni con il nostro paese. «Il rapporto con l’Italia – ha detto all’agenzia InfoMundi – negli ultimi trent’anni ha avuto alti e bassi. Ora non va male. L’incontro dei vertici italiani e somali a febbraio a Roma è stato un momento importante».

Il funzionario ha però lamentato uno scarso impegno economico italiano. «Uno stanziamento di 20 milioni è troppo basso. Lo ha riconosciuto lo stesso ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. L’Italia deve fare di più e sostenerci nei settori di punta della nostra economia».

Anche sotto il profilo culturale i somali chiedono un maggiore intervento italiano. «Chiediamo – ha sottolineato ancora Giurile – che l’Italia riattivi e riattualizzi l’accordo del 1973 che prevedeva un sostegno economico importante per aiutare la nostra università, finanziando gli stipendi dei professori e le attrezzature per le facoltà. Il Governo di Roma ha detto che lo farà. Stiamo aspettando».

Phil Moore/IRIN

L’Italia tornerà?

Da parte italiana c’è stata un’apertura. Alberto Vecchi, ambasciatore d’Italia in Somalia, ha dichiarato sempre all’agenzia InfoMundi: «Questa conferenza è il frutto di un impegno che il presidente somalo ha preso nel corso della sua visita a Roma. Sono felice che siamo riusciti a dare seguito a quell’impegno. La Somalia ha relazioni speciali con il nostro Paese che affondano le radici nella storia, e che sono proseguite nel tempo».

Il paese africano, secondo il diplomatico, è unico per la sua posizione particolare e per le sue grandi risorse naturali: «Vogliamo contribuire a dare alla Somalia la possibilità di sfruttare queste risorse e diventare un importante punto di riferimento per la regione».

«L’Italia ci ha lasciato, perché? Perché da trent’anni non investe più da noi? I legami antichi sono spariti?», così parla un vecchio professore somalo che insegna italiano all’università di Mogadiscio. Nelle sue parole c’è il rimpianto per una vecchia amicizia che c’era un tempo e che oggi sembra appannata.

«Ve ne siete andati – osserva – e ora il vostro posto è stato preso da altri. I turchi soprattutto. In Somalia c’erano molte imprese italiane, ma adesso è tabula rasa. Non c’è più nulla. Eppure le opportunità ci sono. La comunità somala in Italia è grande e può fare da ponte tra le due nazioni. L’amore per l’Italia non è svanito».

Se gli si fa notare che la Somalia è un Paese instabile in cui molte regioni sono ancora sotto il giogo dei fondamentalisti islamici, lui risponde duro: «I turchi sono venuti qui nel periodo peggiore. Non c’era sicurezza, né possibilità economica. Ma loro c’erano, voi siete spariti. Tornerete? Me lo auguro. La nostra storia è la vostra e viceversa. Non possiamo dimenticarlo».

Enrico Casale

Somalia’s President Hassan Sheikh Mohamud (Photo by Hassan Ali Elmi / AFP)




Somalia, terra di martirio. La beatificazione di suor Leonella Sgorbati

Testi di Enrico Casale e Marco Bello |


La Cattedrale di Mogadiscio dedicata alla Consolata così come è oggi dopo essere stata bombardata.

Il 26 maggio prossimo, a Piacenza, sarà beatificata suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata. Il 17 settembre 2006 a Mogadiscio suor Leonella è stata freddata con sette colpi sparati a bruciapelo da due killer che non sono mai stati né indagati né giudicati. Con lei è morto anche il somalo musulmano Mahmmed Mahmud, sua guardia del corpo. Suor Leonella aveva 65 anni, di cui 36 passati al servizio in Kenya e poi in  Somalia. Infermiera e formatrice di infermieri, aveva cercato di seminare la pace nel cuore di ragazze e ragazzi senza speranza nel futuro. Ci piace credere che ci sia riuscita, anche perché la scuola da lei fondata continua a funzionare. Vogliamo ricordare in queste pagine la sua storia, intimamente legata alla Somalia, il non-paese, che tuttavia esiste. Anche se ce lo siamo dimenticato.

Marco Bello


Indice:


Il paese inesistente.

La situazione oggi e le forze in campo

Eccetto le due zone autonome non riconosciute, Somaliland e Puntland, la Somalia resta altamente instabile. Il governo è debole e sostenuto (poco) dall’estero. Chi comanda sono i clan e i miliziani jihadisti. Restano presenti sul terreno eserciti di diverse aree del mondo. Mentre il turco Erdogan aumenta i suoi legami (e la sua influenza).

Jazera Beach, la spiaggia di Mogadiscio oggi – AFP PHOTO / Mohamed ABDIWAHAB

Quella somala è la storia di un fallimento nazionale e internazionale. Dal 1991, con la caduta del presidente dittatore Mohammed Siad Barre, il paese del Corno d’Africa vive in una costante instabilità politica e militare. La vecchia Somalia, diventata indipendente nel 1960, è ormai spezzata in tre tronconi. Al Nord, il Somaliland che si è dichiarato indipendente ed è politicamente stabile, ma che finora non è stato riconosciuto a livello internazionale. Nel centro, la regione del Puntland che, sebbene ancora formalmente legata a Mogadiscio, è diventata autonoma, con una propria struttura amministrativa e militare. Infine, il Sud dove le fragili istituzioni di Mogadiscio sopravvivono grazie all’aiuto della comunità internazionale. Le rivalità tra i clan e, soprattutto, la forza di al Shabaab, una milizia legata ad al Qaeda che controlla ampie parti del territorio, mina la possibilità di una ripresa per il paese. A ciò si aggiunge una nuova minaccia: la nascita delle prime cellule dell’Isis formate da ex miliziani fuoriusciti da al Shabaab e da guerriglieri.

Un vento di speranza

Il 16 febbraio 2017, poco più di un anno fa, sulla Somalia soffiava un vento di speranza. Dopo un complesso processo elettorale (che non prevedeva il suffragio universale, ma il voto di grandi elettori espressione dei clan) è stato eletto presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. La fiducia riposta in lui si basava su un curriculum di tutto rispetto. Ambasciatore della Somalia negli Stati Uniti d’America dal 1985 al 1989, dall’ottobre 2010 al giugno 2011 aveva ricoperto la carica di primo ministro. Non solo, ma, da anni, Farmajo possiede la doppia cittadinanza somala e statunitense, un dettaglio che gli garantisce un sostegno aperto da parte del governo di Washington.

