La Missione sui Monti dei Sogni

In viaggio di nozze a Sererit
«Dove si trova Sererit?», gli
chiedo. Lui sorride, si avvicina alla cartina geografica appesa alla parete e
ferma il dito su un punto a Nord del Kenya in direzione del Lago Turkana. Dice
che è lì, in mezzo alle Ndoto Mountains
(le montagne dei sogni). Mi avvicino cercando di aguzzare la vista per leggere
il nome della missione, ma non c’è proprio niente da vedere! Quel punto nel bel
mezzo delle montagne nessuno lo conosce eccetto chi ci vive.

Lui
si chiama Aldo Giuliani, classe 1940, trentino doc della Val di Non, e ha la
testa dura, quasi quanto quella di un calabrese! Noi siamo i calabresi: io
(Beatrice) per nascita, e Frank (keniano) per «adozione» da quando, il 10
settembre 2010, siamo diventati marito e moglie. Se vi state chiedendo che cosa
hanno in comune un trentino e due calabresi (oltre, naturalmente, la testa
dura!) eccovi accontentati: l’amore per la missione che Cristo Gesù affida a
ogni battezzato, di portare la sua Parola di salvezza a tutte le genti, e
quello per la sua, nostra e di tutti amata Mamma Celeste che veneriamo con
l’appellativo di Consolata. Siamo missionari della Consolata, due facce della
stessa medaglia: padre Aldo un religioso, noi laici della stessa grande
famiglia missionaria, che fonda le sue origini nell’ispirazione del beato
Giuseppe Allamano, padre fondatore dell’Istituto Missionario della Consolata.

Il missionario dalla foresta

Conosco padre Aldo Giuliani a Nairobi, nel 2009. Io sono la
cornordinatrice dell’Ufficio Progetti dei missionari della Consolata in Kenya. In
un tiepido pomeriggio di metà luglio sento un rumore di pati-pati (le
ciabattine infradito di gomma che tutti usano in Kenya) avvicinarsi dal
corridoio al mio ufficio. Qualcuno fa capolino: polo a manica corta un po’
stropicciata e pantaloncino rigorosamente a mezza gamba, capelli bianchi un po’
in disordine, viso letteralmente bruciato dal sole; il missionario si presenta
come uno che arriva dalla foresta… Nella sua missione, a Sererit, nel Nord del
Kenya, fa caldo, troppo caldo, anche solamente per pensare ad un abbigliamento
di tipo diverso. «Dove si trova Sererit?», gli chiedo. Lui sorride, si avvicina
alla cartina geografica appesa alla parete e ferma il dito su un punto a Nord
del Kenya in direzione del Lago Turkana. Dice che è lì, in mezzo alle Ndoto Mountains (le montagne dei sogni).
Mi avvicino cercando di aguzzare la vista per leggere il nome della missione,
ma non c’è proprio niente da vedere! Quel punto nel bel mezzo delle montagne
nessuno lo conosce eccetto chi ci vive: niente strade, nessun villaggio, niente
di niente che possa interessare i geografi. Un punto sulla mappa: 1°40’47,08”N, 37°10’37,31”E. Dal satellite si intravedono a fatica i riflessi delle lastre
zincate del campo della missione.

«Per capire dov’è, devi venire a trovarmi». Continua a sorridere
p. Aldo, quasi sicuro che a quella signorina mancherà il coraggio di accettare
l’invito… non sa ancora di aver di fronte una calabrese! Appena il missionario
lascia il mio ufficio esco anch’io, faccio in fretta una rampa di scale e
arrivo alla sede della rivista dei padri della Consolata, «The Seed», dove il
mio (allora) fidanzato Frank lavora come grafico. Per via del suo lavoro Frank
conosce quasi tutti i missionari. Gli racconto emozionata del mio incontro con
p. Giuliani e, curiosa come una scimmia, gli chiedo notizie su Sererit. Mi
racconta che la missione si trova nel distretto Samburu, circa 500 Km a Nord di
Nairobi; i Samburu, popolo di pastori nomadi, vivono, infatti, nella parte
centro settentrionale del Kenya. La loro origine è nilocamitica e, per le
similitudini somatiche, le usanze e le tradizioni antiche, sono parenti dei
Maasai. Il loro territorio è molto vasto: a Nord si estende fino alla sponda
meridionale del lago Turkana, e a Sud arriva fino al «fiume marrone»,
l’Ewaso-Ny’ro.