La sua elezione ha quindi destato molte aspettative nella popolazione che ha visto in lui la personalità in grado di portare il paese fuori dalla palude politico-militare in cui è impantanato. Ma il compito è, in realtà, molto difficile. Oggi, la Somalia è uno dei paesi più poveri del mondo: il 43% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e dipende quasi totalmente dagli aiuti umanitari, il cui flusso però è compromesso dall’insicurezza generale e dai continui furti. La siccità, una successione di raccolti poveri e un rapido aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e del carburante hanno aggravato la condizione socioeconomica somala causando varie crisi alimentari. Attualmente, più di sei milioni di somali, su un totale di circa 14 milioni, necessitano di cibo e un milione è fuggito all’estero per cercare scampo.

«Il presidente Formajo – spiega mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio – sta facendo del suo meglio. A volte, però, ho l’impressione che le istituzioni statali stiano in piedi solo grazie all’appoggio esterno. Il sostegno estero è comunque relativo perché i partner internazionali hanno loro agende che non sempre coincidono con quella somala. Il presidente dovrebbe impegnarsi maggiormente a sganciarsi dai meccanismi interni ed esterni che lo vincolano, per cercare l’unica cosa che conta veramente: l’appoggio della popolazione più che l’appoggio internazionale».

Sospetti Al Shabaab – UN Photo/Tobin Jones

Eserciti stranieri

Attualmente c’è una massiccia presenza militare straniera nel paese. Dal 2007, l’Unione africana, con l’autorizzazione delle Nazioni unite, mantiene una forza composta da 21mila soldati e 550 poliziotti. Ne fanno parte reparti di Burundi, Etiopia, Ghana, Gibuti, Kenya, Nigeria, Uganda e Sierra Leone. Il ruolo di Amisom, questo il nome della missione, è stato fondamentale nel contrastare il diffondersi delle milizie jihadiste. Ma la missione ha comunque pagato un prezzo altissimo in vite umane. I dati ufficiali non sono mai stati diffusi, ma si stima che nei combattimenti siano morti almeno duemila soldati.

Anche l’Unione europea mantiene un proprio contingente nel paese con il compito di formare i militari del neonato esercito somalo. Questa missione, denominata Eutm Somalia, è comandata da un generale italiano e fa perno su un nucleo di soldati italiani. Nel paese ci sono anche altre presenze militari. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nello scorso autunno ha portato il contingente a stelle e strisce a 500 uomini, il numero più elevato dal 1992 quando le truppe americane parteciparono all’operazione «Restore Hope». La Gran Bretagna ha poi una propria base a Baidoa nella quale le truppe speciali formano i soldati di Mogadiscio.

Arrivano i turchi

Sullo scenario somalo è comparso recentemente anche un nuovo attore: la Turchia. A ottobre, Ankara ha inaugurato in Somalia la sua più grande base militare all’estero. Nella grande struttura, che a regime ospiterà più di diecimila soldati, i militari turchi addestreranno i colleghi somali. Costata cinquanta milioni di dollari, la caserma è più di un’installazione militare. Essa è il segno del forte sostegno che il governo di Ankara offre a quello di Mogadiscio.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha recentemente rafforzato i legami con la Somalia sulla base della comune adesione agli ideali dell’islam politico. Erdogan ha visitato Mogadiscio due volte. Nel 2011 è stato il primo leader non africano in vent’anni a visitare la nazione devastata dalla guerra. Negli ultimi tempi è nata una collaborazione che ha avuto forti ricadute sul terreno. Aziende pubbliche e private turche hanno costruito scuole, ospedali e infrastrutture. Il governo di Ankara ha offerto molte borse di studio e ad alcuni ragazzi somali è stata offerta la possibilità di studiare in Turchia. Anche l’interscambio commerciale è in rapida crescita. Nel 2010 le esportazioni turche in Somalia ammontavano a 5,1 milioni di dollari, nel 2016 a 123 milioni. Nel giro di sei anni la Turchia è passata dal 20° al 5° posto tra i principali esportatori in Somalia.

Guy Oliver/IRIN

E l’Italia?

L’impegno turco supera ormai di gran lunga quello dell’Italia, ex potenza coloniale che, fino alla caduta di Siad Barre, ha avuto un solido rapporto con la Somalia. Attualmente, secondo quanto riporta il quotidiano finanziario «Il Sole 24 Ore» (del 18/01/2018, ndr) dei 165 milioni stanziati da Roma il 21 dicembre 2017 per la cooperazione internazionale, 13 sono destinati a cinque progetti che verranno realizzati in Somalia. Il primo prevede lo stanziamento di 3,7 milioni di euro al Fondo fiduciario delle Nazioni unite che promuove iniziative per il consolidamento dello stato di diritto in Somalia. In questo contesto, per esempio, «è prevista la ristrutturazione dell’edificio della Corte suprema e la costruzione della prigione dello stato regionale di Galmudug per migliorare le condizioni delle struttura nazionale giudiziaria». «Il secondo progetto stanzia 3,2 milioni di euro per finanziare il programma Farms Ifad e, in particolare, per migliorare in modo sostenibile la sicurezza alimentare della comunità del Puntland», con particolare attenzione agli sfollati. «Il terzo progetto contribuisce ad affrontare le sfide legate alla ricostruzione e allo sviluppo infrastrutturale della Somalia distrutte dal conflitto. E lo fa con uno stanziamento di un milione di euro a favore del Somalia Infrastructure Trust Fund della Banca africana di sviluppo. Il quarto progetto stanzia tre milioni per lo sviluppo di filiere produttive agro tecnologiche nelle regioni centrali e meridionali del paese». L’ultimo progetto, due milioni di euro, andrà ad «agevolare e sostenere gli sforzi del governo somalo e delle autorità regionali nella lotta alla disoccupazione e contribuire così alla stabilizzazione della regione del Corno d’Africa».

Rovine dell’hotel Al-Uruba – AU-IST/Tobin Jones

I fondamentalisti

Nonostante questi sforzi in campo politico, militare ed economico, continua nel paese la forte instabilità. Al Shabaab non controlla più le grandi città costiere, ma ha comunque una solida presenza nelle province dell’entroterra. Governata a lungo da Abdi aw-Mohamed, alias Godane (ucciso da un bombardamento Usa nel 2014), nel 2015 la milizia islamica è stata scossa da faide interne che sembravano averne minato la solidità e la capacità operativa. In quei giorni si pensava che i jihadisti fossero stati sconfitti e che si potesse, in qualche modo, riportare la pace in Somalia. Sotto la direzione di Abu Ubaidah però le formazioni islamiche hanno ripreso la loro compattezza e sono tornate ad organizzare attacchi contro le forze dell’Amisom, le ambasciate, i luoghi frequentati da stranieri.

A fianco di al Shabaab, hanno preso vita anche alcune cellule legate allo Stato islamico. Guidate da Abdulqadr Mumin, ex predicatore in Gran Bretagna e Svezia, per il momento hanno piccole dimensioni, ma si sono dimostrate capaci di unire i clan e i sub-clan più piccoli e da sempre esclusi dalla politica somala. Di esse fanno parte, oltre agli ex militanti di al Shabaab delusi, anche miliziani stranieri provenienti dal Medio Oriente dopo la sconfitta dell’Isis in Iraq, Libia e Siria.

«Sì, l’Isis è presente in Somalia – conferma mons. Giorgio Bertin -. Anche la stampa locale ne ha parlato. Le cellule avrebbero base soprattutto nel Puntland, la regione semiautonoma». La presenza dei miliziani di al Baghdadi desta preoccupazione perché in un video reso pubblico a dicembre i jihadisti invitano a «dare la caccia» ai non credenti e ad attaccare le chiese e i mercati. Gli Usa hanno lanciato raid con droni partiti dalle basi in Etiopia, contro gli affiliati dell’Isis facendo numerose vittime.

Ma gli attentati da parte degli islamici continuano, soprattutto a Mogadiscio, la capitale. Basta ricordare l’attacco del 14 ottobre 2017, uno dei più sanguinosi degli ultimi anni, con oltre 300 vittime. «Gli attacchi sono numerosi – afferma mons. Bertin -. Per la popolazione locale la situazione è meno drammatica. Lo è soprattutto per gli stranieri che vedono colpiti i loro luoghi di ritrovo e per questo motivo hanno bisogno di protezione. Quello che è auspicabile è che la popolazione si ribelli a questi attentati e che sia sempre più unita alle forze di sicurezza, e a quelli che cercano di riportare un po’ di legge e ordine in Somalia».

Enrico Casale

Ethiopian National Defence Forces in Hudur, capitale di Bakol Somalia – AU UN IST/Mohamud Hassan


Dall’indipendenza a Formajo

Cronologia essenziale

  • Il presidente della Somalia Mohamed Abdullahi Mohamed – AFP PHOTO / SIMON MAINA

    1960, 1 luglio – Proclamazione dell’indipendenza. Aden Abdullah Osman Daar viene eletto presidente.

  • 1969, 21 ottobre – Colpo di stato dell’esercito, il Consiglio rivoluzionario supremo designa Mohamed Siad Barre, comandante in capo dell’esercito e ispiratore del colpo di stato, come presidente. È rieletto nel 1979 per la seconda volta, e nel 1986 per il terzo mandato.
  • 1988, aprile – Firma di un accordo di pace con l’Etiopia, dopo la guerra dell’Ogaden del 1977-1978.
  • 1989, 9 luglio – Il vescovo cattolico mons. Pietro Salvatore Colombo viene ucciso con un solo colpo di pistola al cuore, nei pressi della cattedrale. L’assassino resterà sconosciuto. Nel 1991 non c’è più nessuno a custodire la cattedrale che durante la guerra civile – iniziata quell’anno e ancora in corso – sarà saccheggiata, bombardata, distrutta e le tombe dei vescovi violate per opera di forndamentalisti islamici.
  • 1989, 14 luglio – Manifestazione dopo l’arresto di capi spirituali musulmani radicali (450 morti).
  • 1990, 6 luglio – Allo stadio di Mogadiscio la guardia presidenziale spara sulla folla che contesta il discorso di Siad Barre. Le vittime sono 62.
  • 1990, agosto – Alleanza di diverse fazioni ribelli, inizia un’offensiva per rovesciare il presidente.
  • 1991, 26 gennaio – Il presidente Mohamed Siad Barre viene destituito. Al suo posto Ali Mahdi Mohamed.
  • 1991, 18 maggio – Il Nord si dichiara indipendente con il nome di Somaliland e capitale Hergheisa.
  • 1991, 18 novembre – Il presidente Ali Mahdi Mohamed viene rovesciato dal generale Mohamed Farah Aidid.
  • 1992, 3 dicembre – Inizia l’operazione militare Restor Hope, eseguita dagli Usa sotto l’egida delle Nazioni Unite.
  • 1993, 23 marzo – Risoluzione dell’Onu che crea l’Operazione delle Nazioni Unite in Somalia (Onusom II).
  • 1993, 3 ottobre – Nella battaglia di Mogadiscio vengono uccisi 18 militari statunitensi e un casco blu per la caduta di un elicottero abbattuto dai miliziani. I morti somali sono centinaia. È il fallimento di Restor Hope.
  • 1994, 20 marzo – La giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin, entrambi italiani, sono assassinati a Mogadiscio. Stavano conducendo un’inchiesta sui rapporti tra funzionari italiani e Siad Barre, alla fine degli anni Ottanta. Lavoravano anche su una pista di traffici illeciti di armi e rifiuti.
  • 1994, 29 marzo – L’ultimo militare statunitense lascia il paese. Un anno dopo finisce la missione Onusom II.
  • 1996, 1 agosto – Muore il presidente Aidid, gli succede il figlio Hussein Mohamed Farah.
  • 1998, 1 agosto – Il Puntland, nel Nord Est, si dichiara regione autonoma.
  • 2003, 5 ottobre – La missionaria laica Annalena Tonelli viene assassinata con un colpo alla nuca, a Borama, nel Somaliland, dove dirige un centro medico.
  • 2004, agosto – Inaugurazione a Nairobi di un parlamento di transizione in esilio. A dicembre Abdullahi Yusuf Ahmed è eletto presidente di transizione.
  • 2006, febbraio – Prima sessione del parlamento di ritorno dall’esilio, a Baidoa.
  • 2006, febbraio – Scontri a Mogadiscio tra «i signori della guerra» e i miliziani delle corti islamiche. Vinceranno questi ultimi.
  • 2006, 4 settembre – Firma di un accordo di pace provvisorio tra il governo di transizione e le corti islamiche. I negoziati falliranno a novembre.
  • 2006, 17 settembre – Assassinio di suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, a Mogadiscio. I responsabili non saranno mai giudicati.
  • 2006, dicembre – L’Etiopia entra in guerra contro le corti islamiche e conquista Mogadiscio insieme al governo di transizione.
  • 2007, gennaio – Gli Usa iniziano dei raid aerei nel Sud del paese contro i jihadisti.
  • 2007, febbraio-aprile – L’Onu autorizza una missione africana per il mantenimento della pace, Amisom. Il governo si installa a Mogadiscio, dove continuano i combattimenti.
  • 2008, agosto – Gli islamisti riprendono Kisimayo.
  • 2009, aprile – Imposizione della Sharia, la legge islamica.
  • 2009, settembre – I miliziani di al Shabaab dichiarano la loro alleanza ad Al Qaeda. Continuano gli attentati contro membri del governo e del parlamento, l’Amison e anche la moschea di Mogadiscio.
  • 2011 – L’Onu decreta lo stato di «emergenza fame» in diverse regioni somale.
  • 2012, settembre – Hassan Cheikh Mohamoud è eletto presidente dai deputati e subito scampa a un attentato.
  • 2017, febbraio – Mohamed Abdoullahi Formajo eletto presidente. A ottobre un attentato a Mogadiscio causa oltre 300 vittime.