Dopo queste notizie la mia curiosità cresce, e così decidiamo di
andare a trovare p. Aldo: due mesi dopo, di buon mattino, lasciamo Nairobi alla
volta di Sererit. P. Fabio Chaparro, sacerdote colombiano Fidei Donum che presta il suo servizio proprio sulle sponde del
lago Turkana, a Loyangallani (un’altra missione dove operano i missionari della
Consolata), ci dà un passaggio fino alla missione di South Horr e p. Aldo viene
a prenderci lì. Il viaggio da Nairobi a South Horr, ai piedi del monte Nyiro,
ha le sue piacevolezze: 180 km di asfalto fino a Rumuruti; 120 di sterrato
tormentato e spesso insicuro fino a Maralal; 100 km infami su una strada
ridotta a pista fino a Baragoi e ancora 50 sullo sterrato discretamente ben
tenuto che porta a South Horr.

Verso Sererit

Partiamo il pomeriggio. Da South Horr a Sererit il tragitto è
tutto su pista: sassi, pietre, sabbia, letti di fiume e ancora sassi! 70 km di «fuoristrada».
Passiamo diverse piste battute, rese agibili grazie alle braccia volenterose di
tanti uomini samburu che p. Aldo ha coinvolto nel suo progetto di «urbanizzazione
primaria» avviato già a fine anni Novanta, quando è stato destinato a
cominciare quella missione. Tutt’intorno, il paesaggio è mutevole: passiamo
dalle colline con grandi acacie ombrellifere alla savana con vegetazione bassa
di arbusti e acacie spinose, da scarpate rocciose a ampi letti di fiumi
stagionali in secca. La sera arriva presto, anche perché la velocità su queste
piste è necessariamente ridotta al minimo e, pertanto, non potendo raggiungere
la nostra meta prima che faccia buio, ci fermiamo a passare la notte in una outstation
nei pressi (si fa per dire) della missione: il campo di Maragì. In fretta
montiamo la tenda dove io e Frank trascorreremo la notte; il fido Maharague
(fagioli!), il guardiano samburu del campo, ci prepara del fegato di capra
arrosto e del buon chai (tè bollente con latte) e appena cala la notte
saliamo sul tetto della land cruiser del padre a gustarci l’immensità di
un cielo stellato la cui bellezza difficilmente riesco a descrivervi a parole!
Sono appena le nove e mezza ma è già ora di andare a nanna. «E tu dove dormi?»,
chiedo a p. Aldo. Lui sorride ancora. Forse è il candore delle mie domande a
farlo sorridere ogni volta. Presto detto: dal bagagliaio della land cruiser
– che, se non fosse per le dimensioni, potrebbe facilmente essere paragonata
alla borsa di Mary Poppins per la quantità e varietà degli oggetti che contiene
– tira fuori un materasso, che durante il giorno funge da schienale e la sera
si trasforma nel fugace giaciglio di chi ha imparato a non temere l’imprevisto.
Ci si stende sopra, lasciandoci a bocca aperta senza darci neppure la
possibilità di complimentarci per la trovata geniale!

Il mattino dopo di buon’ora siamo nuovamente on the road:
Ngoronit, Nasunyei, Loikum kum, Lekerrì, infiliamo uno dopo l’altro i villaggi-outstations,
più o meno grandi, che portano verso la missione; in ognuno di essi facciamo
una breve sosta per distribuire acqua e farina. A sera, poco prima del
tramonto, giungiamo a destinazione. L’arrivo è per noi un momento
straordinario: p. Aldo adora la musica e mentre stiamo ancora dando una mano a
scaricare la macchina, lui corre in casa e mette su una canzone di alcuni anni
fa, Don’t cry for me Argentina. Appena giriamo l’angolo verso l’ingresso
della casetta di lamiere a noi riservata, si apre di fronte a noi uno
spettacolo mozzafiato: il Manmanet, la gigantesca cima amica del popolo
Samburu, illuminata dal rosso del sole calante, si erge maestosa nel gruppo
delle Ndoto Mountains che domina la vallata circostante. Io e Frank ci
innamoriamo all’istante di questo luogo ai confini della realtà.