Ma.Bel.

Forze della Missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) a Kismayo – Phil Moore/IRIN


Leonella Sgorbati,

formatrice di pace in mezzo alla guerra. La suora con il cuore «extra large»

Se lo aspettava, in fondo al suo cuore, il martirio. Il rischio era grande, eppure ogni giorno andava nell’ospedale spinta dall’amore per i suoi studenti e dalla fede in Dio. Pur molto amata in Kenya, dove aveva insegnato e curato per 30 anni, aveva scelto di stare a Mogadiscio per
costruire con le ragazze e i ragazzi che formava come infermieri un futuro migliore. Perché ci credeva, suor Leonella, che un giorno anche la Somalia avrebbe visto la pace.

Sono le 12,30 di domenica 17 settembre 2006. Suor Leonella Sgorbati, 65 anni, sta attraversando la strada che separa l’Ospedale Sos, dove lavora, dal Villaggio Sos, dove vive con altre quattro consorelle, missionarie della Consolata. Torna a casa dopo la consueta mattinata di lezione. A Mogadiscio la situazione è molto difficile e gli stranieri sono presi di mira. Le sorelle non si allontanano mai dai due compound, eccetto che per recarsi all’aeroporto quando devono uscire dal paese. Anche per attraversare quell’unica strada, le suore hanno la scorta.

Nel breve tempo dell’attraversamento, due uomini compaiono da dietro un taxi e fanno fuoco su suor Leonella e Mohammed Mahmud, la sua guardia del corpo, che muore subito. Suor Leonella viene trasportata all’ospedale, dove muore poco dopo con sette proiettili in corpo. Le sue ultime parole sono: «Perdono, perdono, perdono».

A quasi dodici anni da quel giorno, grazie a un grande lavoro delle sue consorelle, la missionaria sta per essere beatificata, il 26 maggio a Piacenza. «Nel marzo dell’anno scorso è stato riconosciuto il martirio di suor Leonella – ci racconta suor Renata Conti, postulatrice generale -. Nel Capitolo del 2011 decidemmo di iniziare la causa di beatificazione. Abbiamo così raccolto la documentazione e realizzato un’inchiesta diocesana approfondita, ascoltando molti testimoni. Il presidente della commissione d’inchiesta era monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico della Somalia. I risultati ci hanno dato ragione e papa Francesco ha emesso il decreto di beatificazione lo scorso 8 novembre».

Infermiera e formatrice

Giunta in Kenya nel 1970, infermiera, lavora nel Consolata Hospital a Mathari, Nyeri e al Nazareth Hospital in Kiambu nei pressi di Nairobi. Si rimette poi a studiare ottenendo due diplomi di livello universitario e diventando formatrice di infermieri. Un passaggio fondamentale della sua esistenza. «Il lavoro in ambito sanitario le fece, ben presto, capire quanto fosse fondamentale preparare personale qualificato che, poco per volta, potesse assumere i ruoli fino allora portati avanti dalle suore. Per fare questo, era necessario istituire delle scuole per infermieri. Suor Leonella sognava in grande: non si sarebbe mai accontentata di qualsiasi risultato, voleva raggiungere alti livelli di qualità. Non era facile, oggettivamente, sebbene fosse entusiasta e capace, alle volte doveva piegarsi di fronte alla difficoltà o impossibilità», scrive suor Renata in un documento sulla vita della beata. «Assunta la direzione della scuola per infermieri a Nkubu, nel Meru (Kenya), una delle sue prime preoccupazioni fu quella di conciliare le regole con la formazione: era infatti chiara per lei l’esigenza di un sistema di insegnamento che includesse una formazione integrale dei giovani. Era proprio il suo punto fermo, ci teneva che gli studenti crescessero umanamente e spiritualmente, che diventassero dei professionisti competenti, ma anche degli operatori sanitari con un cuore accogliente, al servizio della persona che avevano davanti».

La superiora col sorriso

Dal 1993 al 1999 è superiora regionale delle missionarie della Consolata in Kenya, rieletta per due mandati consecutivi. È molto amata, per il suo sorriso accogliente e per un cuore grande. Durante le visite come superiora spesso cita l’Allamano: «Bisogna avere tanta carità da dare la vita. Noi missionari siamo votati a dare la vita per la missione».

Scrive su una circolare per le consorelle del Kenya: «Noi, sia individualmente, che come comunità, dobbiamo renderci disponibili al processo dell’incarnazione del Figlio in noi per poter essere la consolazione del Padre. Cosa significa questo in pratica? Significa accogliere che il Figlio sia libero in ciascuna di noi, in me, libero di perdonare attraverso la mia persona a chi mi reca offesa, libero di spezzare il pane della bontà, della comprensione nella comunità, libero di farmi percorrere l’itinerario che il Padre ha fatto fare a lui, con le scelte che il Padre indica. […] Libero di amare attraverso di me con l’amore più grande, l’amore che va fino alla fine, che è più forte dell’odio e dell’inferno, nella verità, nella pratica di ogni giorno e di ogni momento».

Una scuola per la Somalia

Nel 2001 viene chiamata in Somalia, per fondare una scuola per infermieri sul modello di quella che ha diretto in Kenya.

Il paese ha già vissuto 10 anni di guerra. «L’ospedale Sos era l’unica struttura sanitaria di Mogadiscio che lavorasse in ambito pediatrico a titolo gratuito. Era stata questa Ong (Kinderdorf International) a progettare la scuola per infermieri e a coinvolgere le missionarie della Consolata nella partecipazione e realizzazione del Somali Registered Community Nursing», scrive suor Renata. «La gente la voleva fortemente: erano dieci anni che non si formavano infermieri e medici in Somalia».

Ma il paese è allo sbando e il fondamentalismo musulmano ha oramai preso piede e ogni attività condotta da stranieri, per di più cristiani, è guardata con sospetto. Continua suor Renata nel suo scritto: «In Somalia, al di là della fatica, le sfide erano molteplici su tutti i fronti: anzitutto, il metodo formativo di suor Leonella doveva essere adeguato alla nuova situazione di insegnamento come esigevano le autorità civili. Era, inoltre, indispensabile una formazione integrale che servisse a far crescere i giovani umanamente, in modo da poter servire meglio la vita fragile e ferita dei malati. Come proporre, però, i valori su cui lei aveva sempre fatto leva, in un ambiente musulmano? Si dovevano ricercare elementi comuni tra cristianesimo e islam. Era necessario dimostrare che le nozioni scientifiche che lei promulgava non erano contro il Corano. Bisognava convincere i ragazzi, e l’ambiente in generale, che lei non faceva proselitismo, anzi, che rispettava e valorizzava il dialogo interreligioso. Eppure, c’era chi non ci credeva e pensava che suor Leonella usasse la scuola per convincere i giovani a farsi cristiani».

Una presenza costante

Le missionarie della Consolata erano arrivate in Somalia nel 1924, inviate, in quel tempo, dal fondatore Giuseppe Allamano in persona, che aveva detto al primo gruppo: «Partite, andate tra musulmani; sarà un campo duro, arido, non importa, lavorate, seminate, non aspettate frutti per cinquant’anni, poi il seme frutterà». Da allora c’era sempre stata una presenza costante, divenuta l’unica cattolica ufficiale. Ma nel 1991, a causa della guerra, le religiose hanno dovuto ridurre drasticamente le attività. Vi è rimasto un piccolo gruppo, di quattro, talvolta cinque sorelle, che lavorano come volontarie all’ospedale Sos Kinderdorf International, Ong presente nel paese dal 1983, che opera in favore dei bimbi senza famiglia o in difficoltà. «Una presenza che la Santa Sede di chiedeva di mantenere», spiega suor Renata.

L’assassinio di suor Leonella e della sua guardia del corpo spezza questa continuità. «Noi saremmo rimaste – ci racconta suor Renata – ma l’Ong ci impose di andare via. Il giorno stesso del viaggio della salma di suor Leonella a Nairobi, le nostre sorelle dovettero partire. E non siamo mai più tornate. Tuttavia diciamo che per noi la Somalia non è “chiusa”, ma “sospesa”; ci fosse uno spiraglio di luce potremmo eventualmente tornare».

Quando è arrivata in Somalia suor Leonella non c’erano scuole per infermieri in tutto il paese. Lei ne ha creata una di buon livello e riconosciuta dall’Oms sia per ragazzi che ragazze.

«Inoltre, lei era simpatica, gioviale, capace di farsi voler bene. I giovani, i suoi allievi la adoravano. E anche questo era mal visto, perché i radicali musulmani dicevano che convertiva i ragazzi al cristianesimo. Era una novità formare anche le ragazze. Di fatto si dava una speranza a questa gioventù, ma questo non è piaciuto ai fondamentalisti islamici perché formare i giovani è, per loro, un rischio». Con tutta probabilità è questo il motivo per cui è entrata nel mirino di qualche gruppo islamista.

Pressioni e intimidazioni

«In quel paese non era permessa l’evangelizzazione, si poteva solo testimoniare il Vangelo con la vita. La Somalia era, ed è, per il 99.99% musulmana con forze interne tendenti all’estremismo islamico. Vi erano manifestazioni frequenti e reazioni impreviste e violente nei confronti dei pochi cristiani, e questi erano costretti a visitare le suore di nascosto perché avevano molta paura di venire scoperti. I fondamentalisti cercavano, con tutti i mezzi, di forzare le sorelle, quattro in tutto, ad abbracciare la loro fede. Suor Marzia Feurra (superiora della comunità, oggi in missione a Gibuti, ndr) più volte fu assediata dai fondamentalisti perché diventasse musulmana: non potevano accettare che la loro gente fosse curata e aiutata da cristiani.

Sul giornale locale scrissero molte volte contro l’Ong Sos e contro le suore, avvertendo la gente di guardarsi bene da loro perché stavano cercando di fare proseliti. La gente, però, non dava peso a quanto veniva scritto, sapeva che era solo propaganda, ed ebbe sempre una grande fiducia nelle sorelle. Tutto questo e altro ancora, richiedeva una prudenza non comune perché non si era mai sicuri se il fratello che ti stava dinanzi era un amico o un nemico», racconta suor Renata.

Inoltre nel periodo in cui suor Leonella viene uccisa, c’è molta tensione a livello mondiale. Il 12 settembre, 5 giorni prima dell’uccisione, papa Benedetto aveva pronunciato il discorso di Ratisbona, nel quale una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II il Paleolgo1, è stata ritenuta particolarmente offensiva per i musulmani, e in un clima già incendiario, ha creato reazioni a livello planetario. Dall’indignazione di alcune cariche islamiche ufficiali, alle manifestazioni di piazza, a violenze contro chiese e strutture cattoliche nel mondo, fino a minacce di morte verso il papa stesso.

Ratzinger esprimerà poi «vivo rammarico» per quelle reazioni sottolineando che: «Il mio era un invito al dialogo franco e sincero». Ma il danno è compiuto e chi vuole approfittare della situazione internazionale, e soprattutto dell’impunità che garantita da questa tensione, lo ha già fatto.

«“Noi dobbiamo dimostrare ai cristiani chi siamo”, dicevano nelle moschee. Ma gli unici cristiani in Somalia erano le nostre sorelle», ricorda suor Renata.

Una presenza che continua

Un fatto importante è che la scuola per infermieri fondata e organizzata da suor Leonella è ancora funzionante. «Il livello è un po’ sceso, ma continua a formare giovani», assicura la postulatrice. «È gestita oggi da ragazzi e ragazze che suor Leonella ha formato e fatto crescere. Lei aveva questo approccio: formare le persone locali affinché prendano in mano le opere». Una visione lungimirante dunque, che non si ferma al tempo di una presenza esterna, ma vuole gettare radici profonde.

Perché il martirio

Suor Simona Brambilla, superiora delle Missionarie della Consolata, ricorda così la beata: «Rivisitare il percorso di suor Leonella fino al suo martirio e oltre, significa venire a contatto col mistero della vita di una persona amata e amante. Significa affacciarsi su una vita che è porta tra cielo e terra, tra grande e piccolo. Significa essere ammesse a varcare, con trepidazione e gratitudine, una soglia sacra, una porta di Dio. Questo è il senso del nostro celebrare suor Leonella: celebrare un mistero di amore e dolore, di vita e di morte, intrecciate in un sacro, fecondissimo abbraccio; celebrare la consegna totale di Leonella al suo sposo, ma anche di Dio alla sua sposa.