La missione è situata in una zona ricca d’acqua, dove la savana
(quando piove) si colora di verde e la natura assume un aspetto rigoglioso, con
fiori e piante dai colori sgargianti.

In un mondo fuori dal mondo

(clicca su slideshow per altre immagini del viaggio di Bea e Frank)
Trascorriamo a Sererit cinque bellissimi e
intensissimi giorni, entrando in contatto con il mondo dei Samburu, gli «aristocratici
dell’Africa orientale»: facciamo nuove amicizie soprattutto tra i bambini che frequentano
l’asilo della missione e le donne, belle ed eleganti nelle loro vesti ricavate
da stoffe policrome. Impariamo in breve a conoscere il loro tipo di società:
una società forte in cui è importante il fattore umano, dove tutti sono
considerati allo stesso modo, dove si vive in simbiosi con la natura, e dove il
fulcro di questa vita è la manyatta, un recinto di rami spinosi al cui
interno vi sono le capanne della famiglia, e al centro ulteriori recinti (uno
per ogni moglie – vedi foto pagine seguenti) per proteggere il bestiame
dagli agguati dei predatori.

Nel tardo pomeriggio quando il sole non
picchia troppo facciamo delle lunghe passeggiate su per la collina. In
compagnia dei bambini arriviamo fino alle manyatta più vicine, scambiamo
due chiacchiere con le padrone di casa, prepariamo con loro i canti e le danze
per la messa della domenica, e intanto aspettiamo il rientro delle mandrie dal
pascolo. I Samburu allevano principalmente bovini, dalle lunghe coa di tipo
indiano con la gobba, da cui prendono il latte che, (a volte) mescolato al
sangue, costituisce il loro alimento principale, e capre che, invece,
rappresentano una risorsa durante i lunghi periodi di siccità e il cui latte è
usato soprattutto per i bambini. Silenziose e ordinate in fila indiana, ecco le
mucche che rientrano prima della notte: siamo circondati da una magnifica
armonia tra persone, animali e vegetazione; ognuno al suo posto, rispettoso
dello spazio degli altri.

A sera, dopo cena, ci stendiamo tutti a naso in sù perché p. Giuliani
ci insegna a conoscere le costellazioni e, mentre gareggiamo a chi avvista più
stelle cadenti nello sconfinato cielo africano, ci lasciamo cullare dalle
melodie antiche del popolo samburu che si riunisce intorno al fuoco prima di
dormire. Non è difficile immaginare perché, a distanza di un anno, alla
classica domanda: «E in viaggio di nozze dove andrete?», che tutti ci faranno
dopo il nostro matrimonio, la nostra risposta non potrà che essere: «In Kenya,
a Sererit!».

Beatrice Romeo Wainaina



Nomade tra i
Nomadi

Dagli appunti
di viaggio di Gigi Anataloni, giugno 2009.

La missione provvisoria

Abbarbicata sul costone della montagna, la missione è l’apoteosi
del provvisorio perenne. Un attento terrazzamento del terreno ha ricavato piani
su cui creare basamenti in cemento per una serie di casette in lastre zincate,
e strutture in legno: un magazzino, la casa multiuso per gli ospiti, la
struttura garage-officina-falegnameria-idraulica, il dispensario vicino al
cancello d’ingresso, la spaziosa chiesa-manyatta
in struttura di ferro coperta da lunghe erbe e plastica coloratissima, e la
casa del missionario, evidentemente cresciuta senza un piano preciso ma secondo
i bisogni del momento. Qua e là ci sono fiori coloratissimi, piante da frutta,
banani e aiuole con insalata, pomodori, cipolle e tante erbe aromatiche.

L’acqua è vicina, solo duecento metri più in basso, dove scorre il
torrente, ma non è potabile, perché inquinata dallo sterco degli animali e
salmastra. Così p. Aldo è andato verso la cima della montagna, all’inizio della
valle, dove ha scoperto una sorgente incontaminata. Con la gente del posto ha
messo tubi, cinque chilometri, e ora l’acqua potabile arriva alla missione e
all’asilo annesso. Il più grande problema è convincere i pastori/pastorelli
samburu a non far buchi nei tubi per risolvere le loro necessità immediate. Ci
sono volute ore e ore di discussioni con gli anziani e un bel po’ di tabacco
per ottenere dei risultati, ma alla fine si sono convinti tutti che l’acqua
potabile è meglio, soprattutto per i loro bambini che giorniosi frequentano il
coloratissimo asilo della missione.