Così, suor Leonella consegnava la sua vita: “La tua vita, il tuo amore, il tuo sangue… riceva la mia vita, il mio amore, il mio sangue… mi sento povera, incapace, accoglimi ugualmente, sono certa del tuo amore e della tua accoglienza”».

Chiediamo a suor Renata i suoi sentimenti sulla beatificazione: «Sono molto felice perché io ci credo a questo martirio. Non è stato un incidente. Suor Leonella si è preparata a questo evento, per tutta la vita. Nel cuore ha sempre avuto un’adesione costante al Signore, anche con alti e bassi come ognuno di noi. Era una persona molto radicale, nelle sue scelte». Il governo italiano di allora a non ha fatto nulla per scoprire la verità sull’assassinio della connazionale. Il ministro degli Esteri era Massimo D’Alema. Ricorda suor Renata: «Non fecero assolutamente niente. All’inizio dell’inchiesta ecclesiastica, avevo tentato andando alla Farnesina, ma mi hanno detto: “È meglio che non indaghi, è meglio non esporsi”. Inoltre non c’è stato nessun processo in loco. Abbiamo accolto questo fatto con dispiacere, ma non c’è stato alcun intervento da parte ufficiale».

Le spoglie di suor Leonella sono portate a Nairobi, dove il 21 settembre 2006, viene celebrato il funerale alla presenza di tantissima gente, autorità, missionarie e missionari, operatori dell’Ong, amici.

«Suor Leonella è morta inseguendo la visione di una Somalia stabile e pacifica – dice monsignor Giorgio Bertin durante l’omelia per il suo funerale2. «Lei era convinta che una nuova Somalia, guarita dal flagello della guerra civile è possibile. […] La sua vita, il suo sorriso e la sua innocenza ci dicono che un mondo nuovo è possibile, una nuova Somalia è possibile. Lei fu ispirata dalla convinzione che il nuovo mondo che Gesù è venuto ad annunciare è già cominciato qui sulla Terra. E non è una coincidenza che morì insieme a un uomo musulmano. […] Vivere insieme, nonostante le differenze, richiede la conversione del cuore, speranza, determinazione e perseveranza».

Marco Bello

Note

(1) «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».
(2) Agenzia Cisa, 21 settembre 2006.


«Ho vissuto con una santa»

Il ricordo di suor Marzia, che è stata in Somalia con suor Leonella

Funerale e sepoltura di sr Leonella Sgorbati

Suor Leonella era una persona del tutto normale, con le sue doti e le sue fragilità. Amava la sua vocazione e la sua famiglia religiosa, metteva tutto il suo entusiasmo nel realizzare la missione che Dio le aveva affidato e pur di realizzarla non guardava al sacrificio.

Amava le sorelle, ed era sempre presente alle attività comuni, la ricreazione per lei era sacra.

Anche nei momenti di tensione per la difficile situazione che stavamo vivendo a causa della guerra, lei aveva sempre quel senso di «humor» e cercava di tirarci fuori.

Penso che facesse la differenza l’intensità d’amore con cui lei agiva, facendo sì che le cose ordinarie diventassero straordinarie.

Suor leonella aveva un fuoco dentro che la divorava e questo si percepiva nel suo comportamento: voleva aiutare tutti, salvare tutti, si prendeva a cuore i problemi di ognuno e scherzosamente diceva che avrebbe voluto ritirare tutti i fucili della Somalia.

Aveva un carattere molto forte e volitivo con la sua tenacia e costanza riusciva a superare tante situazioni difficili e di rischio. La chiamavamo il «vulcano», sempre in eruzione. Aveva idee e progetti nuovi da presentare, tutti molto belli e utili per la gente, ma dovevamo fare i conti con la situazione che stavamo vivendo, che non ci permetteva di espanderci perché eravamo persone non gradite, e in tanti modi eravamo tenute d’occhio e sotto controllo.

Molte volte ci siamo trovate in situazioni veramente difficili e queste richiedevano da noi un discernimento non facile: «Partire o restare?». Partire voleva dire mettere in salvo la nostra vita che ha il suo valore. Restare voleva dire rischiare, ma di fronte alle necessità della gente nessuna di noi si sentiva di lasciare la missione, perché l’ospedale SOS era l’unico centro che aiutava i poveri e salvava tante vite.

Al mattino arrivando in ospedale si vedeva molta gente che pazientemente aspettava il proprio turno per essere visitata: donne a rischio della vita per i parti difficili, bambini disidratati e denutriti ecc. Di fronte a queste emergenze dimenticavamo tutti i nostri problemi ed eravamo felici di stare con la gente e donare loro un aiuto concreto. Ci dava tanto coraggio la parola del nostro padre fondatore, il Beato Allamano, che incoraggiava la fedeltà alla missione anche a costo della vita.

Quando suor Leonella è giunta in Somalia la situazione religiosa e politica andava sempre più deteriorandosi, e la lotta tra i gruppi si faceva sempre piu serrata, creando sempre nuovi focolai di guerra che davano tanta insicurezza.

Al contrario del Kenya, un paese libero dove la chiesa è una forza, la Somalia è un paese chiuso e a rischio, dove tutto è sotto controllo e la piccola chiesa viveva come nelle catacombe. Nessun segno religioso, tutto era stato distrutto, la cattedrale bruciata e le chiese rase al suolo.

L’unico Tabernacolo presente in Somalia era in casa delle suore e noi eravamo l’unica presenza di chiesa, anche se avevamo la messa solo ogni tre mesi, perché era impossibile la presenza di un sacerdote, la presenza di Gesù Eucaristia ci dava tanta energia e tanta forza per continuare il cammino.

Il pensiero di tenere questa piccola presenza di Chiesa Cristiana in un paese totalmente musulmano ci dava tanta speranza e ci aiutava a superare le tante difficoltà di ogni giorno.

Per suor Leonella la Somalia ha avuto un impatto molto forte. Per lei questa impotenza è stata come un martirio, ma non si è mai scoraggiata, mai ha ceduto le armi, e anche se con tanta fatica, ha sempre cercato di ubbidire alla limitazione dell’ambiente perché Gesù Eucaristia era la sua forza.

suor Marzia Feurra

Annalena Tonelli


Gli italiani uccisi in Somalia, terra dell’impunità

Quattro omicidi. Quattro italiani. Tanti sospetti. Mons. Salvatore Colombo, Annalena Tonelli, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono le vittime di quattro casi che collegano in modo misterioso e drammatico l’Italia alla Somalia.

Monsignor Salvatore Colombo

Quella di mons. Salvatore Colombo è una storia dimenticata. Vescovo di Mogadiscio, viene assassinato il 9 luglio 1989. L’assassino è rimasto senza nome né volto, e non si sa perché abbia ucciso il prelato e se, dietro quell’omicidio, ci fossero mandanti eccellenti. È stato il regime a ucciderlo? Oppure c’erano altri interessi? Una possibile pista, ricostruita da «Avvenire», potrebbe essere quella delle tante ombre della cooperazione italiana in Somalia. Un ex agente dei servizi segreti italiani Aldo Anghessa è perentorio: «Monsignor Colombo era contro la Giza, cioè una delle maggiori imprese italiane in affari con il regime di Barre». Questo lo portò a scontrarsi contro i poteri forti di Mogadiscio. Il vescovo inoltre si rifiutava di distribuire gli aiuti della Caritas come chiedeva Barre, che pretendeva andassero a chi diceva lui. Anche questo potrebbe avergli attirato le ire del dittatore somalo. Nessuno ha mai indagato. E oggi, dopo la distruzione della cattedrale di Mogadiscio e dei suoi archivi, ricostruire la vicenda e risalire ai colpevoli è diventato impossibile.

Su di lui si può leggere: Massimiliano Taroni. Mons. Salvatore Colombo, vescovo dei poveri e martire della carità, Ed. Velar, 2009.

Annalena Tonelli

Anche il caso di Annalena Tonelli rimane (in parte) irrisolto. Forlivese, laureata in legge a Bologna, si trasferisce a Nairobi a 26 anni come missionaria laica. Da quel momento non lascia più l’Africa e lavora per aiutare poveri e ammalati. «Il mio primo amore – dirà – furono i malati di Tbc, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata». La Tonelli studia una cura per guarire la Tbc in sei mesi contro i 12 o i 18 necessari fino ad allora, ma gli ammalati devono rimanere nel luogo di cura, non a casa. Lei mangia pochissimo, dorme quattro ore a notte, possiede due tuniche e uno scialle e si concede solo, ogni tanto, un po’ di caffè. Di fronte all’emergenza Aids, inizia a occuparsi anche dei malati colpiti da quel virus. Si attira le invidie dei capi locali. Alcuni di essi organizzano manifestazioni contro di lei perché «accoglie i malati di Aids e contagia una comunità di puri». La accusano poi ingiustamente di prendere i contratti dell’Onu senza coinvolgerli e consultarli. Nonostante i tentativi di riappacificazione, le tensioni rimangono. Il 5 ottobre 2003, Annalena viene uccisa con un colpo di fucile nel suo ospedale di Borama, in Somaliland.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Oscuri anche i motivi della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista e cineoperatore della Rai, freddati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Da allora processi, commissioni parlamentari e inchieste giornalistiche non sono riusciti a fare chiarezza sulla vicenda. Ciò che si sa è che i due giornalisti del Tg3 erano in Somalia per seguire il ritorno in patria del contingente italiano inviato in missione di pace nel Corno d’Africa. La Alpi però stava indagando su un traffico di armi e rifiuti tossici che coinvolgeva «i signori della guerra» locali e navi provenienti dall’Italia. Nel caso si mescolano interessi italiani e somali, depistaggi. Le note del Sismi (servizi segreti italiani) del 1994 confermano i risultati di molte inchieste giornalistiche svolte negli anni: «Ilaria Alpi è stata uccisa perché indagava su un traffico di rifiuti e armi. I mandanti vanno ricercati tra militari somali e cooperazione». Sono passati ormai 24 anni e ricostruire una verità giudiziaria è sempre più complesso. Non rimane che tessere le fila di un contesto politico e militare per ottenere almeno una verità storica.

Enrico Casale

20 ottobre 2017. preghiera in piazza dopo l’attacco terroristico del 14 ottobre che ha lasciato 276 persone uccise e oltre 300 ferite –  AFP PHOTO / Mohamed ABDIWAHAB


Un sacerdote a Mogadiscio

Incontro con il cappellano militare degli italiani

È un’eccezione: oggi un prete cattolico in Somalia può essere solo quello dell’esercito. Padre Stefano Tollu spiega la sua scelta e ci racconta, da una posizione di osservazione privilegiata, la vita nella capitale somala e gli incontri clandestini con i rarissimi cristiani di quel paese. Una comunità che si autodefinisce «in via di estinzione».

È l’unico sacerdote cattolico a Mogadiscio. Un prete in un mondo musulmano. Non è un parroco e neppure un religioso. È il cappellano del contingente militare italiano di Eutm, la missione di formazione e addestramento delle forze armate somale. Padre Stefano Tollu non è però estraneo all’Africa. Per anni ha servito come salesiano in Angola e Kenya. Oggi la sua missione è, forse, più difficile di quella svolta un tempo: offrire assistenza spirituale ai militari e al personale delle organizzazioni internazionali in un contesto particolare come quello somalo. Un ambiente complesso nel quale ha avuto occasione di incontrare anche il leader della piccola comunità cristiana locale che vive nascosta.

Missionario con le stellette

La strada di padre Tollu dall’Angola alla Somalia non è stata facile né lineare. È lui stesso a raccontarla: «Nasco come salesiano di don Bosco e, dopo gli studi di filosofia, ho vissuto undici anni in Angola e Kenya dove mi sono formato teologicamente e pastoralmente. Nel 2015, al mio ritorno in Italia, ho preso la scelta sofferta di non continuare a servire il Signore nei salesiani. È emersa la possibilità di svolgere il servizio presso l’Ordinariato militare. Ho accettato. Nel 1991-92 avevo svolto il servizio militare di leva negli alpini. Quello è stato un momento fondante della mia personalità e della mia spiritualità. Allo stesso tempo, ho sempre avuto amici nelle forze armate. Come capellano lavoro tra professionisti, spesso messi alla prova da situazioni complesse, alle quali rispondono con sacrificio e dedizione, non sempre riconosciute».

Non porta armi, non ha una preparazione militare. Il suo è un servizio spirituale. «L’esperienza missionaria mi ha aiutato molto – continua -, poiché mi ha dato la capacità dell’ascolto e della temperanza, ma anche la propensione all’elasticità e all’incontro verso l’altro. In questa nuova dimensione ho scoperto una purificazione interiore del mio servizio sacerdotale, laddove è aumentata la mia attenzione non al “fare”, ma all’essere strumento del Signore. È stato per me traumatico il non sentirmi compreso in questa mia scelta. Tante persone che per anni mi sono state vicine sono rimaste sorprese dal mio andare con i militari. Sono stato etichettato come “prete guerrafondaio” o traditore, parole forti che mostrano come non sia compreso il nostro servizio da tanti fratelli cristiani. Ho scoperto però in queste sofferenze, grazie alla preghiera e alla sana solitudine, la forza necessaria per camminare in questa nuova strada della mia vocazione».