Fondata nel 1999, Sererit (che significa acqua che scorre) ha una
superficie di circa 1400 km2 e quasi 6.500 abitanti in maggioranza Samburu, con alcuni piccoli
gruppi di Rendille e di Turkana. La disponibilità di acqua potabile è stata la
ragione principale della scelta del luogo attuale, stupendo, ma un po’
marginale rispetto a tutta l’area che la missione serve. Nel futuro si pensa di
trasferire il centro a Lekeri, in un luogo più piano, dove esiste già una
grande scuola con un regolare campo sportivo, ma prima occorrerà costruire un
lungo acquedotto.

Educazione, salute e Vangelo

La missione ha solo tre centri con scuole, chiesetta e catechista
residente, centri avviati circa trenta anni fa, quando tutto quell’immenso
territorio era ancora parte della missione di Baragoi (la prima missione del
distretto – oggi contea – Samburu, fondata nel 1952). Questi centri sono gli
unici ad avere anche alcune case in muratura e dei negozietti. Per il resto la
gente è nomade e ha molta mobilità secondo le necessità di pascolo o i cicli di
siccità. Per questo p. Aldo ha creato in luoghi strategici, dove ci sono pozzi
per l’acqua (spesso salmastra), dei punti d’incontro e aggregazione e li ha
foiti di una grande pentola nella quale cuocere del cibo (normalmente latte
più farina di grano o preferibilmente miglio e soia) per i bambini, prime
vittime di un ambiente arido e spesso ostile, e offrire loro i primi rudimenti
dell’educazione in asili provvisori. Là, sotto una pianta di acacia si radunano
anche i cristiani o gli aspiranti tali per la preghiera e la catechesi, ma
anche gli anziani per discutere di salute ed educazione, di acqua e di strade.

Il fiore all’occhiello è l’asilo di Sererit, costruito proprio a
ridosso della missione: coloratissimo, pieno d’ingegnosi strumenti didattici
portati da fuori o ideati e realizzati sul posto con materiale locale, a misura
della cultura e del modo di vivere Samburu. Con l’aiuto di volontari italiani
che, salute permettendo, ritornano regolarmente a Sererit, sono state formate
delle maestre locali che insegnano con entusiasmo e competenza. I risultati
sono eccellenti. Diversi bambini usciti da quell’asilo sono entrati
immediatamente nella seconda elementare saltando la prima.

Ma l’educazione rimane un grosso problema. Gli anziani non ne
capiscono la necessità. La loro vita ruota attorno al bestiame e i bambini sono
più utili a seguire le capre che sui banchi di scuola. E poi, le ragazze che
studiano diventano piene di pretese, vogliono continuare gli studi e non
accettano di sposarsi giovanissime come fanno invece le loro coetanee
analfabete.

Il governo, con l’aiuto della missione, ha creato scuole a
sufficienza, ma il livello dell’insegnamento è povero, perché molti dei maestri
mandati in queste aree sono tra i più scadenti, che nessuno vuole, o sono in
punizione perché ubriaconi. Manca poi una rete efficace di asili, nei quali i
bambini possano imparare le basi per entrare nella scuola elementare.

La salute è anche un altro spazio d’intervento della missione. Ci
sono due dispensari e una clinica, anche se sono ben poca cosa in quell’area
così vasta. Importante è l’aiuto e il servizio fornito da alcune infermiere
italiane e anche dalla presenza saltuaria di una suora della Consolata.
Fortunatamente il clima è salubre e ci sono pochi casi di Tbc o malattie
respiratorie come polmonite, raffreddori e bronchiti. Comunissime invece le
fratture e le ferite da strumenti da taglio, incidenti che capitano sul lavoro
soprattutto quando si va a raccogliere legna. Un settore di grande rischio è la
mateità, anche perché spesso le donne arrivano al dispensario all’ultimo
momento e pochissime partecipano ai controlli. Quando i casi sono troppo gravi,
p. Aldo salta in macchina, giorno o notte, pioggia o sole, e va al centro di
salute più vicino o all’ospedale di Wamba (quasi 150 km). In quei casi non
sente ragione. Il malato ha tutte le priorità. È quasi leggenda la volta che
perse le staffe con una suora che non voleva curare una paziente perché era
sera tarda (ed era davvero tardi!) e la comunità non doveva essere disturbata.