Padre Stefano incontra i militari, li visita nei loro uffici, parla e scherza. Entra in confidenza con loro. E i militari si aprono a lui. Gli raccontano i loro problemi spirituali e personali. Nella sua diversità si sente sempre missionario «poiché sono in costante movimento, andando alla ricerca dell’altro, del fratello, porgendogli e condividendo con lui il Signore, nella mia fragile povertà umana». Lo scorso anno gli viene offerta la possibilità di tornare in Africa al seguito della missione italiana in Somalia. Padre Tollu accetta.

Soldati dell’AMISOM – AU UN IST/Ilyas A. Abukar

Somalia blindata

«L’opportunità di svolgere la mia missione all’estero mi fa sentire a casa – osserva -. Sono al servizio del contingente italiano, ma con il permesso del mio vescovo e delle forze armate, mi sono messo a disposizione del personale non italiano, assistendo anche i lavoratori ugandesi presenti nella nostra base, i soldati del Burundi della base accanto alla nostra, i lavoratori di Fao, Nazioni Unite e Ong. Le mie messe sono una bellissima Babilonia di preghiere in italiano, francese, inglese, kirundi, swahili e altre lingue ancora».

A Mogadiscio è l’unico sacerdote cattolico. In tutta la Somalia, compresi i pastori protestanti, i religiosi cristiani sono quattro o cinque. «Il cappellano militare del contingente del Burundi, padre Albino, lavora nel Nord della Somalia – osserva padre Stefano -. In sei mesi ci siamo visti due volte. Con piacere accompagno i suoi ragazzi di nazionalità burundese ed è una bellissima testimonianza di unità della Chiesa. Ho avuto il piacere di celebrare l’Eucarestia del Natale con il pastore Rodriguez, battista, cappellano degli Usa. Lui si trova a Gibuti e, nell’impossibilità di seguire i suoi connazionali qui a Mogadiscio, ha chiesto la mia disponibilità. La risposta era scontata poiché, prima ancora che me lo chiedesse, mi ero messo a disposizione di tutti». Difficile invece per lui incontrare i musulmani. «La realtà islamica è frammentata con leader legati a diverse scuole coraniche – chiarisce -. Non ho avuto il piacere di incontrarli. Mi auguro che, nel futuro, una volta liberato il paese dalle infiltrazioni terroristiche, si possano creare le condizioni per corrette e benevoli relazioni con i fratelli di fede islamica».

Il primo ministro della Somalia, Abdiweli Sheikh Ahmed, ferma un accordo col governo del Puntland il 14 ottobre 2014 – Unisom

Cristiani nascosti

Più complessa invece la relazione con i somali. La situazione di insicurezza in cui versa il paese, i continui attentati (3-4 volte a settimana a Mogadiscio) impediscono un ruolo strutturato all’esterno della base. «Quando esco con i militari, accompagnandoli nei luoghi dove svolgono l’addestramento delle truppe somale – osserva -, lo faccio sempre rispettando le norme di sicurezza. Giubbotto antiproiettile, elmetto e un soldato che rimane sempre al mio fianco. Raramente posso uscire e, quando ciò accade, è per condividere un pezzetto della quotidianità di una parte dei miei ragazzi».

La Somalia però lo ha impressionato. Così diversa dal Kenya e dall’Angola che ha conosciuto in passato eppure non così disastrata come viene presentata all’estero. «Quando ho attraversato Mogadiscio ho avuto la sensazione di una città spaventata, con la popolazione abituata a convivere con la paura, con l’insicurezza, con la non progettazione del futuro – racconta -. Rispetto a Luanda, capitale dell’Angola, tuttavia, ho notato maggiore pulizia e una migliore organizzazione. Un esempio: nella favelas della Lixeira dove ho vissuto per anni c’era un solo dentista per un milione di persone. Qui ne ho visti svariati. Allo stesso tempo, la militarizzazione della città, in risposta alle orribili azioni di al Shabaab, mi rattrista».

Nei suoi giorni nella capitale somala ha avuto l’occasione di fare un’esperienza unica per un sacerdote: incontrare i cristiani somali che, pur perseguitati, continuano a professare la loro fede in clandestinità e fra mille pericoli. Ho potuto conoscere Mosè – racconta padre Tollu -: è un cristiano cresciuto nella realtà del Protettorato italiano e poi nella Somalia indipendente, ma ancora molto legata al nostro paese. In molti lo considerano il portavoce dei cattolici somali. Lui definisce la sua comunità come una realtà in via di estinzione». Da una ventina di anni a questa parte ha infatti preso piede una versione intollerante della fede coranica. Al Qaeda e la sua filiale locale, al Shabaab, sono una minaccia continua per i musulmani non fondamentalisti e per i cristiani. Negli ultimi mesi si è poi affacciato anche lo Stato islamico che ha creato le prime basi nel Puntland. Un ulteriore pericolo per i cristiani locali. Il rischio arriva anche all’interno delle stesse famiglie dei cristiani. È ancora padre Tollu a parlare: «Mosè mi ha raccontato che “quelli nati dagli anni ‘90 in poi”, così li ha chiamati, sono diventati intolleranti e non comprendono i loro vecchi che professano il cristianesimo. Allora gli anziani fuggono, si allontanano dai loro figli e dai loro nipoti, perché potrebbero far loro del male». Mosè ha mostrato a padre Tollu una lista di cristiani morti recentemente, alcuni per cause naturali, altri per cause violente. «Gli ho promesso di ricordarli nella Santa Messa – dice padre Tollu -. Mosè, triste in volto, mi ha risposto: “Ecco lui e lei sono stati uccisi dai figli dei loro figli. Ormai la violenza è nelle case e noi, che siamo rimasti in pochi, rischiamo la vita ogni giorno”».

I pochi fedeli cattolici non possono avere un’assistenza spirituale continua. «Al momento – conclude – non esistono le condizioni di sicurezza per un sacerdote per svolgere serenamente il suo servizio a Mogadiscio. Mi auguro che in futuro, una volta liberato il paese dalle infiltrazioni terroristiche, si possano ricreare le condizioni minime per la presenza cristiana nella città. Ho promesso di pregare per loro durante la Messa. Siamo uniti nella preghiera quotidiana, fratelli in Cristo perseguitati e obbligati a nascondere la nostra fede».

Enrico Casale

Bambini somali a scuola nel campo di rifugiati di  Dollo Ado, Ethiopia. – J. Ose/UNHCR


Video su suor Leonella Sgorbati

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