Una giornata tra spine e
saliscendi

La giornata di p. Aldo comincia presto la mattina. Controllato il
fuoristrada, caricata l’acqua potabile (più o meno 600 litri!), le medicine, il
cibo, verificate le gomme, riempito il serbatornio, è pronto a partire. Un
particolare colpisce: le gomme sono lisce e consumate all’inverosimile. Viene
da chiedergli: «Ma non hai i soldi per delle gomme nuove?». Lui ti guarda
soione e con pazienza ti spiega che di gomme ne ha a volontà e buone (che usa
solo quando va a Nairobi!). Che viaggia con tre ruote di scorta, ma a Sererit
le gomme lisce sono più sicure delle nuove, perché è meno facile che vengano
bucate dalle lunghe spine che si trovano ovunque. Nella gomma nuova è facile
che una spina si pianti e spezzi dentro, e poi, pian piano, arriva fino alla
camera d’aria e sei a terra.

E poi l’acqua. Perché tanti fusti stracolmi? Non ci sono
spiegazioni verbali per quello. Occorre viaggiare con lui per capirlo.

Partiamo allora con lui. Dopo un po’ lascia la pista principale,
si infila nel letto di un fiume dove viaggia anche agli ottanta (dice che è la
sua autostrada), poi rallenta, entra nella foresta seguendo un sentirnero da
capre che chiama strada. Dopo un sacco di su e giù, attenti a non mettere le
braccia fuori dal finestrino per non restare graffiati dai rami spinosi,
arriviamo vicino a una manyatta tutta circondata di spine. Si va un po’
più in là: in riva a un torrente secco. Nel letto sabbioso ci sono grandi buche
e dentro donne e uomini che con pazienza raccolgono acqua per sé e il bestiame.
Sentendo la macchina, le donne ci corrono incontro, bidoni e contenitori in
mano. Una vecchia, con un bidoncino bianco da due litri, si versa addosso tutto
il contenuto giallastro raccolto nel fiume, si lava allegramente la faccia e
poi si avvicina, saluta calorosamente e attende. P. Aldo tira su il telone del
vano posteriore, piazza un tubo di gomma nel primo dei fusti e distribuisce
acqua per tutti: acqua pulita, potabile, chiara, dolce… una delizia per chi ha
sempre acqua salmastra. Un fusto si svuota in un baleno. Riempiti i
contenitori, le donne felici si siedono attorno a lui per raccontare, ascoltare
e pregare. Più in là, sotto una grande acacia, un gruppo di bambini stanno
seduti in cerchio attorno a una ragazza con una bacchetta in mano. Appoggiata a
un tronco c’è quella che dovrebbe essere una lavagna con parole e numeri
scritti in grandi caratteri. La maggior parte dei bambini è vestita di sole, e
l’attenzione a quei segni è totale. Sotto lo stesso albero, appena più in là,
su due pietre bolle un pentolone: una donna ne mescola il contenuto, una
pappetta bianca, e un’altra attizza il fuoco. Vicino, c’è una gran quantità di
tazze di plastica coloratissime. Tra poco la lezione sarà finita e i bimbi
avranno il loro pasto semplice ma nutriente. È uno dei tanti asili
informalissimi e semplici, ma prima e unica fonte di scolarizzazione in quelle
terre ignorate da tutti. Si riparte. È stagione secca. Ancora su è giù per «gli
irti colli». Difficile descrivere il paesaggio. Le immagini provano a dire quel
che l’occhio vede. In un angolo una manyatta solitaria. P. Aldo si
ferma, saluta tutti e condivide il dono dell’acqua. E via di nuovo. Di manyatta
in manyatta, di asilo in asilo, di pozzo in pozzo, finché la macchina è
vuota. Mille incontri, mille sorrisi, mille parole di speranza. È già vicino il
tramonto quando ritorniamo alla missione. Le capre stanno tornando dal pascolo,
i bimbi dell’asilo della missione sciamano verso casa. Se non ci saranno
imprevisti, la sera sarà tranquilla, la cena semplice, la preghiera silenziosa
nella chiesa-manyatta e poi sdraiati a pancia in sù, in silenzio, a
guardare le stelle in un cielo incontaminato.

Gigi Anataloni

Bea Romeo e Gigi Anataloni